Serie A 1976-77 - Juventus


Il Racconto


IL FILM: TORINO CAPITALE
Il presidente dell’Inter, Ivanoe Fraizzoli, non bada a spese: 720 milioni per Merlo dalla Fiorentina, 850 per riscattare i gioielli Martina, Guida e Muraro, ma soprattutto 700 più il “cotto” Boninsegna per Anastasi. Quest’ultimo è il gran botto del mercato, assieme all’altro sull’asse Juventus-Milano: il presunto “cotto” numero due, Benetti, va alla (ancor più) Vecchia Signora assieme a 200 milioni per mandare al Diavolo (milanista) il regista Capello. È opinione generale che Boniperti abbia “toppato”, affidando perdipiù tanti veterani a un giovanissimo allenatore, l’altro ex milanista Giovanni Trapattoni. La smentita è nell’avvio-shock del campionato, in cui Juve e Torino vincono a mitraglia distanziando subito la concorrenza. I granata vincono il derby e dopo otto giornate sono in testa, tallonati dai bianconeri. Le due torinesi appaiono impegnate in un torneo a parte, un duello in chiave-scudetto condotto sul filo del rasoio. Il 6 febbraio si dividono il titolo di campione d’inverno, l’Inter segue a 6 punti. Quel giorno la Rai trasmette per la prima volta una partita a colori: la scialba Genoa-Torino, che col suo pareggio costa ai granata la vetta solitaria della classifica. Il girone di ritorno prosegue sulla stessa falsariga: sempre nel giro di un punto, si stacca il Torino, poi la Juventus, poi è di nuovo parità, a un ritmo insostenibile per le altre. Lo scontro diretto il 3 aprile si chiude sull’1-1. La domenica prima i bianconeri hanno approfittato del pari granata a Napoli per riprendersi la vetta. Le due squadre vinceranno tutte le sette gare finali, consegnando alla Juventus lo scudetto all’ultimo turno, il 22 maggio 1977, con un punto sui rivali e ben 16 sulla Fiorentina terza classificata. In coda, il Cesena è il primo a cedere, nel finale lo accompagnano in B Catanzaro e Sampdoria.

I CAMPIONI: FURIA BIANCONERA
La Juventus aveva due problemi. Il primo, scaricare i “ribelli”: Anastasi, da tempo in rotta con Parola, e Capello, polemico durante la trasferta azzurra negli Stati Uniti («Nella Juventus in questo campionato non ho avuto la collaborazione dei compagni che trovo invece in Nazionale »). Il secondo, dotarsi di un nuovo centravanti, visto che oltretutto dice addio José Altafini, in viaggio verso Chiasso per un’ulteriore non breve appendice nel calcio svizzero. Fallito l’assalto a Savoldi, Boniperti assieme al fido plenipotenziario Pietro Giuliano compie il capolavoro del mercato. Assunto a sorpresa come nuovo allenatore il trentasettenne Trapattoni, che ha guidato al terzo posto il Milan nell’ultima caotica stagione di Rivera padronegiocatore, allestisce un ponte con Milano, da cui arrivano 900 milioni e due “vecchietti”: il quasi trentunenne Benetti e il trentatreenne Boninsegna. Recupera così i 400 spesi per riscattare la comproprietà del terzino Cabrini dall’Atalanta e i 300 per il rientro di un altro giovane ben comportatosi in B, il centrocampista Marchetti del Novara. Altri 650 li porta a casa dalla cessione al Genoa di Damiani. Il mercato chiude in attivo e a quel punto tocca al Trap, secondo i più, fare le nozze coi fichi secchi. Errore. Così sintetizzerà il tecnico a fine stagione: «Abbiamo impostato un gioco che si ispira al tipo di calcio che viene adottato all’estero. Siccome i registi andavano scomparendo e di adatti per la Juventus non ce n’erano, abbiamo cercato di mettere insieme un complesso che si esprimesse sul piano del collettivo. Una squadra forse meno classica e spettacolare, ma certamente più pratica. In poche parole, realistica. Il nostro gioco si ispira al collettivismo, agli inserimenti, alla sincronia dei movimenti, mentre quello del Torino ha fonti fisse di gioco. Peraltro la novità di questa stagione è stato anche il carattere che la squadra si è data». Una sintesi perfetta: per i due obiettivi stagionali, scudetto e Coppa Uefa (che vale la cancellazione dell’annoso complesso internazionale), il Trap costruisce in piena sintonia col presidente una Juve formidabile in interdizione e capace di abbattersi sugli avversari come una furia. Le mosse-chiave: Tardelli avanzato a interno e gli estri di Causio stabilizzati sulla fascia. Dunque: Zoff in porta, sui lati della difesa Cuccureddu e Gentile, al centro Morini protetto dalla classe di Scirea. A centrocampo, Furino a tutela della retroguardia e due interni tanto abili a fare filtro quanto a costruire: il giovane Tardelli e un rigenerato Benetti, strepitoso nella sua regia mobile (suo anche il gol dell’anno, a Firenze, con una botta al volo di sinistro all’incrocio dei pali di rara bellezza), con l’appoggio delle serpentine di Causio, irresistibile sulle corsie laterali. In attacco, la classe di Bettega e il micidiale sinistro di Boninsegna, che torna ragazzino dimostrandosi ancora uno dei più forti centravanti d’area italiani. Scudetto e Coppa Uefa premiano una delle Juventus più forti della storia.

