Serie A 1990-91 - Sampdoria


Il Racconto


IL FILM: ADDIO DIEGO
La Juventus lancia il nuovo corso targato Montezemolo e la proprietà Agnelli non lesina, spendendo quasi 57 miliardi, a partire dai 18 (16 in contanti più Buso) alla Fiorentina per Roberto Baggio. La Lazio investe 10,5 miliardi per Riedle del Werder Brema, il Bologna per 5,5 agguanta Detari, ex “nuovo Platini” dell’Olympiakos. Tutti contro la superJuve, dunque, anche se a prendere lo steccato è il Milan, cui la Sampdoria, vincendo lo scontro diretto a San Siro, dà il cambio in testa alla classifica dalla settima giornata. Gli uomini di Boskov guidano con vantaggio minimo, vengono raggiunti dall’Inter e poi anche dalla Juventus, tornano soli e infine cedono in vista del traguardo d’inverno, raggiunti dalle milanesi. È l’Inter sul filo di lana a conquistare il titolo platonico il 20 gennaio 1991, all’indomani della morte, in una clinica di Roma, di Dino Viola, presidente della Roma. I nerazzurri devono quasi subito condividere lo scettro con Milan e Sampdoria, poi solo coi doriani, che infine il 17 febbraio, affondando la Juventus, tornano a comandare da soli. Intanto si consuma il dramma di Maradona: trovato positivo per cocaina al controllo antidoping dopo la partita casalinga col Bari del 17 marzo, il lunedì di Pasqua (primo di aprile) all’1,05 del mattino, dettato all’Ansa un messaggio di saluto per gli “sportivi” e in particolare “i compagni di squadra e i napoletani”, si imbarca a Fiumicino destinazione Buenos Aires. La squalifica di 15 mesi chiuderà per sempre la sua avventura italiana. Tra Samp e Inter tutto si decide il 5 maggio, a tre turni dal termine, nello scontro diretto al Meazza: qui i doriani vincono 2-0 mettendo le mani sullo scudetto, che conquistano matematicamente con un turno di anticipo il 19 maggio. Chiuderanno con 5 punti su Inter e Milan. In coda, pollice verso per il Bologna, orbato della guida di Maifredi, che cade in B assieme a Pisa e Cesena, tutti già condannati a una giornata dal termine.

I CAMPIONI: TEMPI DORIA
La Sampdoria con i suoi 45 anni è il club più giovane del torneo e proprio l’idea della giovinezza, felice e spensierata, traspira dal calcio della squadra che il presidente Paolo Mantovani ha costruito nel corso degli anni, incettando via via, grazie al lavoro del diesse Paolo Borea, una batteria di baby talenti destinati a un grande avvenire. Secondo qualcuno proprio il clima festoso e talora goliardico che avvolge il gruppo, di cui il presidente è più che altro un papà premuroso e l’allenatore Boskov uno zio paziente e spiritoso, costituirebbe l’ostacolo invalicabile ad ambizioni di scudetto. I fatti anche in questa stagione sembrano dapprima dar ragione ai negativisti, con un andamento incostante cui non è estraneo l’infortunio che toglie di mezzo il vecchio marpione Cerezo, gran drago del centrocampo. Poi la situazione si stabilizza: la crisi di gennaio mette il gruppo di fronte al bivio e il gruppo sceglie una lotta dura, senza quartiere, per abbattere il muro di una pretesa idiosincrasia alla regolarità. Dispiegando le armi di un gioco arioso e ricco di soluzioni, la squadra comincia a vincere in casa e in trasferta, proponendo una candidatura che alla fine risulterà vincente. A farla grande, la raggiunta maturità dei suoi eterni “ragazzi” e l’inedita completezza della rosa, arricchita in estate dagli arrivi “pesanti” dell’ucraino Mikhailichenko, centrocampista della Dinamo Kiev (6,5 miliardi), e dell’attaccante Branca dall’Udinese (6,2); così Boskov può far fronte alla serie di infortuni che punteggiano il girone di ritorno. La sua Samp prevede Pagliuca in porta, Mannini e Invernizzi o Katanec difensori di fascia, Vierchowod stopper e Pellegrini o Lanna libero; a centrocampo, Pari e Mikhailichenko o Bonetti a faticare per la regia di Dossena, coadiuvato sulla fascia dai guizzi di Lombardo; in avanti, Mancini sublime trequartista in appoggio a Vialli, la coppia avanzata che vive una stagione memorabile, ricca di prodezze tecniche e gol.

