Serie A 1983-84 - Juventus


Il Racconto


IL FILM: RIFIUTI TOSSICI
Lunga e calda è l’estate del 1983: al termine di una lunga diatriba, avviata da un paio di clamorosi rifiuti, la Serie A si ritrova con due nuovi assi: Zico, che l’Udinese ha acquistato dal Flamengo per 6 miliardi (in una complessa operazione, non priva di lati oscuri), e Toninho Cerezo, dall’Atletico Mineiro alla Roma per 5,9 miliardi. Quando finalmente la parola passa al campo, è la Juventus a scrollarsi di dosso prima la Roma e poi il Verona, guadagnando dalla tredicesima giornata la testa solitaria della classifica. Gli uomini di Trapattoni l’8 gennaio 1984 sono campioni d’inverno con due punti di vantaggio sul Torino e tre sulla Roma. Dieci giorni più tardi, Ivanoe Fraizzoli annuncia la cessione dell’Inter al suo vice, Ernesto Pellegrini, per una cifra vicina ai 12 miliardi. I granata crollano a Firenze e la Signora allarga a tre punti il distacco. La Fiorentina perde di nuovo Antognoni, vittima di una grave frattura (tibia e perone della gamba destra), e una settimana dopo, il 19 febbraio, la Roma esce dalla crisi e si appaia al Toro al secondo posto, per poi rimanervi sola, ma a cinque lunghezze dalla capolista. Tutto già deciso? Macché. Alla ventitreesima giornata i bianconeri cadono a Verona e i giallorossi arrivano a due punti, rilanciando la sfida per lo scudetto. Tutto si decide il 15 aprile, quando lo scontro diretto all’Olimpico si chiude sul nulla di fatto. La Roma d’altronde ha ormai la testa al fronte europeo – la finale di Coppa dei Campioni all’Olimpico – e la Juve ne approfitta, riallargando a quattro lunghezze il vantaggio a tre turni dalla fine e conquistando il titolo il 6 maggio, con un turno di anticipo. Chiuderà con due punti sulla Roma, mentre, in coda, all’ormai staccato Catania si aggiungono nella caduta in B il Pisa e poi il Genoa, tradito dai risultati negli scontri diretti con la Lazio.

I CAMPIONI: GLI ESTRONAUTI
La Juventus torna in pista grazie a un mercato coraggioso, che alle rinunce obbligate a Zoff (addio all’agonismo) e all’altro “mostro sacro” Bettega (volato a chiudere la carriera in Canada) aggiunge quelle a due giovani talenti di casa non compiutamente sbocciati, Marocchino (alla Sampdoria) e Galderisi (al Verona). Dall’Avellino arrivano, con una valutazione superiore ai tre miliardi, il portiere Tacconi e il trequartista Vignola; dal Genoa, per 1,9 miliardi, il promettente stopper Caricola, mentre in attacco la successione a “Penna Bianca” viene affidata ai piedi plebei del maturo Penzo, dal Verona per 800 milioni più le comproprietà di Storgato e Galderisi. Boniperti pensa anche al futuro, investendo 300 milioni sul baby danese Michael Laudrup del Bröndby, girato in prestito alla Lazio. Trapattoni schiera Tacconi in porta, Gentile e Cabrini terzini, Brio stopper e Scirea libero; a centrocampo, Bonini a far diga, Tardelli uomo ovunque, Platini regista e trequartista, Boniek e Rossi attaccanti di movimento in appoggio al panzer centrale Penzo. È una squadra legata all’estro dei singoli, in particolare delle due stelle straniere, che danno libero sfogo al proprio lampeggiante talento protette da una difesa notevole anche se Tacconi, dopo un eccellente avvio, è costretto a un lungo forfait per due fratture alla mano destra, sostituito dall’eterno secondo Bodini. Quando davanti gli assi hanno la luna storta, la truppa, così trapattoniana anche nel suo camaleontismo, non disdegna le barricate – vedi il delicato scontro diretto coi giallorossi nel girone di ritorno – oppure trae linfa dalla panchina e soprattutto dal tocco di velluto di Beniamino Vignola, determinante pure in zona-gol. Una squadra indecifrabile, secondo qualcuno, ma in realtà una Juve completa, priva di punti deboli, che la sicura guida del suo tecnico pilota con maestria sui vari fronti, tanto da abbinare allo scudetto anche il trionfo in Coppa delle Coppe.

