Serie A 1979-80 - Inter


Il Racconto


IL FILM: LEZIONI DI FANGO
Quanto paga la Roma per il gioiello Ancelotti, ventenne mezzapunta del Parma (Serie C)? Radiomercato “spara” un miliardo e mezzo, il direttore sportivo giallorosso, Luciano Moggi, che come noto ha un debole per la verità, smorza riuscendo a rimanere serio: macché, solo 700 milioni, grazie… all’amicizia col patron del Parma, Ernesto Ceresini, anima bella. Per il resto il mercato langue disperatamente: manca il contante, latitano i campioni e le due trattativeboom falliscono: il Napoli mette sul piatto la follia di 5 miliardi per Paolo Rossi, caduto in B col Vicenza, ma il giocatore rifiuta temendo il soffocamento di un ambiente troppo caldo e ricavandone l’imperituro risentimento della gens partenopea, mentre l’Inter vuole Claudio Sala, ma giudica eccessivi i 700 milioni richiesti dal Torino. Così ci si deve accontentare del passaggio di Damiani dal Genoa al Napoli per 800 milioni e del trasferimento dello stesso Paolo Rossi in prestito al Perugia (per 500 milioni più comproprietà di Cacciatori e Redeghieri) dopo tacito accordo tra le big a rinunciare a una incontrollabile asta su di lui. Il fatto è che il 7 luglio 1979 Artemio Franchi, presidente della Federcalcio, ha annunciato la riapertura delle frontiere per la Serie A (limitata a uno straniero per squadra) dalla stagione 1980-81, incoraggiando chi ha soldi da spendere a tenerli da parte per gli affari dell’anno successivo. Si parte nel segno del lutto, per l’improvvisa scomparsa, a 65 anni, di Rodolfo Melloni, presidente della Fiorentina da neanche due anni, e un mese dopo per un’assurda tragedia allo stadio: il 28 ottobre 1978 all’Olimpico, due ore prima del derby di Roma, un razzo antigrandine sparato dalla curva Sud, occupata dai tifosi della Roma, colpisce in un occhio, nel settore opposto, il tifoso laziale Vincenzo Paparelli, che muore a soli 33 anni. La partita si gioca ugualmente, pochi giorni dopo viene fermato il presunto lanciatore, un pittore edile di 18 anni. Intanto in classifica, nella generale penuria di gol ed emozioni, è l’Inter a farsi largo. I nerazzurri, in testa dalla prima giornata, il 30 dicembre sono campioni d’inverno con un turno di anticipo e al giro di boa precedono di due punti il Milan e di quattro il Perugia, mentre la Juventus è già distanziata di sette lunghezze. Il girone di ritorno ricalca lo stesso canovaccio, i nerazzurri portano il vantaggio a cinque punti, mentre si fa sempre più intenso il chiacchiericcio su risultati strani e giri di scommesse clandestine sulle partite. In breve è chiaro che l’Inter non ha rivali: alla ventunesima giornata, vincendo il derby, gli uomini di Bersellini vantano otto lunghezze di vantaggio sullo strano terzetto formato da Avellino, Juventus e Milan. Due giornate più tardi, superata la sosta per la Nazionale che va preparando gli Europei, la Serie A subisce l’affronto più grave della sua storia, con l’arresto, subito dopo le partite di campionato, di dodici giocatori implicati in un giro di scommesse clandestine. È domenica 23 marzo 1980, una marea di fango si abbatte sul calcio italiano, che vedrà come primo effetto di lì a qualche settimana disertate dal pubblico le partite degli Europei e dimezzata la Nazionale dalle sospensioni di alcune “stelle”. Unica consolazione: il 27 aprile l’Inter conquista lo scudetto con due turni di anticipo e lo fa al di sopra di ogni sospetto, essendo una delle poche squadre neppure sfiorate dallo scandalo. Chiuderà con 3 punti di vantaggio sulla Juventus, mentre in coda si piazzano Catanzaro, Udinese e Pescara, ma solo gli abruzzesi retrocederanno in B, in compagnia del Milan (terzo classificato) e della Lazio, condannate dal processo sul calcio-scommesse celebrato in estate.