I RIVALI: LA RESA DEL CONTO
Il Torino dello scudetto era privo di punti deboli, ma siccome tutto è migliorabile, Radice chiede un giovane difensore puro per prevenire il logorio dell’ormai trentenne Santin, così Pianelli si svena per il cesenate Danova, valutato 1,2 miliardi: 900 milioni più Lombardo. La panchina viene allungata con l’interno Butti, dal Cagliari per 70 milioni più Roccotelli, e il mediano Casagrande riscattato dal Monza. La squadra resta quasi uguale a se stessa, con Castellini in porta, Danova e Mozzini marcatori puri, Salvadori terzino d’attacco sulla sinistra, Caporale libero classico, Patrizio Sala mediano incursore, Pecci regista, Zaccarelli interno e Claudio Sala mattatore delle corsie esterne al servizio dei “gemelli” d’attacco Graziani e Pulici. L’anno in più d’esperienza consente di superare le scorie dei festeggiamenti tricolori (pagati con l’eliminazione dalla Coppa Italia e un avvio pericolosamente morbido in Coppa dei Campioni) e il dolore per il dramma di Giorgio Ferrini, ex leggendario capitano e ora braccio destro di Radice, colpito da emorragia cerebrale in agosto e poi di nuovo in ottobre fino alla morte dopo una lunga agonia l’8 novembre 1976. Poi la squadra avvia una formidabile cavalcata in campionato, alla pari con la debordante Juventus. Una sola volta, in tutto il torneo, il Toro “tempesta e assalto”, cede al calcolo, e quella sarà fatale, come ricorderà a fine carriera Paolino Pulici: «Io ho giocato mi pare ventidue derby e ne avrò persi un paio in tutto. Anche quando il Toro era un torello. Sapete perché? Perché entravamo in campo con la voglia di sbranarli. I più deboli che battono i più forti: una goduria indescrivibile. E sapete quando perdemmo? L’anno successivo al nostro scudetto. Radice si mise a fare di conto proprio prima della gara con la Juve. A noi basta il pareggio, tanto poi loro vanno a Milano e perdono. Pareggiammo sul serio. Ma poi la Juve giocò con il Milan a San Siro come fosse in casa e vinse. Noi per un punto buttammo il secondo scudetto».

