Serie A 1978-79 - Milan


Il Racconto


IL FILM: IL DIAVOLO IN CORPO
A sbancare il mercato è Giuseppe Farina, presidente del Vicenza, che alla vigilia dei Mondiali si aggiudica alle buste Paolo Rossi, soffiandolo alla Juventus per 2 miliardi, 612 milioni e 510mila lire. Un prezzo (per il riscatto della metà del giocatore) di fronte al quale impallidiscono i successivi affari estivi: Pruzzo dal Genoa alla Roma per 2,5 miliardi (1,3 in contanti più Odorizzi, acquistato per 500 dalla Sambenedettese, e le comproprietà di Bruno Conti e Musiello); Novellino dal Perugia al Milan per 1,85 miliardi; Chiodi dal Bologna al Milan per 1,6 miliardi (750 milioni più Bordon, preso per 350 dal Foggia, e metà Vincenzi); Pasinato dall’Ascoli all’Inter per 1,9 miliardi (600 milioni più Anastasi, Gasparini, Trevisanello e metà Ambu); Beccalossi dal Brescia all’Inter per 1,1 miliardi (650 milioni più la seconda metà di Guida e le comproprietà di Cozzi e De Biasi). Il mercato vive settimane di fuoco: bloccato il 4 luglio 1978 dall’intervento del pretore del lavoro Giancarlo Costagliola che ha mandato i carabinieri all’hotel Leonardo da Vinci di Bruzzano, alle porte di Milano, su esposto di Sergio Campana, presidente del sindacato calciatori, viene regolarizzato dieci giorni dopo addirittura da un decreto legge varato dal Governo. Dopo tanti fuochi pirotecnici, l’avvio del campionato è all’insegna del Milan, che cede la testa della classifica alla sesta giornata al sorprendente Perugia, per riprenderla dopo due turni in condominio con gli stessi umbri. All’undicesima giornata il Diavolo è di nuovo primo in solitudine e il 14 gennaio è campione d’inverno con un turno di anticipo: al giro di boa vanta 3 punti sul Perugia e 5 su Inter e Torino, mentre la Juventus è già staccata a otto lunghezze. Il primato dei rossoneri prosegue nel girone di ritorno senza scossoni. Il Perugia si avvicina a due punti a sei turni dalla fine, senza disturbare più di tanto gli uomini di Liedholm. Il 17 aprile 1979 l’allenatore del Torino, Gigi Radice, esce in condizioni gravissime da un terribile incidente d’auto sull’autostrada dei Fiori, in cui perde la vita l’amico Paolo Barison. Il Milan conquista lo scudetto della stella il 6 maggio, con una giornata di anticipo. Chiuderà con 3 punti sul Perugia e 7 sulla Juventus. In coda, il primo a staccarsi è il Verona, accompagnato sul filo di lana nella caduta in B dal Vicenza di Paolo Rossi e dall’Atalanta.