I CAMPIONI: DISTRETTO DI PULIZIA
L’Inter torna allo scudetto dopo nove anni e pochi sembrano accorgersene, risucchiato com’è il successo nerazzurro nel gran gorgo del calcioscommesse che divora per settimane il calcio italiano. Eppure si tratta di un’impresa a suo modo memorabile, per la programmazione che l’ha pazientemente preparata e l’abilità da certosino di chi l’ha messa in atto passo dopo passo. Non c’è una stella, in questa squadra, che rubi la scena, non un fuoriclasse la cui fiammeggiante spada tecnica abbia trascinato il gruppo. No: ci sono una società ben oliata, un allenatore artigiano abile a disporre ogni tassello del mosaico e una rosa di giocatori votati alla causa che remano tutti dalla stessa parte, dall’inizio alla fine. L’inizio, ecco: in estate, l’Inter è tra le favorite di un panorama quantomai incerto. Non ha fatto acquisti di grido, in un mercato che ne è stato drammaticamente avaro, ma ha colmato le lacune ravvisate dal tecnico, Eugenio Bersellini, che in vista del terzo campionato in nerazzurro ha chiesto uno stopper, un tornante abile a costruire gioco e un’alternativa in attacco. Sotto la regia del presidente Ivanoe Fraizzoli e del consigliere delegato Sandro Mazzola, il direttore sportivo Giancarlo Beltrami ha portato a casa Mozzini dal Torino per 500 milioni, ha mancato Claudio Sala per l’abisso tra offerta (400 milioni) e richiesta del Torino (700) e allora ha ripiegato su Caso, dal Napoli per 350 milioni, e infine ha fatto rientrare il giovane centravanti fatto in casa, Ambu, dall’Ascoli dopo due ottimi campionati. Beltrami ha fatto cassa con Cerilli, riscattato dal Vicenza per 190 milioni, e al resto ha pensato il tecnico. Innanzitutto valorizzando come alternativa l’ennesimo giovane del vivaio, il terzino Pancheri, poi conducendo in estate una preparazione durissima e perfettamente calibrata, che presenta ai nastri di partenza del campionato una squadra in grado di correre subito mentre la concorrenza arranca. In porta c’è Bordon, ormai vice di Zoff in Nazionale; davanti a lui il libero Bini, i ferrei marcatori Canuti o Giuseppe Baresi a destra e Mozzini al centro e sulla sinistra l’eclettico Oriali, terzino discesista dalla corsa inesauribile; a centrocampo, il gregario Marini si rivela eccellente frangiflutti a protezione della difesa, il gigante Pasinato si produce in poderose travolgenti incursioni, il lucido Caso cuce il gioco con una regia geometrica ancorché priva di lampi e il geniale Beccalossi inventa sul pentagramma della fantasia (e quando Evaristo è in vena, per il pubblico è festa); in avanti, giostra un superbo Altobelli con l’appoggio del rapidissimo Muraro, unico protagonista di una annata poco felice, e spesso dell’alternativa Ambu. E se è vero che la Juventus delude per tutto il girone d’andata, che il Torino arranca, che il Milan si butta via e al Perugia non basta l’asso Rossi per riproporsi in zona-scudetto, non c’è dubbio che la mancanza di effettiva concorrenza sia indotta proprio dalla marcia costante della squadra nerazzurra, raramente spettacolare ma terribilmente efficace. Su tutto, poi, la considerazione di quanto sia “pulita” la conquista, dato che l’Inter resta sempre fuori e neppure sfiorata dalla gran marea di fango del calcio-scommesse, proponendosi anche come modello morale in una stagione la cui bussola specifica sembra impazzita.

