Serie A 1985-86 - Juventus


Il Racconto


IL FILM DURA LECCE
Mercato pirotecnico: la Juve si libera di tre “big” epocali e tutta la Serie A che conta si muove. Paolo Rossi va al Milan del suo mentore Farina per 5,3 miliardi, Boniek alla Roma per 3 e Tardelli all’Inter valutato 3,2, nel giro che, con l’aggiunta di 2,8 in contanti, porta Serena alla Juventus. Quest’ultimo, tornato in nerazzurro dal prestito al Torino, dopo qualche polemica accetta il trasferimento in bianconero con una valutazione di 6 miliardi. L’Inter prende dal Verona tricolore due assi: Fanna per 5,2 miliardi, e Marangon per 3. I gialloblù ne reinvestono 4,8 per Vignola, ancora dalla Juventus. La Fiorentina per 2,8 si è aggiudicata già a primavera il diciottenne Roberto Baggio del Vicenza (C1), subito vittima di un gravissimo infortunio. Italo Allodi porta al Napoli per 11 miliardi il portiere Garella (Verona), il terzino Filardi (Varese), il libero Renica (Sampdoria) il regista Pecci (Fiorentina) e il centravanti Giordano (Lazio). Il sorteggio arbitrale viene subito abbandonato e si tenta di ovviare alle topiche dei guardalinee impegnando a rotazione quaranta arbitri (tutti tranne i sette internazionali) come giudici di linea in casi e partite particolari. Neanche il tempo di chiedersi come farà il Trap a rifondare la squadra e la Juve già impazza con otto vittorie iniziali consecutive. Quando il Napoli di Maradona ne interrompe la serie, la Signora ha già un vantaggio di tre punti sul Milan. La marcia riprende la domenica dopo, gli avversari si sgranano e l’8 dicembre, con due turni di anticipo, i bianconeri sono campioni d’inverno davanti a Napoli e Inter. Nel nuovo anno, mentre la Juve continua a macinare risultati nonostante le voci che danno Trapattoni in partenza dopo dieci anni, comincia a risalire la Roma di Eriksson: con sei vittorie consecutive dalla sedicesima giornata alla ventunesima si porta al secondo posto, a 4 punti dai bianconeri. Il 20 febbraio 1986 si risolve la drammatica crisi del Milan, squassato dai debiti, che viene acquistato da Silvio Berlusconi, quarantanovenne imprenditore milanese. Il primo marzo, all’apertura ufficiale del calciomercato (anticipato causa Mondiale), Giovanni Trapattoni annuncia il proprio approdo all’Inter per la stagione successiva. Il 16 marzo la Roma travolge la Signora nello scontro diretto, portandosi a 3 lunghezze. La sfida è lanciata. Il 13 aprile i giallorossi agganciano i rivali in testa alla classifica. Il 20 aprile la Roma perde in casa col fanalino di coda Lecce, mentre la Juve batte il Milan e all’ultimo turno, vincendo proprio a Lecce, è campione d’Italia con 4 punti di vantaggio sui giallorossi. In coda, ai pugliesi, staccati da tempo, si uniscono nella caduta in B il Bari e il Pisa, condannato sul filo di lana in casa dalla Fiorentina.