I RIVALI: PIZZI DA LEGARE
L’Inter vuole fortissimamente tornare allo scudetto e Pellegrini ancora una volta non bada a spese: 10,5 miliardi per l’attaccante Fontolan dal Genoa, 7,2 per il libero Battistini dalla Fiorentina, 4,2 al Bologna per il mediano Stringara, 2,2 per il difensore Antonio Paganin dall’Udinese, 1 per il ritorno dal Parma di Pizzi, prodotto del vivaio. La sfortuna colpisce duro in agosto, quando Fontolan si fracassa il ginocchio sinistro in una terrificante entrata del difensore Olmi del Viareggio (lesione al crociato e alla capsula legamentosa), uscendo di scena per l’intera stagione. Il Trap prova a rimediare lanciando con convinzione sia il nuovo leader difensivo Battistini sia l’elegante Pizzi in regia (nella speranza di trovarvi il seguito di Matteoli), per un complesso che macina un calcio forse un po’ monocorde ma efficace. La nuova Inter ha in difesa quattro nazionali: il portiere Zenga, i terzini Bergomi e Brehme e lo stopper Ferri, con Battistini ultimo baluardo; a centrocampo Pizzi offre geometrie, Bianchi, Matthäus e Berti filtro e poderose incursioni offensive; in attacco i panzer Klinsmann e Serena non fanno complimenti. La macchina da gol ne segna 35 solo nel girone d’andata a suffragare il titolo di campione d’inverno e sembra poter rinverdire i fasti dello scudetto dei record. Nel ritorno però cominciano i cigolii, il prudente Trap non si fida e prova a irrobustire la mediana avanzando Battistini nel vecchio ruolo e sacrificando Pizzi, leggero e discontinuo quanto indispensabile coi suoi guizzi di qualità alla varietà del gioco, relegandolo in panchina o fuori ruolo da tornante o attaccante esterno. Gli inciampi rallentano il cammino, la sconfitta casalinga nel match decisivo con la Samp a tre turni dalla fine decide la sorte della corsa-scudetto. Ci sarà la consolazione della Coppa Uefa, ma alla fine resta in bocca l’amaro delle occasioni perdute.

IL TOP: GENOVA PER LORO
Poltrona per due, sui due fronti genovesi. Roberto Mancini a 26 anni vive una stagione di abbagliante maturità. Impiegato da seconda punta alle spalle di Vialli, libero di sguinzagliare sulla trequarti e in improvvise incursioni in area il proprio talento, sostenuto da una condizione fisica che ne esalta le doti atletiche, diventa il fulcro offensivo della squadra. L’uomo che c’è e scompare, una mina vagante quasi impossibile da disinnescare per gli avversari. L’intesa tecnica e umana col coetaneo Vialli lo fa scivolare sulle partite dominandone il senso dall’alto di intuizioni tattiche superiori, entrando e uscendo dal vivo del gioco con disarmante facilità. Un peccato che in Nazionale la concorrenza di Roberto Baggio e un insolubile impaccio mentale gli impediscano di riprodurre il campionario di meraviglie che sciorina con la maglia blucerchiata.
Osvaldo Bagnoli torna in qualche modo sui propri passi. Quasi a dimostrare che gli exploit di Verona – partiti in Serie B e culminati nello scudetto del 1985 – non sono stati casuali, nell’estate del 1990, all’indomani dell’addio alla città di Giulietta, prende la via di Genova (sponda rossoblù) per un’avventura densa di incognite: in estate la società monetizza con la cessione del gioiello Fontolan e si ricarica con l’acquisto di Skhuravy, gigante cecoslovacco che ha ben impressionato ai Mondiali, e di un paio di comprimari di centrocampo, Bortolazzi dall’Atalanta e Onorati dall’Avellino. Il tecnico assicura di pensare solo alla salvezza e a novembre ottiene Branco, terzino del Brasile già fallimentare anni prima nel Brescia. Il suo Genoa prevede Braglia in porta, Torrente e Caricola marcatori puri, Signorini libero, Branco terzino con licenza di avanzare; a centrocampo, Bortolazzi in regia, sostenuto dall’applicazione di Eranio e Onorati e dalle corse a perdifiato dell’instancabile Ruotolo. In avanti, i guizzi di Aguilera e il fisico di Skuhravy si completano a meraviglia. Il Genoa si esalta, i tifosi non sentono lo strapotere dell’altra metà della Lanterna e alla fine è quarto posto, con ingresso in Europa sulle ali di un gioco di gran qualità.