I RIVALI: MODESTI A PARTE
Mai come quest’anno la Juventus avrebbe bisogno di riavere il figliol prodigo Paolo Rossi, visto che Boninsegna va a chiudere a Verona, in B, la carriera ad alto livello, e l’esigenza di un centravanti d’area si è fatta ormai impellente. Invece, Boniperti (che si dice su incarico di Gianni Agnelli abbia opzionato per l’anno successivo – riapertura delle frontiere – il diciottenne nuovo astro argentino Diego Maradona) si limita a ringiovanire il centrocampo con un’unica operazione: la cessione all’Atalanta del veterano Benetti (che verrà poi girato dai bergamaschi alla Roma per 270 milioni) in cambio di due giovani: Prandelli, mediano considerato l’erede di Furino, e Tavola, interno tutto sostanza che potrebbe essere il seguito dello stesso Benetti, oltre al portiere Bodini e al ritorno del giovane tornante Marocchino. Trapattoni rassicura le folle deluse: il centravanti c’è, sarà Bettega e farà faville, anche se in realtà il suo disegno prevede il nove come pivot centrale al servizio degli inserimenti e Virdis attaccante puro. Dopodiché lancia nella lizza una formazione con molte variabili: Zoff in porta, Cuccureddu o Gentile e Cabrini terzini, Brio stopper e Scirea libero; Furino in mediana, Tardelli o Prandelli e Tavola o Verza interni, Causio e Marocchino o Fanna tornanti, Bettega unica punta dopo il forfait iniziale e i problemi di Virdis. La soluzione obbligata in attacco diventa col tempo un punto di forza della squadra, grazie alla fantasia (i guizzi di Marocchino strappano applausi quasi quanto quelli di Causio, Fanna è ancora timido, ma ha piedi morbidi) e alla formidabile vena di Bettega, che puntualmente si reinventa centravanti d’area, vincendo la classifica marcatori. Piuttosto, è il centrocampo a deludere, perché i giovani Prandelli e Tavola si rivelano solo modesti comprimari, manca la regia di Benetti e la difesa spesso resta scoperta. Dopo un moscio girone d’andata, la Juve carbura e nel ritorno appare trasformata, una corazzata che riesce a far più punti di tutti (24 contro i 21 dell’Inter), senza peraltro riuscire a recuperare lo svantaggio rispetto ai nerazzurri, mentre si addensano le ombre del calcioscandalo (sotto accusa il pari a Bologna del 13 gennaio).

IL TOP: DI PUTTO E DI PIÙ
Non ha certo giovato, a Giancarlo Antognoni, l’etichetta di “nuovo Rivera” affibbiatagli in giovanissima età. In effetti, quando apparve all’orizzonte del calcio italiano, la morbidezza del tocco e l’armonia dei movimenti sembravano avvicinarlo al grande Gianni, allora nel pieno della maturità. Il ragazzo, nato a Marsciano, in provincia di Perugia, il primo aprile del 1954, aveva appena diciotto anni e spopolava in Serie D, nell’Astimacobi. A scommettere su di lui fu Carlo Montanari, direttore sportivo della Fiorentina, che non si spaventò di fronte a una richiesta faraonica per quel talento unico (tra comproprietà e riscatto, una cifra vicina ai 400 milioni). Non appena mise piede in Serie A con la maglia viola, in quello stesso anno 1972, il ragazzo incantò per stile innato, facilità di passaggio e potenza di tiro, espressi da un fisico agile e atletico. Quando poi Fulvio Bernardini, due anni dopo, decise di farlo esordire in Nazionale addirittura nell’impegno subito decisivo, contro la grande Olanda a Rotterdam per le qualificazioni agli Europei, l’effetto fu addirittura clamoroso, grazie alla disinvoltura con cui il ragazzo si calò nella parte, orchestrando il gioco della squadra nel primo tempo fino a prevalere nettamente sui più titolati avversari. Poi gli arancioni di Cruijff, complice un arbitraggio maligno, rovesciarono la frittata e anche i panni del giovane leader