Serie A 1989-90 - Napoli


Il Racconto


IL FILM: TINTE FORTI
Tornano i turni infrasettimanali (terza di andata e ritorno) per l’approssimarsi della Coppa del Mondo. Il mercato vive di due boom effimeri: una cordata di petrolieri vuole rilevare la Sampdoria da Mantovani per 50 miliardi e per questo tratta in anticipo la cessione di Vierchowod, Mancini e Vialli alla Juventus per 40. Il club bianconero dà la cosa per fatta, poi all’ultimo momento salta tutto. Va in porto invece l’ingaggio da parte del Bologna di Geovani, interno del Vasco da Gama, per 9 miliardi: si rivelerà una bufala. Il Milan prende Fuser dal Torino per 7 miliardi e Simone dal Como per 6, la Juventus Casiraghi dal Monza per 6,4, Schillaci dal Messina e Fortunato dall’Atalanta per altri 6 ciascuno, Alejnikov dalla Dinamo Minsk per 4. Per lo stesso prezzo l’Udinese si assicura l’argentino Balbo dal River Plate. Il tempo di partire e sul campionato scende il lutto: domenica 3 settembre 1989 (seconda giornata) in Polonia in un tragico incidente stradale muore Gaetano Scirea, aiuto allenatore di Zoff alla Juventus. Sul campo è il Napoli a partire più forte di tutti, inseguito dall’Inter che ha messo un altro tedesco nel motore, il centravanti Klinsmann (3,2 miliardi). Al giro di boa Diego e soci sono campioni d’inverno con due punti sui nerazzurri. Quel giorno, il 30 dicembre 1989, sul campo di Bologna il romanista Manfredonia viene salvato dai soccorsi scattati a tempo di record da un arresto cardiaco in campo, ma dovrà smettere di giocare. Nel girone di ritorno cambia la scena: la risalita del Milan porta i rossoneri ad affiancare l’Inter e poi a proporsi come i rivali del Napoli in chiave-scudetto. La ventiquattresima giornata fa registrare l’aggancio grazie al netto successo nello scontro diretto. Due domeniche dopo i rossoneri restano soli in testa e il Napoli insegue, a due punti e poi a uno. Il 2-0 a tavolino degli azzurri all’Atalanta e il contemporaneo (fortunoso) pari rossonero a Bologna provocano il riaggancio in vetta. Alla penultima giornata la sconfitta del Milan sul campo di Verona lancia il Napoli, che la domenica successiva è campione d’Italia con 2 punti sui rivali. In coda cadono in B Udinese, Verona, Cremonese e Ascoli.

I CAMPIONI: DIEGO LE QUINTE
Il Napoli torna allo scudetto per vie tortuose, all’apparenza impossibili. In estate sembra poter perdere Maradona: offeso per i fischi ricevuti dal San Paolo alla fine dell’ultimo campionato, Diego è in rotta con città e squadra e si rifiuta di tornare dalle ferie, forte dell’offerta di 36 miliardi che Bernard Tapie, patron dell’Olympique Marsiglia, ha avanzato a Ferlaino per il suo acquisto. Solo un’azione legale avviata dal presidente e i timori di una squalifica Fifa che lo estrometterebbe dagli imminenti Mondiali convincono l’asso a tornare e a firmare con lo stesso Ferlaino ai primi di settembre “la pace di Soccavo”. Il 1° novembre però Diego sparisce alla vigilia della gara col Wettingen in Coppa Uefa e un giorno si saprà che certe bizze sono dovute a una dipendenza che non ha nulla a che fare col pallone. Una settimana più tardi si sposa a Buenos Aires con Claudia Villafane (che gli ha già dato due figlie) con contorno di ricevimento da due miliardi di lire. La critica ormai l’ha nel mirino, anche per certe frequentazioni cittadine non proprio edificanti, mentre il presidente preferisce restare dietro le quinte e lasciare al direttore generale Luciano Moggi la gestione delle ricorrenti crisi riguardanti l’asso argentino. In questo percorso a ostacoli si muove l’allenatore Albertino Bigon, profilo basso e attenzione rivolta solo al campo; qui schiera una squadra coriacea e cinica, con lo scattante Giuliani in porta e quattro corazzieri a completare la retroguardia: i marcatori Ferrara e Baroni, il fluidificante Francini e il libero d’emergenza Corradini, sostituto del titolare Renica, spesso fuori per motivi fisici. A centrocampo, tre posti a rotazione per quattro mediani, De Napoli, Crippa, Alemão e Fusi, che garantiscono corsa e filtro lasciando a Maradona libertà di inventare per gli assaltatori d’attacco: il concreto Carnevale e l’irresistibile Careca. Completano il quadro il giovane Zola, sorprendente allievo di Diego, e l’altro fantasista-attaccante Mauro. Sul traguardo, complice la monetina di Bergamo (mentre il Milan viene graziato per un gol non visto del bolognese Waas), gli azzurri tornano meritatamente allo scudetto e a Fuorigrotta esplode la festa. Le critiche dei benpensanti a Diego? Spietate in autunno, si dissolvono a primavera, tra i battimani senza eccezioni di troppe memorie corte.

