Serie A 1977-78 - Juventus


Il Racconto


IL FILM: SIGNORA DI CAMPAGNA
A movimentare il mercato pensano Sergio Campana, che a metà giugno ne ottiene la cacciata dalle sale dell’hotel Leonardo da Vinci per i più consoni uffici della Lega (e soprattutto i relativi marciapiedi, in mancanza di spazio), e i giovani bomber della Serie B: il cagliaritano Virdis finisce alla Juventus per 1,8 miliardi (900 milioni in contanti più Marchetti e metà Capuzzo), il bresciano Altobelli all’Inter per 1,7 (600 milioni più Martina, Guida, Mutti e Magnocavallo). La Signora aggiunge il baby fantasista Fanna, dall’Atalanta per 1,2 miliardi (900 milioni più metà Bodini), il Milan attinge ugualmente alla B, prelevando dal Monza il mediano Buriani (1 miliardo diviso tra i brianzoli e il comproprietario Como) e l’ala Tosetto per 1 miliardo (200 milioni più comproprietà di Silva e De Nadai e prestito di Incontri). Il Napoli fa la voce grossa per Pin, centrocampista che arriva dal Perugia per 1 miliardo (250 milioni più comproprietà di Speggiorin). Superato l’exploit iniziale del Genoa, solo al comando alla quarta giornata, il Milan di Liedholm prende lo steccato e si isola in testa, ma la sconfitta sul campo del Torino all’undicesimo turno ne frena la corsa e nel giro di due domeniche la Juve si affianca e poi sorpassa per conquistare il titolo d’inverno il 15 gennaio 1978 con un turno di anticipo. Alle sue spalle, al giro di boa, ci sono il Torino, a due lunghezze, e il sorprendente neopromosso Vicenza, a tre. Il leit-motiv del girone di ritorno è tutto qui, con l’aggiunta del Milan, che alla diciassettesima giornata va a formare con le altre due un trio di inseguitrici, a quattro punti dalla Signora, che indisturbata conduce una tranquilla campagna di testa. Il terzetto si spezza a fine febbraio, quando il Torino resta solo sulle tracce bianconere, per poi infrangere la speranza di avvicinarsi ai campioni uscenti nel nulla di fatto del derby della Mole il 2 aprile. Il 30 aprile i bianconeri sono campioni con un turno di anticipo. Chiuderanno a più cinque su Vicenza e Torino. In coda, caduto il Pescara già alla terzultima giornata, è grande ammucchiata sul filo di lana: la peggio tocca all’ex sorpresa Genoa e al Foggia, per peggior differenza reti nei confronti della Fiorentina, segnata da una grave crisi anche dirigenziale costata il posto al nuovo allenatore Carletto Mazzone.

I CAMPIONI: LA COLPA ITALIA
La Juventus fa il bis e sembra… una colpa. Le piovono addosso tante critiche: il suo gioco non entusiasma, non deve sostenere grandi fatiche per eliminare la concorrenza e infine non porta grandi novità rispetto alla stagione precedente. Il nocciolo è proprio questo. Il campionato 1976-77 era stato talmente irripetibile – per strapotere fisico e tecnico – che Boniperti in estate ha messo mano al rinnovamento puntando su tre ragazzi che sembrano ipotecare il futuro: oltre al mediano di casa Verza, tornato alla base dal fruttuoso prestito al Vicenza, pesanti investimenti hanno puntato a iniettare nelle vene del gruppo qualità pura – il diciannovenne trequartista Fanna dall’Atalanta – e nuove potenzialità sotto rete – il ventenne Virdis, vicecapocannoniere della Serie B. Il guaio è che nessuno dei tre alla prova dei fatti risulta determinante. Verza sparisce subito nel limbo che ne inghiottirà la carriera di talento solo potenziale, uscendo di scena a metà aprile causa frattura del perone sinistro in uno scontro col bolognese Valmassoi; Fanna assaggia appena la prima squadra, ancora troppo timido com’è negli approcci agonistici; quanto a Virdis, dopo essersi fatto pregare in estate, si busca la mononucleosi e finisce ai margini. Logico allora che a tirare la carretta siano gli stessi dell’anno prima, in gran parte vecchi draghi il cui rendimento, appesantito dall’età, comincia a declinare. Però la squadra resta talmente forte da poter arginare senza problemi la concorrenza. La difesa è una rocca inespugnabile, con Zoff in porta, Cuccureddu e Gentile terzini, Morini stopper e Scirea libero. A centrocampo, la muraglia formata da Furino, Benetti e dal sempre più decisivo Tardelli protegge le invenzioni di Causio, mentre in avanti Boninsegna si ripete pari pari pur oltrepassando ormai le 34 primavere, e Bettega tiene la posizione, calando tuttavia nell’apporto sotto rete. Si affaccia inoltre un nuovo talento, il giovane terzino sinistro Cabrini, che non di rado spinge a centrocampo l’eclettico Gentile, offrendo alla manovra nuovi sbocchi di qualità sulla corsia di competenza. Se si pensa che questa Juve innerva la Nazionale impegnata allo spasimo a guadagnare il non facile biglietto per i Mondiali e nel contempo accarezza fino a un passo dalla finale il sogno-Coppa dei Campioni, se ne deduce che il secondo scudetto di fila dell’era Trap, quinto di quella Boniperti (che a cinquant’anni già eguaglia da presidente i titoli tricolori conquistati sul campo) trasuda qualità e quantità ai massimi livelli. Soprattutto, grazie al giovane tecnico milanese va emergendo un carattere vincente fondato su forza agonistica, concentrazione feroce e “fame” di risultati che per anni costituirà il marchio distintivo di un ciclo straordinario.

