Serie A 1984-85 - Verona


Il Racconto


IL FILM: ASSI NELLA MANICA
Il mercato fa boom. Il Napoli per 13 miliardi di lire si aggiudica Diego Maradona, il più forte giocatore del pianeta (caduto in disgrazia a Barcellona), l’Inter targata Pellegrini cattura per 8,5 miliardi Kalle Rummenigge, bomber cingolato del Bayern. La Fiorentina pesca l’ennesimo big del super (perdente) Brasile 1982, il regista Socrates, dal Corinthians per 5,3 miliardi; un altro, Junior, lo prende il Torino per 3. Il campionato parte il 16 settembre 1984 con la novità del sorteggio arbitrale, ancorché parziale: le partite vengono divise in fasce di difficoltà, a ognuna delle quali il designatore Alessandro D’Agostini assegna un numero di arbitri pari al numero delle gare più uno, dopodiché si procede all’estrazione. Altra novità, il ritorno dei tecnici stranieri. La Roma ha ingaggiato Sven-Göran Eriksson, trentaseienne svedese vincente con Göteborg e Benfica: perdurando la chiusura delle frontiere per gli allenatori, lo svedese va in panchina come «dirigente responsabile dell’intero staff tecnico romanista» accanto a Roberto Clagluna, allenatore ufficiale. Quando poi l’Ascoli, dopo sette turni, licenzia Mazzone per sostituirlo con lo jugoslavo Boskov ugualmente in veste di direttore tecnico (con Mario Colautti in panchina), le denunce dell’Assoallenatori provocano una riforma del regolamento: i tecnici stranieri, purché in possesso di requisiti di cultura sportiva, risultati qualificati a livello internazionale e conoscenza della lingua italiana, possono assumere la carica di direttore tecnico, “con responsabilità dell’indirizzo tecnico della società e partecipazione alla relativa attuazione” e dunque possibilità di sedersi in panchina. Il Verona di Bagnoli scatta in testa, seguito dalla Sampdoria. In poche settimane è chiaro che la Juventus pensa all’Europa e che gli scaligeri fanno sul serio, sgranando il gruppo e conquistando il 13 gennaio 1985 il titolo d’inverno con un punto sull’Inter, che la domenica dopo li appaia in vetta. Il pari senza reti ad Avellino dei nerazzurri restituisce ai veneti il comando solitario, mentre i rivali inseguono a un punto. Il duelloscudetto viene risolto in poche giornate: alla diciannovesima lo scontro diretto al Bentegodi si chiude sul pari; alla ventitreesima i gialloblù hanno già cinque lunghezze di vantaggio. Il 12 maggio, con un turno d’anticipo, il Verona è per la prima volta campione d’Italia, dopo aver guidato la classifica dall’inizio alla fine. Il Torino chiuderà secondo a quattro punti. In coda, ai tonfi clamorosi di Cremonese e Lazio si aggiunge la caduta in B in extremis dell’Ascoli.

