Serie A 1982-83 - Roma


Il Racconto


IL FILM: DENTRO IL SECONDO
Il 10 marzo 1982 il Consiglio federale ha allargato a due il numero di stranieri per squadra in Serie A. In estate tuttavia l’affare-boom del mercato riguarda un baby-talento italiano, Roberto Mancini, che passa dal retrocesso Bologna alla Sampdoria per 4 miliardi (2,8 in contanti più Galdiolo, Roselli, Logozzo e il prestito di Brondi). Il club blucerchiato completa l’attacco con Francis, dal Manchester City per 2 miliardi. La Juventus ne spende 2,5 per Boniek dal Widzew Lodz mentre – incredibilmente – Gianni Agnelli in persona spende appena 148 milioni per prelevare Platini dal Saint Etienne. L’Inter si rafforza in difesa con Collovati, dal Milan in comproprietà con una valutazione di 2 miliardi (metà Canuti, metà Pasinato e metà Serena), e a centrocampo con Hansi Müller, dallo Stoccarda per 1,9 miliardi. La Fiorentina prende Passarella dal River Plate per 1,6 miliardi. Dalle prime giornate escono di prepotenza Roma e Verona, in testa appaiate alla settima giornata, poi i giallorossi guidano da soli dal decimo turno, fino ad aggiudicarsi il titolo d’inverno il 9 gennaio 1983, con un punto sul Verona e tre sull’Inter. I giallorossi accelerano nel ritorno, portando il vantaggio sui veneti a 5 punti alla ventesima giornata, quando gli uomini di Bagnoli crollando ad Avellino escono dalla sfida-scudetto. Prova a dar loro il cambio la Juve, che il 6 marzo, vincendo il confronto diretto all’Olimpico, si porta a tre punti dagli uomini di Liedholm. L’exploit non ha seguito, i capitolini allungano a 4 le lunghezze il vantaggio alla venticinquesima giornata, quando i bianconeri perdono il derby. Il 1° maggio la Roma è campione d’Italia con due turni di anticipo, ma solo virtualmente (manca il 2-0 a tavolino per l’Inter sulla Juventus, dopo il 3-3 sul campo). Chiuderà con 4 punti di vantaggio sulla Juventus e 5 sull’Inter. In coda, il Catanzaro è il primo a staccarsi, seguito dal Cesena, cui fa compagnia all’ultimo turno nella caduta in B il Cagliari, sconfitto ad Ascoli nello scontro diretto.

I CAMPIONI: LA FOGA DEI CERVELLI
Sin dall’avvento al vertice della Roma, Dino Viola ha coltivato il sogno tricolore. I due pilastri su cui ha potuto fondare un’ambizione così audace sono stati gli ingaggi come allenatore di Nils Liedholm e, una volta riaperte le frontiere, di Paulo Roberto Falcão come uomo guida. Nell’estate del 1982 lo svedese progetta a tavolino una squadra che porti al massimo livello la sua “ragnatela”. Il direttore sportivo Nardino Previdi lo asseconda rafforzando la squadra con esclusiva attenzione alle esigenze tecnico-tattiche. Per 1,25 miliardi arriva dall’Inter il regista austriaco Prohaska, soprannominato in nerazzurro “Lumachina” per il passo cadenzato, in compagnia del riscattato fantasista Chierico; dal Bari per un miliardo il guizzante attaccante Iorio, dalla Sampdoria in prestito lo stopper Vierchowod (in cambio del prestito di Dario Bonetti e Maggiora); dal Genoa viene riscattato a peso d’oro Nela (la seconda metà di Iachini, Romano e 100 milioni). Pochi spiccioli bastano infine per due comprimari: lo spremuto ventinovenne Maldera dal Milan e l’altro terzino Nappi dal Perugia. Più d’uno storce il naso, per un incomprensibile affollamento di registi e terzini, poi Liedholm distende sul tavolo verde la sua nuova Roma e ogni pedina va magicamente a posto: la difesa, rigorosamente a zona, vede Tancredi in porta, il mancino Nela a destra e Maldera a sinistra, entrambi con licenza di avanzare, e al centro, accanto al torreggiante Vierchowod, nientemeno che Di Bartolomei, il cui passo lento nelle chiusure viene compensato dallo straripante atletismo dell’ex comasco. “Diba” funge da primo motore del gioco, in un triangolo di cervelli che vede agli altri due vertici Falcão e Prohaska; il centrocampo è completato da Ancelotti, guarito dal secondo grave infortunio e abilissimo nelle verticalizzazioni come negli inserimenti, mentre i guizzi di Bruno Conti (miglior giocatore del Mondiale secondo un certo Pelé) e della seconda punta Iorio assecondano il senso di Pruzzo per la rete. Ne nasce un meccanismo di impressionante regolarità, che perde entrambi i confronti diretti con la Juventus (più brillante nelle giornate di grazia), ma domina il campionato come un rullo compressore, cui contribuiscono rincalzi di valore come il terzino Nappi e il giovane centrale difensivo Righetti, il mediano Valigi (eccellente controfigura di Falcão) e il guizzante Chierico.

