Serie A 1988-89 - Inter


Il Racconto


IL FILM: POTERE NERAZZURRO
L’allargamento della Serie A a 18 squadre e l’apertura al terzo straniero rendono effervescente il mercato: la Roma lo sbanca valutando 9 miliardi il giovane Rizzitelli del Cesena, cui vanno 5,7 miliardi in contanti più Domini e Agostini. Il Napoli si svena per tre mediani: Crippa dal Torino (7,6 miliardi), Fusi dalla Sampdoria (5,3) e Alemão dall’Atletico Madrid (4,6); l’Inter per il pari ruolo Berti della Fiorentina (7,2), per l’interno Matthäus del Bayern (5,6) e per il tornante Bianchi del Cesena (4,5). La Juventus, che rinuncia a Rush, stupisce tutti importando il primo giocatore dall’Urss: il fantasista Zavarov arriva dalla Dinamo Kiev per 7 miliardi, gli fa compagnia l’attaccante bonsai Rui Barros, dal Porto per 7,5; e non manca il mediano: Galia dal Verona per 4, mentre l’interno Marocchi giunge dal Bologna per 4,5 e il veterano Altobelli dall’Inter a costo zero. Il Milan sceglie un altro olandese come terzo straniero: Rijkaard, costato 5,8 miliardi. L’avvio del campionato è ritardato dalla concomitanza con le Olimpiadi di Seul, cui partecipa la Nazionale Olimpica, affidata a Francesco Rocca dopo il passaggio di Dino Zoff alla panchina della Juventus. Si parte dunque solo a ottobre inoltrato, con un calendario allungato fino a metà giugno dal maggior numero di partite. Ci si attende lo scontro epico tra Milan, Juve e Napoli e invece a sorpresa l’avvio del torneo sorride all’Inter del Trap, che scatta in fuga e dopo undici giornate ha già tre punti su Maradona e soci. Il 5 febbraio 1989 i nerazzurri sono campioni d’inverno con un turno di anticipo. La domenica successiva perdono a Firenze l’imbattibilità e il Napoli si fa sotto a un punto, ma è un fuoco di paglia, perché con otto vittorie consecutive i nerazzurri prendono nuovamente il largo, scavando tra sé e gli uomini di Bianchi una voragine che alla venticinquesima giornata è già di sette lunghezze. La vittoria nello scontro diretto del trentesimo turno porta il vantaggio a una quota abissale: l’Inter ha 9 punti sul Napoli e 14 sul Milan, il che significa scudetto vinto con quattro turni di anticipo. I nerazzurri chiuderanno con 11 lunghezze sugli azzurri e 12 sui “cugini”. In coda, Como e Pisa sono le prime a staccarsi. All’ultimo tuffo si aggiungono nella caduta in B il Pescara e l’insospettabile Torino. Per l’assegnazione del settimo posto, valevole per l’ammissione alla Coppa Uefa, la Fiorentina batte allo spareggio la Roma per 1-0 con gol dell’ex Roberto Pruzzo.