I CAMPIONI L’ULTIMO TRAP
La Juventus che non ti aspetti. Boniperti al mercato volta pagina, eliminando all’indomani dell’Heysel tre “mostri sacri” – Tardelli, Boniek e Rossi – di un ciclo considerato concluso. Sulle prime il disegno tattico appare un enigma: la Juve si accapiglia col Toro e riesce a soffiare tramite l’Inter ai cugini la “torre” Serena; col giovane calabrese Mauro recupera il tornante, sparito dai tempi di Causio prima e Marocchino e Fanna poi; aggiunge in avanti i ricami del danese Michael Laudrup, in vistoso declino nella Lazio, e chiude col mediano Manfredonia, una specie di duplicato di Bonini. Mentre i commentatori più benevoli preconizzano un laborioso assemblaggio per una stagione interlocutoria, il Trap sprizza entusiasmo e quando si comincia a fare sul serio travolge ogni perplessità con spettacolari dimostrazioni di gioco. È una Juve animata da uno spirito offensivo che induce Platini ad arretrare, calandosi nella buca del suggeritore per impartire fiabesche lezioni di calcio. La difesa è bloccata sui soliti satanassi: davanti al sempre più sicuro portiere Tacconi, due arcigni marcatori, il ferrigno Favero e il torreggiante Brio, protetti dalla classe di Scirea; a sinistra, Cabrini ha licenza di partire in avanscoperta, ma senza esagerare. Il cuore pulsante della manovra è in un trio fantastico: Bonini e Manfredonia fanno diga davanti alla terza linea, coprendo le spalle al genio di Platini, libero di inventare per l’attacco traccianti di chirurgica precisione. Sulle sue invenzioni partono i veltri delle corsie esterne: a destra Mauro, raffinato e sornione, capace di improvvise accelerazioni; a sinistra Laudrup, rinato in una dimensione di vertice a una fantasmagoria di scatti, dribbling e tiri da grande attaccante esterno. Al centro, eccellente pivot e bocca da fuoco, Aldo Serena, che alla conosciuta abilità aerea aggiunge inattesi miglioramenti nel gioco a terra, tiro a rete compreso. È l’ennesima Juve diversa di Trapattoni. Una Juve lontana dai calcoli e dalla prudenza che fa terra bruciata in campionato e a dicembre, con lo scudetto già virtualmente in tasca, va a vincere a Tokyo la sua prima Coppa Intercontinentale. Lì probabilmente si spegne la sua fame, il resto è gestione del primato, appena disturbata dalla progressione in rimonta della Roma, e forse non è un caso che proprio a gennaio si prepari e consumi il grande addio di Trapattoni, affascinato dall’idea di nuove sfide. L’annuncio trapela anzitempo e diventa di dominio pubblico in concomitanza col risalire impetuoso della “Magica” giallorossa e ingrati fischi e velenosi commenti schiaffeggiano il tecnico più vincente d’Italia. La squadra non lo abbandona e si risveglia nel momento del riaggancio romanista a due turni dal termine. All’indomani dello scudetto numero 22, sesto personale, dopo aver infranto in un decennio anche i tabù internazionali della Signora, Giovanni Trapattoni scende dal carro del vincitore nella più anticonformistica delle scelte.