I CAMPIONI: POLVERE DI STELLA
Felice Colombo, presidente del Milan, non bada a spese per l’assalto alla stella del decimo scudetto, ingaggiando due pezzi da novanta, l’attaccante Chiodi dal Bologna e il trequartista Novellino dal Perugia, aggiungendovi il riscatto del mediano De Vecchi dal Monza (350 milioni) e quello del giovane centravanti Sartori dal Bolzano (50). Un mercato dispendioso, ma tutt’altro che convincente. Un po’ perché si sapeva che il sogno era affidare il timone a Gibì Fabbri, il “mago” di provincia artefice del miracolo Vicenza, anziché – come poi si è fatto – lasciarlo a Nils Liedholm, ispiratore di scarsi entusiasmi dopo il quarto posto dell’anno precedente. Un po’ perché la rosa sembra male assortita: il libero Turone è stato ceduto al Catanzaro e il tecnico annuncia che affiderà il ruolo addirittura a un diciottenne, Franco Baresi, ragazzo prodigio del vivaio con una sola presenza in A; in avanti inoltre abbondano i trequartisti, da Antonelli, ex “nuovo Rivera”, all’originale fino all’altro veterano Bigon e al nuovo arrivato Novellino, mentre latitano le punte di ruolo: sono partiti sia Calloni sia la speranza Gaudino, sicché grava tutta sul giovane Sartori (11 reti in C) la responsabilità di fungere da partner o alternativa di Chiodi, eccellente attaccante di movimento con all’attivo appena 5 gol all’anno nelle due ultime stagioni bolognesi. La sollecita eliminazione dalla Coppa Italia in precampionato in un girone vinto dal Catanzaro e comprendente anche Spal, Lecce e Foggia, conferma le perplessità della critica, senza peraltro incrinare la fiduciosa flemma di Liedholm; questi in estate ha in testa una cosa sola: sbozzare un progetto tattico, più che una formazione titolare come fanno i concorrenti, impostandolo sulla “ragnatela” tutta possesso palla e improvvise verticalizzazioni che gli ha dato qualche soddisfazione alla Roma. Questa volta anziché i due registi decide di imperniarla su due trequartisti. Così, quando il campionato comincia, scende in campo un Milan tutto nuovo: lo splendido trentanovenne Albertosi in porta, Bet (o il mediano Giorgio Morini) e il giovane Collovati marcatori puri protetti da Baresi, con Aldo Maldera terzino d’attacco libero di sganciarsi sulla fascia sinistra; a centrocampo, un mediano di rottura, Buriani, e uno di regia arretrata, De Vecchi, entrambi a coprire le spalle ai trequartisti. Qui vanno in pista due possibili soluzioni. La prima schiera il trio Antonelli-Novellino-Bigon: un concentrato di qualità, invenzioni, dribbling e carte sparigliate a favore dell’unica punta, Chiodi, che si muove sull’intero fronte allo scopo soprattutto di portarsi dietro qualche difensore col suo palleggio tagliente, liberando spazi per gli inserimenti da dietro. Un tourbillon disorientante per gli avversari, che marcando a uomo non sanno mai chi sia la vera punta da area di rigore. La seconda versione prevede Rivera al posto di Antonelli: il Gianni nazionale ha mobilità ridotta, ma è ancora in grado di solfeggiare calcio da sinfonia (onorando il vecchio Paron, Nereo Rocco, che si spegne il 21 febbraio 1979 nella sua Trieste) e per questo Buriani e De Vecchi si dispongono al suo diretto servizio come fedeli gregari. A dispetto dei pronostici e degli scettici, il Milan di Liedholm se ne va subito in testa avviando una tranquilla cavalcata in sella alla classifica, grazie a un gioco che fa girar la testa agli oppositori, a un pizzico di fortuna, alla crisi delle due forze trainanti delle ultime stagioni – la Juventus prosciugata dal Mondiale, il Torino decimato dagli infortuni – e alla conseguente mancanza di avversari, ma anche al valore di talenti assoluti: il baby Baresi, che governa la barra della retroguardia da veterano, il micidiale mancino Maldera, il sempreverde Bigon, capocannoniere, i tre inventori Antonelli, Novellino e Rivera, e pure Chiodi, ancorché segni appena 7 reti, di cui 6 su rigore. Il Milan vince la stella nel giorno in cui Rivera tocca le 500 partite in Serie A e lo fa con pieno merito, anche se a molti la cosa rimane un po’ indigesta, soprattutto per la prudenza tattica della squadra in trasferta, in un campionato gonfio di pareggi. Che il trionfo abbia un sapore irripetibile lo conferma l’astuto artefice, Liedholm, all’indomani del capolavoro di nuovo in viaggio verso la Roma, che gli ha offerto un ingaggio favoloso (200 milioni netti l’anno) a fronte del rifiuto di Colombo di concedergli un rinnovo triennale del contratto, scivolo ideale per l’approdo ai sessant’anni e alla pensione. Lo scudetto della stella diventa così anche quello degli addii: e senza Gianni (che il 20 giugno 1979 annuncia commosso la chiusura della ultraventennale carriera agonistica) e Nils tutto sarà terribilmente più difficile.

I RIVALI: GLI IMBATTIBILI
Non lotta praticamente mai davvero per lo scudetto, il sorprendente Perugia, fatalmente portato ad “accontentarsi” del secondo posto e di una imbattibilità che gli consente alla fine di centrare il primato assoluto dei campionati di Serie A, chiudendo senza sconfitte. D’altronde, l’impresa è talmente enorme già così che pretendere di più sarebbe stato impossibile. In effetti in estate un simile esito era addirittura imprevedibile. Proviamo a riavvolgere il nastro: la “triade” Franco D’Attoma (presidente)-Silvano Ramaccioni (direttore sportivo)-Ilario Castagner (allenatore) è reduce da una storica promozione in A e poi da un ottavo e due sesti posti nella massima serie. Una linea difficile da rispettare ancora, perché l’attenzione ai conti impone in sede di mercato di rinunciare a due “stelle”, Novellino (al Milan) e Amenta (alla Fiorentina), per puntare su possibili nuove rivelazioni: l’interno Butti (dal Torino per 350 milioni), il mediano Redeghieri (dal Parma, Serie C, per 250), l’attaccante Cacciatori (dalla Carrarese, Serie D, per 150), la punta di movimento Casarsa e lo stopper Della Martira (dalla Fiorentina nel giro-Amenta). Insomma, l’obiettivo è la quarta salvezza consecutiva e nulla più. Il tecnico però è un grande artigiano della panchina e in ritiro confeziona una squadra coriacea e quasi impenetrabile, con Malizia in porta, lo stopper Della Martira al centro della difesa protetto dal libero Frosio, i terzini Ceccarini e Nappi costantemente pronti a sganciarsi in avanti a dar manforte a un centrocampo in cui il lungo Vannini si ricicla sontuoso regista – colmando il vuoto lasciato dalla tragica scomparsa di Curi – sostenuto dai polmoni dei cursori Dal Fiume e Butti; in avanti, Casarsa è il trequartista dietro il mobilissimo Bagni e l’ariete Speggiorin. La partenza a razzo porta la squadra a guidare la classifica per una manciata di giornate nei primi mesi del torneo e a insidiare dappresso il Milan capolista. Poi, il 4 febbraio 1979, un terrificante scontro con l’interista Fedele spezza tibia e perone della gamba destra di Vannini (stagione finita e carriera compromessa) e Ceccarini commenta: «Adesso è tutto finito». Invece Castagner inventa regista il ventenne Goretti, prodotto del vivaio, e la marcia continua fino alla piazza d’onore finale, a premiare un capolavoro assoluto del calcio di provincia.

IL TOP: PRIMO SINISTRO
Aldo Maldera è il terzo di una dinastia di fratelli calciatori, tutti cresciuti nel vivaio del Milan. Luigi, classe 1946, e Attilio (1949) nativi di Corato, in provincia di Bari, sono entrambi difensori centrali: il primo ha giocato qualche anno in rossonero, l’altro ha fatto fortuna solo nelle categorie inferiori. Aldo ha visto la luce il 14 ottobre 1953, quando la famiglia si era stabilita a Milano. E non prometteva più dei fratelli, tutt’altro, come confessa con la tipica sincerità dell’antidivo: «Gioco a calcio da quando ero bambino, finii prestissimo al Milan sulla scia dei miei fratelli maggiori, ma non ero bravo, valevo poco. Avevo però cocciutaggine e costanza, non volevo essere da meno dei miei fratelli e mi impegnavo di lena buona. Avrei desiderato fare il centravanti, invece sono diventato terzino. Non avrei mai pensato di poter finire in Nazionale. Ammiravo tanto mio fratello Luigi, ma mai avrei potuto sperare di eguagliarlo o superarlo». In effetti Aldo non è elegante, corre un po’ sghembo sempre impostato sul sinistro; come laterale ha assaggiato la A a 19 anni nel Bologna, poi si è specializzato da terzino, ha vestito l’azzurro della Nazionale B e a 22 anni è diventato titolare in rossonero. Con l’avvento di Marchioro, venne avanzato a interno, sulla scia di Tardelli, ma si capì subito che non era cosa e Aldo tornò presto alla maglia numero 3. Liedholm gli fa estrarre gli artigli del campione facendo sbocciare un gigante del calcio, abile in copertura e irresistibile nelle progressioni avanzate e soprattutto nelle incursioni in zona gol: ne ha segnati otto nel precedente campionato, arriva a 9 in questo, da attaccante aggiunto (è il secondo cannoniere della squadra dopo Bigon) che approfitta degli spazi aperti dai funambolismi di Chiodi e Novellino e sfrutta alla grande i lanci di Rivera. In Nazionale ha la sfortuna di avere come contemporaneo il fenomeno Cabrini.

IL FLOP: BILANCIO IN ROSSI
Il Vicenza come Icaro, che si bruciò per essersi troppo avvicinato al sole? Qualcuno lo teme, all’indomani della follia di Giuseppe Farina, che, fuorviato da una soffiata sulle intenzioni di Boniperti, il 18 maggio 1978 alle buste si è condannato a pagare per il riscatto di Paolo Rossi l’esagerazione di 2 miliardi, 612 milioni e 510mila lire. In quei giorni di fuoco, mentre infuriano le polemiche sull’iperbole finanziaria, il consiglio direttivo del club veneto è spaccato, mentre il presidente si dice certo di non avere sbagliato e aggiunge che non cederà ad altri il centravanti, come da più parti si è ipotizzato: in fondo, alla Signora va versato il 20 per cento della cifra entro luglio e il resto in sette rate fino al marzo del 1979; nel frattempo, Rossi giocando il Mondiale e poi un altro campionato super potrà incrementare ulteriormente la propria quotazione. La prima previsione si rivela azzeccata, la seconda è destinata a naufragare clamorosamente. Le prime crepe si avvertono al mercato. Qui Farina spende anche per riscattare Guidetti e Cerilli, ma ha perso alle buste (170 milioni) lo stopper Lelj, tornato alla Fiorentina, e in più è costretto ad accontentare Filippi cedendolo al Napoli per 350 milioni più Mocellin. Gibì Fabbri sbotta: «Lasciano due colonne, una difensiva, una di centrocampo: il presidente pensa ai ricambi oppure no?» Il tecnico cova un rimpianto: pochi giorni dopo la fine del campionato del “miracoloso” secondo posto gli ha telefonato Bigon, comunicandogli l’intenzione di Rivera di portarlo al Milan. Lui ha chiesto tempo per parlarne col presidente, che lo ha convinto a restare in Veneto con la lustra di un nuovo campionato-boom. Gli arrivi però sono modesti: i centrocampisti Roselli e Mocellin e l’attaccante Zanone (possibile “nuovo Rossi”, per averne la stessa età e origine juventina e un eccellente bagaglio tecnico, destinato tuttavia a essere dilapidato). Le mazzate arrivano già in estate: il 12 agosto 1978 Paolino Rossi sviene in ritiro, con la pressione a 80, dimostrando di essere sotto stress dopo il Mondiale da protagonista e la costante presenza sulle prime pagine dei giornali; il 20 agosto, in amichevole contro la Fiorentina al Torneo Tirreno, il libero Carrera subisce una distorsione ai legamenti della caviglia sinistra che lo terrà fuori dal campo per sei mesi; infine, il 13 settembre, in Coppa Uefa, lo stopper del Dukla Praga, dal significativo cognome di Macela, picchia Rossi come un fabbro, costringendolo a un’assenza di un mese e soprattutto dimostrando quanto la fresca fama esponga il gioiello biancorosso alle intemperie agonistiche. Nonostante questo, il Vicenza dopo un pessimo avvio si riprende, “Pablito” ricomincia a segnare e il 14 gennaio 1979 realizza la rete della vittoria sul campo della Juventus. Alla ventitreesima giornata i veneti sono noni a pari punti con la Fiorentina e, seppure siano ormai lontani i fasti del secondo posto, nessuno immagina il crollo verticale della squadra, che invece perde le successive quattro partite, ritrovandosi quart’ultima. Il 13 maggio, giorno di chiusura del campionato, deve vincere a Bergamo contro la già retrocessa Atalanta, ma perde 0-2 e il pareggio (2-2) in rimonta del Bologna col Perugia la condanna alla retrocessione in B. Rossi ha segnato “solo” 15 reti, Fabbri non ha ripetuto il miracolo e viene cacciato. Qualche anno dopo, rievocherà con amarezza: «Il Bologna diede dei soldi all’Atalanta perché ci battesse, e ci riuscì, comunque la colpa fu nostra, che non avremmo dovuto farci trovare in quella situazione». È bastata una sola stagione per disintegrare il “Real Vicenza”.

IL GIALLO: IL SASSO DEBOLE
11 marzo 1979: a Perugia i “Grifoni” di Castagner , secondi in classifica, giocano contro l’Atalanta, terzultima. Al quarto d’ora i padroni di casa passano in vantaggio, grazie a un tiro di Dal Fiume deviato dolorosamente con la faccia da Osti nella propria rete. Mentre l’autore dell’autogol viene soccorso, a pochi metri di distanza il portiere ospite Bodini crolla a propria volta a terra. Il primo si rialza, il secondo no: colpito da un oggetto “contundente”, probabilmente una pietra, viene portato fuori dal terreno di gioco e sostituito dal vecchio Pizzaballa. Il Perugia alla fine vince 2-0 (raddoppio di Bagni), ma l’Atalanta oppone reclamo. Mancano nove turni alla fine, la decisione del giudice sportivo si presenta delicata, essendoci in ballo la lotta per lo scudetto e pure quella per la salvezza, ma soprattutto in quanto la “responsabilità oggettiva” dei padroni di casa è tutt’altro che automatica, data l’incertezza sulla provenienza del lancio che ha ferito il portiere: alle spalle di Bodini c’erano infatti un gruppo di tifosi perugini e uno di ospiti. I commentatori si dividono in base alla geografia: al Centro- Sud si è certi che sia stato un furbastro bergamasco a danneggiare il proprio giocatore, per assicurare il successo ai suoi beniamini; al Nord invece sembra vero il contrario, tanto che il gruppo dei tifosi nerazzurri, quando le forze dell’ordine si sono avvicinate, si è sbracciato per indicare il “balilla”, che stava scappando e non certo dalle loro file. La sentenza metterà fine alla discussione percorrendo una terza via, indicata dal referto dell’arbitro Paparesta: il sasso proveniva dal settore delle “brigate nerazzurre” ed era diretto a lui, il direttore di gara, ma ha sbagliato bersaglio. Dunque: nessuna punizione per il Perugia, di cui non si ravvisano comportamenti “colposi” e anzi si sono registrate le impeccabili misure di sicurezza messe in atto, e multa per l’Atalanta.

LA RIVELAZIONE: ATTORE PROTAGONISTA
Aveva quindici anni, Antonio Cabrini, ala sinistra degli Allievi della Cremonese, quando, in vista della finale di campionato contro la Juventus, l’allenatore Nolli, rimasto a corto di terzini, gli chiese un sacrificio: arretrare in difesa. La partita fu vinta ai rigori e quello decisivo fu proprio lui a realizzarlo. Quel giorno fu chiaro che il calcio cremonese aveva perso una discreta ala e guadagnato un promettente terzino sinistro. La carriera del ragazzo (nato a Cremona l’8 ottobre 1957) da quel momento prese la velocità della luce. A sedici anni in C in prima squadra, a diciassette in comproprietà tra Juventus e Atalanta, a diciotto, dopo un trionfale campionato di B nelle file bergamasche, riscattato per 400 milioni dal club bianconero e pronto per la Serie A. Ecco, prendiamo fiato: Cabrini esordisce nella massima serie nel febbraio 1977 e nel torneo successivo è tra i rincalzi di lusso della Signora finché nel finale Trapattoni lo promuove titolare, avanzando Gentile in mediana e inducendo Bearzot a portarlo ai Mondiali in Argentina. Qui ad appena vent’anni il ragazzo esordisce in azzurro conquistando il posto e sbalordendo gli osservatori: difensore implacabile, ha il guizzo e la velocità dell’ala quando parte sulla fascia per le digressioni offensive che diventano uno dei segreti dell’Italia rivelazione. Ecco, siamo finalmente al campionato 1978-79, in cui il ragazzo con la faccia da attore irresistibile per il pubblico femminile si rivela campione a tutto tondo. A settembre segna il suo primo gol in Nazionale e in un campionato di pura sofferenza la Signora riceve la conferma di avere tra le proprie file un nuovo fuoriclasse.

LA SARACINESCA: NELLO E IMPOSSIBILE
Sembrava destinato a una modesta carriera nelle serie minori, Nello Malizia, molisano di Montenero di Bisaccia, in provincia di Campobasso, trasferitosi presto con la famiglia a Potenza Picena, nel maceratese. Proprio nella Maceratese tirò i primi calci, imparò a stare in porta ed esordì in Serie C a ventun anni. Dalla stagione successiva era titolare: un campionato di C, uno di D e poi, appena cominciato il terzo, nell’ottobre 1974, ecco l’inattesa svolta, la chiamata in B, a fare il dodicesimo nel Perugia, alle spalle del solido Marconcini, appena arrivato dalla Spal. Malizia ha colpo d’occhio e scatto tra i pali, ma davanti si ritrova una specie di eroe locale e dunque non trova spazio. Finalmente, dopo tre stagioni, il titolare emigra ad Ascoli e Nello passa di grado. Bastano però quattro partite per rispedirlo in panchina, alle spalle del veterano Grassi. Solo nelle ultime gare del torneo Castagner concede nuovamente fiducia al ragazzo molisano, cui il buon finale vale la promozione definitiva. In questa stagione, la sua prima da titolare fisso, Malizia esplode come talento assoluto: la sua reattività muscolare in certe gare appare prodigiosa ed anche grazie a lui il Perugia riesce a mantenere l’imbattibilità, tanto che a fine campionato è la squadra che ha subito meno reti, appena 16 in trenta partite. Il suo bilancio personale, quindici nelle ventotto disputate, ne certifica il valore. Quanto alla parata più bella del suo anno d’oro, non ha dubbi: «È stata… un’uscita a vuoto: nel finale della partita di Torino contro la Juventus, sul 2-1 per noi, arrivò un cross sul quale sapevo di non poter arrivare mentre era ben appostato Virdis che avrebbe potuto agevolmente pareggiare. Decisi allora di uscire come una furia dalla porta urlando come un matto, al punto che Virdis, spaventato, si abbassò con la testa e non prese il pallone, che andò a finire in fallo laterale, salvando il risultato».

IL SUPERBOMBER: IL MONELLO
Bruno Giordano, nome da filosofo e talento purissimo, sbuca fuori da un groviglio di vicoli della Roma più popolare. Qui è cresciuto in fretta tra amicizie un po’ balorde e la necessità di cavarsela sempre e comunque, mentre l’abilità istintiva nel governare il pallone gli apriva le porte dell’oratorio, l’Orion di Trastevere. Quando si mena e si scappa, quando si corre a mezza via tra la luce e l’ombra, il calcio può offrire una via d’uscita. Un giorno – aveva tredici anni – lo hanno portato a provare per la Lazio e “Flaco” Flamini, ex campione argentino di rito biancoceleste, ha capito subito di trovarsi di fronte al progetto di un campione: dribbling secco, corsa leggera, tiro rapido. Passa qualche anno e Bruno, nato a Roma il 13 agosto 1956, viene aggregato alla prima squadra dopo la sbornia dello scudetto, anche se non scende mai in campo. L’estate successiva l’ambiente viene lacerato dalle bizze di Chinaglia e Corsini all’avvio del campionato 1975-76 butta nella mischia il baby come rifinitore in sostituzione di D’Amico e ne ottiene il gol della vittoria a Genova contro la Sampdoria. Il trequartista Giordano dimostra dunque di saper stare in Serie A, ma presto succede di tutto: la squadra va in crisi, torna Maestrelli e dopo qualche mese Long John scappa verso il sogno americano. C’è bisogno di colmare il vuoto e il nuovo talento non si fa pregare per reinventarsi centravanti, ancorché di manovra. È bravo a svolazzare e inventare, il suo bottino arriva a 5 reti. Nella stagione successiva in panchina arriva Luis Vinicio, il quale, intuite le potenzialità di quel diamante grezzo, lo prende a mano usando il bastone e la carota, scacciandone gli atteggiamenti da precoce primadonna con un pesante lavoro atletico per irrobustirne la stazza e concedendogli una diretta responsabilizzazione come nuovo alfiere del rilancio della squadra. Dal duro trattamento esce un torello piccolo e ben piantato, che ha conservato l’agilità arricchendola con la concretezza in area di rigore, dove prende a castigare con continuità. Dieci reti, poi dodici e in questo campionato eccolo precoce re dei bomber ad appena 22 anni con 19 gol, una specie di alter ego di Paolino Rossi: piedi da trequartista e fiuto del gol da panzer d’area. Il 21 dicembre 1978 Bearzot lo veste d’azzurro contro la Spagna e già si comincia a sognare la supercoppia con l’asso del Vicenza in vista degli Europei in casa. A quelli tuttavia il nuovo astro non arriverà, fermato anzitempo (al pari del potenziale “gemello”) dal pasticciaccio brutto delle scommesse.



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Il Milan che fece sua la stella


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