I CAMPIONI: STURMTRAPPEN
L’Inter che torna allo scudetto ha cominciato per contrappasso a nascere il 24 aprile 1988, la domenica in cui nel derby il Milan rampante di Arrigo Sacchi fece a fette i nerazzurri ben oltre il 2-0 finale. Quel giorno, mentre legioni di tifosi nerazzurri sciamavano verso casa con l’animo in rotta, Giovanni Trapattoni decise di dire basta: basta alle mollezze della squadra in cui il dualismo tra i fini dicitori Matteoli e Scifo aveva portato a una invincibile impotenza agonistica. In un summit col presidente Pellegrini si puntò il timone su un mercato “pesante”, nel senso non solo del denaro, ma anche delle caratteristiche fisiche del rinnovamento nerazzurro. L’estate, dismesso Scifo e pure l’ormai logoro Altobelli, ha dunque portato, in cambio di oltre 20 miliardi di spesa, il calcestruzzo di due tedeschi, Brehme e Matthäus, la spinta di due giovani puledri, Berti e Bianchi, e un attaccante di fama mondiale, l’algerino Rabah Madjer, che ha vinto col Porto titolo nazionale e Coppa dei Campioni. Soprannominato “il tacco di Allah” per la raffinata grana tecnica, quest’ultimo soffriva però ancora dei postumi di un infortunio a una coscia. Dopo settimane di tira e molla, i medici non hanno fugato tutte le perplessità e il grande acquisto è stato ripudiato. Fuori tempo massimo, si è deciso di rimediare offrendo una nuova chance a Ramon Diaz, ormai decaduto a talento sprecato nella Fiorentina. In rotta col club viola, l’argentino ha accettato con entusiasmo ma tra le mille perplessità dei commentatori. Così, quando i primi assaggi di stagione della nuova Inter sono franati in un rodaggio complicato – eliminazione immediata dalla Coppa Italia – è sembrato che un nuovo epocale fallimento fosse alle viste. Invece, mancava solo l’ultimo tassello: la regia di qualità di Matteoli tra i tanti cingoli agonistici. A quel punto il diesel si è scaldato e ha cominciato a macinare record. La difesa vanta i nazionali Zenga in porta, Bergomi e Ferri marcatori, più l’eclettico Mandorlini inventato libero (dopo la vana caccia a Cravero) e il mediano Brehme trasformato nel miglior terzino sinistro del campionato; il centrocampo, diretto dal raffinato Matteoli, è spinto dal poderoso propulsore Matthäus e dalle incursioni del cavallone Berti e dell’agile Bianchi sulla fascia destra; in attacco i guizzi di Diaz aprono spazi al panzer Serena. «L’Inter fa sembrare tutti gli altri ridicoli, in realtà va troppo forte: noi andiamo normalmente» commenta uno sconsolato Dossena, nazionale della Sampdoria. Alla fine il tredicesimo scudetto della storia nerazzurra è un’orgia di record per i campionati a 18 squadre, tra cui il massimo dei punti in classifica (58), massimo di vittorie complessive (26) e con 7 la miglior media inglese (speciale classifica che, in onore della media ideale per vincere un torneo studiata dagli inglesi nel 1930, assegna 1 punto per la vittoria esterna e ne toglie 1 per sconfitta esterna e pareggio in casa, 2 per la sconfitta in casa).

I RIVALI: IL CETO MEDIANO
Il nuovo Napoli pare costruito apposta per rendere dura la vita all’Inter. Anche dalle parti del Vesuvio, infatti, in estate si punta a una squadra atleticamente forte, forse per reggere i ritmi di un campionato con quattro giornate in più. Così ecco una costosissima infornata di mediani: Crippa, Fusi e Alemão, per scongiurare il rischio di una nuova flessione a primavera, oltre a un nuovo portiere, l’ex veronese Giuliani (2,4 miliardi) e un altro solido marcatore, l’ex torinista Corradini (2,1). I guai cominciano in estate, con una lunga diatriba a distanza tra il ribelle Maradona e il presidente Ferlaino, poi risolta con un paziente lavoro diplomatico dal direttore generale Luciano Moggi nel ritiro di Lodrone. Dopo un breve rodaggio, il tecnico si convince a recuperare come titolare Carnevale, schierando un trio offensivo formidabile con Diego e Careca, ma quasi contemporaneamente perde Alemão, vittima di una epatite che lo toglie di mezzo per oltre quattro mesi. Il suo Napoli schiera davanti al nuovo portiere Giuliani i marcatori Ferrara e Corradini, con Francini terzino sinistro, protetti dal libero Renica; a centrocampo la diga formata da De Napoli, Fusi e Crippa consente a Maradona di sbizzarrirsi nei duetti col dirompente Careca e nell’aprire spazi all’efficace Carnevale. Diego vive una stagione punteggiata di intemperanze verbali, ma quasi sempre di altissimo livello in campo, mentre l’asso brasiliano, ormai ambientato, esibisce forza fisica da panzer al servizio di un dribbling bruciante e di un tiro micidiale. Il Napoli vola in Europa in Coppa Uefa e tallona la super Inter fino a tutto il girone d’andata, poi a fine aprile il crollo casalingo con la Juventus minaccia una nuova crisi di primavera e la squadra, visto l’andamento del rullo compressore Inter, si concentra sul fronte europeo. Tornato in squadra, Alemão si rivela un eccellente rinforzo e il secondo posto finale in campionato a 11 punti di distacco (con tanto di fischi inediti del San Paolo a Maradona il 18 maggio contro il Pisa) viene largamente compensato dalla prima “vera” conquista europea: dopo una lontana Coppa delle Alpi (1966), il Napoli mette in bacheca la Coppa Uefa, salvando alla grande una stagione ricca di spigoli.

IL TOP: LOTHAR DI CLASSE
Lothar Matthäus non è probabilmente il più continuo dei giocatori dell’Inter campione – per dire, Brehme sfodera subito una costanza di rendimento impressionante – nella sua stagione di rodaggio nel calcio italiano. Non c’è dubbio però che sia lui l’emblema della nuova squadra “alla tedesca” voluta dal Trap, una sorta di panzer division di cui il suo fisico compatto e financo il suono del suo nome e cognome rappresentano l’elemento trainante. In fondo, il suo costoso innesto puntava proprio a inserire nel cuore del gioco un concentrato di forza, spinta e agonismo capace di cambiare l’identità della squadra. Matthäus è nato in Baviera, a Erlangen, il 21 marzo 1961 e a nove anni era già nei pulcini dell’Herzogenaurach, espressione della Puma, azienda in cui lavorava il padre. Giocava centravanti e in questa veste a 18 anni passò al Borussia Mönchengladbach, il cui allenatore, Jupp Heynckes, lo fece arretrare a mezzala e lo promosse titolare. A 19 anni Lothar era già in Nazionale, agli Euro pei in Italia, ma il meglio doveva ancora venire. Perché, affinandosi nel corso degli anni, il faticatore un po’ grezzo divenne via via un formidabile propulsore con uno spiccato senso del gol. Nel 1984 passava al Bayern e all’incasso: tre titoli nazionali e una Coppa di Germania. Nonostante due gravi infortuni nell’ultima stagione, arriva all’Inter tirato a lucido. Il Trap vorrebbe farne il fulcro della manovra, ma il ragazzo deve ancora ambientarsi e così, quando nel meccanismo viene inserito il fosforo di Matteoli, Lothar ha l’intelligenza di diventare suo gregario di lusso, inserendosi come un poderoso pistone in quel motore che va agli altissimi regimi. Realizza nove reti da cuore pulsante della squadra, il suo tremendismo da leader è indispensabile per mantenere forsennati i ritmi del contropiede trapattoniano, le sue incursioni devastanti sono decisive nel tagliare a fette le difese avversarie e trascinare i compagni sempre oltre nuovi ostacoli. Non c’è dubbio: l’Inter “tedesca” ha scolpiti sul volto i suoi lineamenti di “duro” gentile.

IL FLOP: DURO L’EX
La Roma punta allo scudetto e Viola non bada a spese pur di garantire a Liedholm i rinforzi in attacco necessari per colmare il “gap” con le prime: oltre a svenarsi per Rizzitelli, il più promettente attaccante italiano, dopo aver mancato l’obiettivo principale, l’ala argentina Caniggia, spende 2,8 miliardi per Renato, il miglior attaccante del Brasile secondo una forte corrente di pensiero. Per il saggio svedese tuttavia il problema si sposta così sugli equilibri tattici, poiché il tridente d’attacco sulla carta è molto allettante (i due “nuovi” ai lati di Völler, rivitalizzato dall’Europeo), ma con un regista offensivo come Giannini coprire adeguatamente il portiere Tancredi diventa problematico. Puntualmente, l’avvio di stagione conferma le perplessità: nelle amichevoli d’agosto e in Coppa Italia Liddas prova il trio e lo boccia. La sollecita eliminazione nel secondo turno di Coppa Italia (per mano di Pisa e Ancona) fa scattare la contestazione. Il tecnico per correre ai ripari chiede al suo presidente semplicemente… un “nuovo Falcão” e dal Brasile, alla vigilia del debutto in Coppa Uefa col Norimberga, arriva il trentenne Andrade, subito coinvolto in una sconfitta casalinga. Il passaggio del turno viene poi salvato, ma la stagione appare già compromessa, mentre infuriano contestazioni e polemiche. Renato, arrivato a Trigoria in elicottero, alle prime prove conferma una dirompente abilità nell’uno contro uno, poi si infortuna e in breve viene fagocitato dalla dolce vita romana, nella quale profonde un impegno generoso, che lo trasformerà in oggetto misterioso in campo. Rizzitelli, impiegato a singhiozzo, non esprime una personalità da campione, Andrade risulta talmente lento che i suoi innegabili piedi buoni sembrano usciti da una cronaca del calcio di mezzo secolo prima. In difesa, dopo aver provato il giovane Peruzzi in porta, il tecnico svedese rilancia Tancredi e una linea a quattro formata da Tempestilli, Oddi, Collovati e Nela; a centrocampo, bocciato Andrade, sceglie il quartetto Desideri-Manfredonia-Giannini-Massaro (arrivato a settembre in prestito dal Milan) alle spalle del duo Renato-Völler. A febbraio l’andamento negativo consiglia a Viola la cacciata di Liedholm, sostituito (dopo il rifiuto di De Sisti) da Spinosi, che ottiene una deroga federale alla mancanza di patentino solo per un mese. Un mese talmente disastroso da indurre al richiamo di Liedholm, che riesce almeno a sventare il rischio-retrocessione. L’ultimo obiettivo a crollare è il settimo posto in campionato che vale la qualificazione-Uefa: perduto per un gol di Pruzzo, l’unico che il grande ex segna con la maglia viola, nello spareggio di fine giugno.

IL GIALLO: DIEGO L’ANGOLO
Perché Diego Maradona non è più felice a Napoli? La domanda comincia a serpeggiare nel pieno dell’estate, quando la squadra azzurra si raduna per la nuova stagione, con l’obiettivo di far dimenticare il burrascoso finale dell’ultima. Mancano i quattro capri espiatori, partiti per altri lidi, ma manca anche lui, l’ex pibe de oro, tornato in Italia il 20 luglio dopo una lunga vacanza e chiusosi per una decina di giorni in una clinica di Merano specializzata nel rimettere in forma i pazienti. Da qui spara a zero su Ferlaino, pretendendo spiegazioni per la conferma di Ottavio Bianchi dopo che tutti i giocatori – non solo i quattro puniti – si erano ribellati. Dopo una decina di giorni di fitto lavoro diplomatico, il 31 luglio Diego, multato di 10 milioni dalla società, accetta di recarsi in ritiro a Lodrone, vicino a Madonna di Campiglio, e stringere la mano a Bianchi. Più che una “pace” sembra una tregua e la stagione lo dimostrerà. A suon di continue polemiche. Sempre decisivo in campo ancorché frenato da persistenti dolori alla schiena, a gennaio l’asso argentino in due interviste (al tedesco Sport Bild e all’argentino Clarin) conferma la propria idiosincrasia al tecnico invitando indirettamente il presidente Ferlaino a cedere il proprio contratto, valido fino al 1993. A maggio, a pochi giorni dalla finale di Coppa Uefa che vale una stagione, cala il carico da undici: «Il prossimo anno torno in Argentina, torno a giocare nel Boca Juniors, l’ho già detto a Ferlaino». Nel momento del trionfo, col trofeo in mano, si avvicina a Ferlaino e gli sussurra due parole all’orecchio. I “maradonologi” più accreditati non hanno dubbi: lo ha invitato a mantenere la promessa e lasciarlo partire. Qual è il problema? Il giocatore sta affrontando una causa giudiziaria per paternità, intentatagli da una ragazza madre, Cristiana Sinagra, la quale vincerà obbligandolo a riconoscere un figlio nato fuori del matrimonio. Ma c’è dell’altro, che emergerà solo col tempo: il grande campione è preda di un vizio, la cocaina, destinato a guastare il tramonto della sua carriera, e comprende di non potere ancora a lungo corrispondere alle attese dei tifosi che lo idolatrano.

LA RIVELAZIONE: DOPO LE CADUTE
Per avere Roberto Baggio, diciottenne attaccante di C1, la Fiorentina nella primavera del 1985 versò al Vicenza 2 miliardi e 800 milioni. Due giorni dopo, il 5 maggio, nel corso della partita di campionato casalinga col Rimini, il ragazzino si fracassava il ginocchio destro (rottura del legamento crociato anteriore, della capsula, del menisco e del legamento collaterale). Operato da Gilles Bousquet, genio dell’ortopedia, a Saint Etienne, ha passato due anni terribili, tra dolori atroci, ricadute, nuovi interventi chirurgici, a lungo chiedendosi se mai sarebbe uscito dal tunnel. Il suo procuratore Antonio Caliendo è arrivato a pagare di persona una operazione, credendo ciecamente nel suo recupero; poi finalmente un programma specifico di potenziamento dei muscoli della gamba studiato dai due “maghi” dell’atletica leggera Carlo Vittori ed Elio Locatelli ha risolto i problemi di stabilità dell’articolazione, consentendo al ragazzo di tornare in campo con continuità; questa sua seconda stagione da titolare lo vede finalmente al proscenio in grado di sgranare il rosario della sua arte raffinata. Dotato di tocco di velluto e di palleggio ubriacante, il suo tiro si rivela micidiale, anche nei calci da fermo (non per niente ha sempre avuto come idolo Zico). Capocannoniere di Coppa Italia con 9 reti, già a novembre Vicini lo fa debuttare in Nazionale a Roma contro l’Olanda, anche se non dà poi continuità all’esperimento per le perplessità legate al ruolo: trequartista o attaccante puro? Fatto sta che in campionato Baggio segna 16 reti e a questo punto è ormai chiaro che il calcio italiano ha trovato un nuovo campione.