IL TOP: I PUGNI DI MONZON
Walter Novellino ha ventiquattro anni e l’argento vivo addosso, oltre a una storia singolare alle spalle. Nato a Montemarano, in provincia di Avellino, da piccolo ha seguito papà, emigrato a San Paolo del Brasile ad aprire un’officina meccanica per auto di lusso, e là ha impregnato i propri primi passi nel calcio del tocco e delle invenzioni del futebol. Poi papà è tornato a casa, assunto da una concessionaria Fiat a Milano, e Walter ha giocato nella Pomense prima di entrare nelle giovanili del Torino, dove Giorgio Ferrini lo ha ribattezzato “Monzon”, per la (vaga) somiglianza col pugile argentino campione del mondo. Giagnoni lo ha fatto esordire in A contro il Napoli e lo ha riposto in naftalina. Nella stagione successiva – 1973- 74 – il ragazzo si ritrovava in C, titolare nella Cremonese, dopodiché approdava a Empoli, stessa categoria. Il Torino ormai l’aveva lasciato per strada e l’allenatore dei toscani, Renzo Ulivieri, si ritrovò tra le mani un torello scatenato, piccolo, compatto, grintoso, ma soprattutto imprevedibile e geniale. Lo impiegava sia sulla fascia, sia da interno o da trequartista, ricavandone meraviglie. A fine stagione Silvano Ramaccioni, diesse del Perugia neopromosso, lo portava in Umbria e Castagner lo promuoveva subito titolare con risultati eccellenti. Questo secondo campionato impone il coriaceo “Monzon” come trequartista formidabile, nel pieno della maturità: irresistibile nell’uno contro uno, abile a concludere (5 reti alla fine), caparbio al limite della litigiosità e fisicamente forte come di rado capita ai ricamatori nel suo ruolo.

IL FLOP: PIPPO NON LO SA
Il “botto” al mercato il Milan lo fa acquistando Capello, regista della Juventus e della Nazionale, per 200 milioni più Benetti. Mentre tutti si interrogano su cosa ci guadagni la Signora, a parte un mucchietto di banconote, una voce esce dal coro, quella del presidente interista Fraizzoli: «Per scambiare Capello con Benetti bisogna essere matti: quello è tutto rotto!» Eppure Capello ha saltato solo tre gare di campionato e in estate ha regolarmente onorato gli impegni azzurri. Quanto al suo rendimento in flessione, ne ha dato la colpa alla scarsa collaborazione ricevuta in bianconero. Non c’è dubbio però che da quando, l’8 giugno 1975, dopo poco più di mezz’ora di gran gioco a Mosca contro l’Urss, si è scassato il ginocchio destro («lacerazione incompeta del legamento collaterale mediale»), la sua efficienza fisica qualche dubbio lo ha suscitato. Sandro Vitali, diesse rossonero, impernia su di lui il rinnovamento imposto da Vittorio Duina, “il re del tubo” insediatosi al vertice dopo il golpe di Rivera. Le altre mosse sono Giorgio Morini e Braglia dal Napoli in cambio di Chiarugi (altro big epurato) e 250 milioni, il portiere Rigamonti per 450 dal Como, da cui è stato riscattato per 300 il terzino Boldini. Il compito di assemblare una squadra tutta nuova viene affidato a Pippo Marchioro, il trentaseienne tecnico artefice del miracoloso approdo del Cesena in Europa. Incurante delle ironie suscitate dall’impiego della musica di Beethoven per il training autogeno dei giocatori, questi si propone di attuare in rossonero una rivoluzione tattica, adottando la zona, che è nel suo cuore e di cui in Romagna ha potuto abbozzare solo qualche esperimento. E spiega: «Voglio un Milan socialista, nel senso sportivo e agonistico. Non mi piacciono le squadre anarchiche, sperequate, esigo il gioco collettivo e la collaborazione». Tanto basta ovviamente perché la critica lo aspetti al varco, secondo consolidata tradizione meneghina. Il primo esperimento – Maldera avanzato a interno per far posto al modesto Boldini – naufraga