I RIVALI: FATAL VERONA 2.0
Il Milan al mercato si dota di una panchina interminabile: oltre a Fuser e Simone, arrivano il terzino Carobbi per 2,6 miliardi dalla Fiorentina (da cui fa ritorno il giovane Salvatori) e il portiere Pazzagli, dall’Ascoli per 1,5. Molti titolari sono acciaccati; Gullit, operato a luglio al ginocchio destro (tornerà sotto i ferri a dicembre), è fuori causa, Van Basten in infermeria. Così i risultati vanno in altalena e lo 0-3 patito a Napoli a inizio ottobre e lo 0-1 a Cremona la domenica successiva sembrano emblematici. Il divino airone olandese però torna in pista e dal 5 novembre (vittoria sulla Juventus) parte la risalita rossonera, che si corrobora con le conquiste internazionali (Supercoppa europea e Coppa intercontinentale). Sacchi dopo la sconfitta di Ascoli epura Giovanni Galli lanciando in porta Pazzagli; davanti a lui, difesa a quattro con Tassotti, Costacurta o Filippo Galli, Baresi e Maldini; a centrocampo, Donadoni ed Evani sulle corsie esterne, le colonne Ancelotti e Rijkaard centrali; in attacco, in appoggio a Van Basten opera soprattutto la mina vagante Massaro, tuttocampista capace anche di segnare come una punta pura. In 14 turni i rossoneri recuperano 6 punti al Napoli e lo raggiungono in testa. A febbraio il presidente Berlusconi punta ai Mondiali: «Se a fine stagione il Milan fosse ancora in questa condizioni di forma, sarebbe un delitto non trasferirlo in blocco in Nazionale. Zenga in porta, Vialli e Baggio al posto dei due olandesi e il gioco è fatto». In effetti sembra fatta per lo scudetto, poi il pari rocambolesco di Bologna e la monetina di Bergamo riportano la parità col Napoli. E alla penultima tappa la squadra crolla di nuovo nella fatal Verona come già nel 1973, lasciando via libera agli avversari. Si rifarà con la seconda Coppa dei Campioni consecutiva.

IL TOP: IL VALORE DEL FRANCO
Franco Baresi è il simbolo della difesa a zona del Milan, l’uomo che ne guida i movimenti e ne chiude mirabilmente ogni spiffero. Però è anche l’ultimo baluardo, da libero classico, della difesa azzurra che sfiora il terzo titolo mondiale subendo un solo gol nella prima fase. Lo chiamano “kaiser Franz” perché l’accostamento al grande Franz Beckenbauer, modello leggendario del ruolo, calza a pennello a questo ragazzo nato vecchio, a 18 anni già titolare nel Milan, la casafamiglia in cui è cresciuto, e a 19 campione d’Italia. Ha visto la luce a Travagliato, in provincia di Brescia, l’8 maggio 1960, ha perso i genitori prestissimo e dunque ha fatto in fretta a diventare adulto, come suggerisce l’ombra di tristezza che gli vela il sorriso anche nei momenti migliori. Ha fatto tutto in fretta, eppure con l’apparente calma e l’eleganza di chi non è mai costretto a rincorrere, perché ha dentro di sé l’armonia dell’universo. Libero per vocazione, piccolo di statura senza complessi grazie a un tempismo magistrale, sa chiudere con proprietà e rilanciare e soprattutto ripartire da centrocampista, tanto che Bearzot lo provò in Nazionale come mediano tra il 1983 e il 1984 (contro Cipro, Messico e Turchia) prima di desistere di fronte all’evidenza, bocciando peraltro lui anziché l’idea. Con l’avvento di Vicini alla guida azzurra, Baresi ha garantito la successione a Scirea e con quello, successivo di un anno, di Sacchi sulla panchina rossonera ha cominciato ad allineare titoli in bacheca. In questa stagione, a 29 anni, srotola sul campo la piena maturità agonistica, svettando come un gigante sullo scenario italiano e internazionale.

IL FLOP: PONTELLO DEI SOSPIRI
La Fiorentina è ormai un enigma per i conti Pontello, assurti alla proprietà del club nel 1980 con grandi ambizioni poi rivelatesi ostinatamente solo costose chimere. Per l’ultima volta provano a bucare il cielo della mediocrità, resistendo alle offerte per i “big” Dunga e Roberto Baggio e armando una campagna di mercato “mirata”: una brillante promessa (Buso dalla Juventus), un paio di solidi incontristi (Dell’Oglio dall’Ascoli e Iachini dal Verona), un tris di difensori esperti (Volpecina e Pioli dal Verona, Faccenda dal Pisa) e due stranieri col punto interrogativo: il lungo Kubik, centrocampista di piede morbido dello Slavia Praga, e Dertycia, prolifico centravanti dell’Argentinos Juniors. In panchina, la scommessa Bruno Giorgi, tecnico dal discreto curriculum cadetto (ha appena sfiorato col Cosenza una storica promozione). Questi schiera Landucci in porta, Pioli e Pin marcatori, Volpecina terzino d’attacco, Battistini libero; Iachini e il laterale Bosco a far legna a centrocampo al servizio del regista Kubik dietro un attacco in cui volteggiano gli artisti Baggio e Di Chiara come serventi al pezzo del cannone Dertycia. L’avvio di campionato – cinque punti in otto giornate, penultimo posto in classifica – fa spirare subito aria di naufragio. Kubik ha classe ma è lento, Dertycia litiga con la porta avversaria, Landucci fa acqua e la classe di Baggio non basta. Ne segue una stagione schizofrenica: la squadra avanza in Coppa Uefa e frana in campionato, tanto che dopo trenta turni si ritrova quartultima a serio rischio retrocessione e i Pontello cacciano Giorgi sostituendolo con Ciccio Graziani. Finisce con una sofferta salvezza, la finale europea persa (con la Juventus) e la precisa volontà dei proprietari di mollare tutto: il che fanno ancora prima che si chiuda il calvario stagionale, cedendo a peso d’oro il gioiello Baggio alla Juventus e provocando la rivolta di piazza della gente viola.

