Serie A 1981-82 - Juventus


Il Racconto


IL FILM: LA COPPIA DI CRISTALLO
La Juventus rinuncia a Causio (ceduto all’Udinese), si riprende lo squalificato Paolo Rossi versando al Vicenza 3,3 miliardi e acquista il mediano Bonini dal Cesena per 2 (800 milioni in contanti più Verza e comproprietà di Storgato); la Fiorentina di Ranieri Pontello conquista l’oscar del mercato spendendo quasi 7 miliardi per gli acquisti-boom di Cuccureddu, Vierchowod, Pecci, Graziani, Massaro e Monelli. L’Inter si rafforza con Bagni, dal Perugia per 3 miliardi (1,3 più Ambu e metà Caso), la Roma prende Nela dal Genoa in comproprietà per 3 miliardi (comproprietà Iachini, pagato un miliardo al Brescia, e Capezzuoli più 500 milioni e l’incasso di un’amichevole tra Roma e Genoa all’Olimpico). Dopo gli stranieri, il calcio italiano si apre agli sponsor: 100 centimetri quadrati a disposizione sulla maglia di ogni giocatore per un marchio pubblicitario, oltre allo spazio per il fornitore tecnico. Tanto per cambiare, la Juventus prende lo steccato e va in fuga, ma l’Inter la raggiunge alla decima giornata e la domenica successiva si aggregano in testa anche Fiorentina e Roma. Queste due restano sole a condurre, poi sono i viola a isolarsi, fino a vincere il titolo d’inverno il 17 gennaio 1982, con un punto sulla Juve e due su Inter e Roma. La strana coppia Fiorentina-Juve si ricostituisce tre domeniche più tardi, per spezzarsi alla ventiduesima giornata, quando i viola pareggiano a casa Toro e la Signora travolge la Roma a domicilio. Il 4 aprile lo scontro diretto a Firenze finisce sul nulla di fatto, ma sette giorni dopo i gigliati ricostituiscono l’accoppiata di testa, che si mantiene fino all’ultimo turno. È il 16 maggio: quando ormai ci si prepara allo spareggio-scudetto (programmato per sabato 22 maggio, con slittamento del ritiro premondiale della Nazionale ad Alassio), tutto si decide nel giro di novanta minuti: la Fiorentina pareggia a Cagliari, la Juventus vince a Catanzaro grazie a un rigore trasformato con esemplare professionalità da Brady, già certo dell’addio dopo gli acquisti di Platini e Boniek per la stagione successiva. In coda, al Como, che ha per primo perso terreno, si aggiungono sul filo di lana nella caduta in B due nomi eccellenti: il Milan e il Bologna, che incappa nella prima retrocessione della storia. Immacolate dalla serie cadetta restano soltanto Inter e Juventus.

I CAMPIONI: IL GIGANTE NANÙ
La sera del 4 novembre 1981 la Juventus sembra perduta: in uno scontro col portiere Munaron dell’Anderlecht in Coppa dei Campioni, Bettega riporta la rottura del legamento collaterale interno del ginocchio sinistro e chiude in anticipo la stagione, giocandosi pure il Mondiale in Spagna. “Penna bianca” (dalla precoce canizie) nelle prime sette partite di campionato aveva segnato 5 reti, decisive per le sei vittorie che mantengono la Signora saldamente in testa alla classifica. In estate, Boniperti si era limitato a riportare alla base Virdis e Tavola dal Cagliari e a preparare la successione a Furino con l’arrivo del mediano Bonini dal Cesena. Il “colpo” l’aveva fatto a primavera, chiudendo il 1° aprile l’accordo col patron vicentino Giuseppe Farina per il ritorno di Paolo Rossi in bianconero. Vana però si è rivelata la speranza di una riduzione di pena per l’attaccante, che dovrà scontare la squalifica fino all’ultimo giorno, il 29 aprile 1982. Ecco perché, perso l’ariete Bettega, la Juventus appare disarmata, col solo tutt’altro che prolifico Virdis in attacco. In effetti Trapattoni, che aveva ricavato meraviglie da un reporto offensivo sostenuto dalla regia di Brady e dalle incursioni esterne di Marocchino e dello stesso Virdis in appoggio all’ariete centrale, non può far altro che ripartire dal sardo nella posizione di Bettega, con Fanna nuovo esterno. La soluzione è rattoppata e la Juve frana, perdendo subito in casa del Genoa e giocandosi la testa della classifica. La discesa, lieve ma costante, continua, finché il tecnico non decide di lanciare titolare un diciottenne del vivaio, Giuseppe Galderisi, un soldo di cacio di origini campane soprannominato in Piemonte “Nanù” per la taglia ridotta: rapido, guizzante, questi realizza cinque reti nelle sue prime tre gare da numero 9, restituendo fiducia alla squadra e facendo da “ponte” al ritorno di Rossi, che debutta in maglia bianconera con un gol a Udine il 2 maggio, in tempo per sostenere il rush finale della Signora, mentre lo smalto del ragazzino si era di già appannato. Centravanti a parte, questa è dunque la Juve: Zoff in porta, Gentile e Cabrini in copertura e in avanscoperta sulle fasce, Brio stopper e Scirea libero; a centrocampo, la corsa di Furino e le incursioni di Tardelli rampa di lancio per la regia sottotraccia ma preziosa di Brady; sui lati i micidiali affondo di Marocchino e la classe di Virdis, con il contributo già palpabile nel cuore del gioco del solido Bonini come rincalzo di lusso. Una Juve asciutta ed efficace quanto bisognosa di linfa nuova e infatti a primavera con un blitz personale Gianni Agnelli acquista Platini per un “tozzo di pane” e pure il polacco cingolato Boniek. Intanto però è proprio il silurando Brady, con esemplare professionalità, a trafiggere Zaninelli su rigore a un quarto d’ora dalla fine del campionato, assicurando alla Signora il ventesimo titolo, che porta la seconda stella sulla maglia.