I RIVALI: MARCIA REAL
È il Vicenza neopromosso l’unico autentico contraltare al dominio della Juventus, anche se Milan e Torino l’affiancano nel terzetto che prova invano a insidiare la marcia bianconera verso il titolo-bis. La squadra veneta ha conquistato a sorpresa la promozione grazie soprattutto a due fattori: la guida di Giovan Battista Fabbri, profeta di provincia del calcio collettivo, e la sua intuizione di lanciare come centravanti l’aletta Paolo Rossi, già grande promessa del vivaio della Juventus uscita malconcia da una serie di disavventure alle ginocchia. Il mercato estivo del presidente Giuseppe Farina, dimissionario per qualche giorno e poi di nuovo in sella per mancanza di alternative, è all’insegna dell’artigianato. Una conferma inattesa («Paolo Rossi resta con noi, è il mio regalo agli sportivi vicentini, mi spiace per Boniperti e Ferlaino che si aspettavano di utilizzarlo nel giro-Savoldi, ma era nostro diritto tenerlo con noi per un’altra stagione e lo abbiamo esercitato») e un esborso minimo (quasi 200 milioni) per parecchi arrivi soprattutto da club minori. In estate vengono annunciate quattro novità tra i titolari: l’esperto terzino sinistro Callioni – arrivato dalla Sampdoria – in luogo del giovane Marangon, lo stopper Prestanti, ex riserva, al posto di Dolci (ceduto in C alla Spal), il baby mediano Lorini (dal Monza in cambio di Cerilli), in sostituzione di Verza tornato alla Juve, e un attaccante: il ragazzo prodigio milanista Vincenzi, per una formula a due punte giudicata più consona alle esigenze della A, categoria in cui difficilmente Rossi potrà esaltarsi di nuovo come unico attaccante puro. Il nuovo Vicenza parte male, anzi, malissimo. Nei primi cinque turni colleziona tre pareggi e due sconfitte e il bel calcio cadetto sembra in soffitta. Nel mercato di riparazione a ottobre Fabbri chiede e ottiene un mediano esperto, il venticinquenne Guidetti, cadetto del Como, e il ritorno di Cerilli dopo l’incauta cessione al Monza. Dopodiché rispolvera il modulo della B e va a violare il campo dell’Atalanta, con doppiette di Guidetti e Rossi. È fatta: il nuovo Vicenza ora assomiglia a quello vecchio e comincia a vincere in casa e fuori (cinque successi di fila) fino a raggiungere i vertici e chiudere al secondo posto. Schiera Ernesto Galli in porta, il terzino destro Lelj e lo stopper Prestanti marcatori e l’altro terzino Callioni fluidificante, protetti da Carrera, filiforme libero moderno con tocco e visione di gioco da centrocampista, che funge anche da primo motore della manovra; a centrocampo, la regia di Salvi sostenuta dai faticatori Guidetti e Faloppa, l’uomo ovunque Filippi e la fantasia del trequartista Cerilli; in avanti, il solo Paolo Rossi, folletto dal dribbling irresistibile che vince la classifica cannonieri anche nella massima serie. Tutti i titolari, a parte Carrera, assaggiano il gol, in un tourbillon di gioco che entusiasma il “Menti” e reca in sé un pizzico di rimpianto per l’avvio disastroso di questo magnifico Real Vicenza.

IL TOP: PONY EXPRESS
Da dove viene fuori, Roberto Filippi, soldo di cacio che corre con la lunga criniera al vento e sembra la replica dell’argentino Ruben Ayala ai Mondiali 1974? Ha 29 anni e praticamente nessuna esperienza di A, eppure scappa via da tutte le parti: corre a perdifiato, scarta i difensori come un satanasso, cuce il gioco, contrasta e rilancia da fuoriclasse. Uno spettacolo. Tanto che viene da chiedersi, appunto, come mai una perla del genere sia rimasta finora nascosta al grande calcio. Misteri del pallone. Filippi è nato a Padova il 10 luglio 1948, misura appena 1,65 di statura e con quella taglia fisica ha sempre fatto fatica a superare le categorie inferiori, nelle quali peraltro si è sempre distinto. Cresciuto nelle giovanili del Padova, una stagione in C al Sottomarina da titolare condita di 7 reti lo fece tornare all’ovile per tre campionati senza respiro, da tornante con l’argento vivo addosso. Nel 1972 assaggiò appena la A: tre partite nel Bologna, che l’aveva preso nel “pacco” dei gioielli biancoscudati assieme al trequartista Modonese (vero oggetto del desiderio) e al portiere Buso. A fine ottobre aveva già le valigie in mano, destinazione Reggina, in Serie B. E due anni dopo, trascorsi senza infamia e senza lode, tornava in C al suo Padova. Aveva provato a fare carriera, gli era andata male. Sembrava destinato a vivacchiare in categoria e invece nell’ottobre del 1975 il Vicenza in crisi lo riportava tra i cadetti a prezzo di saldo (60 milioni). Il vero boom però arrivava con l’avvento sulla panchina biancorossa di Giovan Battista Fabbri, tecnico di campagna con la testa piena di idee per un calcio fatto come si deve. Un’occhiata a quel granello di pepe ed ecco la novità: macché tornante, macché ruolo predefinito; piuttosto, libertà totale, da factotum del centrocampo. Nasceva la leggenda del “pony express” Filippi, il moto perpetuo all’olandese. Ciò che nessuno si aspettava, tuttavia, era che anche nella massima categoria il ragazzo riuscisse a imporre la stessa musica. E invece eccolo lì, inafferrabile peperino che in questa stagione magica incarna al meglio il calcio totale all’italiana per cui non solo i patiti del “Menti” di Vicenza si spellano le mani. Si tratta di un campione e peccato che l’età e il sospetto che brilli soprattutto grazie al gran tourbillon creato da Fabbri gli neghino la soddisfazione di approdare alla Nazionale. L’avrebbe meritata, come confermerà ripetendosi a Napoli dopo aver fatto esplodere nell’estate del 1978 un botto di mercato: 350 milioni più Mocellin per trasferirsi armi e capelli sotto il Vesuvio.

IL FLOP: PIERINO L’È PESTO
Che fine ha fatto Pierino la peste, al secolo Pierino Prati, già bomber castigamatti del Milan e pure, per una sola stagione (la seconda, 1974-75), della Roma? Pur avendo appena 31 anni è già sparito dai radar. Nei due ultimi campionati in giallorosso ha giocato in tutto 30 partite segnando appena 6 reti. Tutta colpa di una serie di malanni fisici che non gli hanno dato tregua e in riva al Tevere lo fanno ormai considerare irrimediabilmente rotto. Non gradendo l’etichetta di “sopportato”, lui ha chiesto di essere ceduto, ma il nuovo allenatore Giagnoni e il diesse Moggi hanno voluto provare a recuperarlo. Il tentativo è naufragato nel giro di poche settimane e a ottobre Prati corona il sogno di cambiare aria: per 150 milioni finisce in comproprietà alla Fiorentina, che sperava col giovane rampante Carlo Mazzone di aprire un nuovo ciclo e invece si va dibattendo in fiere difficoltà, soprattutto per cronica sterilità sotto rete. Pierino giunge in riva all’Arno pieno di buone intenzioni, le visite mediche lo danno pienamente abile e arruolato e il tecnico lo manda subito in campo nell’ultima mezz’ora della disastrosa partita interna contro l’Inter. La domenica dopo da buon ex non sfigura alla prima da titolare contro la Roma, soprattutto in fase di rifinitura, contribuendo al pareggio dell’Olimpico. Dopodiché scende la notte. La Fiorentina è in caduta verticale, il salvatore della patria finisce in panchina, quella che ben presto Mazzone perde a favore del quasi omonimo “vice”, Mazzoni. Spento, abulico, Prati sembra un ex calciatore e a fine campionato, con la squadra salva solo per differenza-reti, avrà messo insieme solo tre partite intere, senza lo straccio di un gol. Fine di una carriera. Quanto meno ad alto livello. Perché poi a novembre il bomber torna dove tutto o quasi cominciò, al Savona, ed eccolo rinascere in C2: in tre stagioni segnerà 34 reti in 79 partite, dimostrando che la voglia non è morta col colore viola.

IL GIALLO: UNA SPINA NEL CUORE
Enrico Ameri credeva che Sandro Ciotti avesse già pronto un protagonista da intervistare. Era appena finito “Tutto il calcio minuto per minuto”, domenica 30 ottobre 1977, e dallo stadio Pian di Massiano di Perugia era giunta dalle radioline la voce roca così familiare agli sportivi: «Scusa, Ameri, qui a Perugia...». «Ho già capito tutto, Ciotti, ti passo la linea». Invece non poteva avere capito, perché da Perugia non c’erano interviste da mandare in onda, ma una tragica, incredibile notizia: il regista del Perugia, Renato Curi, 24 anni appena, era morto. Proviamo a riavvolgere il nastro. Piove a dirotto, quel pomeriggio, nel big match della sesta giornata tra la squadra umbra e la Juventus, entrambe in testa alla classifica assieme a Genoa e Milan. La partita non si schioda dallo zero a zero. Al quinto minuto del secondo tempo, mentre Vannini sta per rimettere in gioco, il regista Curi e il suo avversario diretto, il mediano Furino, stanno correndo verso il centro del campo, quando il primo tutto a un tratto rallenta, barcolla e poi cade di schianto a terra. L’avversario gli si avvicina, ne ode il rantolo, ne nota gli occhi rovesciati e, spaventato, chiama a gran voce la barella, subito imitato dai compagni di squadra Bettega, Benetti e Scirea. Arrivano il medico e i due massaggiatori, Bruno Palomba e Renzo Luchini, che coprono il ragazzo con una coperta, comprendendo subito la gravità della situazione: «Si dibatteva» rievocherà Luchini, «lottava per attaccarsi alla vita. All’ingresso del sottopassaggio sbarrò gli occhi. Morì lì, nonostante provassimo di tutto: massaggi, respirazione bocca a bocca e poi una puntura di adrenalina nel cuore». L’ambulanza del Centro di rianimazione lo raccoglie e lo porta all’ospedale, mentre dentro lo stadio la partita riprende. Alle 15,50, all’arrivo al Policlinico regionale, il dottor Paolo Ferrera, medico di guardia, ne constata la morte, anche se per una quarantina di minuti non si dà per vinto, provando a rianimare il cuore con una serie di massaggi. Alle 16,30 Renato Curi viene trasportato nella camera mortuaria. La moglie Clelia, incinta, viene avvicinata in tribuna da Franco D’Attoma, presidente umbro, che l’accompagna a casa dalla figlia Sabrina di tre anni e mezzo. Poco dopo, attraverso la radio, l’annuncio arriva dappertutto e dappertutto si stenta a credere a una simile enormità. Renato Curi stava cominciando a diventare popolare dopo una lunga gavetta. Marchigiano di Montefiore dell’Aso, in provincia di Ascoli, dove era nato il 20 settembre 1953, aveva mosso i primi passi nel Giulianova, in Serie D, con cui a 17 anni da titolare aveva conquistato la promozione in C. Dopo due stagioni era salito in Serie B, acquistato dal Como. Nell’occasione, le visite mediche avevano segnalato battiti discontinui del cuore, poi il Centro di Coverciano il 3 agosto 1973 gli aveva rilasciato l’idoneità. Non aveva brillato molto, in quel campionato 1973-74, abbastanza tuttavia da interessare il Perugia, il cui allenatore Castagner lo volle con sé per farne il motore del centrocampo. Scelta azzeccata: il Perugia col suo regista tascabile (1,65 di statura) e mobilissimo, infaticabile trottatore, salì subito in A, per poi giocarvi due eccellenti stagioni e riproporsi in questa in grande spolvero. Renato sapeva di avere il cuore “strano” e non lo nascondeva: «A volte mi chiedono: ma come fai a correre tanto? Io, francamente, non so rispondere. Ho polmoni come gli altri, forse una certa vocazione per la corsa, da ragazzo ero buon mezzofondista, 800, 1500, 3000 metri. E poi ho un cuore matto, capriccioso. Quando mi elogiano perché corro tanto, ripenso anche a storie passate. Dicevano che ero malato. Sentite: dal Giulianova passo al Como e tra un viaggio e l’altro, tra una squadra e l’altra, ho un intoppo. Chiedono per me la visita fiscale. Mi mandano al Centro Tecnico di Coverciano perché il mio cuore ha battiti irregolari. Il dottor Fino Fini esamina con molta attenzione, poi mi dichiara sano, abile. Il dottor Fini si accorse subito dell’irregolarità. Io ho un ritmo irregolare, ma il cuore si assesta appena compio degli sforzi. Ecco, il mio cuore ha battiti e ritmi non sempre uguali. Ma diventano perfetti quando corro, quando mi affatico. Dicono che è il cuore degli sportivi autentici». Non è però dello stesso parere il professor Bolis, aiutante del professor Severi, che all’uscita dall’autopsia rivela: «È stata riscontrata un’anomalia cronica al cuore, in grado di portare a morte immediata». L’inchiesta disposta dalla magistratura culminerà in un processo, chiuso in primo grado nel maggio 1979 con l’assoluzione e in appello nel marzo 1980 con una lieve condanna (un anno coi benefici di legge) per Mario Tomassini, medico del Perugia, e Fino Fini, responsabile medico del Centro Tecnico di Coverciano, dopo che il pubblico ministero avrà lanciato una dura accusa: «Quando un giocatore entra in una squadra professionistica, diventa solo un numero per tecnici, medici, dirigenti». Nel 1978 lo stadio perugino verrà intitolato allo sfortunato campione in sboccio.

LA RIVELAZIONE: SCHIZZO D’AUTORE
All’inizio, sembra quasi un braccio di ferro: Trapattoni continua a impiegare Marco Tardelli da interno, il ruolo cui l’ha dirottato l’anno prima al proprio arrivo in bianconero, mentre Bearzot è ugualmente ostinato a conservargli in azzurro la posizione di terzino – destro, ma all’occorrenza pure sinistro – delle stagioni precedenti. Il fatto è che il ragazzo dove lo metti sta, per la capacità di marcare e lanciare, per la velocità di gambe da difensore e la resistenza fisica da centrocampista, per l’intelligenza tattica che ne governa il calcio tutto sostanza. Così alla fine anche il Ct si piega all’evidenza e all’opportunità, e a partire dall’amichevole di Liegi del 21 dicembre 1977 sposta il bianconero a centrocampo, mettendo la prima pietra del grande Mondiale argentino. Per questo si può ben dire che al suo terzo anno in bianconero Marco Tardelli riesca ancora a costituire una rivelazione. Nato da una famiglia montanara della Garfagnana, cominciò da ala sinistra, poi divenne centrocampista, ma sembrava non fosse cosa: troppo esile. Lo bocciarono Fiorentina, Bologna, Inter, Milan, Varese e pure il Pisa, la squadra della città dove la famiglia si era trasferita, che però poi ci ripensò e lo prese in Serie C. Tre partite d’assaggio, poi a 19 anni eccolo titolare da terzino agile, grintoso e veloce, che a fine stagione il Como si portava in B con poca spesa. Pippo Marchioro lo gettò nella mischia e tutti si accorsero di questo difensore moderno capace di attaccare e tamponare senza apparente sforzo. Fraizzoli lo voleva all’Inter e cominciò a trattare, facendosi già fotografare col nuovo gioiello. Boniperti invece decise di andare al sodo, presentandosi a Como con un assegno da 950 milioni, decisivo nel dirottare senz’altro il gioiello verso la maglia bianconera. Lo chiamano “Schizzo” perché quando si proietta in avanti dalle retrovie sembra un tappo sparato fuori da una bottiglia, ed è ormai il più completo interno italiano, per la capacità di interdire e rilanciare, difendere e proiettarsi in incursioni offensive secondo i migliori canoni del ruolo. Il suo fisico è un fascio di nervi, tanto che per anni, confesserà, prima delle partite viene colto da conati di vomito, prima di imparare col training autogeno a dominare la tensione. Il che tuttavia non lo guarirà mai dalle notti insonni di vigilia, che ne fanno in azzurro il “coyote” inseparabile compagno di veglia di Bearzot.

LA SARACINESCA: PORTA MARGHERA
Non è amatissimo all’Inter, Ivano Bordon, come non di rado capita ai ragazzi cresciuti in casa, ma che sia un grande portiere lo conferma questa stagione che lo vede a livelli altissimi di rendimento. Veneziano di Marghera, dove è nato il 13 aprile 1951, ha cominciato a parare nella Juventina di Marghera e a 18 anni è passato alle giovanili dell’Inter, segnalandosi subito per lo stile del guardiano agile tra i pali e affidabile nelle uscite, con un repertorio tecnico completo. Un esordio da brividi, nel derby dell’8 novembre 1970 – tre gol incassati tutti in una volta – più qualche altro assaggio giusto per mettere la firma sotto lo scudetto e l’anno dopo arrivava la grande serata contro il Borussia Mönchengladbach a Berlino al posto del troppo emotivo Vieri. Quella sera tutti scoprirono un ragazzo di vent’anni capace di parare anche l’impossibile. Il dualismo con il vecchio campione di Piombino tuttavia non gli ha giovato e solo dal 1976, cioè da quando ha avuto stabilmente il posto da titolare dopo il passaggio di Vieri alla Pistoiese, il ragazzo di Marghera è riuscito a esprimere al meglio le proprie doti. Il 25 gennaio 1978 Enzo Bearzot ne premia la continuità di rendimento facendolo esordire in Nazionale nel secondo tempo dell’amichevole contro la Spagna, per poi portarlo ai Mondiali in Argentina.

IL SUPERBOMBER: LA FORZA DEL DESTINO
Paolo Rossi, ovvero, la forza del destino. A 16 anni nella Cattolica Virtus di Firenze (è nato a Prato il 23 settembre 1956) folleggiava come ala destra imprendibile col mito di Hamrin tatuato nei sogni. I tentacoli di Italo Allodi lo portarono alla Juventus per lo sproposito di 14 milioni e mezzo: al parsimonioso Boniperti che strabuzzava gli occhi, il re del mercato rispose che quel piccoletto tutt’ossa sembrava Garrincha, un’estrema come ne nascono solo ogni trent’anni. La via verso la gloria fu però presto sbarrata da infortuni a raffica, che costarono al baby d’oro tre menischi e una carriera tutta da reinventare. Andò a Como, nel novembre del 1975, per assaggiare la Serie A, ma fu giudicato un pappamolla (anche dal tecnico subentrato, un certo Osvaldo Bagnoli) e posposto all’omonimo Renzo, che giocava nello stesso ruolo. Dopo appena sei partite e una bocciatura così drastica, Paolino si ritrovò ammaccato a Vicenza, Serie B, giusto perché costava poco e soprattutto arrivava dalla Juve in coppia col promettente medianone Verza. Se quello è il nostro nuovo attaccante… gli diedero il benvenuto i pochi tifosi prima del ritiro di Rovereto dopo una fuggevole occhiata. Poi il centravanti Vitali fece i capricci, chiese un super ingaggio e sbattè la porta. Farina allargò le braccia: Bonci e Jacovone, attaccanti di categoria, costavano troppo per le esauste casse societarie. Allora G.B. Fabbri decise di fare di necessità virtù: prese da parte il ragazzo, gli chiese di dimenticare Hamrin e i ghirigori di fascia e spostarsi al centro dell’area, cambiando mentalità per mettersi al servizio della squadra senza aspettare il contrario. Attorno, gli costruì una ciurma di corridori guidati dal vecchio saggio Salvi. Da quell’intuizione nacque la più inattesa delle promozioni, trascinata da un ragazzo che sembra un uccellino come Hamrin, ma gioca centravanti e segna altrettanto: 21 reti in 36 partite. All’indomani, quando i beninformati davano per scontato che Paolino Rossi tornasse alla Juve e da lì partisse per Napoli in cambio di Savoldi, Farina annunciava che il ragazzo sarebbe restato in biancorosso. In questa stagione, gli stopperoni della A quel fringuello che saltella di qua e di là non riescono mai ad acchiapparlo e i gol diventano addirittura 24: Rossi è il primo della storia a vincere la classifica cannonieri in B e in A in due stagioni consecutive. Dopodiché la Juve lo rivuole indietro e non certo per darlo al Napoli. Si va alle buste giusto alla vigilia della partenza azzurra per i Mondiali e qui scoppia la bomba: per riscattare Paolino, la cui metà era costata 90 milioni, Farina ha offerto in busta 2 miliardi, 612 milioni e 510 mila lire, contro gli 875 milioni di Boniperti. Pochi giorni dopo, nella terra delle pampas, nasce la leggenda di “Pablito”.



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La Juventus che ottenne il 18º titolo italiano


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