I RIVALI “MAGICA” ILLUSIONE
Anche la Roma volta pagina: l’addio di Falcão chiude il ciclo che ha portato lo scudetto e mancato la Coppa dei Campioni; Eriksson, convinto di avere fallito all’esordio causa scorie della vecchia “ragnatela”, è deciso a costruire una squadra nuova, veloce e aggressiva. Al mercato Viola lo accontenta col costoso “bello di notte” Boniek, dalla Juve, e col mediano Gerolin, dall’Udinese in cambio di Chierico. Cerezo, dato per partente all’Avellino, finisce col restare. La nuova Roma esordisce bene, poi cede terreno e viene oscurata dal “caso Vautrot”: il 27 novembre 1985 il presidente Viola viene accusato di aver tentato di corrompere l’arbitro francese per la partita col Dundee di semifinale di Coppacampioni del 25 aprile 1984, versando 100 milioni di lire tramite due intermediari, il direttore sportivo del Genoa, Spartaco Landini, e l’ex giocatore Giampaolo Cominato. La faccenda era stata rivelata qualche mese più tardi dallo stesso Viola all’arbitro Paolo Bergamo, il quale l’ha “girata” al presidente dei fischietti, Giulio Campanati, nel settembre 1985, ritenendo ormai intervenuta la prescrizione. Considerando invece il colloquio Viola-Bergamo ultimo atto dell’illecito, il procuratore Corrado De Biase ha riaperto la faccenda avviando le indagini. Dopo settimane di polemiche, il 24 gennaio 1986 la Corte federale respinge la tesi di De Biase, assolvendo per prescrizione tutti i coinvolti. Intanto, a poco a poco, Eriksson ha rimodellato l’undici titolare e la sua nuova Roma (un 4-4-2 con Tancredi in porta, Oddi, Bonetti, Righetti e Nela nella linea difensiva a zona, Boniek, Cerezo o Giannini, Ancelotti e Gerolin a centrocampo e Bruno Conti e Pruzzo in attacco) ha preso a risalire la classifica. Una Roma strepitosa, ribattezzata “Magica” dai tifosi, che il 16 marzo travolge 3-0 la Juve e riapre la corsa-scudetto. Il 13 aprile la splendida vittoria di Pisa regala l’aggancio in vetta. Mancano due giornate, col calendario a favore. Invece. Invece la domenica successiva, in casa col già retrocesso Lecce, in un clima di precoce euforia la Roma passa in vantaggio con Graziani e poi si adagia in una melina incoraggiata dal contemporaneo pari che la Juve va maturando col Milan; il Lecce allora reagisce, pareggia, raddoppia su rigore e triplica. Finisce 2-3, mentre i bianconeri hanno battuto i rossoneri riportandosi in testa. La “Magica” finisce seconda a quattro punti dalla Juventus e la successiva conquista della Coppa Italia lenirà solo in minima parte la delusione.

IL TOP ASSO DURO
Daniel Passarella, fisico piccolo e compatto da torello, in campo digrigna i denti: lo sguardo torvo, il tackle duro sempre in canna, i modi spicci di chi non vede di buon occhio la velleità avversaria di violare la porta, non ama accarezzare il pallone ma casomai schiaffeggiarlo, trattandolo con morbida durezza, quasi a prevenirne la tentazione di prendersi confidenze. Da buon professionista, sa che anche la sfera può rivelarsi traditrice e dunque è meglio evitare le trappole della diplomazia e urlarle contro perché non si faccia illusioni. Passarella è un campione. Per capirlo, basta vedere come raggiunge il primato assoluto di realizzazioni di un difensore nel nostro campionato, con 11 centri: calci di punizione, per lo più, maligne traiettorie arcuate che all’effetto accoppiano una mortifera violenza, oppure tiri scoccati da lontano, grazie alla ferrea padronanza dei fondamentali di cui le origini argentine devono andare fiere. E poi il colpo di testa, una frustata che sembra un pugno battutto sul tavolo, la superba elevazione a temperare il difetto di statura, il tempismo a rendere accessibile qualsiasi sfida acrobatica. Daniel Passarella non aveva entusiasmato, all’approdo in Italia. Sembrava un libero come tanti, abbastanza defilato nel suo guscio, il compitino esaurito con puntiglio e consegnato per le spicce; poche digressioni offensive, qualche gol giusto per onorare il blasone. Il suo rendimento nella Fiorentina è andato lievitando di concerto col non semplice ambientamento, in un calcio meno accondiscendente di quello suo d’origine verso le rudezze troppo accentuate. In questa stagione vive una superba maturità agonistica, che ne fa il leader della squadra, il “Caudillo”, come lo chiamano in Argentina, spietato nelle chiusure difensive, abile nel riaprire il gioco, scattante e sfrontato nelle incursioni in avanti, micidiale nelle conclusioni. Non è raro che un “big” internazionale come lui dispieghi le ali della forma migliore alla vigilia di un nuovo Mondiale. Passarella vi arriva a 33 anni, nel pieno del fulgore tecnico e agonistico, ma verrà tenuto ai margini della manifestazione, senza giocare neppure un minuto, a causa di un infortunio e dell’ostracismo dell’altro leader, Diego Maradona, con cui non corre buon sangue. Mancino puro, nato a Chacabuco il 5 gennaio 1953, è cresciuto nell’Argentino Chacabuco e poi nel Sarmiento, dove giocò tre stagioni in C senza riuscire a superare i provini con i grandi club della capitale. Poi, a 21 anni, un suo estimatore, Raul Hernandez, lo consigliò a Nestor Rossi, che riuscì a farlo tesserare dal River Plate, dove dimostrò subito di non aver paura di niente e nessuno. La sua capacità di “mordere” la partita dal primo all’ultimo minuto, il suo carattere di ferro (nella seconda stagione il nuovo allenatore, il grande Angel Labruna, decise di spostarlo a terzino sinistro, ma dopo alcune violente discussione preferì fare marcia indietro) e la vena di goleador ne fecero presto una delle grandi “figure” del calcio argentino, fino alla investitura a capitano e alla conquista (con modi spicci per non dire violenti, vedi aggressione a Neeskens in finale) del titolo mondiale nel 1978.