I RIVALI: IL CONTE CORRENTE
La Fiorentina ha rischiato grosso, nel precedente campionato, poi l’avvento di Picchio De Sisti in panchina al posto di Carosi l’ha risollevata portandola a un girone di ritorno super e a rinnovate ambizioni di grandezza. Quelle nate il 4 maggio 1980, quando il giovane Ranieri Pontello raccolse da Enrico Martellini il testimone di presidente della Fiorentina, dopo l’acquisizione del club da parte della facoltosa famiglia, capitanata dal padre del neo presidente, il conte Flavio. Così nell’estate del 1981 va in scena la prima, vera discesa in campo della nuova potenza economica del club, che conquista l’oscar del mercato con una serie di colpi a sensazione: Pecci e Graziani dal Torino, l’ambitissimo baby bomber Monelli, assieme al centrocampista Massaro, dal Monza (Serie C1), Cuccureddu dalla Juventus, Vierchowod in prestito dalla Sampdoria. Una campagna extralusso con un unico obiettivo: lo scudetto. De Sisti imposta la squadra col giovane Galli in porta, Cuccureddu e Ferroni terzini, Vierchowod stopper, Galbiati libero; a centrocampo, il sudore del maratoneta Casagrande al servizio della regia di Pecci e dei piedi nobili di Antognoni, con la rivelazione Massaro a supporto esterno come tornante; in attacco, l’ala campione del mondo Bertoni in accoppiata con Graziani. L’avvio è zoppicante, seguito dalla prima tegola: Cuccureddu si lacera in allenamento i legamenti interni del ginocchio sinistro ed esce di scena per quattro mesi. Lo sostituisce il giovane Contratto, abile a giostrare su entrambe le fasce. A poco a poco la squadra ingrana, insegue la Juve, poi viene fagocitata al terzo posto e infine il 22 novembre un terrificante scontro di gioco leva di mezzo capitan Antognoni. Tutto sembra perduto, invece De Sisti consegna la maglia numero dieci al gregario Miani e la squadra si impenna, pareggia a casa Juve e con quattro successi di fila passa a condurre la classifica, vincendo il titolo d’inverno. Nonostante la vena realizzativa di Bertoni si affievolisca, la viola regge il ritmo e duella con la Juve per tutto il girone di ritorno; ritrova Antognoni al ventitreesimo turno e, dopo un nuovo nulla di fatto nello scontro diretto coi bianconeri, giunge appaiata alla Signora in testa alla classifica all’ultima giornata. Il 16 maggio a Cagliari il gol della vittoria di Graziani viene annullato per un discusso fallo di Bertoni sul portiere Corti tra vibranti proteste, mentre a Catanzaro la Juventus vince su rigore operando il sorpasso tricolore sul filo di lana. Una delusione che i Pontello non riusciranno mai a smaltire del tutto.