I CAMPIONI: LE SBERLE DELL’OSVALDO
Il Verona, primo club veneto a conquistare lo scudetto, è un irresistibile inno al calcio più vero e genuino. Ha un presidente snobbato dai più – Celestino Guidotti, 61 anni, al vertice del club da cinque anni, mantovano di San Benedetto Po, titolare di una concessionaria automobilistica – che all’indomani del trionfo si affretta a fare un passo indietro, annunciando di aver già da un anno girato il pacchetto azionario a Ferdinando Chiampan, numero uno della Canon, rimasto dietro le quinte per farsi un’idea più precisa del pianeta calcio. Ha un allenatore “ruspante”, Osvaldo Bagnoli, milanese della Bovisa, cresciuto in una famiglia operaia, operaio lui stesso fin dai quattordici anni e poi calciatore di ventura, partito dal Milan per girare la provincia e infine diventare allenatore quasi per caso dopo aver chiuso la carriera agonistica a Verbania (Serie C) sognando un posto da impiegato alle Officine Mondadori di Verona. Solbiatese, Como, Rimini, Fano e Cesena le tappe della sua gavetta, prima di approdare al Verona nel 1981 con all’attivo due promozioni. Portò subito i gialloblù in A e qui li ha fatti vivere benissimo, grazie a un calcio artigianale di alta qualità. E un filo conduttore: «Il mio principio» racconterà «era quello della sberla, nel senso che bisogna cercare sempre di dare almeno una sberla all’avversario, qualunque esso sia, anche contro la Juve, perché prima o poi uno schiaffo dalla Juve lo prendi, tanto vale tentare per primi». Infine, il direttore sportivo, Emiliano Mascetti, che in perfetta simbiosi col tecnico ne asseconda la vocazione al riciclaggio di talenti dismessi dai grandi club e alla valorizzazione di quelli trascurati. Nell’estate della giostra dei fenomeni sudamericani, lui pesca due marcantoni del Nord: Hans-Peter Briegel, colossale mediano tedesco uscito con l’immagine a pezzi dall’Europeo in Francia, giocato da marcatore puro, e il danese Elkjaer, centravanti tra le rivelazioni della manifestazione. Con una rosa ristretta – in pratica quindici giocatori, il secondo portiere Spuri e il fratello minore di Luciano Marangon fanno solo atto di presenza – il tecnico fabbrica una squadra “perfetta” sia per l’abilità nell’approfittare dello squagliarsi delle due corazzate più accreditate alla vigilia, Juventus e Inter, sia per la sua struttura, basata sull’eclettismo: Volpati, 33 anni, giostra da mediano, ma anche da mignatta sull’uomo (vedi cancellazione di Hateley a Milano) e pure terzino offensivo; Briegel è mediano di filtro e rilancio, ma anche attaccante (contro il Milan al Bentegodi) e può essere marcatore ad personam cancellando Maradona alla prima giornata. Sei giocatori in due, così come l’agile Turchetta è l’alternativa sia al tornante Fanna che alle punte Elkjaer e Galderisi. L’undici titolare: Garella in porta, Ferroni (o Volpati) e il lungo stopper Fontolan marcatori, l’agile Luciano Marangon a impazzare sulla corsia mancina e l’elegante Tricella libero di costruzione; a centrocampo, l’asciutta regia di Di Gennaro, ex promessa della Fiorentina, coperto dai mediani Volpati (o Bruni, più raffinato tecnicamente) e Briegel, con l’appoggio sulla fascia destra del guizzante Fanna; in avanti, le progressioni del toro Elkjaer, spesso devastante, e le punture di zanzara del folletto Galderisi. Una squadra che dispiega una vocazione offensiva sia in casa che in trasferta e profonde il massimo sforzo nel periodo “caldo” del campionato, per poi finire a primavera in scioltezza. Un capolavoro.

I RIVALI: SQUADRA ALLA PARI
Dovrebbe essere l’Inter la più autorevole candidata al titolo, nell’anno in cui la Juve ha la testa alla Coppa dei Campioni. Per il proprio esordio al mercato da presidente, Ernesto Pellegrini, drago della ristorazione collettiva, ha fatto le cose in grande, consegnando al nuovo tecnico, Ilario Castagner, prelevato dall’opposta sponda rossonera, una corazzata formidabile in ogni reparto. Il tecnico imposta una super-difesa con Zenga in porta, Collovati e il giovane Ferri marcatori, l’altro campione del mondo Bergomi libero, Mandorlini terzino di spinta; a centrocampo, Giuseppe Baresi e Sabato a far legna, Brady a indirizzare il gioco e Causio a inventare; in attacco, la coppia-boom Altobelli- Rummenigge. I problemi nascono in fase di costruzione, perché il “Barone” è spesso fuori fase e allora Castagner ripiega sostituendolo con il rientro del lineare Marini. In avanti “Spillo” si giova assai del tremendismo del tedesco e la coppia funziona (25 gol complessivi alla fine), ma in avvio del girone di ritorno l’aggancio al Verona non ha seguito, perché la squadra inciampa su qualche pareggio di troppo e sul tonfo a casa Juve che traccia un solco incolmabile, inducendo la squadra a concentrarsi sulla Coppa Uefa. Qui la resa al Bernabeu al Real Madrid (pur battuto a San Siro 2-0) pregiudica anche il secondo traguardo stagionale.