I RIVALI: IL RINNOVO DI COLOMBO
La Roma di Viola non pone limiti alle ambizioni: sfatato il tabù dello scudetto, punta al bis e pure alla Coppa dei Campioni, che vedrà la finale in casa sua, all’Olimpico. Per questo il presidentissimo si conceede un nuovo costoso asso do Brasil, Toninho Cerezo, regista più duttile e mobile rispetto a Prohaska, che torna in Austria. Dovendo rinunciare al colosso difensivo Vierchowod per fine prestito, aggiunge a Dario Bonetti, al rientro dalla Samp, un altro difensore, l’eclettico veronese Oddi, in cambio di Faccini, Iorio e una manciata di milioni. Per l’attacco, spazio al trentunenne Francesco Graziani, considerato “cotto” dalla Fiorentina. Infine, panchina più lunga grazie al portiere Malgioglio (200 milioni) e all’attaccante Vincenzi (500) dalla Pistoiese, nonché al giovane centrocampista Strukelj (600) dalla Triestina. Liedholm colloca Tancredi in porta, Nela e Maldera terzini arrembanti, il giovane Righetti (preferito a Bonetti) o Oddi partner di Di Bartolomei al centro della difesa; Conti, Falcão, Cerezo e Ancelotti sulla linea di centrocampo; Pruzzo e il mobile Graziani in attacco. L’avvio è eccellente, ma il 4 dicembre, nello scontro diretto con la capolista Juve, Ancelotti cade di nuovo vittima della sfortuna (rottura dei legamenti crociati del ginocchio sinistro) e tutto cambia. In linea di massima, il tecnico sposta Oddi terzino destro, avanzando Nela a centrocampo, ma soprattutto rimescola spesso le carte, dando spazio anche a Chierico, Bonetti e in qualche caso pure a Strukelj. Dopo un periodo di assestamento, la nuova Roma a primavera torna all’assalto, ma il nulla di fatto con la Juve a Torino la convince a dedicarsi anima e corpo al fronte europeo. Il clima però è agitato dallo spauracchio del possibile addio di Falcão, che ha il contratto in scadenza dopo lo sciagurato rinnovo annuale dell’anno precedente e il cui procuratore dal nome esagerato (Cristovão Colombo) punta sull’approssimarsi della finale dell’Olimpico per strappare nuovamente la luna al presidente Viola. La ottiene, con uno stratosferico biennale da 5,6 miliardi, firmato il 26 maggio e ripagato quattro giorni dopo con un’astensione agonistica quasi irritante del suo assistito contro il Liverpool. Il malinconico finale di stagione, appesantito dal nuovo addio di Liedholm, di ritorno al Milan, viene in parte addolcito dalla conquista della Coppa Italia.

IL TOP: IL MISTERO DELL’INTERNO
Che Giuseppe Dossena sia il principale artefice della grande stagione del Torino è evidente. La squadra è ricca di discreti giocatori, ma si eleva dalla mediocrità fino a frequentare le alte sfere della classifica solo perché in ogni salsa del gioco appare lui a fornire sale e condimento. Nato a Milano, a due passi da San Siro, il 2 maggio 1958, è partito dal vivaio granata per consumare a partire dai 19 anni una breve ma intensa gavetta: tornante titolare nella Pistoiese e poi nel Cesena, sempre in B, ha assaggiato la A in due eccellenti stagioni al Bologna, in cui la capacità di inserirsi nel vivo del gioco fino a pilotarlo sembrava annunciare il regista dei tempi nuovi, tanto da meritargli l’esordio in Nazionale nell’aprile del 1981 (a Udine contro la Germania Est) e ad autorizzare sogni di una favolosa coppia di interni in Spagna con Antognoni. Poi, tanta acqua è passata sotto i ponti. Tornato al Torino a miracol mostrare, il ragazzo, pur tra alti e bassi, si è confermato uomo vincente, ma al Mundial non ha giocato nemmeno un minuto e certo non gli ha giovato qualche mugugno lasciato trapelare nella forzata inattività. I dubbi sul suo ruolo sono fioriti: non è un regista, forse è un rifinitore, oppure, meglio, una mezz’ala “totale” come fu con la stessa maglia Valentino Mazzola (boom). Ribelle a ogni etichetta preconfezionata, il suo gioco ha finito col costruirgli intorno la gabbia della promessa mancata, con un’aggravante: non possiede il fuoco sacro del torinista, il suo gioco è troppo “freddo” per poterlo elevare a leader. In questo campionato, le perplessità cadono come le foglie d’autunno e appare chiaro che Dossena non rientra nelle etichette, ma è un campione completo: un regista mobile che appare nel vivo della manovra quando serve, grazie a un innato senso tattico; un interno che non indulge ai ricami o ai dribbling ubriacanti del classico trequartista ma sa inserirsi in zona gol e votare il talento al servizio della causa comune. Bearzot ci riprova, affidandogli le chiavi del rinnovamento azzurro contro la Grecia a Bari in coppia con Ancelotti. E pazienza se si riveleranno effimere, come i tanti giudizi sprecati su un professionista di assoluto valore.

IL FLOP: UN PUGNO DI DOLLARI
Per la Lazio, tornata in A dopo l’ignominia del calcioscommesse, «i tempi grami sono finiti!». Lo garantisce Giorgio Chinaglia il 13 giugno 1983, appena tornato dal lungo dorato “esilio” come stella del “soccer” negli Stati Uniti e acclamato a Fiumicino da una folla in delirio. Ha comprato la Lazio (si dice versando 5 miliardi e accollandosene altri dieci di debiti) e intende farla grande, con metodi all’americana. Il programma è lapidario: «Sono un presidente cui non manca l’entusiasmo, avrò pochi collaboratori amici. Credo che ci servano almeno cinque elementi nuovi per ripartire nel calcio importante senza paure, senza problemi. Cambierò la sede, lo sponsor, il modello delle maglie, ho la testa piena di progetti e di idee. Sono venuto per fare le cose alla grande. Tutti mi hanno sconsigliato di prendere la Lazio, è costata tanto, troppo. A me però piacciono le imprese pazzesche, si vive una sola volta. Sembrava una follia anche andare in America nel 1976... Bene, sapete come è andata: sapete cosa ho fatto per i Cosmos e quanto mi stimano i signori della Warner Communications». Il mercato lo fanno il general manager Felice Pulici e il direttore sportivo Nello Governato. Si parte dalla risposta biancoceleste a Falcão, 2,277 miliardi al Palmeiras per João Batista, che col divino giallorosso condivide il ruolo di numero 5, centrocampista davanti alla difesa, ma non più di un briciolo di classe. Si aggiungono il mediano Cupini dalla Cavese (1,6 miliardi), il prestito del giovane Laudrup dalla Juventus, un altro miliardo per un altro cursore, Vinazzani del Napoli, e il ritorno all’ovile dalla Sanremese del difensore Piscedda. Il vero colpo consiste nell’aver trattenuto i gioielli Giordano e Manfredonia. Confermato allenatore, Morrone rinuncia a D’Amico e parte scivolando in Coppa Italia e poi in campionato. Al mercato di ottobre riceve due difensori, Filisetti e Della Martira, e il tornante Mario Piga, ma la vita resta grama. Dopo dodici giornate, con la squadra terzultima e un ambiente dilaniato dalle polemiche, il tecnico viene sostituito da Paolo Carosi, laziale doc, che subito reinserisce D’Amico e perde Giordano per infortunio. Quattro mesi dopo, quando il centravanti rientra e rivitalizza l’etereo Laudrup, la nuova Lazio – Orsi in porta, Podavini, Manfredonia, Spinozzi, Filisetti e Vinazzani nella difesa a cinque, Marini, Batista e D’Amico a centrocampo e in attacco Giordano e Laudrup – riesce a salvarsi d’un soffio. Un giorno Giorgione confesserà il proprio abbaglio: «Ho pensato che bastassero tre milioni e mezzo di dollari per gestire un grande club».