di centrocampo stinsero in fretta già nei mesi successivi, fino a trasformarlo in un enigma. Eroe a Firenze, punto interrogativo fuori. E oggetto di perenni discussioni. Non è un regista, piuttosto un rifinitore. Macché, andrebbe confinato all’ala per rendere al meglio. In fondo, è un attaccante mancato; no, è un regista mancato. E via esecrando e brontolando, mentre il ragazzo col giglio sul petto si confermava via via un ottimo interno, frenato nell’ultima stagione da problemi fisici. In questo campionato, il suo rendimento svetta, trascinando una Fiorentina piuttosto moscia e confermandosi in azzurro. Mentre ancora scrosciano gli applausi per la sua prova contro la Svizzera il 17 novembre 1979 lui si prende una piccola rivincita su chi non credeva ai suoi problemi: «Da qualche tempo calzo una soletta provvidenziale: non mi fa più sentire il dolore al tallone che era la mia croce l’anno scorso; adesso posso correre e calciare liberamente, cosa che non facevo da troppo tempo. Se gioco bene è tutto merito della soletta». Forse nell’ultima sottolineatura non manca una venatura ironica, ma non c’è dubbio che a ventisei anni il “putto di Firenze”, come i maligni l’hanno soprannominato per confinarlo a lezioso quanto inutile soprammobile del gioco, esce dal bozzolo, con otto reti si conferma eccellente realizzatore e giocatore di qualità assoluta. Un campione a tutto tondo, destinato tuttavia a riscuotere consensi (Firenze a parte) più all’estero che in patria.

IL FLOP: DALLO SCUDETTO ALLA B
Centra un poco invidiabile record, il Milan, prima squadra nella storia a riuscire a cadere in B con lo scudetto sul petto, e in effetti non era facile. Certo, se ne sono andati Rivera, divina creatura per antonomasia del mondo rossonero, e Nils Liedholm, mago del tricolore basato sull’equilibrio. Però niente faceva presagire in estate un simile sfacelo. Il presidente Colombo aveva deciso di sostituire il saggio svedese con un tecnico emergente, il giovane Massimo Giacomini, che in due stagioni aveva portato l’Udinese dalla Serie C1 alla A. Poi al mercato si era trovato in difficoltà, portando a casa solo scampoli: due ragazzi di C1, il centravanti Galluzzo dal Lecco e il regista Romano dalla Reggiana. L’inventiva è stata così riservata all’abbigliamento, dato che le nuove maglie del Diavolo (in anticipo sui tempi) portano sulla schiena il cognome del giocatore sopra il numero. In partenza della nuova stagione, Giacomini soffre il pesante handicap dell’assenza dell’infortunato Bigon, che sostituisce col cursore Giorgio Morini, e ovviamente non è la stessa cosa. Per il resto – rimpiantissimo Rivera a parte, ovviamente – la formazione è la stessa dell’anno precedente, con Albertosi in porta, Collovati e Maldera terzini, Bet stopper e Franco Baresi libero; De Vecchi mediano, Novellino tornante, Buriani e appunto Morini interni, Antonelli trequartista alle spalle dell’unica punta Chiodi. È evidente già sulla carta la scarsa predispozione al gol, ma i veri problemi nascono quando si fa male anche Bet, che il tecnico sostituisce col giovane acerbo Minoia. Un altro giovane, Romano, viene lanciato come interno al posto di Morini, che nella seconda parte del torneo risolverà col suo eclettismo il nuovo problema dell’assenza di Bet; in generale tuttavia la squadra regge a stento il ritmo dei “cugini”, salvo poi scivolare al terzo posto quando, esploso lo scandalo delle scommesse, il club appare implicato fino al collo nel pasticciaccio. Tanto da cadere in estate in Serie B a seguito del processo sportivo, conoscendo per la prima volta nella sua storia l’onta della retrocessione. E a quel punto il fiasco è davvero completo.