già in estate, quando perdipiù appare chiaro che Rivera non ha alcuna intenzione di trasferirsi dietro una scrivania. Il nuovo Milan che vince il girone di Coppa Italia e affronta il campionato è dunque questo: Albertosi in porta, Aquilletti o Sabadini, Bet, Turone e Maldera in linea a completare la difesa; sulla linea di centrocampo, Morini o Biasiolo, Capello, Rivera e Bigon; in attacco, Calloni e Silva. Dopo il successo inaugurale sul Perugia, la squadra crolla, tanto da vincere la seconda gara in campionato solo a gennaio con la Lazio. In difesa, Bet e Turone faticano a metabolizzare i meccanismi del nuovo modulo, a centrocampo le precarie condizioni di Capello ne rallentano il passo facendo il paio con la ridotta mobilità del trentatreenne Rivera. Soprattutto, però, è l’attacco a naufragare: Calloni ha limiti ormai noti, mentre il piccoletto Silva, ex ascolano nonché lontano prodotto del vivaio Inter, fatica a stare in categoria. Il 6 febbraio 1977 il Milan chiude l’andata col solito nulla di fatto casalingo contro il Cesena ultimo in classifica. La squadra è undicesima, a un passo dalla zona retrocessione. Il giorno dopo Duina convoca Marchioro e gli comunica che verrà affiancato da Nereo Rocco, promosso da consulente a Direttore tecnico. L’allenatore non gradisce e viene silurato. Un giorno rievocherà: «Il presidente Duina mi disse che forse era il caso di riproporre per l’opinione pubblica il vecchio Rocco. Lei vada tranquillo, Rocco farà il direttore tecnico soprattutto per la stampa e per i tifosi, mi disse il presidente. Non ci misi molto a rispondere che non avrei avuto problemi a farmi da parte. Loro dovevano solo continuare a corrispondermi lo stipendio e si prendessero pure uno, dieci, venti o cento Rocco» . Il sessantacinquenne “Paron” torna a Milanello e proclama: «Da oggi niente zona: si gioca a calcio». Ma nemmeno lui sarà in grado di coprire i difetti strutturali della squadra e nel girone di ritorno riuscirà solo a raccogliere un punto in più rispetto al predecessore, chiudendo a un modestissimo decimo posto. Troverà però il modo, il vecchio drago, di lasciare comunque il segno, vincendo la Coppa Italia, subito dopo il passaggio di consegne al vertice del club tra il dimissionario Vittorio Duina e il nuovo presidente Felice Colombo.

IL GIALLO: DOPPIA TRAGEDIA
Più che giallo, il colore di questa duplice storia è il nero: il nero del lutto. Per la Lazio è una stagione tragica. Tommaso Maestrelli, rientrato in pista a dicembre 1975 dopo un vistoso miglioramento dovuto a una nuova multiterapia, ha salvato la Lazio, poi in estate ha consigliato al club l’ingaggio di Luis Vinicio come successore, non sentendosi più in grado di lavorare sul campo. Il presidente Lenzini ha voluto comunque fargli firmare un contratto come consulente, in segno di amicizia. Purtroppo, le condizioni di salute vanno peggiorando, la malattia è tornata a ruggire come una belva crudele. Il 28 novembre 1976 Maestrelli viene colto da collasso, tre giorni dopo viene ricoverato presso la clinica Paideia di Roma. Qui il 2 dicembre spira, a soli 54 anni, lasciando la moglie Lina e quattro figli: Patrizia di 24, Tiziana di 20 e i gemelli Maurizio e Massimo di 14. Da calciatore è stato centrocampista di valore con Bari, Roma e Lucchese e una presenza nella Nazionale olimpica. Da allenatore ha portato il Foggia in Serie A e poi ha preso nel 1971 la Lazio in B e nel giro di tre anni l’ha portata al primo scudetto della storia biancoceleste. Passano solo poche settimane, è il tardo pomeriggio del 18 gennaio 1977, quando, poco prima delle 19,30, Luciano Re Cecconi, interno e punto di forza della Lazio, entra in una gioielleria romana