Serie A 1975-76 - Torino


Il Racconto


IL FILM: TORO DA RIMONTA
Mercato pirotecnico: la Juve soffia Tardelli all’Inter, che litiga col Milan per Libera, il “nuovo Riva” del Varese, poi il Napoli si prende la scena, acquistando il centravanti Savoldi dal Bologna per 2 miliardi: 1,4 in contanti, Clerici a titolo definitivo e la comproprietà di Rampanti, riscattato dal Torino. L’estate è torrida anche per la “fuga” di Chinaglia, poi costretto a tornare in Italia dagli Stati Uniti a fine agosto; e per la lunga diatriba tra Buticchi e Rivera, risolta a metà settembre con la consegna del 57 per cento del Milan al capitano rossonero, che torna a giocare e gira le azioni al gruppo Castelfranchi, dopo qualche mese sostituito dall’industriale Vittorio Duina, il “re del tubo”. L’avvio del campionato è all’insegna del rinnovato duello tra Juve e Napoli, che conducono in testa e poi separatamente, prima i bianconeri, poi gli azzurri. A metà dicembre lo scenario cambia: gli uomini di Vinicio vengono raggiunti e staccati e nel ruolo di inseguitore si propone il Torino. Il primo febbraio la Juventus è campione d’inverno con tre punti di vantaggio sui granata, mentre il resto del gruppo è ormai staccato. Il divario sale a cinque lunghezze alla diciannovesima giornata e torna a tre alla ventiduesima, quando la Signora cade a Cesena. È il momento-chiave: la domenica successiva gli uomini di Radice vincono il derby, portandosi a un solo punto. Una settimana più tardi battono il Milan e operano il sorpasso sui rivali, sconfitti a casa Inter. Il duello continua fino all’ultimo turno e il 16 maggio 1976, ventisette anni dopo la tragedia di Superga, il Torino vince lo scudetto, con due punti di vantaggio sui bianconeri. In coda, pollice verso per il Cagliari, ormai staccato, e sul traguardo anche per Ascoli (peggior differenza reti rispetto alla Lazio) e Como.

I CAMPIONI: RADICE QUADRATO
Il Torino entra ufficialmente in crisi il 20 maggio 1975, quando, dopo giorni di contestazioni personali da parte dei tifosi per il deludente campionato granata, Orfeo Pianelli rassegna le dimissioni: «La misura è colma, ne ho abbastanza, me ne vado. Lascio il Torino a qualcuno migliore di me, quello che ricaverò dalla cessione della mia quota di azioni lo devolverò a opere di bene». L’imprenditore mantovano, nato operaio e diventato capitano d’industria, governava il club granata dal 12 febbraio 1963 con la non nascosta speranza di riportarlo un giorno ai fasti dello scudetto. Il giorno successivo seguono le dimissioni di Edmondo Fabbri, che lascia la panchina nonostante il contratto già firmato per la successiva stagione, onde non creare difficoltà al presidente. Il consiglio di amministrazione del Torino respinge tuttavia l’addio di Pianelli, il quale il 27 maggio, constatata la mancanza di offerte, si reinsedia e presenta il nuovo allenatore assunto a tempo di record: Gigi Radice, straordinario salvatore del Cagliari, ereditato dopo nove turni da Chiappella in situazione precaria. È il segnale che il patron non solo resta, ma intende rilanciare e infatti in simbiosi col direttore sportivo Giuseppe Bonetto conduce un mercato d’alto bordo: ottiene dal Bologna per 750 milioni il giovane regista Pecci e per 100 più Cereser l’eclettico difensore Caporale; dalla Ternana, il baby centravanti Garritano per 270, dal Vicenza il difensore Fabrizio Gorin in comproprietà per 200 più metà Callioni e infine dal Monza il mediano Patrizio Sala per 150 più la comproprietà di Casagrande, prelevato dal Sottomarina. Se non è una rivoluzione, poco ci manca, visto che se ne vanno i veterani Agroppi e Mascetti. Il resto lo fa il nuovo tecnico, che dopo il rodaggio presenta un Toro – per la prima volta in divisa tutta granata, calzoncini compresi – nuovo di zecca: il libero designato Santin diventa marcatore puro al posto di Lombardo; il mediano Salvadori arretra a terzino fluidificante con sacrificio del fin troppo atteso Gorin; Caporale, semplice rincalzo nelle attese, diventa lo spazzino d’area titolare, senza fronzoli come si addice a una squadra votata all’attacco e dunque bisognosa di una retroguardia blindata. Il Toro nuova edizione presenta il “giaguaro” Castellini in porta, Santin e Salvadori terzini di fascia, Mozzini stopper, Caporale libero; a centrocampo, Patrizio Sala laterale di spinta, Pecci regista, Zaccarelli interno, Claudio Sala tornante in appoggio alle punte Graziani e Pulici. Il cambiamento di ruolo più sorprendente riguarda il “poeta” Claudio Sala, che spostato da trequartista a funambolo delle corsie esterne sboccia definitivamente come fuoriclasse, complice la precoce maturità di Pecci, abile a dirigere la manovra con consumato raziocinio. La mentalità granata è rivoluzionaria per il nostro calcio: Radice manda il Toro all’assalto per segnare un gol in più degli avversari, anche a costo di scoprirsi le spalle. La squadra non si risparmia sul piano atletico e poiché in avanti dispone della coppia di attaccanti più forte del torneo fa il vuoto suscitando entusiasmi. Un Toro schiumante e spettacolare che riannoda degnamente l’attualità granata con la leggenda infrantasi a Superga.