IL GIALLO: MONETINA SONANTE
La quartultima giornata di campionato, l’8 aprile 1990, vive di emozioni forti. Il Milan guida la classifica con un punto sul Napoli e a Bologna strappa lo 0-0 grazie a una svista dell’arbitro Lanese che non si accorge del pallone calciato da Waas e trascinato da Pazzagli e Filippo Galli ben oltre la linea bianca; a Bergamo i rivali non riescono a sbloccare il risultato, ma, a dieci minuti dalla fine, il loro mediano Alemão viene colpito da una monetina da cento lire lanciata da uno spettatore. Il giocatore viene soccorso dal massaggiatore Carmando e sembra possa riprendere. Poi, “visitato” anche da Maradona, si rimette nelle mani di Carmando, che gli urla qualcosa, e infine si accascia a terra. Costretto a uscire dal campo, verrà portato per lieve trauma cranico all’ospedale di Bergamo, mentre in campo entra il sostituto Zola. Le polemiche scoppiano violente quando la moviola televisiva rivela inequivocabilmente il suggerimento del massaggiatore al giocatore di gettarsi a terra. Alemão replicherà di avere ricevuto un invito precauzionale quasi obbligato dopo un colpo in testa e di averla scampata bella, perché se la moneta fosse arrivata un po’ più sotto avrebbe potuto perdere un occhio. La partita si chiude sul nulla di fatto e il giudice sportivo, regolamento alla mano, concederà il 2-0 a tavolino, consentendo agli uomini di Bigon il riaggancio in classifica, propedeutico al secondo storico scudetto. La diatriba sollevata sulla stampa porterà a rivedere la normativa, con l’abolizione dell’automatica sconfitta a tavolino della squadra oggettivamente responsabile. Qualche anno dopo, Alemão, nel frattempo passato proprio all’Atalanta, rievocherà con molta onestà l’episodio: «Ero un giocatore del Napoli: quella volta ho obbedito e mi sono comportato da professionista».

LA RIVELAZIONE: TOTÒ E LA FAVOLA
Salvatore Schillaci, chi era costui? Uno dei tanti buoni giocatori della Serie B, nulla di più. Nato nello Zen, il quartiere più povero di Palermo, ha cominciato col pallone nell’Amatori Palermo tra i dilettanti e poi è passato a 17 anni al Messina, in C2, diventando subito titolare. Piccolo, tozzo, era un attaccante abile ad aprire spazi con un dribbling fulminante, incidendo peraltro poco sotto rete. Subito promosso in C1, nel 1986 raggiungeva col suo club la Serie B sotto la guida di Franco Scoglio, che dopo una stagione lo convinceva a trasformarsi in centravanti d’area, lavorandolo sul tiro a rete. Dopo aver segnato appena 25 gol in cinque campionati, la sua vita cambiava: 13 reti nel 1987-88, addirittura 23 l’anno dopo. Nell’estate del 1989, all’indomani dell’exploit, si muove a sorpresa Giampiero Boniperti, che non esita a sborsare 6 miliardi al Messina per portare a casa il ventiquattrenne goleador. Sembra un azzardo un po’ naïf, quasi una mossa della disperazione per risolvere i problemi d’attacco della Signora nel caso che il vero “gioiello” cadetto, il ventenne Casiraghi acquistato dal Monza, non dovesse ingranare al primo colpo. Invece Totò da Palermo convince subito Zoff, che lo lancia titolare sin dalla prima giornata e non deve pentirsene, mentre è l’altro a finire in panchina. Il ragazzo siciliano è un satanasso in area di rigore, si fa largo senza paura e infila i portieri che è un piacere. Alla fine totalizza 15 gol e pure l’esordio in Nazionale, nell’ultima amichevole ufficiale prima dei Mondiali, a Basilea contro la Svizzera, quando Vicini rimane impressionato e lo promuove. La favola di Totò raggiungerà il culmine con il boom ai Mondiali, dove l’ex ragazzo della B vincerà la classifica cannonieri conquistando una popolarità universale.