IL FLOP: MAI DIRE MAIFREDI
Gigi Maifredi, inventore del calcio-champagne targato Bologna, è la grande scommessa della nuova Juventus. A sceglierlo, dopo aver cacciato Zoff, vincitore di Coppa Uefa e Coppa Italia al primo colpo, è Luca Montezemolo, fresco organizzatore della Coppa del Mondo, giunto sulla tolda di comando bianconera al posto dell’esautorato Boniperti con un obiettivo preciso: riconquistare la vetta cavalcando l’onda sacchiana del calcio moderno tutto zona e gioco offensivo. Grazie a una dotazione economica illimitata, gli obiettivi di mercato sono tutti raggiunti, con l’eccezione del mediano Dunga (offerti invano 10 miliardi alla Fiorentina): i difensori Luppi e De Marchi (Bologna) e Julio Cesar (Montpellier), i centrocampisti Corini (Brescia), Orlando (Reggina), Hässler (Colonia) e Di Canio (Lazio) e soprattutto l’asso pigliatutto Roberto Baggio, la cui uscita dalla Fiorentina ha provocato la rivoluzione nella città di Savonarola e dei Pontello. La Juve vince l’oscar del mercato e a quel punto tocca a Gigi Maifredi, che non si spaventa: per Sacchi il calcio è sofferenza, per lui è gioia e coi giornalisti prefigura moduli ad alto potenziale offensivo. La stagione comincia con la Supercoppa italiana, otto giorni prima dell’avvio del campionato: il Napoli travolge i bianconeri per 5-1. La squadra assorbe il colpo e sembra reggere la scena, tra alti e qualche basso, mantenendo a lungo la seconda posizione, nonostante gli evidenti problemi dell’attacco, in cui Schillaci sembra aver smarrito la vena di goleador nelle notti magiche del Mondiale e Baggio funziona solo dal dischetto. Tra febbraio e marzo invece, quando si avvicina il momento della verità, tutto crolla: con due punti in cinque partite i bianconeri scivolano al quinto posto perdendo molte certezze. Il 6 aprile, nel corso della partita in trasferta con la Fiorentina, il fischiatissimo “ex” Baggio si procura un rigore, poi rifiuta di batterlo lasciandolo a De Agostini (che fallisce) e infine, quando esce dal campo sostituito, raccoglie una sciarpa viola lanciata da uno spettatore; il giorno dopo la polemica scoppia feroce, mentre la squadra si squaglia e Maifredi annaspa. Il verdetto finale è umiliante: la Juventus del “nuovo corso” si piazza settima e per la prima volta dopo 28 anni è fuori dalle Coppe europee. Montezemolo lascia, torneranno Boniperti e Trapattoni a riscaldare una minestra gloriosa.