I RIVALI: MALEDETTA PRIMAVERA
La Juventus ha fatto molto al mercato, anche se non ha coronato il sogno più audace: Antognoni, il ventunenne gioiello della Fiorentina, per cui ha invano offerto al presidente viola, Ugolino Ugolini, due miliardi in contanti più tre giocatori da scegliere tra Cuccureddu, Spinosi, Anastasi, Gori e Damiani. Parola deve così “accontentarsi” di Tardelli, esile terzinofenomeno del Como, soffiato all’Inter per 950 milioni, e del citato attaccante Gori, dal Cagliari per 300 più metà Viola e tutto Longobucco. Non manca un’operazione a futura memoria: l’acquisto di Antonio Cabrini, baby terzino della Cremonese, subito girato in comproprietà all’Atalanta per farlo maturare in Serie B. Il tecnico apporta alla precedente Juve un paio di ritocchi, presentando Zoff in porta, Cuccureddu o Gentile e Tardelli terzini, Morini stopper, Scirea libero; a centrocampo, solito menu con Furino mediano, Capello regista, Causio trequartista; in attacco Gori è centravanti tattico alle spalle di Damiani – con l’alternativa Anastasi, che soffre assai il declassamento – e Bettega. La squadra parte alla grande, supera la delusione dell’uscita agli ottavi di Coppa dei Campioni assumendo in campionato il comando delle operazioni e quando si approssima la primavera sembra accingersi al bis-scudetto. Il giocattolo però si è incrinato e la ribellione di Anastasi lo manda in pezzi. Coi bianconeri in testa e il Toro a tre punti, il 23 marzo il centravanti siciliano convoca la stampa e spara a zero: «Sono due anni che sto zitto, ma a questo punto non ne posso più. Meglio andarsene, per il bene mio e della squadra. Domenica scorsa a Cesena mi hanno messo fuori squadra senza darmi spiegazioni. Ad essere troppo buoni si finisce per fare la figura dei fessi e io non ci sto. È stato sempre detto che la squadra che vince non si tocca, questo discorso vale per tutti ma non per me. Nella Juventus si usano due pesi e due misure, ci sono dei favoritismi ». Nonostante il dissidio con Parola fosse noto da tempo, l’uscita del centravanti, un vero sacrilegio per le abitudini di casa Juve, ha un effetto dirompente: nei due turni successivi, i bianconeri perdono il derby e poi sul campo dell’Inter, smarrendo il primato e la sicurezza. Parola non è in grado di rianimarli, il secondo posto finale è una sconfitta che brucia sulla pelle e “chiama” una nuova rifondazione.

IL TOP: IL TORNITORE
Sono trascorsi appena tre anni dal primo approccio di Gaetano Scirea col calcio dei grandi, nell’Atalanta a 19 anni in Serie A, quando dichiarava all’Eco di Bergamo: «Non sono ancora un calciatore professionista, faccio il tornitore; la mia presenza in prima squadra è casuale, la mia intenzione è continuare a fare il tornitore». Ora fa il tornitore di palloni e sarebbe riduttivo dire che lo fa in difesa, perché è sua caratteristica indossare l’abito tecnico giusto per ogni stagione del gioco. Tanto che il suo scopritore, