Serie A 1987-88 - Milan


Il Racconto


IL FILM: SORPASSO DA GIGANTE
Dopo due anni di blocco si riaprono le frontiere e il mercato sprizza scintille. Oscar al Milan di Silvio Berlusconi, che per 11 miliardi si aggiudica Gullit del PSV Eindhoven e per soli 1,7 (di parametro) l’altro olandese Van Basten dell’Ajax, mentre ne versa 5,8 alla Roma per Ancelotti e 2 all’Udinese per Colombo. L’Inter risponde con Scifo, dall’Anderlecht per 7,5 miliardi. La Juventus si svena per il gallese Rush, pagandolo 7 miliardi al Liverpool, e vi aggiunge De Agostini dal Verona per 5,5, Alessio dall’Avellino per 5 e Tricella dal Verona per 4,5. Il Napoli acquista il brasiliano Careca dal San Paolo per 4 miliardi e Francini dal Torino per 5,9. La Roma prende Völler dal Werder Brema per 5,5 miliardi. La Federcalcio è ancora in fibrillazione: Carraro diventa ministro (del Turismo e Spettacolo) e lo sostituisce come commissario Andrea Manzella, poi a novembre viene eletto presidente Antonio Matarrese, già numero uno della Lega professionisti. L’avvio del campionato è nel segno del Napoli, che scatta ai blocchi di partenza e dopo cinque giornate ha già tre punti di vantaggio su Fiorentina, Roma e Sampdoria. Nonostante la pesante sconfitta sul campo del Milan (1-4) al tredicesimo turno, i campioni uscenti il 17 gennaio 1988 conquistano il titolo d’inverno con 3 lunghezze sui rossoneri e 5 su Roma e Sampdoria. Due domeniche dopo il vantaggio raddoppia e alla diciannovesima giornata sale a 5 punti. I giochi (del bis tricolore) sembrano fatti, ma il Milan rosicchia un punto e alla ventiseiesima giornata dimezza lo svantaggio approfittando della caduta del Napoli sul campo della Juventus. I rossoneri sono lanciati: vincono il derby e si portano a una sola lunghezza in vista dello scontro diretto del 1° maggio al San Paolo. Qui arriva il colpo di scena: i rossoneri vincono e sorpassano in classifica. Il finale a questo punto è scontato: il Milan il 15 maggio si aggiudica lo scudetto con 3 punti di vantaggio sul Napoli. In coda è l’Empoli (partito da meno 5) il primo a cedere, lo accompagna nella caduta in B all’ultimo turno l’Avellino, essendo ridotte a due le retrocessioni per l’allargamento a 18 squadre della Serie A. Nello spareggio per l’accesso alla Coppa Uefa è la Juventus, priva di Platini impegnato a Parigi nel passo d’addio, a prevalere sul Torino ai calci di rigore.

I CAMPIONI: RETTA D’ARRIGO
Questo scudetto del Milan ha un valore storico, perché costituisce lo spartiacque tra il calcio italiano “prima” e “dopo”. Ovviamente prima e dopo Arrigo Sacchi. Il grande protagonista è lui, per l’azzardo del presidente Silvio Berlusconi, innamoratosi del suo calcio in occasione dei tre incontri ravvicinati del Milan (due sconfitte e un pari) col Parma in Coppa Italia e convintosi del valore dell’uomo in una cena rivelatrice. L’ha preso e lo impone, in estate, allo scetticismo generale e poi, in autunno, alle prefiche impegnate a… negargli il panettone per Natale dopo l’eliminazione in Coppa Uefa contro l’Español. A imporsi alla fine è il tecnico di Fusignano (provincia di Ravenna), che in estate pretende tra i grandi acquisti (Gullit, Van Basten, Ancelotti, Colombo) anche tre “carneadi” del suo Parma – il centrocampista Bortolazzi (2 miliardi), cavallo di ritorno, e i terzini Mussi (1,7) e Bianchi (1) – e poi a Milanello mostra a Baresi e compagnia i movimenti della linea difensiva emiliana guidata da Signorini, tra le perplessità dell’uditorio. Lui che poi però lascia per strada i ragazzi del proprio passato e imposta una grande squadra: il ricostruito Giovanni Galli in porta, Tassotti e il baby Maldini mastini laterali abili anche ad avanzare, Filippo Galli stopper e il magnifico Baresi libero e leader, entrambi tendenzialmente in linea con gli altri due in uno schieramento a zona; Ancelotti centrale di centrocampo con ai lati due faticatori, Colombo ed Evani, e un trio offensivo composto dal rifinitore Donadoni, dal centravanti VanBasten, presto infortunato e sostituito dal collaudato Virdis, e dall’altro attaccante Gullit. Nella prima partita del 1988, il 4-1 al Napoli a San Siro convince i giocatori di essere sulla strada giusta e il resto lo fa la grinta con cui il gruppo, ormai su binari di gioco assimilati e collaudati, aggredisce a morsi la crisi di primavera dei partenopei, abbattuti a domicilio alla terzultima giornata e sorpassati con un finale di torneo mirabolante. Qui svetta il redivivo Van Basten, vittima di un avvio incerto di campionato e poi di una operazione alla caviglia destra che gli è costata sei mesi di assenza. Quanto valga lo confermerà agli Europei in Germania, nel sublime gol al volo decisivo per il successo in finale dell’Olanda.

