Serie A 1980-81 - Juventus


Il Racconto


IL FILM: IL VENTO DELL’ESTERO
Arrivano gli stranieri, a rivitalizzare un mercato diventato ormai asfittico. Oscar alla Roma, che per 1,4 miliardi di lire acquista Paulo Roberto Falcão dall’Internacional Porto Alegre. La Fiorentina ingaggia Daniel Bertoni, campione del mondo argentino, per 1,3 miliardi dal Siviglia. Un miliardo e 60 milioni al Vancouver Whitecaps costa invece Ruud Krol, preso dal Napoli. La Juventus e l’Inter spendono un miliardo secco rispettivamente per l’irlandese Brady dall’Arsenal e l’austriaco Prohaska dall’Austria Vienna. Si parte ed è proprio la Roma a emergere dalla bruma delle prime settimane, isolandosi in testa alla classifica dalla sesta giornata. Domenica 23 novembre la partita dell’ottavo turno tra Avellino e Ascoli è finita da oltre due ore quando tre scosse di terremoto tra il nono e il decimo grado della scala Mercalli sconvolgono l’Irpinia, provocando 2900 morti, devastazione e danni ingenti in Campania e Basilicata. Il mondo del calcio si mobilita per iniziative di solidarietà. Il Partenio di Avellino torna disponibile solo il 25 gennaio 1981; la domenica successiva la Roma è campione d’inverno, con un punto sull’Inter e due su Juventus e Napoli. Dopo un paio di fugaci agganci dei nerazzurri, i giallorossi conquistano di nuovo la testa in solitudine, ma alla ventesima giornata vengono raggiunti dalla Juventus e comincia un’appassionante lotta per il tricolore, allargata al Napoli che si aggiunge in vetta alla venticinquesima. Sette giorni dopo, la sconfitta interna dei partenopei contro il fanalino di coda Perugia sbanca il Totocalcio e lancia la Juve capolista solitaria. La Roma segue a una lunghezza e il 10 maggio, a due turni dal termine, sfida gli avversari a Torino nello scontro diretto. Finisce sul nulla di fatto, complice il contestato annullamento di un gol di Turone, e due domeniche più tardi la Juventus vince lo scudetto con due punti sui giallorossi. In coda, agli umbri si accodano nella caduta in B la Pistoiese, crollata nel ritorno, e il Brescia, per peggior differenza-reti negli scontri diretti con le pari classificate Avellino, Ascoli, Udinese e Como; infruttuoso il reclamo del club lombardo sull’interpretazione del regolamento, che prevede tre criteri successivi: i punti negli scontri diretti, la differenza-reti negli stessi e quella generale.