assieme al collega Ghedin e a un amico, un profumiere che deve consegnare alcuni prodotti al titolare. L’amico entra, i due giocatori fanno altrettanto dietro di lui, ma il gioielliere, Bruno Tabocchini, non conoscendoli, istintivamente estrae un revolver calibro 7,65 e lo punta contro Ghedin, che d’istinto alza le mani, e poi verso Re Cecconi, non altrettanto pronto. Forse per questo, forse per il rapido spostamento, parte un colpo. Il biondo centrocampista della Lazio si accascia a terra colpito in pieno petto e sussurra: «Non ti muovere, aspetta…». «Alzati, lo scherzo è finito» prova a smuoverlo Ghedin, ma il compagno giace esanime al suolo. Alle 19,45, dieci minuti dopo il ricovero in ospedale, Re Cecconi muore senza aver ripreso conoscenza, ad appena 28 anni, lasciando la moglie Cesarina, incinta di Francesca, e il figlioletto Stefano, di due anni. Il gioielliere, accusato di eccesso di legittima difesa putativa, verrà assolto con formula piena. Cosa sia realmente accaduto in quei tragici momenti, resterà un mistero. La prima ricostruzione parla di uno scherzo di Re Cecconi, che tenendo le mani in tasca, avrebbe esclamato: «Fermi tutti, è una rapina!», così innescando la tragica reazione. Questa, in base ai resoconti, è anche il racconto del gioielliere in aula al processo, celebrato per direttissima, il 3 febbraio: «Noto uno dei due, quello biondo. Ha un volto particolarmente bianco e tirato. È una faccia sconosciuta, ma dura, tesa, con qualcosa di non comune che polarizza la mia attenzione. Ha un’aria minacciosa, con la mano destra nella tasca sollevata verso l’alto pronuncia una frase di cui ricordo solo il senso: “Nessuno si muova, questa è una rapina”. Pensai che i due si erano serviti del profumiere per entrare e rapinarmi. Pensai ai bambini e a mia moglie, presenti, alla loro vita. Prima che lui sparasse, tirai fuori dalla fondina la pistola e sparai io». La moglie conferma la ricostruzione, altre testimonianze divergono, il giudice che assolve avallerà: «Lo scherzo si veste di un atteggiamento esteriore caratterizzato dal bavero alzato e dalle mani in tasca di Re Cecconi, in un’ora peraltro congeniale ai rapinatori. La simulazione si estese alla espressione facciale, tesa e dura, nel ricordo impressionato del teste Isidori. Anche il mimare del puntamento di un’arma nascosta, ma dalla presenza intuibile, costituisce un ulteriore mezzo di convincimento della realtà della rapina». Ma più di tutto, conclude la sentenza, fuga ogni dubbio la frase: «Fermi tutti, questa è una rapina!». In seguito la versione dello scherzo venne contestata dal figlio Stefano, per l’incompatibilità dell’indole di Luciano Re Cecconi con l’idea di una burla di quel genere, e poi in un libro dal giornalista e scrittore Maurizio Martucci. Recentemente alla Gazzetta dello Sport Luigi Martini, all’epoca compagno di squadra di Ghedin, che ospitò quella sera a dormire a casa propria per sostenerlo nel terribile trauma subito, ha dichiarato: «Basta con la storia della finta rapina. Non c’è stato nessuno scherzo. Ghedin mi ha spiegato l’accaduto: è entrato per ultimo, occhi bassi per non inciampare sul gradino. Quando li ha rialzati ha visto la pistola: ha tolto le mani dalle tasche in segno di resa. Un gesto che gli ha salvato la vita perché l’arma era senza sicura, sensibile a ogni vibrazione. In pratica, con il dito sul grilletto, è bastato spostarla per far partire il colpo. Ghedin non ha sentito nessuna frase pronunciata da Luciano. Me lo ha giurato. Quella versione faceva comodo. Meglio far passare per stupidi due calciatori piuttosto che parlare di tragica fatalità o di altro». Ghedin invece ha preferito non tornare più sull’argomento.