I RIVALI: L’OSSO DEL CROLLO
Il Napoli ha le mani sul bis tricolore già a metà campionato. E pure a tre quarti di torneo, tanto tutti sono a quel punto lontani dall’immaginare che al cospetto della rincorsa apparentemente velleitaria del Milan la squadra di Ottavio Bianchi sia destinata a crollare di schianto nelle ultime giornate. Se ne parlerà molto, negli anni a venire. E se lì per lì nascerà il caso della “banda dei quattro” (che trattiamo a parte), più avanti sorgeranno voci (mai dimostrate) di una caduta pretesa dagli ambienti malavitosi cittadini, troppo esposti con le scommesse clandestine su una mancata conferma tricolore della squadra per concedere gli esborsi esorbitanti cui li avrebbe costretti un nuovo successo di Maradona & C. Di certo la faccenda ha connotati inspiegabili, se non nell’usura di un torneo guidato con grande sicurezza, ma da gennaio in poi con la consapevolezza di un avversario – il Milan – tosto, continuo e sempre più difficile da tenere a distanza. Vediamo allora di riavvolgere il nastro. In estate Bianchi imposta una squadra che ai formidabili undici titolari dell’anno prima aggiunge un grande centravanti, il ventisettenne brasiliano Careca, dribbling e fisico da urlo, un terzino sinistro sulla cresta dell’onda, il ventiquattrenne Francini, abile sia nella marcatura sia nelle digressioni offensive, e un tornanteinterno di qualità, il ventiseienne Paolo Miano (dall’Udinese in cambio di Caffarelli e 200 milioni). Davanti a Garella operano due spietate mignatte, il giovane Ferrara e l’esperto Ferrario, protetti dal libero Renica e completati dal lavoro sulla sinistra di Francini; a centrocampo, De Napoli è la diga frangiflutti davanti alla difesa, Romano il regista, Bagni l’uomo di spola; in avanti, il favoloso trio Ma.Gi.Ca.: Maradona, Giordano e Careca. L’eclettico Filardi e lo scalpitante Carnevale sono i primi rincalzi, mentre Miano, titolare in avvio, delude ed esce di scena. L’inizio-campionato è strepitoso, nonostante la sfortunata immediata eliminazione dalla Coppa dei Campioni. Dopo il necessario rodaggio, Francini e Careca danno nuovo impulso al gioco e la squadra diventa una potenza all’apparenza inarrestabile. Fino alla maledetta primavera: un punto nelle ultime cinque partite segna il crollo di tutte le certezze e il naufragio finale tra roventi polemiche.

IL TOP: GIANDUCA
Gianluca Vialli forma col coetaneo Roberto Mancini (entrambi classe 1964) la coppia dei gemelli di punta della lanciatissima Sampdoria, nuova grande del campionato. Nato a Cremona da famiglia agiata, dall’oratorio è passato ai “Giovanissimi” del Pizzighettone e poi a 14 anni nelle giovanili della Cremonese, con cui ha bruciato le tappe. Esordiente in prima squadra a 16 anni in Serie C1, l’anno dopo tra i cadetti conquista il posto da titolare e con 5 reti contribuisce alla sofferta salvezza. Alla guida della squadra è approdato dalle giovanili il suo estimatore Mondonico, che nel torneo successivo lo lancia in coppia con l’esperto Frutti, sfiorando la promozione, mancata solo agli spareggi e conquistata un anno più tardi, quando ormai Vialli è una stella della categoria: dribbling ubriacante, gran resistenza atletica, buon senso del gol e una presenza costante nel vivo del gioco. La Sampdoria di Mantovani, che va incettando giovani talenti per un progetto che la porterà ai vertici, lo agguanta per 2,2 miliardi e da lì comincia l’avventura. Bearzot lo porta in Messico come tornante di complemento, ma il ragazzo è una punta e in tale veste lo valorizza anche Vicini, prima nell’Under 21 e poi nella Nazionale maggiore. Provvisto di una inesauribile spinta che gli consente grandi exploit fisici anche nei finali di partita quando la maggioranza degli avversari boccheggia, si candida a essere il trascinatore della nuova Italia, anche se l’investitura a “nuovo Riva” si rivelerà nel tempo avventata.