IL GIALLO: TRUFFA E VERDURA
Il calcio italiano di vertice finisce dietro le sbarre. Domenica 23 marzo 1980 le partite di campionato si stanno concludendo quando le forze dell’ordine fanno irruzione negli stadi di Roma, Pescara, Milano, Avellino, Genova, Palermo e Verona. I cellulari (nel senso dei furgoni, ovviamente, non essendo ancora nati gli omonimi telefonini) si piazzano all’uscita degli spogliatoi, le auto della polizia arrivano addirittura nei pressi dei terreni di gioco e in breve vengono eseguiti dodici mandati di cattura (su quattordici) e distribuiti svariati ordini di comparizione. Nel carcere romano di Regina Coeli finiscono quattro giocatori della Lazio (Cacciatori, Giordano, Manfredonia e Wilson), due del Milan (Albertosi e Giorgio Morini) assieme al loro presidente Felice Colombo, due del Perugia (Della Martira e Zecchini), uno dell’Avellino (Stefano Pellegrini), mentre per la Serie B vengono “pizzicati” Magherini del Palermo e Girardi del Genoa. I due che presto seguiranno la stessa sorte sono il perugino Casarsa e il leccese Merlo. Anche gli ordini di comparizione sono particolarmente “eccellenti”. Su tutti, quello che tocca a Paolo Rossi, il “Pablito” nazionale, del Perugia, cui fanno compagnia, tra gli altri, Garlaschelli e Viola della Lazio, Cattaneo, Cordova, Di Somma e Claudio Pellegrini dell’Avellino e mezzo Bologna: Colomba, Dossena, Paris, Petrini, Savoldi, Zinetti e l’allenatore Perani. Per tutti l’accusa è di truffa, cioè un reato penale, e questo spiega i provvedimenti emessi dall’autorità giudiziaria. A scoperchiare il pentolone, da tempo borbottante, di un diffuso giro di scommesse clandestine sulle partite di campionato è stato un commerciante all’ingrosso di frutta, il romano Massimo Cruciani, con un esposto alla Procura della Repubblica in cui si denunciava vittima di un raggiro. Grazie alla conoscenza con Alvaro Trinca, proprietario di un ristorante della Capitale (“Le lampare”) di cui è fornitore, è entrato in contatto con alcuni calciatori della Lazio, frequentatori del locale, che gli avrebbero prospettato la possibilità di truccare i risultati delle partite, consentendogli di scommettere sul sicuro e vincere ingenti somme. Ne è nato un giro presto allargatosi a macchia d’olio, ma in molti casi i risultati poi non si sono verificati (da cui la truffa) e il denunciante si è trovato con debiti per centinaia di milioni, praticamente rovinato. Oltre alla Lazio, risultano coinvolte parecchie altre squadre: Avellino, Bologna, Genoa, Juventus, Milan, Napoli e Perugia. Il primo a subire l’onta delle manette è stato Trinca, il 9 marzo, cui è seguita la teatrale esibizione sui campi. Il paese è sgomento: gli assi del pallone finiscono nella polvere, le ultime giornate del torneo in qualche caso sono popolate di ragazzini della Primavera assoldati in fretta e furia dai tecnici di prima squadra per poter onorare gli impegni. Bearzot si mette le mani nei capelli: nell’imminenza dell’Europeo, si ritrova la coppia d’attacco titolare su cui si basavano tante speranze (Rossi-Giordano) invischiata sino al collo. Si celebrano i processi. Quello sportivo si chiude, dopo il secondo grado davanti alla Caf (Corte d’Appello Federale), con sentenze clamorose: Lazio e Milan vengono retrocesse all’ultimo posto in classifica e per conseguenza in Serie B; Avellino, Bologna e Perugia sconteranno nel torneo successivo una penalizzazione di 5 punti. Il presidente del Milan, Felice Colombo (trovatosi in mezzo al marasma, ha cercato di rimediare finendo nel gorgo), è inibito a vita, quello del Bologna, Tommaso Fabbretti, per un anno. Squalifiche come macigni per Stefano Pellegrini (6 anni), Cacciatori e Della Martira (5 anni), Albertosi (4 anni), Petrini, Savoldi, Giordano e Manfredonia (3 anni e 6 mesi), Wilson e Zecchini (3 anni), Paolo Rossi (2 anni), Cordova (1 anno e due mesi), Giorgio Morini (1 anno); più leggere per Chiodi (6 mesi), Negrisolo (5 mesi), Montesi (4 mesi), Colomba e Damiani (3 mesi), per limitarsi alla Serie A. Più lunghi i tempi della giustizia ordinaria, da cui tutto è partito, che invece nove mesi dopo l’esibizione delle manette si chiuderà il 23 dicembre 1980 con l’assoluzione di tutti i giocatori «perché il fatto non sussiste» e la condanna del denunciante, Cruciani, peraltro a una semplice multa. La fuga degli spettatori dagli stadi e la modesta figura della Nazionale agli Europei ne saranno le conseguenze più vistose. Poi, nel 1982, la vittoria mondiale degli azzurri concederà un’amnistia generale alle squalifiche ancora in corso, con l’unica eccezione della radiazione di Felice Colombo.