IL FLOP IL GRANDE ABBAGLIO
L’Inter, sono più o meno tutti d’accordo, vince l’oscar del mercato nell’estate del 1985. Il presidente Pellegrini, già svenatosi l’anno prima per portare in Italia Rummenigge, non bada a spese (quasi sei miliardi) per vestire di nerazzurro i due gioielli del Verona campione, Marangon e Fanna, e l’uomo-chiave chiesto da Castagner, ovvero Marco Tardelli. Il tecnico imposta la squadra con Zenga in porta, i cerberi Bergomi e Ferri in marcatura protetti dall’azzurro Collovati, libero di lusso, e lo specialista Marangon guastatore sulla corsia mancina; a centrocampo, il “martello” Giuseppe Baresi e Tardelli a supportare la regia di Brady, con Fanna tornante a garantire incursioni e fantasia sulle fasce; in avanti, Altobelli e Rummenigge. In parole povere (e in pura teoria): difesa d’acciaio, centrocampo completo, attacco devastante. L’avvio è moscio, Brady sembra l’ombra di se stesso, Tardelli appare logoro e intanto la marcia trionfale della Juve scava un fossato tra la realtà e le ambizioni estive. Castagner lancia il giovane Cucchi, figlio d’arte prodotto del vivaio, un interno che promette verticalizzazioni ed energie fresche, mandando in panchina per una domenica addirittura l’irlandese (di cui resta memorabile la reazione: «È caduto Craxi, posso cadere anch’io. Ma ricordatevi che Craxi è fortissimo, e riavrà il suo posto») e ottiene un tris di successi consecutivi che sembrano proiettare l’Inter sulla scia della Signora. A quel punto il sordo tonfo di Firenze (0-3) fa crollare le speranze: niente da fare, è la solita Inter imprevedibile e discontinua, incapace di intavolare discorsi di vertice attendibili e concreti. Il pari casalingo col Napoli di Maradona il 10 novembre esaspera Pellegrini, che licenzia Castagner tra la riprovazione generale e promuove l’ex asso Mario Corso, “mago” della Primavera. Ma non è cosa. Con un filotto di tre pareggi consecutivi e una sconfitta (a Como!) l’illusione che la rotta potesse essere invertita si squaglia in fretta. Tardelli è ormai un ex, Brady senza il supporto di giocatori di personalità non regge il ruolo del leader e Altobelli ne risente in modo particolare, risultando scarsamente incisivo sotto rete. L’Inter ripiega in Europa, dove tuttavia la corsa alla Coppa Uefa, dopo una bella cavalcata, si ferma in semifinale contro il solito Real Madrid. E la Beneamata archivia un’altra stagione-no.