I CAMPIONI: I TRAPPISTI
Difficile inquadrare questa ennesima Juventus vincente che la diabolica coppia Boniperti-Trapattoni riesce a inventare in una stagione partita col piede sbagliato. Intanto, il mercato riapre agli stranieri, finalmente, ma a uno soltanto per squadra e dunque tutti sono convinti che alla Signora occorra pescare una punta, essendone rimasta drammaticamente a corto dopo la squalifica che ha rimandato il possibile ritorno all’ovile di Paolo Rossi. Invece si battono altre piste. Agnelli è innamorato del diciannovenne Maradona, ma l’Argentinos Juniors pretende una follia (se lo aggiudicherà il Boca per 9 miliardi, strangolandosi finanziariamente) e né la situazione della Fiat né le perplessità di Boniperti sull’effettivo valore del giocatore una volta esportato dal campionato di casa consigliano di affondare il colpo. Così si ripiega su un altro mancino, l’irlandese Liam Brady, peso leggero, regista dell’Arsenal, cui si aggiungono i ritorni dei giovani difensori Osti, dall’Udinese, e Storgato, dall’Atalanta. Virdis va in prestito al Cagliari e dunque la Juve sembra proprio priva di punte. Il Trap ribatte: abbiamo semplicemente il capocannoniere dell’ultimo torneo e in Europa sono in tanti a giocare con un unico attaccante puro. Insomma, quando la Juve abborda il campionato i dubbi sono tanti e le prime giornate paiono confermarli: cinque punti nelle prime sei partite, Gentile e Bettega appiedati da lunghe squalifiche per una diatriba con l’arbitro Agnolin nel derby. Insomma, tutto perduto, tranne… il Trap. Ancora una volta, il giovane tecnico sta solo mettendo a punto il motore bianconero: dalla domenica successiva inanella sedici partite utili di fila, piazzando tra febbraio e marzo un filotto di sei vittorie che proietta l’eterna Signora in testa alla classifica. Ora il canovaccio è chiaro: Zoff in porta (a 39 anni è ancora il migliore di tutti), il marcatore Cuccureddu e il fluidificante Cabrini terzini, Gentile stopper, Scirea libero; il “mostruoso” Furino diga davanti alla difesa, lo straripante Tardelli a tamponare e ripartire come uomo ovunque del centrocampo a protezione di Brady, che inventa gioco e segna, risultando con 8 reti alla fine il capocannoniere bianconero; in avanti, due esterni imprevedibili come il declinante Causio (prima metà della stagione) e poi il giovane Marocchino (fisico e dribbling da campione) a destra e Fanna a sinistra, con al centro Bettega, peraltro fermo alla fine a 5 reti, causa qualche problema fisico e una precisa chiave tattica: è lui, di fatto rifinitore, ad aprire gli spazi al tourbillon che arriva da dietro: Cabrini e Tardelli segnano 7 gol a testa, Fanna e Marocchino 5 e alla fine la Juventus vince lo scudetto con il massimo delle reti segnate e il minimo di quelle subite. È vero, la Roma protesta per i centimetri del gol di Turone, ma alla fine lo scudetto è meritato proprio perché da un organico così pesantemente deficitario di effettivi cannonieri la sagacia del tecnico e la dedizione assoluta di tutti gli interpreti (lo spirito Juve) traggono pepite d’oro. Il “trapattonismo” aggiunge una perla preziosa alla sua collana.

I RIVALI: LA TELA DEL RAGNO
La Roma è matura per lo scudetto e lo dimostra in una stagione memorabile. Il presidente Dino Viola si tuffa sul mercato estero deciso a importare un “crack” assoluto: non riesce a raggiungere Zico e allora si “accontenta” di Paulo Roberto Falcão, regista arretrato dell’Internacional di Porto Alegre, “Bola de ouro” come miglior giocatore brasiliano del 1979. Lo paga «un milione e settecentomila dollari, pari a un miliardo e 411 milioni, al cambio di 830 lire per dollaro», come precisa puntigliosamente dandone l’annuncio il 28 luglio 1980. Vi aggiunge due giovani promettenti, l’interno Sorbi e l’attaccante Birigozzi dalla Ternana, due prestanti difensori, Vincenzo Romano dall’Avellino e Dario Bonetti dal Brescia, e il ritorno alla base dell’attaccante Faccini, dalla Nocerina. Liedholm conferma la zona in difesa, giubilando il doppio libero (ne fa le spese Santarini) e puntando su Tancredi in porta, Spinosi e Maggiora (poi Romano) sulle fasce, Turone e Romano (poi Bonetti) al centro. A centrocampo, ecco i due registi del suo classico repertorio: Di Bartolomei arretrato davanti alla difesa, cioè nel ruolo proprio di Falcão, che invece viene sguinzagliato ovunque, a cercare col suo infallibile radar tattico la miglior posizione per equilibrare il gioco, compito che il brasiliano assolve con quasi soprannaturale perizia, rifornendo sulle fasce Bruno Conti e l’altro ragazzo di casa, Scarnecchia; in attacco Pruzzo è il formidabile riferimento centrale, una macchina da gol mirabilmente appoggiata dal trequartista tuttofare Ancelotti. Dopo la sollecita eliminazione in Coppa delle Coppe (primo turno contro il Carl Zeiss), la squadra comincia a irretire tutti con la sua ragnatela. Vince il titolo d’inverno, poi inciampa sul pari ad Ascoli davanti all’avanzata della Juve e infine manca il sorpasso nello scontro diretto complice il gol annullato a Turone. Resteranno recriminazioni nei secoli dei secoli e a distanza più ravvicinata la consolazione del bis in Coppa Italia.