LA RIVELAZIONE: IL GRINTA
Chi si è accorto di Giovanni Trapattoni? Quasi nessuno. L’ex mediano del Milan, fedelissimo di Rocco, ha cominciato da allenatore come aiutante del “Paron” e del vecchio amico Cesare Maldini, poi – ultime cinque giornate del campionato 1973-74 – ha fatto la sua prima esperienza in proprio sostituendo lo stesso Maldini alla guida del Milan. Dopodiché, è stato il “secondo” di Gustavo Giagnoni, finché la “rivoluzione di Rivera” non ha costretto il mister sardo a salpare l’ancora. La vicenda legale si è chiusa nell’imminenza del campionato 1975-76 e a quel punto la decisione è stata quasi obbligata: Rocco consigliere tecnico, Trapattoni allenatore. «Un’esperienza incredibile» rievocherà molti anni dopo: «la società era un casino e io mi trovavo nell’insolita posizione di dover dare ordini a un mio “superiore”, Rivera, che giocava e non giocava, si occupava di pratiche amministrative. Lascio immaginare gli umori dello spogliatoio ». Eppure, in quelle condizioni, ha pilotato il Milan al terzo posto. Torniamo alla domanda: qualcuno se ne è accorto? Non certo il club rossonero, che punta sul modernista Marchioro e dunque, se non scarica esplicitamente il Trap, ci va vicino. Quanto a lui, ha deciso: cercherà fortuna altrove. Ma dove? Le prime due risposte giungono dai cauti sondaggi di due club di B, Atalanta e Pescara. La terza la dà Pier Cesare Baretti, vicedirettore di Tuttosport, che telefona a Boniperti e gli segnala il biondino, sapendo che il presidente bianconero ha già scaricato Parola ed è indeciso sulla promozione del “vice”, Romolo Bizzotto, caldeggiata da più parti. Boniperti incarica il digì Pietro Giuliano e questi telefona al Trap: appuntamento col presidente all’hotel “La Meridiana”, lungo l’autostrada Milano-Torino, vicino a Novara. Quel colloquio cambia la storia del calcio. Il 22 maggio 1976 un bizzarro comunicato del club bianconero annuncia (senza troppo entusiasmo, verrebbe da dire) l’ingaggio del nuovo tecnico: «La Juventus F.C. comunica che il sig. Ugo Locatelli, attuale responsabile del settore giovanile, lascia l’incarico per raggiunti limiti di età. Nel precisare che la società continuerà ad avvalersi della sua preziosa opera di consulenza, comunica che alla direzione del settore giovanile verrà trasferito il sig. Vycpalek. A sostituire il sig. Vycpalek nella sua attuale funzione di direttore dei servizi tecnici è stato destinato il sig. Carlo Parola. Le funzioni di allenatore della prima squadra verranno affidate per la stagione 1976- 77 al sig. Giovanni Trapattoni, che sarà coadiuvato dal sig. Romolo Bizzotto». Nereo Rocco chiama il suo “figlioccio” per complimentarsi a modo suo, ricorrendo a un (poco nobile) riferimento anatomico in dialetto triestino: «Ti gà più boro che anima!» E in effetti così pensano un po’ tutti, aggiungendovi la maliziosa intuizione che il vero allenatore continuerà a essere Boniperti. Il seguito è una clamorosa smentita. Il Trap si cala nella parte e sfodera il carattere che ha subito convinto il presidente. Nel lavoro mette la grinta di chi ha sempre avuto “fame”, essendo partito da umili origini che il successo nel pallone non gli ha fatto dimenticare. In più, la lunga esperienza e i “maestri”, primo tra tutti lo stesso Paròn, gli hanno insegnato abbastanza per consentirgli di imporre subito una sua idea di calcio, fotografata dalla sua prima, formidabile Juventus. Una squadra che è il ritratto della sua grinta: tosta, senza fronzoli, senza regista classico, con Tardelli interno a far coppia col panzer Benetti e in avanti il fiuto del gol del vecchio pirata Boninsegna. Vince scudetto e Coppa Uefa, abbattendo il tabù internazionale che affliggeva la Signora dalla notte dei tempi. Ed è solo l’inizio.

LA SARACINESCA: L’AMICO DEL GIAGUARO
Luciano Castellini è nato per caso a Milano il 12 dicembre 1945, ma ha sempre vissuto a Menaggio, sul lago di Como, e nell’Interclub Menaggio ha mosso i primi passi. Un giorno lo nota Vincenzo Rigamonti, ex portiere con un passato in Serie A nel Torino (questione di destino…) e lo porta al Monza, in Serie B. Qui al ragazzo tocca una lunga anticamera, dietro Santino Ciceri, gran matto saltimbanco, che nel 1968 si trasferisce al Modena. L’allenatore Dazzi lascia presto il posto a Nils Liedholm, che decide di lanciare il ventitreenne menaggino. Ottime prove, poi, a Como, il patatrac: è il 1° dicembre 1968, emozionato per i tanti parenti e amici in tribuna, Castellini fa scena muta, incassa cinque reti (titolo del CorSport: «Castellini una frana») e torna dietro le quinte. Verrà ripescato solo a fine campionato. Nella nuova stagione sulla panchina del Monza arriva il giovane Gigi Radice e per prima cosa lancia titolare la “frana”: è un boom, Castellini gioca un campionato sensazionale, al termine del quale il Torino se lo aggiudica per 280 milioni (comproprietà di Pinotti e Mondonico e prestito di Facchinello). Commenta Radice: «È un ragazzo molto serio, di uno scrupolo eccezionale: quando scende in campo controlla ogni minimo particolare. Aveva un solo difetto quando l’ho conosciuto: la scarsa rimessa in gioco; ora non più. Da qualcuno ho sentito dire che “vola” troppo. È vero invece il contrario. Ha un piazzamento formidabile e nelle uscite il suo tempismo è perfetto. Credo che il Monza non abbia mai avuto un giocatore così completo». Qualche anno dopo, i due si ritrovano in granata. In questa movimentata stagione (vedi Coppa dei Campioni) Castellini ha ormai raggiunto la maturità e coniuga doti atletiche eccezionali a un colpo d’occhio super e a quelle coraggiose uscite basse che ne fanno il “Giaguaro” (suo soprannome) del campionato. Il 26 gennaio 1977 debutta in Nazionale contro il Belgio, subentrando a Zoff e segnalandosi per un errore, che provoca il rigore con cui gli ospiti riducono le distanze. Ecco l’unico limite: una certa emotività. L’altro non dipende da lui: trovarsi davanti un “mostro” come il Monumento nazionale significa carriera azzurra drasticamente limitata.