IL TOP: CUORE DI FANNA
Pierino Fanna approdò alla Juventus a 19 anni con l’etichetta di nuovo Rivera, dopo un paio di splendide cavalcate in Serie B: fantasista con lo spunto del puledro di razza, rapido a correre, pensare e inventare. Boniperti e Giuliano lo presero al volo, poi qualcosa non è andato per il verso giusto. Pierino Fanna ha vinto tre scudetti, ma non si è mai realizzato appieno. Ha vissuto giornate memorabili e lunghe pause, gli è sempre mancato il piglio del campione che si assume le responsabilità nei momenti di tempesta. Troppo timido, dicevano, troppo flebile la sua voce in quel concerto di “big” a tutto tondo, gente felice nei giorni duri, gente dura nei giorni felici. Così Fanna è rimasto a galleggiare ai margini della Signora, lamentando una fiducia di Trapattoni sempre meno convinta. Il ritorno in provincia, a Verona, nel 1982 ha significato il recupero di una dimensione ideale, grazie soprattutto all’incontro con Bagnoli, allenatore di immediata presa sul lato umano dei giocatori. Fanna si è subito sentito a casa, al tecnico è bastata un’occhiata per concedergli piena libertà di esprimersi senza briglie tattiche sul collo. Così è rinato il campione. Nel dicembre 1983 è arrivato l’esordio in Nazionale, a 25 anni che sembravano molti di più per via della precoce calvizie, frutto delle amarezze di panchina. E quest’anno, nella stagione della consacrazione al massimo livello del “miracolo” Verona, Fanna si erge sopra tutti. Irresistibile nelle fughe sulle fasce, fisicamente forte, agile e imprevedibile, meno presente sotto rete ma solo perché non c’è bisogno dei suoi gol, esprime le doti del trascinatore. Friulano di Clodig, nato a un passo dal confine jugoslavo il 23 giugno 1958, è stato allevato da papà Rino, che vi gestiva una trattoria, a palleggiare ogni giorno per un’ora di corsa sull’unica salita del paese. Oggi Pierino Fanna è tornato a sorridere, si è lasciato alle spalle la scomoda etichetta di “campione mancato” e punta all’eredità di Bruno Conti in azzurro.