LA RIVELAZIONE: MAZZA IDEA
Non è stata breve, per Bruno Conti, la via della gloria. È nato i 13 marzo 1955 a Nettuno (in provincia di Roma), città dove il baseball si respira nell’aria, in una famiglia numerosa: papà Andrea aveva sei figli, faceva il muratore e certo non era facile tenere tutti insieme in uno stanzone a pianterreno, ma aveva l’ottimismo di quegli anni del dopoguerra, in cui si faticava e si guardava avanti. Così, quando gli americani, rimasti in zona dai tempi della liberazione, andarono a trovarlo con una proposta dorata per il piccolo Bruno, che faceva faville come lanciatore nella squadra di baseball della parrocchia San Rocco, sgranò tanto d’occhi, ma rispose di no, come avrebbe ricordato il futuro campione: «Un giorno mi videro e vennero a parlare con mio padre per portarmi via. Dissero che a Santa Monica, in California, avrei studiato e fatto fortuna col baseball. Mio padre non volle. Il figlio, finché posso, finché ho queste mani, me lo tengo, disse. A me lì per lì dispiacque, l’America è sempre l’America». L’amore veniva prima di tutto, quello di Brunetto per lo sport si divideva tra il diamante e il campo di calcio. Anche qui spopolava, così ben presto, svanito il sogno a stelle e strisce, prese a fare sul serio col pallone e dai ragazzini del Nettuno passò all’Anzio di Latina. A scuola, dopo aver ripetuto la quinta elementare, non andava più. Per un po’ lavorò con papà reggendogli il sacco della calce, decisamente troppo per il suo fisico pelle e ossa. Così si ritrovò da zia Maria, in un negozio di alimentari, continuando a divertirsi col pallone. Un giorno un osservatore della Roma, avvertito del piccolo fenomeno, lo portò a un provino. Il “Mago”, Helenio Herrera, che allenava la prima squadra, scosse la testa: troppo gracile; qualcuno però vide più lontano e provvide comunque a vestirlo di giallorosso. Piccolo e compatto, col mancino prensile e un dribbling fulminante, il granello di pepe si fece strada, esordì in Serie A e a vent’anni si ritrovò in Serie B, al Genoa, in prestito, e sbaragliò il campo, trascinando assieme a Pruzzo la squadra al ritorno in Serie A. Quello alla Roma invece non fu felice come da attese e dopo due campionati proprio l’avvento del bomber genoano in giallorosso riportò sotto la Lanterna il trequartista che non aveva sfondato, bocciato come un piccolo “atipico” senza grande futuro. Di nuovo in rossoblù, di nuovo in Serie B, Brunetto si afflosciò, quasi a sconsigliare il riscatto ai dirigenti liguri. Così a fine stagione tornava alla casa madre. Qui Liedholm gli affida la maglia numero 7 con la responsabilità del titolare e finalmente sboccia il campione, col guizzo del predestinato: irresistibile sulle due fasce, eccellente nel dribbling e nel cross, Bearzot presto sceglierà il suo talento purissimo come erede designato del grande Causio.