IL GIALLO ARRIVANO I NASTRI
Il Totonero è un vizio duro a morire, se il calcio italiano ci ricasca dopo appena sei anni, anche se la nuova inchiesta penale che emerge il 14 aprile 1986 lambisce solo marginalmente la Serie A. Il fenomeno scoperto dal Procuratore della Repubblica di Torino, Giuseppe Marabotto, è comunque di dimensioni imponenti. Quel giorno il magistrato firma 12 ordini di cattura e una quarantina di comunicazioni giudiziarie per un “giro” di scommesse clandestine di parecchi miliardi. Tutto è partito quasi un anno prima da una casuale intercettazione telefonica, effettuata per “incastrare” alcuni spacciatori di droga e contenente invece dichiarazioni compromettenti su calciatori e partite da manipolare. In mesi di indagini sono stati raccolti quasi trecento nastri registrati, in cui compaiono i nomi di manager, presidenti e calciatori. «L’inchiesta» spiega il magistrato «si divide in due tronconi: da un lato c’è l’organizzazione del totonero, vale a dire persone che alteravano, d’accordo con alcuni tesserati e addetti ai lavori, le partite di calcio di Serie A, B e C con lo scopo di correggere adeguatamente le quote o comunque di lucrare sulle puntate. Dall’altro, invece, persone che favorivano certi risultati con lo scopo di determinare promozioni e retrocessioni in modo da lucrare, in percentuali precedentemente pattuite con certi dirigenti, i contributi provenienti dalla Lega». Al centro, un faccendiere napoletano, Armando Carbone, le cui agende si dimostrano una miniera di informazioni, e, sul fronte “agonistico”, un ex estremo difensore, Antonio Pigino, allenatore dei portieri della Pro Vercelli (C2), colpito da ordine di cattura assieme a Giovanni Bidese, dodicesimo della stessa formazione piemontese. L’inchiesta dura alcune settimane, in cui si susseguono nuovi coinvolgimenti, colpi di scena, clamorose rivelazioni. L’inchiesta sportiva, aperta sollecitamente, porta a un rapido processo, con sequenze addirittura drammatiche (il presidente del Perugia, Spartaco Ghini, confessa in lacrime di non aver saputo dire di no ai propri giocatori), chiuso da una chilometrica sentenza che condanna società, dirigenti e calciatori. In Serie A l’Udinese viene bastonata con 9 punti di penalizzazione, da scontare nel torneo successivo, mentre Vicenza e Triestina, tra i club di B, perdono la ormai acquisita promozione in A. Inibito per cinque anni il general manager dell’Udinese, Tito Corsi. Curiosa la sorte dell’Empoli, che, pur coinvolto nell’inchiesta, evita ogni condanna e anzi, viene premiato con la promozione in A, grazie alle sanzioni che tolgono di mezzo Vicenza e Triestina. L’anno dopo, verrà colpito da 5 punti di penalizzazione, che ne provocheranno il ritorno tra i cadetti, ma solo nel 1988.