IL SUPERBOMBER: ECCE BOMBER
Francesco Graziani, romano “tradito” da Roma. Romano “arioso” (di Subiaco), per la precisione, e proprio questo lo allontanò dal calcio della capitale. Già il primo impatto, a un provino con la Lazio, era stato negativo: il consiglio di spostarsi da mezzala a terzino per fare colpo e la bocciatura. La Roma, però, aveva detto sì, ai tempi di Oronzo Pugliese, “il mago di Turi”. Poi in giallorosso arrivò il “Mago” vero, Helenio Herrera, il quale, forse per compensare il proprio ingaggio da nababbo, propose un sistema di “taglio della spesa” ante litteram: i ragazzi delle giovanili dovevano abitare entro la cinta daziaria di Roma. Subiaco è a 80 chilometri e “Zurulittu” – così lo chiamavano a casa per via del fisico esile e lungo – dovette tornarvi a testa bassa, col primo sogno infranto. Riparò al Bettini Quadraro, sempre nella Capitale, e a sedici anni lo prese l’Arezzo, quando già da interno si era spostato al centro dell’attacco. Con la maglia toscana a 18 anni esordì in prima squadra, in B, a Cesena, fine campionato 1970-71. Un altro anno di rodaggio bastò per cambiare il suo destino, perché Azeglio Rachini, dirigente del club amaranto, lo segnalò all’amico Orfeo Pianelli, che si affrettò a comprare quel centravanti di gran fisico così promettente, lasciandolo una stagione a maturare tra i cadetti. Graziani a vent’anni mise insieme solo 9 gol in 34 partite e quando arrivò in granata non gli fu facile imporsi. Per farlo crescere, l’allenatore Giagnoni usò il bastone più che la carota: lo emarginò pretendendo che maturasse, si scontrò con lui finché il ragazzo, stanco di stare a guardare dovendo oltretutto pagare la lontananza dalla moglie, chiese di essere ceduto. Fu costretto a rimanere e fu la sua fortuna, tanto che poi avrebbe sempre ringraziato la dura scorza del tecnico sardo, grazie alla quale “Ciccio” divenne uomo e professionista e prese a levigare i fondamentali trasformando la “fame” di campo in una generosità atletica e agonistica inesauribile. I 6 gol della prima stagione granata raddoppiarono, il grezzo e statico attaccante dei primi tempi in granata divenne un centravanti mobilissimo: dribbling in velocità, gran colpo di testa, intesa sempre più completa col “partner” Paolino Pulici, da cui in questo campionato raccoglie il testimone di capocannoniere. Segna 21 reti in 30 partite, il massimo in carriera, è titolare in Nazionale, è talmente versatile da giocare pure in porta, in Coppa dei Campioni, quando il “giaguaro” Castellini si fa cacciare sul campo del Borussia. Un giorno sarà campione del mondo.



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La prima Juventus trapattoniana del 1977, che conquistò il double scudetto-Coppa UEFA.


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