IL TOP: UNA MAGLIA PER DUE
A 31 anni, Ruud Krol, già sontuoso terzino incursore di fascia sinistra dell’Ajax e della Nazionale olandese e poi difensore centrale, è finito a svernare in Canada, al Vancouver Whitecaps, dove racimola gli ultimi dollari di carriera. Se non gioca in relax, quantomeno non è certo costretto a sputare l’anima, dall’alto del suo magistero. Insomma, ai più pare che Antonio Juliano, plenipotenziario di Ferlaino, nell’estate del 1980, mentre gli altri parlano di Maradona e Zico (o più realisticamente di Falcão e Bertoni), puntando su di lui si sia messo in testa di risolvere il decisivo rebus-straniero riverniciando un rottame dal grande nome da dare in pasto alla folla. Oltretutto il ragazzo dei Paesi Bassi è tipo venale, i suoi sopracciò nordamericani non sono da meno e una volta fiutato l’affare non mollano l’osso facilmente, così finisce che la squadra di Marchesi solo alla seconda giornata può mandare in campo il suo presunto asso straniero, al culmine di una interminabile trattativa. Le critiche all’operazione sono severe: Krol avrebbe bisogno di una preparazione specifica, sentenziano i soloni, a meno che il Napoli non voglia rischiare il tracollo affidando la difesa a uno che viene da sedici partite ai ritmi blandi del soccer; e poi, il prezzo: dalle casse escono ben 360 milioni per un singolare “noleggio” fino ad aprile, che in qualche modo cautela il club azzurro dalla possibile fregatura. Infine: il ruolo, difensore centrale, non è certo decisivo per cambiare i connotati di una squadra afflitta da mediocrità congenita. Ruud dal canto suo si limita a un vago sorriso, assicura che la tenuta atletica non è un problema, con un’occhiata al panorama capisce di essere arrivato per la prima volta in carriera al centro della vita e poi si fa dare il pallone e semplicemente accende la luce. Il resto viene da sé. Nel breve giro di un paio di domeniche, il San Paolo è tutto ai piedi di questo corazziere dai piedi di velluto e dalla personalità debordante. Libero, regista, equilibratore del gioco, Krol è mezzo Napoli e infatti grazie a lui il Napoli torna dopo anni a frequentare la lotta per lo scudetto, incespicando a pochi metri dal traguardo in una incredibile sconfitta interna col derelitto Perugia. Nato ad Amsterdam il 24 marzo 1949, da ragazzo a scuola Krol si è specializzato in pizzi e merletti per seguire le orme del padre, commerciante di tessuti, poi il pallone ha preso il sopravvento. Attaccante provetto e poi centrocampista nel Rivalen, è passato al Rood En Wit, ancora nella capitale olandese, dove la statura ne ha consigliato l’impiego al centro della difesa: prima stopper, poi libero. Un torneo giovanile europeo a Berlino nel 1967 lo ha posto all’attenzione generale favorendone il passaggio all’Ajax, che lo ha dirottato a terzino sinistro creando in breve con Suurbier una coppia leggendaria. Il club biancorosso ha fatto incetta di trofei in casa e fuori dai confini. Tre Coppe dei Campioni, due Supercoppe europee, sette titoli nazionali, cinque Coppe d’Olanda e due secondi posti mondiali con la Nazionale gremiscono il suo palmares. Nell’esperienza sotto il Vesuvio il fisico, perfettamente integro, gli consente di condensare l’immenso bagaglio di esperienza agonistica maturato in carriera: impeccabile e deciso nel tackle, torreggiante nel gioco aereo, superbo nella visione di gioco e nel lancio, impersona due giocatori, il libero e il regista arretrato, strappando applausi a scena aperta su tutti i campi della Serie A. A fine gennaio 1981 Ferlaino si accorda con i canadesi, sborsando altri 700 milioni per avere il gioiello olandese in via definitiva. Soldi ben spesi.