IL FLOP: IN GINOCCHIO DA RE
Un destino comune lega tre degli stranieri più attesi della stagione. Ian Rush è uno straripante attaccante gallese che a 26 anni ha già all’attivo 140 gol nella massima serie nelle file del Liverpool. La Juventus ne fa il fulcro del proprio rilancio in grande stile ancora sotto la guida di Rino Marchesi. Il giocatore però non possiede mezzi tecnici raffinati e l’impossibilità di liberarsi in palleggio dalle ferree marcature del calcio italiano ne smonta in fretta le velleità, cui non giova peraltro la precarietà del gioco bianconero (la cui regia è passata da Platini, che ha detto addio all’agonismo, a Magrin). Il resto lo fa l’incapacità di adattarsi al nuovo Paese, alimentata dalla nostalgia per l’Inghilterra che si traduce nella refrattarietà alla nuova lingua. Alla fine, con appena 8 reti all’attivo, se ne torna all’amata Liverpool, dove tuttavia non ritroverà che in parte l’efficacia sotto rete del passato. Il ventitreenne argentino Claudio Daniel Borghi gli italiani lo hanno ammirato in tivù in occasione della finale Intercontinentale dell’8 dicembre 1985 a Tokyo, quando nelle file dell’Argentinos Juniors contro la Juventus si rivelò raffinato trequartista di gran qualità. Berlusconi lo ha acquistato per 3,5 miliardi e, in attesa dell’apertura al terzo straniero (che verrà ufficializzata a febbraio 1988), lo parcheggia al Como per farlo ambientare nel calcio italiano e accelerarne la maturazione. La dimensione provinciale della squadra, in lotta (impari) per la salvezza, non aiuta però il ragazzo, dal canto suo ben poco in sintonia con la grinta così spesso compagna dell’arte nei suoi connazionali. Il Como retrocede in B e Borghi con 7 presenze complessive, di cui solo 3 dall’inizio, lascia pesanti dubbi (eufemismo) sul proprio effettivo valore. Arrigo Sacchi gli preferirà per la prossima stagione un terzo olandese, Frank Rijkaard. E il resto (modestissimo) della carriera darà pienamente ragione alla scelta del tecnico rossonero. Vincenzino Scifo ha appena 21 anni, ma in Belgio è già un veterano: figlio di un minatore siciliano, Agostino, emigrato in Belgio, è nato a La Louviere ed è cresciuto nel vivaio dell’Anderlecht, che lo ha lanciato titolare a diciotto anni. Dotato di tocco di palla vellutato, visione di gioco e gran tiro a rete, avendo la doppia nazionalità ha invano atteso una telefonata dall’Italia per vestire l’azzurro; così quando il Belgio, in vista degli Europei 1984, gli fece l’offerta, lui accettò e della rassegna francese fu grande protagonista nella prima fase, in cui incantò come pilota della squadra di Guy Thys, facendo piovere critiche sulla sventatezza di Bearzot, lasciatosi sfuggire un talento sicuro. L’Inter si svena per lui e gli affida le chiavi del gioco, per vedersele restituire mestamente da un fragile esteta incapace di calarsi nella concretezza del calcio italiano. La fiducia di Trapattoni, tradotta in 28 presenze e 4 reti, non basta a farlo decollare e a fine stagione il presidente Pellegrini è costretto a prestarlo in Francia, al Bordeaux, nella speranza di vederlo rinascere.