I RIVALI: VENETI DI GUERRA
È il sorprendente neopromosso Verona a insidiare la corsa tricolore della Roma. Il club veneto sembra un laboratorio artigiano: proprietà a quattro soci, il presidente Tino Guidotti, concessionario di auto, assieme a Di Lupo, D’Agostino e Vicentini; direttore sportivo, Emiliano Mascetti, abile a lavorare di fantasia non disponendo di grandi cifre; allenatore, Osvaldo Bagnoli, che ha avuto eccellenti maestri al Milan da giovane calciatore (Bela Guttman e Gipo Viani) e da tecnico è salito piano piano, facendo della concretezza e dell’adattamento alle caratteristiche dei giocatori le proprie regole guida. Il mercato è denso di novità. Il capitolo stranieri è un mezzo fiasco, nel senso che la prima… metà, lo statuario stopper polacco Zmuda, acquistato per 440 milioni dal Widzew Lodz, si rompe quasi subito un ginocchio e dovrà quasi solo restare a guardare; l’altra metà, in compenso, dopo aver invano inseguito Ardiles, Mascetti la affida (per 450 milioni) a José Guimaraes Dirceu, riserva del gran Brasile visto in Spagna, uno che ha giocato tre Mondiali, ha fatto soffrire Zoff nella finale per il terzo posto in Argentina ed è diventato un cacciatore di ingaggi, prima in Messico, poi in Spagna. Bagnoli è perplesso, gli sembra uno di quegli “atipici” che avendo ormai raggiunto la trentina tirano più che altro a campare. Il resto, sono capolavori (potenziali) assortiti: un investimento pesante (un miliardo e mezzo) sulla ricostruzione morale e tecnica di Fanna, a 24 anni uscito a pezzi dall’esperienza juventina, ben 700 milioni su Luciano Marangon, terzino scottato dall’esperienza alla Roma; i restanti spiccioli sono per due mediani, Sacchetti della Fiorentina e Guidetti del Napoli. La rosa è ristretta, come piace al tecnico, che d’estate si mette al lavoro come uno scultore per sbozzarne una squadra. In porta conferma l’estemporaneo Garella, gigante sgraziato ma efficace, davanti a lui Oddi e Marangon sono i terzini, il secondo con licenza di avanzare, mentre al centro al posto del polacco schiera il veterano Spinosi, arrivato dalla Roma, protetto dall’elegante Tricella, giovane libero uscito dal vivaio dell’Inter e ormai maturato in gialloblù a misure d’eccellenza. A centrocampo, i mediani Volpati e Sacchetti si occupano della quantità, Di Gennaro, ex talento della Fiorentina, dirige il traffico, mentre sulla destra Fanna ritrova la giovinezza in irrestibili slalom offensivi e sulla trequarti il mancino Dirceu dipinge calcio e punizioni; del tutto si giova il veneziano Domenico Penzo, solido centravanti d’area esploso in B dopo lunga gavetta. La squadra carbura subito, facendo il vuoto in Coppa Italia e contendendo il primo posto alla Roma per tutto il girone d’andata. Finirà terza e perderà solo dalla ben più quotata Juve di Boniek e Platini la competizione nazionale dopo averle passato il testimone per un inseguimento alla Roma solo virtuale negli ultimi turni.