IL GIALLO: VIA COL VETO
Il 9 giugno 1983, nel pieno del mercato del pallone, il presidente della Federcalcio, Federico Sordillo, con un editto a sorpresa blocca l’importazione di giocatori stranieri: salvi solo i contratti che verranno depositati entro quattro giorni e quelli dei tre club neopromossi dalla B (il cui campionato si chiude il giorno dopo), mentre per gli impegni già firmati solo una positiva valutazione federale della “compatibilità economica” ne consentirà la ratifica. La mossa ha un obiettivo preciso: bloccare l’acquisto “monstre” di Zico, stella del Flamengo e del calcio mondiale, cui sta lavorando l’Udinese e di cui da tempo si parla. Perché? All’intento moralizzatore (impedire lo sperpero di miliardi in rotta verso l’estero) credono in pochi, qualcuno tira in ballo la politica – le elezioni sono alle porte – e l’immagine un po’ troppo emergente del presidente del club friulano, Lamberto Mazza, patron del colosso industriale Zanussi. Fatto sta che il veto esplode come una bomba e si fa presto a scoprire che il “Palazzo” è pronto a fare quadrato, schierando a difesa del provvedimento “eccezionale” il presidente del Coni, Franco Carraro, il presidente onorario della stessa Figc, Artemio Franchi, e pure il presidente della Lega professionisti, Antonio Matarrese, che ha preteso e ottenuto lo spostamento di quattro giorni del termine del diktat. Si tratta però di un “mostro” giuridico, che cambia le carte in tavola durante il gioco favorendo i club (come Juventus, Fiorentina, Torino e Sampdoria) che hanno già completato il parco stranieri nonché le provenienti dalla B; per questo l’Udinese non si ferma e così fa pure Dino Viola, impegnato a mulinare miliardi per l’altro asso brasiliano Cerezo. Il 14 giugno, a termine appena scaduto, quest’ultimo passa alla Roma e alla Malpensa sbarca Zico, scritturato dall’Udinese. Il 2 luglio la Figc promuove alcuni contratti e concede una sorprendente dilazione di dieci giorni ad Avellino, Genoa, Inter, Lazio e Pisa per il rispetto della citata “compatibilità dell’accordo con la capacità economica della società”, mentre boccia “inappellabilmente” sia il contratto di Zico, per i contorni poco chiari (l’Udinese lo ha firmato non col Flamengo, ma con una società londinese, la Grouping Limited), e quello di Cerezo, giunto fuori tempo massimo. Alle manifestazioni di piazza («Zico o Austria!»), cui non resta estranea la politica, visto che Angelo Candolini, sindaco di Udine, chiede l’intervento del ministro del Turismo e Spettacolo, Nicola Signorello, fanno da contraltare le discettazioni giuridiche: la pretesa “inappellabilità” della decisione è smentita dalla possibilità, prevista dalla legge 91 sul professionismo sportivo, di adire la Giunta del Coni contro le decisioni di una Federazione. Partono gli esposti, ma soprattutto, nel caos generale, si profila la popolare pipa del presidente della Repubblica, Sandro Pertini, che con una frase sblocca la soluzione del caso: «Mi piacerebbe veder giocare Zico e Cerezo in Italia…». L’impopolarità della decisione ha già decimato i pretoriani di Sordillo e a quel punto il Coni per tagliar corto nomina un comitato di tre “saggi”, i giuristi Massimo Severo Giannini, Giuseppe Guarino e Rosario Nicolò, demandandogli la decisione sui ricorsi di Roma e Udinese. Il loro parere arriva il 23 luglio, denunciando anomalie – «È da deplorare che l’Udinese abbia omesso la tempestiva trasmissione all’organo competente di atti specificamente utili per la decisione», «La documentazione della Roma è risultata inspiegabilmente incompleta» – ma concedendo parere favorevole. Il Coni ratifica i due acquisti, il veto scompare e resta la memorabile figuraccia della Figc.

LA RIVELAZIONE: CASTIGO DI RIO
Proprio lui, Arthur Antunes Coimbra, in arte Zico, è la gran sorpresa dell’anno. Perché sorpresa, se ha già trent’anni e detiene con l’emergente Maradona lo scettro di miglior giocatore del mondo? Semplice: una volta smaltita la sbornia dell’acquisto boom, gli esperti hanno messo in guardia i tifosi. Occhio! Occhio che il ragazzo, nato il 3 marzo 1953 nella capitale dello stato di Rio, è un fenomeno dai piedi di velluto, ma dal fisico di argilla. Sesto figlio di José, già portiere del Vasco da Gama, ha seguito le orme di due fratelli maggiori, Antunes e Edu, campioni rispettivamente di Fluminense e America, nel River di Quintino. Quando è approdato alle giovanili del Flamengo, a 14 anni, il fisico gracile e minacciato dalla scoliosi sembrava negato al calcio. Misurava 1,55 di statura e 37 chili di peso. Affidato alle cure di un preparatore – Francalacci – e di un medico – De Paula – a lui espressamente dedicati, in quattro anni di bistecche e allenamenti specifici conquistò 17 centimetri e 33 chili, esordendo in prima squadra e diventando presto un campione con la maglia numero 10 dalla strabiliante media di 1,15 gol a partita. Tuttavia la rapidità dell’evoluzione gli lasciò una predisposizione agli infortuni che il clima freddo del Friuli potrebbe aggravare. Occhio inoltre che la durezza del calcio italiano è ben lontana dalle carezze tattiche dell’allegro calcio sudamericano e il precedente di Gentile, che a uomo lo neutralizzò in Spagna, è illuminante. Bene, dopo il rodaggio in Coppa Italia (5 partite, 3 gol), eccolo sul campo del Genoa al debutto in A: una rete su azione, una su magica punizione liftata, Udinese vincente per 5-0. È l’inizio di una fantasmagoria di invenzioni e gol. Alla fine saranno 19 in 24 partite, il segno indelebile di un fuoriclasse che regala emozioni violente: il dribbling felpato, i tiri a giro, le scudisciate su calcio franco brillano tra le gemme più pure del campionato. Nonostante lui, l’Udinese, causa uno sciagurato finale, mancherà la zona-Uefa, ma il “galinho” (suo soprannome in patria, il “galletto”, per l’eleganza del portamento in campo e la conformazione fisica) è la vera sensazione stagionale. Zico significa “furetto”, ma l’origine del suo “apelido” sta anche nel finale del suo diminutivo, Arthurzico, qualcosa come “Arturino”. Soprattutto, però, significa arte del calcio allo stato puro.