IL GIALLO: LA PRESA DELLA PASTIGLIA
L’8 ottobre 1990 la Federcalcio annuncia che due “big” della Roma, il giovane portiere Peruzzi e l’attaccante Carnevale (appena arrivato dal Napoli per 6,8 miliardi), sono risultati positivi al controllo antidoping dopo Roma-Bari del 23 settembre, vinta dai giallorossi grazie a un gol dello stesso Carnevale. Sostanza incriminata: la fentermina, stimolante in grado di attivare l’adrenalina nell’organismo. Le controanalisi hanno confermato tutto. Il caso esplode come una bomba. I due negano tutto e il presidente Dino Viola si dice disposto a giurare sulla correttezza dello staff medico, ma poi gli interrogatori separati fanno precipitare la situazione: i giocatori parlano di una pastiglia dimagrante (Lipopill) consegnata loro dalla mamma del portiere dopo un’abbondante cena a base di fettuccine per festeggiare il successo sul Benfica del 19 settembre, ma i particolari di luogo e ora della cena e di consegna della pillola divergono. Il giudice sportivo non fa sconti e il 13 ottobre infligge ai due atleti un anno di squalifica e al club un’ammenda di 150 milioni di lire. Il 30 ottobre in sede di appello la Caf conferma le condanne, senza riduzioni in quanto i periti hanno smascherato le bugie, dimostrando che il farmaco ingerito non poteva essere il Lipopill. Molti anni dopo (il 23 novembre 2005), Peruzzi racconterà la (parziale) verità: «Sia io sia il mio compagno di squadra sia il presidente Viola raccontammo moltissime bugie. La pasticca me la diede un giocatore. Io venivo da un infortunio e mi venne detto che, prendendola, non mi sarei rifatto male. Fui ingenuo e stupido a crederlo e per questo meritai la squalifica. Ma mia madre non c’entrava nulla. Mi dissero di dire così, anche se io non volevo che fosse tirata in ballo la mia famiglia. Accettai perché non contavo niente all’epoca. Meglio bruciare un ragazzino piuttosto che un giocatore affermato. Credo che alte sfere della Federazione consigliarono questa versione al presidente Viola, sostenendo che così avrei avuto soltanto tre mesi di squalifica, ma andò diversamente. Aspettavano quel momento per massacrare Viola». Il medico giallorosso all’epoca dei fatti, Ernesto Alicicco, confermerà: «Dal punto di vista farmacologico la storia aveva una fragilità incredibile, non stava in piedi. La fentermina è una sostanza che toglie appetito, punto e basta. Se io dovessi improvvisamente impazzire e quindi decidere di dopare un giocatore, non lo farei mai con la fentermina. Il risultato fu che venne fuori una montatura politica per punire quel galantuomo e grande presidente che fu l’ingegner Viola. È possibile che sia stato effettivamente lui a dare il via alla storia, in quanto gli fu fatto credere che, fornendo quella versione, le colpe dei giocatori sarebbero risultate ridimensionate. Invece alla fine accadde l’esatto contrario. Viola visse malissimo quel periodo. Quanto al giocatore che portò nello spogliatoio le pasticche e le diede agli altri, il nome lo so, ma non lo posso dire. Era un giocatore arrivato da una squadra non molto lontano da Roma». Poche settimane dopo, sabato 19 gennaio 1991, Dino Viola muore presso la clinica Nostra Signora della Mercede di Roma, dove era ricoverato da sei giorni, stroncato da una grave malattia.

LA RIVELAZIONE: GIOCO A ZOLA
Gianfranco Zola vive la suggestione di un incredibile passaggio di consegne. Sardo di Oliena, in provincia di Nuoro, ha 24 anni e alla vigilia della seconda stagione nel Napoli sembra destinato alla cessione. Il suo acquisto è stato un azzardo di Luciano Moggi, che nell’estate del 1989 ha investito 2 miliardi per questo soldo di cacio che ha cominciato giovanissimo nella Nuorese, tra C2 e Interregionale, e poi ha portato la Torres in C1 e ve l’ha mantenuta da trequartista geniale con spiccato senso del gol. Ha assaggiato la A, supplendo al ritardo di Maradona, in avvio del campionato 1989-90, poi ha giocato minuti qua e là, facendo intravedere buoni fondamentali e poco più. La decisione di trattenerlo in rosa si rivelerà provvidenziale. Relegato in panchina nei primi mesi di campionato, inserito da Bigon in coppia col maestro argentino, del quale in allenamento ha studiato soprattutto l’abilità nei calci piazzati, se ne rivela ottimo partner. Quando a inizio marzo l’accusa di doping appieda Diego inducendolo nel giro di un paio di settimane a lasciare l’Italia, il tamburino sardo si ritrova con la pesante eredità della maglia numero 10 del Napoli sulle spalle. Senza tradire emozione, si cala nella parte rivelandosi campione in sboccio: pur ovviamente lontano dalle vette del “pibe”, dimostra di saper stare in campo alla grande e alla fine il suo bilancio di stagione sarà identico a quello di Diego: 18 partite dall’inizio, 6 reti. Nel modo più inatteso, è nata una stella, che si rivelerà campione autentico.