IL FLOP: BUONASERA DOUTOR
La scelta di Sampaio De Souza Vieira De Oliveira, in arte Socrates, come asso capace di garantire alla Fiorentina il salto di qualità verso il sospirato scudetto ha lasciato scettici gli osservatori meno superficiali. L’ennesima stella del Brasile 1982 è infatti un “numero 9” solo di maglia, in realtà un regista di passo lento destinato a faticare a integrarsi in una squadra già diretta dal magistero di piedone Pecci. Il controsenso viene denunciato subito con le dimissioni da Italo Allodi, direttore generale abituato a modellare il mercato sulle esigenze tecniche piuttosto che su quelle di “immagine”. Non solo. Socrates è un artista, maestro del colpo di tacco e del gol – ne ha segnati 99 nel Botafogo dal 1973 al 1978 e 166 nel Corinthians dal 1978 al 1984 – ma è anche uno spirito libero in tutti i sensi, come aveva precisato lo stesso Allodi qualche mese prima: «Non posso mettere accanto a Pecci, che per mantenere il peso forma rinuncia anche agli spaghetti, un giocatore che fuma quaranta sigarette al giorno e gira sempre con una lattina di birra in mano». Socrates infine ha trent’anni suonati e impegni socio-politici che ne fanno gravitare i pensieri lontano dal campo di calcio. Il fiasco del “Doutor” è già tutto in queste premesse. “Nato” calcisticamente nel Botafogo, si è trasferito al Corinthians di San Paolo nel 1978, cioè solo dopo aver raggiunto l’obiettivo della laurea in medicina, pagandosi col calcio le tasse universitarie. Tre campionati regionali e altrettanti titoli di capocannoniere hanno rappresentato per questo centravanti di manovra il trampolino di lancio verso la Seleção, a far parte del gruppo fantastico che ha incantato ai Mondiali di Spagna, inciampandovi peraltro in una storica delusione. Accolto a Firenze come un re dalla tifoseria entusiasta, Socrates entra subito in conflitto con l’allenatore De Sisti sui carichi di lavoro. Coi suoi piedi di lusso, ritiene l’allenamento “spinto” una vera ingiustizia. Comincia il rosario dei ritardi, delle astensioni e soprattutto dei problemi in campo, dove l’alta sottile figura del campione si distingue per l’incedere lento, quasi aristocratico, mentre tutt’intorno i comuni mortali corrono come formiche per sudarsi pallone e risultato. La Fiorentina vive una stagione sofferta, in cui l’atteso salto di qualità si liquefa nei deludenti risultati e nelle polemiche. La tifoseria accusa Pecci di boicottare il collega brasiliano, le discordie di spogliatoio minano il gruppo, insofferente alla svogliatezza dell’asso do Brasil. A fine stagione De Sisti ci rimette il posto e il suo successore, Agroppi, dice chiaramente che può fare a meno del “Doutor”. Questi non aspettava altro: fa le valigie e “scappa”. Appena tornato in patria, sparerà a zero sul calcio italiano: «Non ci si diverte».

IL GIALLO: ACETO DIVINO
Fine di un amore. Le prime crepe sulla levigata superficie del rapporto tra il “Divino” Falcão e la Roma apparvero nella primavera del 1983, quando, andando a scadenza il contratto triennale, al termine di una estenuante trattativa, la decisiva mediazione di Giulio Andreotti, uomo di governo e di lotta (giallorossa), scongiurava la rottura a prezzo di un solo anno di rinnovo a una cifra folle: un miliardo e 200 milioni. La grande attesa della stagione di Coppa dei Campioni e dell’accoppiata con Cerezo sembrava giustificare tutto, invece dodici mesi dopo Viola era da capo e anche questa volta capitolava, concedendo uno stratosferico biennale da 5,6 miliardi quattro giorni prima della notte dell’Olimpico contro il Liverpool. Al momento del dunque, il Divino si astenne dagli undici metri (forse per un problema a un ginocchio), si prese gli insulti di Di Bartolomei negli spogliatoi e provocò l’ira di Viola, il cui colpo di follia, svanito il sogno europeo, appariva improvvisamente privo di senso. Nella nuova stagione, sul rapporto già raffreddato si addensano le nuvole della sfortuna. Nel derby dell’11 novembre uno scontro con Manfredonia scassa il divin ginocchio sinistro, già da tempo cigolante. Il campione rientra incautamente il 2 dicembre con l’Udinese dopo un’iniezione calmante; la società consiglia un’artroscopia presso il professor Perugia, lui non ne vuole sapere e va a giocare contro il Napoli il 16 dicembre senza adeguata terapia («O la va o la spacca» sospira), segna di sinistro dalla distanza un gran gol e il ginocchio cede. Falcão vola negli Stati Uniti, dove il 21 dicembre 1984 il professor Jimmy Andrews, primario della Columbus University, con un delicato intervento di un’ora e mezza gli estrae una cartilagine sbrecciata, rappezza l’articolazione e promette la guarigione in due mesi e mezzo. In realtà, il recupero sarà ben più lungo. Il campione volta nuovamente le spalle al club e decide di curare la rieducazione a casa, a Campinas. Dopo sei mesi sembra recuperato, fa scrosciare in amichevole gli applausi contro l’Ajax, davanti ad Eriksson visibilmente costernato, essendo sua dichiarata intenzione riverniciare la vecchia Roma lenta e avvolgente con ritmi e stranieri nordici. Il professor Andrews visita il campione nella Capitale e lo dichiara clinicamente guarito. Mentre Eriksson, ottenuto Boniek, preme per un attaccante di peso come secondo straniero, il pentolone da tempo ribollente si scoperchia all’improvviso. La Roma fissa per il 25 giugno una visita medica, Falcão parte per le vacanze e la diserta senza immaginare il seguito: il club il 2 luglio lo deferisce alla Commissione federale di disciplina e conciliazione della Lega professionisti, che il primo agosto dichiara rescisso il contatto per inadempienza del giocatore. La Roma risparmia tre miliardi, il procuratore Cristovão Colombo annuncia battaglia, ma non ci sarà più niente da fare. Il seguito, piuttosto claudicante, di Falcão in Brasile darà ragione a Viola. Così finisce un amore, in realtà svaporato nella sera maledetta del 30 maggio 1984.