IL GIALLO: LA BANDA DEI QUATTRO
Il mistero è come si possa gettare al vento un campionato praticamente già vinto in un mese di scellerato rendimento al ribasso. Un calo fisico, mentale, provocato da fattori ambientali? Di certo a far luce sul mistero del crollo del superNapoli nella primavera del 1988 contribuisce poco la vicenda che ne individua i capri espiatori. Succede l’11 maggio, tre giorni dopo la sconfitta di Firenze – la terza nelle ultime quattro gare – in cui il Napoli ha in pratica consegnato lo scudetto al Milan: vincendo, avrebbe infatti raggiunto i rossoneri di Sacchi, fermati sul pari in casa dalla Juventus, e riaperto i giochi. Quel giorno dunque Claudio Garella legge davanti ai cronisti un comunicato firmato da tutti i giocatori tranne Maradona, assente in quanto al largo nel Golfo a provare un nuovo motore fuori bordo. La prosa è imbarazzante quasi quanto il contenuto: «Premesso che siamo dei professionisti seri e che nessuno questo può negarlo, a seguito della situazione che si è venuta a creare, noi riteniamo giusto chiarire la nostra posizione. La squadra è sempre stata unita e l’unico problema è il rapporto mai esistito con l’allenatore, soprattutto nei momenti in cui la squadra aveva bisogno. Nonostante questo gravissimo problema la squadra ha risposto sul campo sempre con la massima professionalità. Di questo problema la società era stata preventivamente avvertita». Un attacco a Bianchi e ai suoi metodi, talmente confuso e sorprendente da provocare un polverone di polemiche, anche se non da parte del tecnico, che risponde con un enigmatico silenzio. Così, trascorse 48 ore, tocca a De Napoli leggere un nuovo comunicato: «Dopo una attenta e concorde riflessione ci siamo resi conto di aver espresso in maniera non chiara e in modi e tempi non giusti l’amarezza per gli ultimi risultati conseguiti in campionato. Di ciò chiediamo scusa alla società e ai tifosi». Il tentativo di riparare è troppo generico e inconsistente per far breccia. Così si muove Luciano Moggi, direttore tecnico del club, che individua i capi della rivolta in quattro giocatori: Garella, Ferrario, Bagni e Giordano. Una vera e propria “banda dei quattro” di cinese memoria (così passò alla storia il gruppo responsabile di un decennio di terrore ai tempi di Mao), che il tecnico provvede a escludere dall’ultima partita, peraltro senza fortuna, rimediandovi una sconfitta interna con la Sampdoria. A fine campionato i quattro finiscono sul mercato e tutti i commentatori danno per scontato anche l’addio del tecnico, che invece firma il 22 maggio il rinnovo contrattuale per altre due stagioni. Intanto Il Mattino, quotidiano di Napoli, ha rivelato che gli allibratori clandestini già quattro mesi prima avevano “previsto” il calo del Napoli, accettando forti scommesse sulla mancata conquista dello scudetto. E a quel punto le voci su ciò che possa essere realmente accaduto si moltiplicano e si accavallano.

LA RIVELAZIONE: TRECCE HOMO
Ruud Gullit non può essere una sorpresa, soprattutto per chi ne aveva seguito le straripanti esibizioni nel PSV Eindhoven (46 reti in due campionati). Eppure nemmeno il più ottimista poteva prevedere un impatto così devastante e decisivo alla prima esperienza nel nostro campionato. Nato il 1° settembre 1962 ad Amsterdam da George, ex terzino sinistro della Nazionale del Suriname (l’ex Guyana olandese) emigrato in Olanda come insegnante, ha giocato in club dilettantistici della capitale (Meerboys e poi DWS) ed è stato bocciato a un provino dell’Ajax da Leo Beenhakker; poi, sempre ad Amsterdam, ha firmato il primo contratto da professionista con l’Haarlem, con cui ha esordito nella massima serie a 17 anni, entrando subito nel gruppo dei titolari come libero o regista arretrato, in un calcio peraltro già sganciato dai ruoli fissi. Retrocesso nella serie inferiore, è risalito tra i grandi e come attaccante ha segnato l’anno dopo 14 reti, guadagnando le attenzioni del Feyenoord, che lo ha ingaggiato nel 1982. Diventato attaccante a tempo pieno, nel 1983 rifiutava l’offerta della Juventus, intenzionata a “parcheggiarlo” all’Atalanta, e l’anno dopo conquistava titolo nazionale e Coppa. Dopo un’altra stagione nel club di Rotterdam contrassegnata da problemi fisici, passava al PSV, con cui ha vinto a suon di gol altri due campionati. In Italia si presenta come personaggio originale – le trecce “rasta”, le dichiarazioni anticonformiste – ma subito prevale il campione. Fisico da superman (1,86 per 84 chili), ondeggia col suo palleggio ubriacante da attaccante a tutto campo e subito diviene il trascinatore della squadra, inarrestabile nelle progressioni e nel colpo di testa, un formidabile rompighiaccio che conquista il Pallone d’Oro e mette una firma fondamentale sotto lo scudetto rossonero.