LA RIVELAZIONE TANTO SUBITO
Roberto Donadoni prese a tirare i primi calci tra i pulcini del Cisano, la squadra di Cisano Bergamasco, il paese in provincia di Bergamo in cui è nato il 9 settembre 1963. Un paio di anni più tardi, un tecnico delle giovanili dell’Atalanta, Bonifacio, lo portò nel vivaio atalantino, da cui peraltro il ragazzo coi ricci rischiò di uscire a sedici anni, causa statura ferma a uno e sessanta: «I dirigenti dell’Atalanta» avrebbe poi rievocato «pensarono di cedermi in prestito a una piccola società, il Ponte San Pietro: avrei dovuto allontanarmi da casa, correvo il rischio di non tornare più in nerazzurro. Già mio fratello maggiore, Giorgio, aveva dovuto smettere col calcio per limiti di tenuta fisica e fu proprio lui a recarsi in sede a perorare la mia causa, alla fine li convinse e io rimasi». Un anno e mezzo dopo, nel giro di pochi mesi guadagnava dodici centimetri di statura e il calcio un nuovo protagonista. Nell’81-82 Roberto è aggregato alla prima squadra che Ottavio Bianchi porta alla promozione in B. Nel torneo successivo il tecnico, sopportando qualche fischio ingeneroso del pubblico, lancia con decisione l’operazione-giovani. Donadoni spicca per il tocco pulito, il dribbling efficace e la predisposizione all’assist e nella stagione successiva è tra i protagonisti della promozione in A con Nedo Sonetti. Il 12 marzo 1985 debutta nelle file dell’Under 21 che Azeglio Vicini sta costruendo con un gruppetto di giovani stelle in ascesa. È la squadra di Vialli e Mancini, in cui Donadoni diventa il tornante di destra, anche se l’impiego sulla fascia non lo esalta particolarmente. In questa stagione, Donadoni gioca in nerazzurro come più gli piace: trequartista di fantasia, in interscambio col tuttofare Strömberg alle spalle del panzer Cantarutti. Il talento emerge purissimo, nelle diversioni sulle corsie esterne, nelle invenzioni estemporanee, nel prodigarsi da umile soldato del sacrificio nonostante la nobiltà dei piedi e la fulminea genialità delle intuizioni. A primavera Enzo Bearzot lo aggrega al ritiro per i Mondiali in Messico come ventitreesimo. Quando dovrà tornarsene a casa, gli arriverà la chiamata del Milan, che farà impennare la sua carriera.

LA SARACINESCA LE CARTE IN REGOLA
Giovanni Galli ha una lunghissima carriera alle spalle, fatta di prodezze e soprattutto di regolarità, dote rara nei portieri giovani. Nato a Pisa il 29 aprile 1958, deve molto a papà Mario, che, impiegato alla scuola Normale, lo portava a giocare in una squadra di ragazzini, Pubblica Assistenza: lui giocava mezzala, ma entrando in campo per la prima di campionato la mancanza del portiere (era fuori età) lo fece finire in porta, la squadra vinse e gli elogi di quel giorno decretarono il suo destino di calciatore in erba. Due anni dopo era alla Marinese, società satellite della Fiorentina, che lo tesserava nel 1972. In breve quell’acciuga di ragazzo raggiunse una statura considerevole (1,87) e una tale sicurezza in campo da farlo aggregare giovanissimo alla prima squadra. Nell’estate del 1977 la rivelazione Mattolini venne richiesta dal Napoli, l’allenatore viola Carletto Mazzone diede l’ok: «Tanto ho Galli». Poche settimane dopo, il titolare Carmignani, arrivato ormai in disarmo dal club partenopeo, prese una bambola memorabile subendo tre reti nel primo tempo della gara con la Juventus e nell’intervallo il tecnico prese da parte il ragazzino mandandolo in campo: «Scaldati, tocca a te». Era il 23 ottobre 1977, il diciannovenne Galli subì altre due reti, ma un mese più tardi diventava titolare per non mollare più il posto. Ragazzo prodigio, ha vestito l’azzurro delle giovanili, nel 1978 è entrato nel “listone” dei quaranta per i Mondiali d’Argentina e nell’82 è stato il terzo portiere. Per l’esordio ha dovuto aspettare l’addio di Zoff e il 5 ottobre 1983 contro la Grecia, nel secondo tempo al posto di Bordon, poi ha vissuto sull’altalena, in concorrenza col romanista Tancredi. Anche in questa stagione super, da terzo meno battutto del campionato (dietro Tacconi e Garella), il Ct lo terrà in ballottaggio fino al 31 maggio, quando gli comunicherà di averlo scelto come titolare ai Mondiali in Messico. Gioia fugace, perché l’errore contro Maradona nella partita con l’Argentina ne segnerà la carriera in azzurro, fermandola all’ultima partita della sfortunata spedizione iridata, contro la Francia. In compenso, il Milan proprio in quei giorni baserà la sua rifondazione berlusconiana su Giovanni Galli, scelto come nuovo portiere dell’era Sacchi, avviando la sua carriera al raccolto di grandi soddisfazioni.