IL FLOP: PONTA SUL FIUME GUAI
Fioriranno leggende, su Luis Silvio Danuello, il “bidone” brasiliano acquistato per 170 milioni dalla Pistoiese per garantirsi il salto di qualità necessario ad assorbire lo storico salto in Serie A dopo decenni di categorie minori. E non sarà forse neppure giusto infierire così sul frutto di una serie di equivoci. Intanto: Luis Silvio è calciatore “vero”, ci mancherebbe (qualcuno, viste le prestazioni, arriverà a metterlo in dubbio). Nato il 20 gennaio 1960 a Julio Mesquita, nello stato di San Paolo, si è fatto notare nel Marilia, squadra della Prima Divisione del Campionato Paulista, e nel 1978 ha vinto la “Taça São Paulo”, una specie di campionato brasiliano di squadre giovanili, di cui veniva premiato come miglior giocatore. Passato professionista, lo ha preso il Palmeiras come grande prospetto per poi girarlo nel gennaio 1980 in prestito al Ponte Preta di Campinas. Un ragazzino, dunque, ma soprattutto un’ala destra pura, cioè, detto in chiave tattica, un lusso che una piccola squadra come la Pistoiese non potrebbe permettersi. Segnalato al club toscano, il Ponte Preta lo ha riscattato per una cicca dal Palmeiras e poi lo ha ceduto in Italia. Al suo arrivo, il ragazzino si è sentito chiedere dai giornalisti se fosse una “punta”. Lui ha capito “ponta”, cioè ala in portoghese, e ha detto di sì. Morale: la Pistoiese aveva bisogno di un attaccante centrale e in quel ruolo l’allenatore Lido Vieri (silurato a fine ottobre e reintegrato il 3 novembre con Edmondo Fabbri al fianco in veste di direttore tecnico) lo prova, con esiti catastrofici. Abituato in patria a giocare sulla fascia, col terzino in appoggio e in dialogo costante con centravanti e interno di punta, nella Pistoiese costretta dalle ristrettezze tecniche ad arroccarsi in difesa il ragazzo do Brasil naufraga miseramente, con l’aggravante (per il suo morale) di un contratto rivelatosi molto meno allettante del previsto: in pratica, ha scoperto dopo qualche settimana di ricevere in Italia la stessa cifra che prendeva a casa sua, nel Ponte Preta. In allenamento ogni tanto si tuffa nel suo vero ruolo e segna reti gioiello, ma in partita il suo ruolo di vocazione semplicemente non esiste: la formazione arancione prevede un unico attaccante, al centro, e sulle fasce due mediani innanzitutto di copertura. La sua avventura italiana si chiude con 6 presenze e nessuna rete e la squadra arancione di nuovo in Serie B.