IL TOP: CINQUE E LODE
Paulo Roberto Falcão non è riuscito a vincere il Mondiale in Spagna pur in un Brasile tra i più belli della storia, ma della competizione è stato tra i più felici protagonisti. È nato il 16 ottobre 1953 a Xanxere, nello stato di Santa Catarina, ed è dunque un “gaucho”, cioè un brasiliano del Sud, portato alla praticità più che all’estetica, pur disponendo di doti tecniche da virtuoso. Cresciuto nell’“Escolinha” dell’Internacional di Porto Alegre, il grande Dino Sani ne ha fatto una formidabile “cabeça de area”, il classico numero 5 nel 4-2-4, l’uomo che davanti alla difesa cura la fase di filtro e di regia arretrata. Ha conquistato due titoli nazionali, nel 1975 e nel 1976, ha esordito in Nazionale il 21 febbraio 1976, vi ha vinto pochi mesi dopo il Torneo del Bicentenario, poi ha mancato i Mondiali del 1978 per un’infezione cutanea. L’approdo alla Roma, alla riapertura delle frontiere, è stato un colpo strepitoso, che da un lato ha fatto lievitare il rendimento dei colleghi di centrocampo, a partire dal fino allora discontinuo Di Bartolomei, e dall’altro, grazie al contatto con un calcio più competitivo, ha concesso allo stesso brasiliano un’ulteriore maturazione tattica, evidente nelle evoluzioni da regista armonioso e concreto in Spagna. Il suo ruolo nello scudetto che finalmente si posa sulle maglie della Roma è evidente eppure nascosto, per la quasi soprannaturale abilità nel calare la propria padronanza tecnica e visione di gioco nel collettivo magistralmente allestito da Liedholm. I tifosi giallorossi lo chiamano “il Divino” e basta vederlo solfeggiare calcio nelle battaglie più corrusche, col fisico secco e longilineo che pure non teme i contrasti, per rendersi conto di quanto il soprannome sia quasi obbligato.

IL FLOP: I FIGLI DI DIAZ
Il Napoli ragiona in grande. Così perlomeno sembra nell’aprile 1982, quando un blitz del nuovo direttore sportivo Giuseppe Bonetto veste di azzurro Ramon Diaz, ventitreenne centravanti del River Plate e della Nazionale argentina, già sodale di Maradona al Mondiale juniores vinto nel 1979 in Giappone, atteso alla consacrazione assieme al “gemello” negli imminenti Mondiali di Spagna. La spesa (due miliardi) ha stupito chi conosce lo stato delle casse partenopee e infatti nel mercato estivo non c’è stato seguito, a parte il rientro del mediano Celestini dal Catanzaro e l’ingaggio di un altro mediano, Dal Fiume, dal Perugia, mentre si attendeva un regista in grado di completare il lavoro di costruzione dell’immenso Krol. La panchina, abbandonata da Rino Marchesi approdato all’Inter, viene affidata a Giacomini, che dopo le ottime stagioni con Udinese e Milan ha “toppato” al Torino. La Coppa Italia alimenta gli entusiasmi, il Napoli sembra decollare verso eccellenti misure ed è tra i favoriti per lo scudetto secondo il Ct mondiale Bearzot. Giacomini propone Castellini in porta, tre difensori puri, Bruscolotti, Marino e Ferrario, con Krol libero con licenza di costruire gioco; a centrocampo, Celestini, Vinazzani e Dal Fiume, tre uomini di quantità, a sostegno del trequartista Criscimanni, giocatore di scuola romanista mai veramente sbocciato; in avanti, gli attaccanti mobili Diaz e Claudio Pellegrini. Come il campionato prende il via, i sogni di gloria tramontano bruscamente, la squadra resta penultima in classifica in un ambiente esplosivo e non è un modo di dire, visto che nella notte tra il 19 e il 20 ottobre 1982 due ordigni al tritolo esplodono rispettivamente sotto la casa del presidente Ferlaino e allo stadio. La sconfitta di Cagliari del 28 novembre certifica la crisi: Napoli ultimo, senza gioco e senza identità, a forte rischio retrocessione. Contattato Radice, viene invece assunto il grande ex Pesaola, che ottiene Gennaro Rambone come aiutante e riassesta a poco a poco la baracca con la ben nota saggezza, inserendo in difesa un terzino d’assalto, Citterio, e rivitalizzando Krol, anche se il rendimento di Diaz continuerà in gran parte a deludere. La crisi della squadra mobilita il sindaco Maurizio Valenzi, che convoca un’assemblea cittadina per salvare il Napoli. Ferlaino si dimette il 5 gennaio, restando peraltro titolare delle azioni e continuando a lavorare dietro le quinte. Assume la presidenza Marino Brancaccio, la cui bonomia contribuisce col lavoro del “Petisso” a rasserenare l’ambiente. Un ottimo girone di ritorno consente alla squadra di salvarsi. E l’indomani Ferlaino è pronto a tornare in sella.