LA RIVELAZIONE: QUANT’È VERO DIEGO
Che Maradona faccia il... Maradona non è una sorpresa. Lo è stato casomai il suo arrivo in Italia, e oltretutto al Napoli, non precisamente la massima potenza economica tra i club del Bel paese. E infatti il primo a invaghirsi dell’asso argentino (24 anni appena) era stato Gianni Agnelli, ma Boniperti aveva giudicato l’operazione un azzardo, per il costo eccessivo. Il Napoli invece si è buttato a capofitto nell’avventura, portata a lieto fine dopo molte traversie dalla cocciutaggine del presidente Ferlaino e della sua longa manus Antonio Juliano. Un’altra sorpresa riguarda i tanti nasi storti all’arrivo del fuoriclasse sotto il Vesuvio: i benpensanti impegnati a deplorare i tanti miliardi (13) spesi per un calciatore anziché per raddrizzare la città sofferente (come se fosse compito di un presidente di calcio) e i loro fiancheggiatori dubbiosi sul reale valore del giocatore: uscito a pezzi dal Mondiale di Spagna, suo primo palcoscenico iridato, e dalle due stagioni al Barcellona, avvilite la prima da un’epatite virale e la seconda da una terrificante frattura subita in gioco. Un “ninnolo da salotto”, spiegano certi presunti esperti, destinato a pagare il tradizionale pesante dazio dei fantasisti all’ambientamento nel calcio italiano. Bene: a Dieguito basta svestire la tuta e calamitare un pallone per tacitare i detrattori. La classe sublime del suo sinistro vernicia un fisico piccolo quanto poderoso e compatto, con fasce muscolari da grande atleta, che gli consentono scatti e velocità di esecuzione fulminanti. Napoli, avvolgendolo col suo calore dopo le delusioni catalane, ne accende il massimo degli stimoli, facendolo subito brillare da stella assoluta. Maradona fa spettacolo a sè, anche se ancora non può portare la squadra agli alti livelli, e realizza un capolavoro nel finale del torneo, quando rientra dai continui voli intercontinentali per gli impegni con la Nazionale non già calando di rendimento, ma esibendo la piena disponibilità dei propri mezzi tecnici e atletici. Chiude la sua prima stagione italiana senza saltare una sola partita, segnando 14 reti e diventando il re assoluto del torneo. Una... sorpresa, non c’è che dire.