IL GIALLO: I CENTIMETRI DEL DESTINO
È il 10 maggio 1981, piove a Torino per il match-clou del campionato tra la Juventus capolista e la Roma che insegue a un punto. La gara delude, i bianconeri, privi di Tardelli e Bettega, faticano in attacco, i giallorossi sono fin troppo prudenti. Furino viene espulso poco dopo il quarto d’ora della ripresa e a quel punto gli ospiti tentano il tutto per tutto. Al 29’ Bruno Conti lancia verso Pruzzo, questi di testa “pettina” per Turone, che si tuffa e di testa trafigge Zoff. La festa dura un attimo, il tempo per l’arbitro Bergamo di notare la bandierina alzata del guardalinee, Giuliano Sancini, e annullare conseguentemente per fuorigioco. La Roma protesta a lungo e inutilmente, la partita finisce 0-0, risultato che a due turni dalla fine decreta in pratica l’assegnazione del titolo ai bianconeri. La sera la moviola televisiva non chiarisce, le recriminazioni di parte giallorossa porteranno negli anni a provare a vivisezionare il filmato (assai carente e tratto da una sola angolazione) per cercare di trarne una verità impossibile da decifrare: una trovata tecnologia, il “telebeam”, sosterrà che per 10 centimetri Turone era in gioco, i due protagonisti continueranno nel tempo a esprimere identiche contrapposte certezze: il difensore romanista di essere partito da dietro e dunque certo di non avere colpito in posizione irregolare, il guardalinee di avere stampato nella memoria il flash della posizione di Turone oltre la linea della palla al momento dell’assist di testa di Pruzzo.

LA RIVELAZIONE: OPZIONE ZAR
Nonostante il cognome, Pietro Vierchowod è italianissimo; ha visto i natali a Calcinate, in provincia di Bergamo, il 6 aprile 1959. Eppure lo chiamano “il russo” e in avvio di carriera qualche cronista ha preferito addirittura… ignorarlo nelle cronache nonostante l’alto rendimento, per paura di sbagliare la dizione. Responsabile di quella strana sequenza di consonanti e vocali è papà Ivan, ucraino di Kiev arruolato nell’Armata Rossa ai tempi della Seconda guerra mondiale: catturato dai tedeschi, deportato in un campo di prigionia prima in Ucraina e poi in Italia, fece tappa a Bari e poi a Bergamo, sulle cui colline trovò riparo dopo la fine della guerra per evitare il rimpatrio e il rischio del gulag per ex prigionieri. Conosciuta una ragazza del luogo, la sposò diventando italiano. Suo figlio Pietro ha cominciato col calcio nell’oratorio di Spirano e a 16 anni ha giocato tre partite in Serie D nella Romanese. Difensore di vocazione, in un’amichevole contro il Como riuscì a neutralizzare Renato Cappellini, centravanti ex nazionale, e a fine partita venne tesserato per il settore giovanile del club lombardo. Il fisico scultoreo e la velocità di base, inusuale per un colosso di quella portata, cozzavano però con mezzi tecnici modesti, tanto che a un certo punto venne deciso di cederlo. Fu Narciso Pezzotti, che anni dopo avrebbe fatto fortuna come “secondo” di Marcello Lippi, a obiettare che un simile prodigio di natura se adeguatamente addestrato nei fondamentali avrebbe potuto diventare un campione. Assunse personalmente l’incarico e provvide a lavorarlo al “muro” facendogli esercitare i piedi e trovando piena rispondenza nella ferrea volontà del ragazzo. Risultato: questi a 18 anni esordiva in B e poi dalla stagione successiva partecipava come titolare inamovibile alla splendida cavalcata che portava in due stagioni il Como dalla C1 alla Serie A. A quel punto interveniva Paolo Mantovani, munifico patron della Sampdoria, che investiva un miliardo e 350 milioni (pagabili in due anni) per aggregare il difensore-fenomeno al progetto di una futura squadra con i migliori talenti giovani del calcio italiano, lasciandolo un anno a maturare in riva al lago. Il responso del torneo d’esordio nella massima serie è addirittura esplosivo: Pietro si rivela una roccia insuperabile, formidabile nello scatto e nel tackle tanto da segnalarsi tra i migliori nel ruolo e da indurre Bearzot a portarlo in Uruguay, al Mundialito di inizio 1981, e a farvelo esordire a Montevideo contro l’Olanda il 6 gennaio, ricavandone una prova da veterano. Refrattario all’emozione, Vierchowod è l’ennesimo prodotto di pregio della grande scuola dei difensori italiani.