IL GIALLO: I SASSI NELLO STAGNO
Paolo Casarin, miglior arbitro al Mondiale spagnolo, il 20 gennaio 1983 preme il grilletto di una intervista (alla Gazzetta dello Sport) senza la sicura della diplomazia. I concetti sono elementari, ma lacerano il manto di ipocrisia che copre il calcio italiano e dunque fanno sensazione: «I presidenti vogliono e chiedono sempre arbitri con cui pensano di poter vincere». «Non metterei la mano sul fuoco per tutti gli arbitri. Qualcuno si fa comprare? Mah, uno o due forse sì». «I giocatori vengono abituati dall’ambiente a dire il contrario della verità», perché la simulazione “paga”. Queste le frasi più “pepate”. Scoppia lo scandalo, non attenuato da un tentativo di precisazione all’Ansa. Immediatamente sospeso, Casarin viene squalificato per nove mesi e dieci giorni. Motivo: ha concesso una intervista senza autorizzazione. Più concreti i “botti” che colpiscono il pullman dell’Inter il 1° maggio nei pressi dello stadio Comunale di Torino: mentre sta per raggiungere l’impianto dove l’attende la partita con la Juventus, cinque mattoni rivestiti di cemento scagliati da tifosi bianconeri sfondano i vetri del veicolo. Uno colpisce Giampiero Marini, che dovrà essere trasportato in ospedale per la sutura di una ferita al capo. Va meglio a Oriali, il cui graffio viene curato dal medico nerazzurro. Così è chiaro che la partita, pochi minuti dopo, ha puro valore platonico: finisce 3-3, poi sarà il giudice sportivo a fissare il 2-0 a tavolino per l’Inter (tra pesanti polemiche sulla problematica responsabilità oggettiva della Juventus, mentre due dei lanciatori sono stati arrestati).

LA RIVELAZIONE: DOPO LE CADUTE
Beh, d’accordo, Carlo Ancelotti a 23 anni è ormai una realtà del calcio italiano, giunto com’è alla quarta stagione nella Roma, cioè nel calcio di vertice, e avendo già debuttato anche in Nazionale. Eppure, è per tutti una rivelazione il suo strepitoso rendimento in questo campionato, in cui è nitida e fondamentale la sua firma sotto lo scudetto della Roma. Tutto si lega alla sfortuna, che negli ultimi anni lo ha colpito con durezza. Due le date da ricordare: 25 ottobre 1981, scontro col fiorentino Casagrande all’Olimpico, con rottura del menisco e indebolimento dei legamenti del ginocchio destro; 4 gennaio 1982, in allenamento, quando ormai era vicino il rientro, rottura dei legamenti crociati e addio Mondiale, mentre il fantasma dello sfortunatissimo Francesco Rocca prendeva ad aleggiargli intorno. Così quando il 17 ottobre 1982, a venti minuti dalla fine della partita col Cesena all’Olimpico, l’ex talento del Parma torna in campo, molti trattengono il respiro. Ben presto sarà chiaro che non solo l’integrità è riconquistata, ma anche che dalla lunga assenza è emerso un giocatore completamente nuovo: l’agile mezzapunta giunta nella Capitale dall’Emilia ha lasciato il posto a un poderoso centrale di centrocampo che non teme la lotta (memorabile la sua serata a Colonia, in Coppa Uefa, contro il mulinare clave dei marcantoni tedeschi nella lizza di metà campo). Dopo le prime prove in giallorosso, Liedholm era stato buon profeta, sentenziando: «Questo ragazzo ha la disciplina tattica nel sangue. Non va mai… contromano». Previsione azzeccata: il nuovo Ancelotti è un pilone del gioco che non ha scordato come si fa gol (vedi il tonante sinistro in controbalzo del 6 febbraio ad Ascoli), ma sa soprattutto tenere insieme la “ragnatela” coniugando filtro e rilancio da califfo del ruolo.