LA SARACINESCA: IL BALLO DEL DEBUTTANTE
Un altro gigante di Treviglio si affaccia ai piani alti della Serie A: Roberto Corti è nato nella città di Facchetti, in provincia di Bergamo, dieci anni dopo l’augusto predecessore, il 28 ottobre 1952. Certo, non ne possiede i cromosomi del campione e in più occupa un ruolo ben diverso, racchiuso tra i pali e la traversa, ma al culmine di una lunga gavetta vive un campionato di alto livello premiato da un soffio di polvere azzurra. Cresciuto nella Trevigliese, vi ha debuttato a diciannove anni in Serie D e nel 1972-73 vi ha giocato un campionato praticamente da titolare, che ha suscitato l’interesse del Sorrento, in Serie C. Anche qui, un primo campionato di assaggio, poi due da protagonista e la scalata è continuata nel 1976, con l’approdo in B, al Cagliari. Quando, dopo due stagioni a mezzo servizio, gli è stata garantita la maglia numero uno, Corti ha dimostrato le sue qualità, da eccellente protagonista della promozione in Serie A. Nella stagione del debutto nella massima categoria il ragazzone si esprime a livelli assoluti: abilissimo tra i pali, sicuro nelle uscite, ha la personalità giusta per garantire sicurezza alla retroguardia, tanto che Bearzot lo prova nella sua Nazionale “sperimentale” che il il 19 dicembre perde (tra ingenerosi fischi) a Genova contro la Germania Ovest B. Corti entra in avvio di ripresa al posto di Piotti e dopo un quarto d’ora subisce il gol del raddoppio di Hoeness, favorito dalla temporanea assenza del libero Bini, infortunato, che dopo poco infatti lascerà il campo. Un debutto che non avrà seguito, ma che brilla in un campionato chiuso dal neopromosso Cagliari all’ottavo posto anche grazie alle prodezze del suo guardiano.

IL SUPERBOMBER: SPONDA D’URTO
Non era cominciato bene, il campionato di Roberto Bettega: Trapattoni, dopo la rottamazione di Boninsegna, gli consegnava la maglia numero 9, ma con il principale compito di sponda centrale per tutti i centrocampisti proiettati nell’area avversaria. Impacciato per qualche problema fisico in fase di preparazione, Bobby gol si ritrovava subito a dover mutare compito, causa distorsione alla caviglia sinistra riportata da Virdis al debutto in campionato contro il Bologna. Mentre il sardo faticava poi a ritrovare il posto e il Trap provava invano a trasformare in punte i fantasisti esterni Fanna e Marocchino, ragazzi d’oro ma poco portati al gol, toccava al bandierone bianconero ritrovare non solo la miglior forma, ma anche gli antichi compiti di attaccante centrale puro così ben assecondati prima della sua celebre malattia di gioventù. Per uno come lui, con quel fisico e quei piedi, col fiuto del gol e l’innata predisposizione tattica che si ritrova, non è poi un problema troppo grave. Così, man mano che la stagione si inoltra verso il suo momento topico, ecco super Bettega crescere a dismisura, fino a terminare il campionato segnando a ripetizione, praticamente immarcabile per i difensori avversari. Micidiale di testa, astuto nei tocchi di sponda ai compagni per poi piazzarsi a chiudere il triangolo a spese del portiere, l’attaccante juventino conquista la classifica cannonieri e si incorona leader incontrastato di una Juventus che arriva tardi a carburare per poter davvero insidiare lo scudetto nerazzurro. Cominciata tra le critiche, la sua stagione finisce in trionfo: ciò che capita solo ai fuoriclasse.



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La formazione dell'Inter che vinse il 12º scudettoLa formazione dell'Inter che vinse il 12º scudetto


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