LA SARACINESCA: RIGORI DI LOGICA
Le ali per volare, confessa Franco Tancredi, gliele ha date un angelo speciale, la moglie Daniela, che conosce dai tempi in cui erano adolescenti a Giulianova e gli ha consentito di superare i momenti duri. In effetti, al grande calcio è arrivato in ritardo rispetto alle previsioni. Nasce appunto in Abruzzo, in provincia di Teramo, il 10 gennaio 1955 e sui campetti dell’infanzia prova invano a fare l’attaccante. Diventa portiere, lo prendono nelle giovanili del Giulianova e l’agilità prodigiosa gli spalanca le porte della prima squadra: vi entra a 18 anni e in pochi mesi è titolare. Un campionato di C da protagonista ed eccolo al Milan, riserva di Albertosi, il maestro ideale da studiare in attesa di prenderne il posto. Invece la panchina diventa una costante e nel 1976 l’ex fenomeno deve ricominciare da capo a Rimini, in B. Si beve a sorsate un campionato tutto scossoni, in cui assaggia anche Helenio Herrera, e a fine stagione si ritrova alla Roma, con la strada sbarrata da Paolo Conti, riserva di Zoff in Nazionale. Dopo due campionati, però, il portierone coi baffi diventa scomodo e tocca finalmente al ragazzo di Giulianova. Portiere di volontà, più che di vocazione: non ha il physique du role («È vero, non sono alto, ma gli almanacchi mi tolgono due centimetri: la mia statura è 1,78…»), ma lo assistono colpo d’occhio e gran reattività muscolare. Ha movenze eleganti, risulta quasi imbattibile tra i pali, deve migliorare in personalità nelle uscite ed è un fantastico pararigori. In C e in B ne ha neutralizzati più d’uno, in giallorosso ha messo le mani sulla Coppa Italia nel 1980 parando a Pecci, Zaccarelli e Greco e l’anno dopo, sempre in finale contro i granata, a Graziani e Pecci. In Coppa Uefa nel freddo di Norrköping ha regalato gli ottavi il 3 novembre 1982 parando su Lundqvist e Svensson. In questo campionato, sventando tre rigori su quattro (Giordano, Hernandez e Beccalossi), si erge a miglior guardiano del panorama nazionale. A settembre contro la Svezia arriverà l’esordio in azzurro, candidandolo con Bordon e Giovanni Galli all’eredità di Dino Zoff.

IL SUPERBOMBER: NUME D’ARTE
È curioso come anche Michel Platini, che vince la classifica cannonieri per il secondo torneo consecutivo, esibisca proprio come il suo contraltare Zico – superato di una sola incollatura – un fisico tutt’altro che da sfondatore. Pure l’asso francese, da bambino, ha dovuto fare i conti con una gracilità nemica dell’impegno atletico. Nato a Joeuf, in Lorena, il 21 giugno 1955, ha avuto come primo maestro papà Aldo, ex calciatore, insegnante di matematica e appassionato di pallone. Nelle giovanili del Joeuf al piccolo Michel toccava finire irriso da compagni e avversari fisicamente preponderanti. Lui rispondeva alzando le spalle e continuando a limare l’orgoglio e il tocco di palla esercitandosi contro la porta del garage di casa. Si guadagnò un provino al Metz, allenato dal suo idolo Kubala, ma venne respinto con perdite («Capacità respiratoria insufficiente »), salvo poi rifarsi col Nancy, che invece lo promosse nel 1971 e in breve gli fece assaggiare la prima squadra, nella massima divisione. Vi giocò sette campionati (uno solo di B, il primo da titolare, a 19 anni), totalizzando 98 reti in 175 partite. Nei tre successivi tornei al Saint Etienne ne ha realizzate 58 in 107 presenze. Cifre da bomber effettivo, che ne disegnano la grandezza: nel calcio moderno ormai da anni votato all’atletismo, Michel è riuscito ad abbattere ogni barriera grazie a piedi raffinati e visione di gioco. Il senso tattico gli fa intuire prima di ogni altro lo sviluppo dell’azione, gli suggerisce gli inserimenti, i tiri da lontano, gli angoli scoperti a cui indirizzare il tiro, che accoppia potenza e precisione senza apparente sforzo. Su punizione il colpo di frusta disegna una pennellata rapida e rapace, nel gioco la pittura è classica, elegante e sbrigativa. Ecco perché da trequartista si permette di curare la regia e di sbaragliare il campo come cannoniere: l’arte non ha limiti.



Foto Story

La rosa artefice del double continentale


Video Story



Condividi



Commenta