LA SARACINESCA: DA SARAJEVO CON AMORE
C’è una storia lunga, dietro le mani di Silvano Martina, portiere del Genoa che a trent’anni si scopre grande, risultando determinante nella salvezza della squadra grazie a senso del piazzamento e reattività da palo a palo da campione. Dentro c’è la Jugoslavia, il paese in cui suo nonno emigrò dal Friuli in cerca di un futuro migliore, e Sarajevo, la futura città martire in cui Silvano nacque il 20 marzo 1953. La famiglia gestiva un mulino, la sua infanzia si divise tra i sacchi di farina, la diffusa miseria e il pallone, spelacchiato o di stracci, con cui sin dai primi passi scoprì la vocazione del portiere. Per poter assistere alle partite dello Zeljeznicar, il club dei ferrovieri, con gli amici si inabissava nelle fogne, per poi riemergere a pochi passi dal campo. Difendeva la porta della rappresentativa della scuola, ma un giorno papà Lino disse basta: soldi ne giravano pochi e gli italiani erano troppo malvisti per continuare, così la famiglia riattraversò il confine per tornare alle origini, in Friuli, a Chiusaforte, paesino della Carnia. Silvano aveva dodici anni, divenne portiere di una squadretta di Gemona del Friuli e dovette iscriversi alla prima elementare nonostante fosse arrivato alla seconda media, causa ottima conoscenza del serbo-croato e del russo e pessima dell’italiano. A quindici anni un osservatore lo portava nelle giovanili dell’Inter, a crescere nel mito di Vieri. A diciassette era in quinta elementare e avrebbe finito per conquistare la licenza media a una scuola serale. A venti debuttò in nerazzurro contro il Palermo, ma, considerato troppo gracile, dopo una stagione da riserva di Bordon nell’ottobre 1974 passava in B, panchinaro nella Sambenedettese. La stagione successiva era titolare al Varese, sempre tra i cadetti, e riguadagnava la casa base. Ma solo di sfuggita. Il Brescia e poi il Genoa in B da dodicesimo erano le tappe successive. Nel 1979 tornava al Varese, in C1, da promessa ormai sfiorita, ma trovava la fiducia di Eugenio Fascetti e conquistava a suon di parate decisive la promozione. Da lì il ritorno al Genoa e una nuova promozione, in A, a forza di voli, poi la massima serie conservata grazie alla fiducia di Simoni e l’incidente con Antognoni che gli ha lasciato ferite profonde nel cuore, anche se proprio il campione viola tenne a rassicurarlo di non aver considerato per nulla temeraria o pericolosa quell’azione. «Dopo quel brutto momento» ricorda ancora, «ho perso una delle mie caratteristiche: la spavalderia nelle uscite».

IL SUPERBOMBER: L’UOMO CHE SEPPE FARSI TRE
Il nonno di Michel Platini, Francesco, era partito da Agrate Conturbia, in provincia di Novara, verso la Francia, in cerca di fortuna. Eppure queste radici italiane non giovano al campione francese che Agnelli ha conquistato a prezzo irrisorio con un memorabile blitz di mercato. A 27 anni, nel pieno della maturità, dovrebbe pilotare la Juventus tricolore verso un immancabile bis-scudetto e la Coppa dei Campioni, ma per settimane della sua presunta grandezza si trovano in campo poche tracce. Perennemente alle prese con problemi fisici (qualcuno lo irride definendolo “pube de oro” in contrapposizione al talento emergente di Maradona, juventino mancato), a qualche bagliore tecnico fa seguire lunghe e irritanti pause. Insomma, eccolo, il classico “ninnolo da salotto”, un presunto campione responsabile del mancato ingresso della Juve nella sala-scudetto nel girone d’andata. Trapattoni pazienta, ma è costretto ad ammettere: «Platini è così, dà gioia e dolori, in campo e fuori. Quando non gli gira bene, ricorre a scuse banali. È una primadonna, con vizi e virtù annessi». Passano i mesi, dopo venti partite il francese ha all’attivo appena quattro gol e un punto interrogativo gigante sulla sua identità tecnica: è un regista? No. Un trequartista? No. Un attaccante nemmeno, viste le reti col contagocce. Poi, l’ambientamento – all’Italia e al suo calcio – si completa ed è come se scattasse un interruttore. Da quel momento, nelle ultime dieci giornate, Platini diventa tutto: regista, trequartista, attaccante, giocando contemporaneamente in tre ruoli, fino a riportare per un istante la Juve a inquadrare lo scudetto nel mirino, segnando dodici reti e diventando il capocannoniere del campionato, nonostante perda i due segnati all’Inter nella partita poi decisa dal giudice sportivo. Ecco chi è Platini: “le roi”, un re del calcio che sa pescare il compagno a quaranta metri o inventare in souplesse un inserimento in area oppure decidere, appoggiandosi indolentemente all’indietro (noblesse oblige), di inquadrare la porta da lontano, cavandone una “stecca” che non dà scampo al portiere avversario.