LA SARACINESCA: L’UNIVERSITARIO
La carriera di Giovanni Galli sembrava sprofondata all’improvviso il 5 giugno 1986 allo stadio Cuauhtemoc di Puebla, quando, poco dopo la mezz’ora, Diego Maradona lo aveva beffato pareggiando la rete di Altobelli e in qualche modo avviando il fiasco del terzo Mondiale di Bearzot. Come ha poi confessato, quel gol lo ha perseguitato a lungo, togliendogli sicurezza. In realtà, anche se tutti lo giudicarono colpevole, forse il portiere azzurro non avrebbe potuto comunque neutralizzare la prodezza liftata del fuoriclasse che poi avrebbe vinto la competizione quasi da solo: «Maradona » provò a difendersi «è riuscito, dopo uno scambio con Valdano, ad anticipare Scirea e a presentarsi davanti a me a cinque metri di distanza. Mi ha guardato, mi sono fermato e ho creduto che tirasse forte. Invece ha scelto la soluzione più imprevista, una carezza che si può dare solo con una mano. Insomma, un colpo di magia. Magari avrei anche potuto intervenire, ma mi ha battuto sul tempo». Poi, a mente fredda, ha riflettuto: «Se mi ricapitasse, cercherei di evitare quello che secondo me è stato il mio vero errore di Puebla: pensare di essere di fronte a un giocatore “normale”. Diego invece è un fuoriclasse unico e come tale si comportò, beffandomi con una “carezza” alla quale non ero probabilmente preparato (avevo giù puntellato le gambe per oppormi alla cannonata sul primo palo). La realtà è che Maradona quando è davanti a un portiere può tentare e fare di tutto: anche un… tunnel». Seppellito di critiche ben oltre i demeriti, ha dovuto ripartire da zero. Anzi, dall’… università, come confesserà un giorno, perché dopo la scuola con la Fiorentina, l’impatto al Milan con Arrigo Sacchi nell’estate 1987 gli fa svoltare la carriera. Il tecnico vuole conoscerlo come uomo prima che come giocatore, gli concede piena fiducia e con il suo modo rivoluzionario di fare calcio lo conquista a una nuova causa, invogliandolo a migliorarsi e, con la difesa a zona, a improvvisarsi pure libero d’emergenza nei casi in cui la tattica del fuorigioco lasci sfuggire un avversario davanti a lui. Il secondo campionato in rossonero è da “marziano”: subisce appena 14 gol in 30 partite, gli unici ad avvicinarglisi sono l’ex rivale Tancredi (26) e superGarella (27), tutti lontani dall’aura di imbattibilità di un portiere tornato a vertici assoluti.

IL SUPERBOMBER: IL GENIO DEL GOL
Diego Maradona vince per la prima volta la classifica cannonieri, a conferma di un talento assoluto, visto che gioca da trequartista a supporto di due attaccanti puri, Giordano e Careca. Il trio produce meraviglie di gioco e gol, trascinando il Napoli forse più forte di tutti i tempi verso la conquista del secondo scudetto consecutivo, sogno che si interrompe bruscamente a pochi passi dal traguardo. Diego ha ventisette anni, vive il pieno di una maturità agonistica che ha raggiunto l’apice al Mondiale 1986 in Messico e non accenna ancora a incrinarsi. La potenza atletica delle poderose fasce muscolari asseconda appieno i giochi di prestigio del suo sinistro, l’istinto tattico lo porta invariabilmente a scelte decisive per le sorti della squadra. In mezzo ad altri due maestri nel palleggio stretto come i suoi compagni d’attacco, si diverte a comparire e poi scomparire nel pieno dell’area di rigore e a colpire con inesorabile efficacia. Segna 15 reti in 28 partite, precedendo in graduatoria Careca (che rispetto a lui non batte i rigori) e al momento giusto si defila anche dalla “ribellione” antiBianchi con cui la squadra tenta di giustificare il proprio crollo. Un Maradona sicuro dei propri mezzi, non ancora limitato dai dolori alla schiena e dalla pressione della dipendenza che di qui a qualche tempo ne chiuderanno in anticipo l’avventura italiana e la parte migliore della carriera.



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Il Milan al suo undicesimo titolo


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