LA SARACINESCA: ASSO IMPURO
Claudio Garella, l’asso più improbabile che ci sia. Un ragazzone alto e sgraziato, una farfalla peso massimo che si tuffa coi piedi in avanti, vola a respingere con qualunque parte del corpo, non sa cosa sia lo stile, ma conosce perfettamente come chiudere ogni angolo. Un portento. Nasce il 16 maggio 1955 a Torino, papà caposquadra alla Michelin, mamma casalinga, famiglia modesta in cui non manca nulla. A lui piace il pallone, sceglie la porta e come per gioco a 14 anni si ritrova nelle giovanili del Torino. I compagni vincono il campionato Allievi, ma lui è sempre in panchina, lo considerano troppo goffo per fare carriera. Ercole Rabitti però lo coltiva e lo incoraggia a fare sul serio. Debutta in A fugacemente a 17 anni e pochi mesi dopo riparte dal basso: va allo Juniorcasale, Serie D, e lo fanno titolare. Conquista la promozione in C, un altro anno da titolare ed eccolo al Novara, Serie B, e a fine campionato, a 21 anni, è alla Lazio in Serie A: una ascesa vertiginosa. Resta un anno a guardare, poi Vinicio scommette su di lui: nell’estate 1977 il tecnico lo antepone al “monumento” Pulici (che farà cedere a ottobre al Monza per 280 milioni) e si sbilancia con gli scettici: «Garella ha enormi possibilità: penso che sarà uno dei portieri ai Mondiali in Argentina». Il ragazzo però incappa in una “garellata” in casa e da quel momento diventa un catalizzatore di fischi. La Lazio si salva per il rotto della cuffia e lui se ne torna in B come un fallito. Lo prende la Sampdoria, è subito titolare, gioca tre stagioni ad alto livello ed eccolo al Verona di Bagnoli: la promozione in A, il suo stile che provoca perplessità e pure qualche ironia fuori luogo, finché arriva lo scudettomonstre. Garella è il portiere meno battuto della A, solo 19 gol in 30 partite, e c’è tanto di suo in questo primato, per la strepitosa reattività muscolare che gli fa scattare il fisicaccio come fosse una libellula. Peccato per la Nazionale, che forse lo rifiuta in quanto eccessivamente “atipico”, ma la grande carriera è ormai avviata e gli riserverà un secondo scudetto sotto il cielo di Napoli.

IL SUPERBOMBER: NUMERI PRIMI
Michel Platini fa tris, assecondato da Trapattoni, che sguinzaglia la sua Juve con Paolo Rossi e Briaschi falsi scopi per aprire spazi ai micidiali inserimenti da dietro del suo astro francese. Per lui il gol è pane quotidiano. Nonostante il ruolo di regista-rifinitore, ne ha sempre macinati tantissimi, grazie a un senso della rete invidiatogli dai bomber di mestiere di ogni latitudine. Michel ha esordito a 17 anni, il 3 maggio 1973, contro il Nimes, e nove giorni dopo confezionava la sua prima doppietta, al Lione, con la maglia del Nancy, il club che lo ha lanciato nel calcio di vertice. Nel 1979, a 24 anni, passava al Saint-Etienne, vantando già 81 reti in 143 partite nella massima serie, 17 in 32 in quella cadetta. Con i “Verts” – finalmente una squadra di vertice – Platini aggiungeva alla Coppa di Francia vinta nel 1978 il titolo nazionale nel 1981. L’anno dopo, col bottino di 58 reti in 107 partite di campionato, passava alla Juventus. Il sodalizio col club torinese durerà in tutto cinque stagioni, con un bilancio strepitoso: 147 partite di campionato con 68 reti, due scudetti, una Coppa dei Campioni, una Intercontinentale, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa europea, una Coppa Italia. In Nazionale, col fiore all’occhiello del titolo continentale conquistato nell’estate del 1984, chiuderà con la Coppa Intercontinentale per Nazioni del 1985 e un totale di 41 reti in 72 partite.



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Il Verona campione d'Italia 1984-1985


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