IL TOP: DINO D’ANNATA
Quando Dino Zoff restò inerme di fronte a due siluri da lontano scoccati nella finalina per il terzo posto ai Mondiali 1978, la sentenza della critica fu quasi unanime: a 36 anni era giunta per lui l’ora della pensione. Nessuno avrebbe immaginato di ritrovarlo quattro anni dopo addirittura braccia al cielo con la Coppa del Mondo. Eppure, il trionfo dell’11 luglio 1982 a Madrid non è che il seguito di altri quattro anni vissuti nel solco dei precedenti: a replicare alle critiche col silenzio e nel silenzio continuare a oliare i meccanismi, levigare gli spigoli, coltivare il colpo d’occhio e il senso della posizione come fossero geometrie da piantumare in un vaso sul balcone di casa, innaffiandole giorno dopo giorno con amore. Così il campionato che sposa i quarant’anni (28 febbraio 1982), viene condotto da protagonista, da modello di longevità e professionalità. Dino Mito conquista il sesto personale scudetto nelle vesti di leader arretrato di una squadra che subisce meno di tutti – 14 reti in 30 partite – grazie alla regolarità con cui smitizza il luogo comune che vuole i grandi portieri forniti di un grano di pazzia. Un grande portiere, obietta lui, è un motore da formula uno, perfetto e studiato in ogni dettaglio, secondo i misteriosi parametri della classe, quella istintiva e naturale che se non la possiedi non la puoi inventare.

IL FLOP: IL MALE OSCURO
È tornato subito in A a passo di carica, il Milan affondato dal calcioscommesse, e dopo aver fatto sfracelli tra i cadetti punta a tornare a frequentare i piani alti con vista scudetto. La proprietà è ancora in mano a Felice Colombo, dietro le quinte per via della squalifica; presidente è Gaetano Morazzoni e a comandare, come direttore generale, c’è Gianni Rivera. Al mercato si ragiona in grande per colmare le lacune dell’organico con l’ingaggio di un regista e di un grande attaccante. Si parla di Zico e di nomi altisonanti, poi all’ultimo momento arriva, per 1,2 miliardi, Joe Jordan, poderoso centravanti scozzese del Manchester United. Lo chiamano “lo squalo” per un vistoso ammanco nella chiostra dei denti del sorriso, che lo fa truce in partita ed è invece nascosta nella vita quotidiana da una tranquillizzante protesi. Quanto al regista, si punta su Adelio Moro, che ha fallito da giovane la prova nell’Inter ed è tornato a ruggire in provincia: per 800 milioni più De Vecchi e il prestito del giovane Carotti lascia l’Ascoli e si veste di rossonero. In panchina si siede Gigi Radice, reduce da uno strepitoso rilancio al Bologna, mentre il tecnico-promozione, Giacomini, è andato a cercare fortuna al Torino. Il nuovo Milan prevede Piotti in porta, Tassotti e Maldera terzini, Collovati stopper, Baresi libero, Battistini e Buriani a far legna a centrocampo a copertura della regia di Moro e delle invenzioni di Novellino e dell’altro tornante Romano alle spalle dell’unica punta Jordan. Il modulo rivela subito una preoccupante sterilità: troppo solo lo scozzese, che non è certo tipo da palleggio raffinato in grado di aprirsi varchi in area. Perdipiù dopo appena quattro partite Franchino Baresi cade vittima di un misterioso virus: una mattina di ottobre i compagni sgomenti lo vedono uscire da Milanello su una sedia a rotelle, perché la mancanza di forze gli impedisce di camminare. Resterà a lungo in clinica, preda di febbri altissime e poi di un graduale miglioramento, fino alla completa guarigione, riuscendo però a rientrare solo dopo quattro mesi, a fine gennaio 1982, quando la situazione sarà già precipitata: ritroverà infatti un Milan penultimo, in grave crisi. Per sostituirlo, a ottobre è stato acquistato Venturi, libero emergente del Brescia (Serie B), con risultati impari alle attese, mentre in attacco vano è stato l’inserimento di Antonelli. Quel giorno, il 31 gennaio, oltre al ritorno del “Piscinin”, il Milan registra il debutto in panchina di Italo Galbiati, tecnico della Primavera, promosso dopo la cacciata di Radice seguita alla sconfitta casalinga con l’Udinese. Il nuovo corso sposta di poco la situazione e all’ultima giornata il Milan gioca a Cesena: vince grazie a una prova di orgoglio, ma il pari del Genoa sul campo del Napoli e quello interno del Cagliari con la Fiorentina lo condannano a una nuova caduta in B: questa volta per puri demeriti sportivi.