LA TATTICA: COSÌ NACQUE IL 4-4-2
Nel 1966 l’Inghilterra, la culla del calcio, organizzava i Mondiali, occasione irripetibile perché coloro che del pallone continuavano a considerarsi Maestri riuscissero finalmente a vincere la manifestazione iridata. L’operazione venne affidata a un ex terzino della Nazionale, Alf Ramsey, insediatosi nell’ottobre 1962, il cui lavoro prese subito due strade: una vasta e capillare selezione del meglio offerto dal calcio inglese e il rinnovamento tattico. Era infatti evidente che l’immobilismo non aveva giovato alle sorti della rappresentativa, ferma ancora ai rigidi canoni del vecchio Sistema inventato da Chapman quasi quarant’anni prima. Ramsey decise di affondare il bisturi, ispirandosi al 4-2-4 dominante, anche a costo di subire critiche di difensivismo. Ormai quasi tutti, d’altronde, giocavano con quattro difensori, molti col libero di ispirazione italiana: continuare col passato non aveva più senso. Dimostratosi difficile l’inserimento tout court in difesa di un secondo stopper, scelse una soluzione di compromesso, aggiungendo al difensore centrale del Sistema un elemento ibrido: Bobby Moore era in effetti un difensore, ma con tocco di palla e visione di gioco da centrocampista. Affiancato alla “giraffa” Jack Charlton, divenne implacabile baluardo e anche regista arretrato quando il pallino passava ai suoi. L’esperimento funzionò egregiamente e Ramsey poté dedicarsi all’inserimento senza rischi di un altro fuoriclasse, l’attaccante Bobby Charlton (fratello di Jack), come centrocampista avanzato, così da sfruttarne gli assist oltre alle incursioni in zona gol. Per consentirgli la massima libertà d’azione, stabilì di collocare sul lato sinistro un attaccante disponibile a partire stabilmente da posizione mediana, un’ala tornante in grado di coprire le avanzate del grande Bobby.

CAUTELA
Nacque così l’Inghilterra destinata a vincere il titolo iridato, inizialmente schierata secondo un nuovo modulo, il 4-3-3. Davanti al favoloso portiere Banks, i terzini Cohen e Wilson, ottimi marcatori capaci anche di avanzare a dar manforte al centrocampo; al centro, la mignatta Jack Charlton, abilissimo a calamitare i palloni di testa, e il genio di Bobby Moore. Come diga davanti alla difesa, il “duro” (eufemismo) Stiles, poi Bobby Charlton a inventare senza briglie sul collo con l’aiuto dell’estrema sinistra (nominale) Peters. In attacco, due interni offensivi in posizione di ali e il centravanti Greaves. Al momento del dunque, cioè a partire dai quarti di finale, Ramsey adottò tuttavia un’ulteriore cautela protettiva, schierando stabilmente come terzo attaccante un altro tornante, Alan Ball, infaticabile uomo di spola prodigo di rientri. Così nella linea mediana finivano col giocare quattro uomini, in appoggio alle punte vere e proprie, cioè le “torri” Hurst (preferito a Greaves) e Hunt. Era nato il 4-4-2.



Foto Story

La rosa della Roma Campione d'Italia 1983


Video Story



Condividi



Commenta