LA SARACINESCA: BABY BOOM
Gianluca Pagliuca deve la sua precoce affermazione nel grande calcio ad Antonio Soncini, suo allenatore nelle giovanili del Bologna. Il ragazzo, nato il 18 dicembre 1966 nel capoluogo emiliano, era entrato nel club rossoblù a 15 anni ed era arrivato fino alla Primavera, faceva il benzinaio e poi correva ad allenarsi, ma non era molto considerato: era grande e grosso e l’allenatore Giuseppe Vavassori gli imponeva cure dimagranti. Antonio Soncini, trasferitosi a dirigere il settore giovanile della Sampdoria, lo reputava invece un campioncino in pectore. Alla vigilia del “Viareggio” 1986 ai blucerchiati mancava un portiere e così Soncini lo chiese in prestito al Bologna. Pagliuca fece un figurone, fu votato come il miglior estremo difensore della manifestazione, ma soprattutto giocò così bene la finale (persa) con l’Inter da impressionare il presidente Paolo Mantovani, presente in tribuna, che subito ordinò al diesse Borea di fare un’offerta per quel ragazzo così bravo. Il Bologna non fece una piega, accettò con entusiasmo la bella cifra messa sul piatto (300 milioni) e lasciò andare il ragazzone a Genova. Due stagioni dietro le quinte a scaldare i ferri sotto la guida sapiente di “Pierone” Battara, poi ecco la grande occasione: Boskov gli offre la doppia finale di Coppa Italia; non se ne pente. Così in questa stagione il tecnico decide che “Pagliuchi” (come lo chiama) è pronto per il gran salto e gli affida la maglia da titolare, infischiandosene dell’età. La risposta è abbagliante: colpo d’occhio e reattività da campione, il baby vola da un palo all’altro con sicurezza disarmante e a 22 anni conquista tutti grazie alla personalità e pure a un piede sinistro di buona qualità che gli consentirà di assorbire meglio di tanti colleghi la grande riforma del ruolo decisa dopo il 1990. Alla Samp rampante il campionato non ha riservato solo delusioni, ma anche la felice scoperta di un nuovo giovane gioiello per riprendere la scalata ai vertici.

IL SUPERBOMBER: BRIVIDO ALDO
Aldo Serena ha ormai una solida fama di giramondo. Otto trasferimenti nelle prime otto stagioni di calcio, dovuti soprattutto alle due “anime” in qualche modo contrastanti della sua figura tecnica: un colpo di testa micidiale, che ne fa un attaccante comunque temibile, e piedi non proprio eleganti. Nato a Montebelluna, nel trevigiano, il 25 giugno 1960, ha fatto in fretta a farsi notare: a 17 anni già era titolare nella squadra della sua città, e realizzava 9 reti, tante anche in Serie D. L’Inter lo acquistava e lo faceva esordire in Serie A per poi farlo partire per il suo primo giro del mondo: al Como in B (appena 2 gol) e al Bari, ancora tra i cadetti, dove le 10 reti segnate gli valevano il ritorno alla casa madre e il lancio come riserva di Altobelli, ma i soli due gol finali gli procuravano un nuovo bagno in cadetteria, questa volta nelle file dei cugini rossoneri. La promozione valeva una nuova chance, questa volta da titolare in coppia con Altobelli. L’arrivo di Rummenigge ne consigliava una nuova trasferta, questa volta al Torino, e a fine stagione – estate 1985 – finalmente il cordone ombelicale si scioglieva, col passaggio miliardario alla Juventus, che ne faceva anche il primo giocatore ad avere indossato le maglie di tutte e quattro le squadre di Milano e Torino. 21 gol in due campionati, uno scudetto e una Coppa Intercontinentale inducevano l’Inter a riprenderlo (scucendo 3 miliardi e mezzo) per ricostituire la premiata coppia con Altobelli. Il campionato negativo trascinava anche il ragazzo di Montebelluna, che chiudeva con appena 6 reti. Sembrava proprio che l’aria nerazzurra non gli giovasse. Poi, il Trap ha cambiato registro, ha costruito l’Inter cingolata e dopo il fiasco dell’operazione-Madjer ha scelto Diaz come partner offensivo. Il piccoletto tutto guizzi e invenzioni e il panzer di gran fisico: una coppia classica del grande calcio che puntualmente sbanca, mettendo a ferro e fuoco il campionato. Micidiale di testa, abile anche a farsi largo coi piedi dopo tanto rodaggio, Aldone Serena vive un torneo memorabile, segnando 22 reti e dominando la scena dei bomber. A 28 anni il giusto premio a una maturità costruita con la voglia di migliorarsi sempre e una professionalità esemplare. Con qualunque maglia.



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