LA SARACINESCA: CLASSE DI FERRON
Fabrizio Ferron, nato a Bollate, in provincia di Milano, il 5 settembre 1965, cominciò a pensare di poter diventare calciatore a nove anni. Allora era un bambino che sentiva spesso parlare del Milan tra gli avventori del bar di famiglia e che, a forza di essere mandato in porta dagli amici più grandi quando si trattava di giocare sui campetti vicino a casa, in porta si era stabilito. Un giorno, dunque, un amico al bar gli mostrò un’inserzione sul Corriere della Sera che pubblicizzava alcune leve giovanili organizzate da Milan, Inter e altri grandi club. Accompagnato da papà, si recò al provino del Milan e fu scelto assieme ad altri nove tra quattrocento bambini. Cominciò così la sua avventura nelle giovanili rossonere, da cui a ventun anni, senza mai aver esordito in prima squadra, passò in Serie B, alla Sambenedettese. Dopo qualche settimana conquistò il posto da titolare e l’anno successivo, sotto la guida del “mago” Persico, si segnalava tra i migliori della cadetteria, conquistando a fine stagione l’ingaggio dell’Atalanta, per prendere il posto di Piotti. Dieci partite furono sufficienti a convincere il club di avere pescato la pepita d’oro, tanto che gli venne proposto un immediato allungamento del contratto. In questo suo secondo campionato il ragazzo di Bollate conferma la sua forza di portiere di grande personalità: all’apparenza quieto e di basso profilo, sa guidare la difesa con sicurezza, regalando tranquillità a tutto il reparto. Tra i protagonisti dello splendido campionato nerazzurro che si chiude al settimo posto c’è lui, l’ex ragazzino che sognava il pallone tra i tifosi del Milan e ora a 24 anni è tra i più sicuri numeri uno della massima categoria.

IL SUPERBOMBER: L’AIRONE DEL GOL
Marco Van Basten, ovvero, la perfezione del fuoriclasse. Ha stupito il mondo decidendo l’Europeo 1988, cui approdava dopo un lungo letargo da infortunio, realizzando in finale uno dei capolavori della storia del calcio, il gol al volo di destro quasi da fondocampo su lungo cross di Muhren, il pallone mandato a depositarsi a palombella alla destra del sovietico Dasaev. Oggi è l’airone del gol che nella classifica cannonieri domina dall’alto di una classe purissima due artisti sublimi, Roby Baggio e Maradona. Nato a Utrecht il 31 ottobre 1964, papà Joop, ex terzino del DOS Utrecht, è stato il suo primo maestro, l’UVV la sua prima squadra, seguita dall’Elinkwijk, sempre nella città dai tanti canali. Nell’estate del 1981 lo ingaggiava l’Ajax e qui il suo idolo Johan Cruijff ne faceva il proprio pupillo, al punto da indicarlo un giorno all’allenatore, uscendo dal campo, come il ragazzino da inserire per l’esordio, in un ideale passaggio di testimone. Era il 3 aprile 1982, il baby diciassettenne bagnò il debutto con un gol. Il grande Johan aveva visto giusto: Van Basten divenne titolare e prese a segnare a raffica e conquistare trofei. Nel 1987 contava 177 partite ufficiali col club di Amsterdam e 151 reti, tre titoli e tre coppe nazionali, una Coppa delle Coppe e quattro consecutivi primi posti nella classifica cannonieri olandese. Il Milan lo faceva suo per un miliardo e 700 milioni, ma gli entusiasmi dei tifosi rossoneri Ferron para su Limpar della Cremonese il 28 gennaio 1990 dovevano mordere il freno: già operato alla caviglia sinistra nel novembre 1986, l’attaccante deludeva nelle prime settimane italiane prima di finire di nuovo sotto i ferri per farsi risistemare la caviglia destra. Quando tornava in campo, i suoi gol consentivano al Milan l’ultimo strappo tricolore in sorpasso sul Napoli. Ora che la salute l’assiste, non teme rivali: piedi da sontuoso centrocampista, lancio da regista quando rientra nel cuore del gioco, è micidiale nel dribbling, portato con naturale armonia, e in area chirurgico nel tiro, di piede e di testa. A 25 anni è il più forte centravanti d’Europa (Pallone d’Oro 1988 e 1989) e del mondo.



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La rosa del Napoli vincitore del suo secondo titolo italiano


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