LA SARACINESCA: LEZIONI DI VOLO
Ormai non ci sono più dubbi: Gianluca Pagliuca è un campione. In una stagione tutta condotta sul filo dell’alta classifica, senza distrazioni giovanili, il blucerchiato si erge come il miglior portiere del campionato. Col suo fisico torreggiante che sembra facilitargli anziché frenarne l’istinto acrobatico nei voli da palo a palo, col colpo d’occhio fulmineo dei grandi, ma anche con la razionalità e la freddezza di chi sa essere leader anche per intimidire gli avversari. In un campionato giocato tutto sopra le righe, compie il suo capolavoro nello scontro diretto con l’Inter a San Siro che in pratica decide lo scudetto a primavera: quando non solo si erge a insuperabile ostacolo per le ripetute conclusioni nerazzurre, ma a tu per tu con lo specialista Matthäus dal dischetto del rigore riesce a ipnotizzarlo quasi “costringendolo” a un tiro centrale che riesce a fermare. Guascone in una squadra di giovani senza complessi, la serietà professionale lo ha portato a migliorarsi ancora dopo gli ottimi esordi, emendando qualche eccesso di sicurezza che ogni tanto lo tradiva soprattutto nel “battezzare” i tiri da lontano. Grazie al sinistro educato, sarà tra i meno “colpiti” dalle nuove norme introdotte nel calcio da chi considera il portiere un “nemico” dello spettacolo perché… il suo mestiere è impedire i gol. Beh, quanto a spettacolo, Pagliuca non lo lesina nei suoi interventi e a 24 anni grazie alla precoce maturità si iscrive tra i giganti del ruolo.

IL SUPERBOMBER: LUCA DI MIELE
Nessuno come Gianluca Vialli sembrava fuori dai giochi a inizio stagione. Al Mondiale che avrebbe dovuto consacrarlo come il “nuovo Riva” aveva toppato, spinto tra le riserve dall’esplosione della coppia “leggera” Schillaci-Baggio, e quando aveva reclamato e riottenuto il posto, nella semifinale contro l’Argentina, il sogno delle notti magiche era tramontato. In più in estate, al primo ritorno in campo, una distorsione al ginocchio sinistro lo ha emarginato tra le retrovie, tanto che per lui il campionato comincia solo l’11 novembre: quel giorno contribuisce con un gol alla vittoria contro il Pisa. È l’inizio di una serie travolgente: con la maglia numero 9, il ragazzo di Cremona sciorina in campionato una maturità finalmente raggiunta. Non è più lo smilzo palleggiatore dei primi anni, della Cremonese e della Samp, quello che Bearzot arrivò addirittura a provare in azzurro come tornante, ma un giocatore tutto nuovo: potenziatosi muscolarmente, ora è centravanti di peso e uomo d’area, con le movenze e il fiuto dei grandi del ruolo. I rifornimenti del “gemello” Mancini, con cui dialoga a occhi chiusi, rappresentano l’ideale per fargli sprigionare tutta la rabbia covata nella delusione mondiale. Alla fine, con 22 reti all’approssimarsi dei 27 anni, vince per la prima volta la classifica cannonieri offrendo un contributo determinante – anche come trascinatore – al primo, storico scudetto della Samp.



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La Sampdoria di Boskov, per la prima volta campione d'Italia


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