IL GIALLO: IMPATTO D’INSTABILITÀ
Forse, per capire davvero la terribile sequenza del 55’ di Fiorentina-Genoa del 22 novembre 1981 bisogna riavvolgere il film della carriera del protagonista-vittima: Giancarlo Antognoni. Uno dei migliori prodotti del vivaio italiano, amatissimo a Firenze per quanto spesso contestato dalla critica. Anno dopo anno, il preteso “erede di Rivera” è andato incontro a osanna e biasimi, fino all’ultima stazione, a Torino il 14 novembre 1981 contro la Grecia, quando l’Italia ha rimediato uno sbiadito pareggio e il “colpevole”, tanto per cambiare, è stato individuato nel “putto” di Firenze, troppo “molle” in un’occasione che pure metteva in palio un pizzico della qualificazione ai Mondiali. Forse non è un caso che otto giorni dopo, alla ripresa del campionato, scenda in campo contro il Genoa un Antognoni particolarmente rabbioso: gioca da mattatore, trafigge Martina su rigore e quando, appunto al decimo del secondo tempo, un lancio in profondità lo proietta verso l’area avversaria, si butta a corpo morto, nonostante il portiere stia già uscendo a valanga con la gamba destra alzata a protezione, e prova ad arrivarci di testa, finendo con l’offrire la tempia sinistra al ginocchio dell’avversario. L’impatto è terrificante, il giocatore resta esanime sull’erba («Quando l’ho visto a terra, con gli occhi rivolti all’insù e la bava che gli usciva dalla bocca, ho creduto che fosse morto» confesserà sgomento Martina a fine gara). Privo di conoscenza, il giocatore viene subito soccorso e grazie alla respirazione bocca a bocca e a un massaggio cardiaco riprende lentamente a compiere qualche movimento. Un’ambulanza lo trasporta a sirene spiegate all’ospedale di Careggi dove gli viene riscontrata una doppia frattura alla regione parietale sinistra. In sala operatoria si provvede a rimuovere l’ematoma causato dal colpo e a ricomporre l’osso frantumato. Lo sconvolto Martina invoca l’involontarietà, ma la Procura della Repubblica di Firenze apre un’inchiesta ipotizzando il dolo eventuale, figura del diritto penale assimilabile a una volontarietà generica: il portiere potrebbe essere uscito a quel modo anche a costo di colpire l’avversario e dunque di procurargli un grave danno fisico. La vicenda si chiuderà con un «non luogo a procedere» nei confronti del giocatore genoano, scagionato peraltro pienamente dallo stesso Antognoni quando riuscirà finalmente a riprendersi. L’asso della Fiorentina, nonostante i timori di chiusura anticipata della carriera, il 21 marzo 1982 torna in campo contro il Cesena, in tempo per candidarsi a un ruolo da protagonista al Mondiale, che non mancherà di onorare fino al trionfo finale.

LA RIVELAZIONE: INNO ALLA GIOIA
Si può giocare a calcio per il puro piacere di farlo? Il sedicenne Roberto Mancini, baby rimasto al Bologna scampando al prestito in C1 (al Forlì) solo per la cocciutaggine dell’allenatore Burgnich che ne ha perorato la causa col presidente Fabbretti, sembra la risposta alla domanda. “Questo” Mancini, un fiore che sboccia nel prato verde della Serie A e subito risplende di gol di efferata bellezza e spontaneità, è uno dei più fulgidi della lunghissima carriera che da tali vagiti si dipanerà via via sempre più sicura dopo qualche inciampo. Tutto infatti vi nasce senza calcolo, senza difficoltà, con la gioia tipica di un bambino che mette la testa fuori dal guscio e su un campo di calcio dà sfogo a tutto il proprio talento. Marchigiano di Jesi (in provincia di Ancona), dove è nato il 27 novembre 1964, cominciò a calciare nell’Aurora e un giorno del 1977 si fece notare in un provino da Luciano Tessari, secondo di Liedholm al Milan, che lo scelse subito, raccomandandogli di aspettare la lettera di convocazione per poi recarsi a Milano. Quella lettera, spedita per errore all’altra società cittadina partecipante, il Real, non arrivò mai a casa Mancini. Arrivò invece un anno più tardi un’altra occasione, una visita di mamma Marianna al suo dentista di Bologna e il provino combinato da un amico di papà Aldo, che viveva a Castenaso, alle porte del capoluogo emiliano, e conosceva Marino Perani, responsabile del settore giovanile rossoblù. Gli diedero una maglia numero otto, pregandolo di giocare interno, non in attacco come da istinto. Bastarono pochi minuti per tesserarlo per il club emiliano. Già Gigi Radice lo aveva gettato nella mischia a sedici anni appena compiuti, il 4 gennaio 1981, al 63’ della partita casalinga contro il Torino al posto di Marco Marocchi, nel Torneo di Capodanno. Burgnich lo ha aggregato al ritiro estivo e alla prima di campionato, il 13 settembre in casa contro il Cagliari, al 73’ lo ha fatto esordire al posto del centravanti Fiorini. Da allora lo manda in campo ogni domenica a ripresa inoltrata e quando compie 17 anni il ragazzino ha già all’attivo nove presenze, due gol e la maglia da titolare numero 7, in coppia d’attacco con Fiorini o Chiodi. Cresciuto nelle giovanili da centrocampista per abbondanza di attaccanti, si rivela un campioncino già completo: fisicamente tosto, salta l’uomo e trova i compagni e la porta con naturalezza, tanto da trovare la posizione definitiva al centro dell’attacco in un Bologna che disperatamente prova a evitare la prima retrocessione in B della storia. Non ci riuscirà, nonostante i nove gol del suo baby d’oro, record assoluto per un esordiente della sua età.