IL SUPERBOMBER IL GRAN RIFIUTO
Roberto Pruzzo torna a sorpresa sul trono dei bomber. Vuole la leggenda che la prodezza sia nata da uno sfogo con Eriksson, l’allenatore della Roma con cui l’attaccante già aveva avuto problemi agli esordi dello svedese di ghiaccio in giallorosso. Settembre, primi passi del campionato, la Roma non gira, Pruzzo sembra un gatto di marmo. Un... gatto? Macché, borbotta lui, che da buon genovese tiene alta la fama del mugugno: il fatto è che i compagni non gli passano la palla. Da sempre è abituato a dire ciò che pensa e quella volta col serafico Sven Göran parla chiaro: «O sono ciechi o lo fanno apposta!». Eriksson sembra non fare una piega, come sempre, ma dentro di sè annota tutto e nel giro di qualche mese, a poco a poco, nasce la Magica, la squadra che, trascinata dai gol di Pruzzo, arriva a un passo dallo scippare alla Juve il più clamoroso degli scudetti. E Pruzzo, col record personale di 19 reti, sale di nuovo più in alto di tutti nella scala nazionale dei cacciatori di reti. Gli resta un unico, grande rammarico: la Nazionale. Con Bearzot il rapporto si è guastato presto. Il Ct fa esordire Pruzzo in azzurro il 23 settembre 1978, a Firenze nell’amichevole contro la Turchia, quando il baffuto bomber sta muovendo i primi passi in giallorosso. Un debutto così così, il secondo tempo al posto di Graziani, risolutore della partita. Poi, qualche prova qua e là, fino al 23 febbraio 1982, amichevole in Francia, al Parco dei Principi, prova generale per il Mondiale, titolare in attacco in coppia con Graziani. L’Italia perde 0-2, doppietta di Platini, e Pruzzo con sei gettoni dice addio all’azzurro. In verità, a sentire sempre le leggende, il rapporto col Ct si è guastato quella volta che, seduto in panchina accanto a lui durante un’amichevole, a Bearzot che mandava in campo Ancelotti raccomandandogli di non perdere di vista il numero dieci avversario, disse: «Ma non si è accorto che il numero dieci è uscito da un quarto d’ora?». Bearzot in realtà, assicura lui, lo ha contattato anche per il Mondiale 1982: «Voleva portarmi in Spagna, sono stato io a rifiutare l’invito. Non mi interessava fare il turista, lo spettatore. Io sono sempre stato un numero uno, fare la riserva, anche se di gente in gamba come Rossi, Graziani, Altobelli, non mi interessava. Fortunatamente per Bearzot interessava a Selvaggi».




Tutti i risultati



Le statistiche del torneo



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La Juventus vincitrice sul filo di lana del suo ventiduesimo scudettoMichael LaudrupZbigniew Boniek, andato a vestire la maglia della Roma, inseguito dall'ex compagno di squadra Gaetano ScireaIl Verona campione uscente non riuscì a difendere il titolo, indebolito dalle cessioni di alcuni uomini-chiave nella precedente affermazioneIl Lecce, all'esordio in Serie A, non riuscì a raggiungere la salvezza ma fu Una fase di gioco della partita tra Rambo De Napoli e PlatiniPaolo Rossi milanistaLa rosa della Roma 1985-86Passarella, il “caudillo” viola, batte una punizioneRummenigge, tra le poche note positive dell’Inter ’85-86Roberto Donadoni contro Antonio Criscimannin dell’UdineseIl portiere viola Giovanni GalliSerena controllato dallo stopper comasco MaccoppiBruno Conti, protagonistaMauro Ferroni (Verona) e Diego Armando Maradona (Napoli)Roberto Pruzzo e Giovanni Loseto


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