LA SARACINESCA: LE AVVENTURE DI SUPERMAN
Alessandro Zaninelli è la sensazione stagionale in fatto di portieri. Ad appena 21 ha vinto in estate la sfida con Mattolini, titolare da due stagioni, prendendosi all’esordio in A la porta del Catanzaro e difendendola poi durante il torneo con eccellente rendimento. Nato a Soave, in provincia di Mantova, il 26 febbraio 1959, nelle file della squadra locale era un’ala d’assalto, finché un allenatore dalla vista lunga decise di arretrarlo in porta, facendo la sua fortuna. A 18 anni Zaninelli era già titolare in C nel Mantova e Guglielmo Giovannini gli affidava la maglia numero uno della rappresentativa di categoria, mentre la Roma ne acquistava il cartellino lasciandolo in prestito alla base. Il resto è andato tutto ancora di fretta: un altro torneo-boom in C1 nel Mantova, uno esplosivo nel Parma in Serie B e adesso la Serie A. Fisico da superman, eccellente reattività tra i pali, ottimo controllo coi piedi, Zaninelli svetta tra i migliori anche nella massima categoria, difettando ancora soltanto nella personalità da leader. Questo sarà il tallone d’Achille di una carriera in realtà già arrivata al top nonostante la giovane età. Altre due stagioni in Calabria e poi comincerà una discesa, a base anche di sfortuna, che impedirà a questo ragazzo di grandi mezzi di diventare il campione che prometteva.

IL SUPERBOMBER: LO SPIETATO
Da anni Roberto Pruzzo è tra i migliori attaccanti del campionato. Ci voleva però Nils Liedholm e una Roma costruita tutta per le sue eccezionali doti di cacciatore di gol per issarlo sul trono dei cannonieri. Forse, ci voleva una manciata di anni spesi a migliorarsi per farlo emergere, asciutto e micidiale, come uno dei pochi bomber puri del calcio italiano. Quando prese a sgambettare sui campi spelacchiati della fanciullezza, Robertino era il contrario di oggi: innamorato del pallone e dei ghirigori che ne poteva ricavare. Nato a Crocefieschi, sulle colline a nord-est di Genova, si divertiva a giocare a Quarto dei Mille sul piazzale del distributore di benzina dello zio. Fu proprio quest’ultimo, un giorno, a notare Renzo Fossati, presidente del Genoa, pranzare da “7 nasi”, il ristorante di fronte, e chiedergli di mandare qualcuno a dare un’occhiata a quel ragazzino che trattava la sfera con tanta naturalezza. Arrivò Lino Bonilauri e il nipotino divenne rossoblù. Nelle giovanili del Genoa, Riccardo Carapellese, ex ala azzurra dai guizzi micidiali, gli insegnò il calcio “vero” e dopo qualche tempo da interno il ragazzino venne spostato al centro dell’attacco. Il talento precoce lo portò a fare sul serio in Serie A con la maglia rossoblù quando aveva appena diciotto anni. Palleggio stretto eccellente, fisico antiurti e coraggio in area lo segnalarono subito all’attenzione. Mancava il gol, ne arrivarono tanti nei due successivi campionati di Serie B e poi ancora in A, fino all’approdo miliardario alla Roma. L’impatto con la grande piazza lo frenò dapprincipio, poi l’incontro con Liedholm ne ha snudato la vocazione più autentica, liberandolo da ogni compito che non riguardasse la ricerca della conclusione. E ora Roberto Pruzzo è questo e nient’altro: un puro animale da gol, capace di fiutare il fondo della rete nelle situazioni più difficili, abile a catapultarsi di piede, di testa, in acrobazia sugli inviti dei compagni. La ragnatela del gioco giallorosso si lacera all’improvviso con la verticalizzazione che taglia la difesa altrui: qui arriva lui e quasi sempre scrive la sentenza.



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La Juventus vinse lo scudetto precedendo nell'ordine Napoli e Roma


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