LA SARACINESCA: IL REDIVIVO
Strana parabola, quella di Stefano Tacconi, ragazzone umbro di gran fisico, nato a Perugia il 13 maggio 1957 e rivelatosi precocissimo nelle giovanili dello Spoleto (Serie D), tanto da approdare a 18 anni a quelle dell’Inter. Bastò una stagione per una bruciante bocciatura ed ecco il Nostro di nuovo alla base, a difendere da titolare la porta del club d’origine, da cui lo prelevava la Pro Patria, con cui giocava in C appena sette partite. Il ragazzo l’anno dopo sbancava al Livorno, in C1, e nessuno lo fermava più: titolare in B nella Sambenedettese e nel 1980 esordiente in A nell’Avellino. Al suo secondo campionato in Irpinia, il gigante si conferma di categoria superiore: ai mezzi atletici straripanti accoppia un carattere guascone che si traduce in una personalità spiccata nel guidare la difesa. Scattante, reattivo, abile tra i pali e in uscita, si iscrive tra i migliori della categoria.

IL SUPERBOMBER: CHIAMAMI ALFREDO
Centra il bis, Roberto Pruzzo, cui resterà il cruccio di non partecipare all’avventura mondiale, ora che ha dimostrato di essere il più forte attaccante italiano. In fondo, è tutta una questione di allenatori. Alla Roma fino all’avvento di Liedholm ha dovuto combattere contro contestazioni assortite. Era nato anche un club anti-Pruzzo, nella tifoseria giallorossa, che lo accusava di piede grezzo e senso tattico scadente. Poi, il maestro svedese cambiò la linea dell’orizzonte. Si era bruciato Gay Anzalone, il presidente svenatosi per lui, ci aveva rimesso la panchina Giagnoni e non l’aveva tenuta neppure il successore Valcareggi. Con Dino Viola, però, arrivava Nils il saggio e una delle sue prime intuizioni riguardò proprio il cannoniere: lo soprannominò “Di Stefano”, accostandolo al leggendario fuoriclasse argentino, un’iperbole che valeva come sprone ma anche da avvertimento: il ragazzo di Crocefieschi aveva piedi tutt’altro che analfabeti e poteva – eccome – partecipare al gioco, anche se a modo suo. E infatti oggi è lui a indicare il Nord nella bussola della “ragnatela”, lui col suo fiuto per la rete, il colpo di testa sempre in canna, l’acrobazia impossibile costantemente a portata. Lui suggerisce quando la teoria del possesso-palla in orizzontale improvvisamente deve distendersi in verticale come un colpo di frusta alla ricerca del gol. Non sarà Alfredo Di Stefano, ma con 15 reti in 26 partite Pruzzo si conferma re dei bomber e lancia un ponte tra passato e futuro, perché da centravanti all’antica esalta il modulo di Liedholm che parte dalla difesa a zona per svecchiare il calcio italiano.



Foto Story

La Juventus vincitrice del suo ventesimo titolo, prima formazione a raggiungere il traguardo


Video Story



Condividi



Commenta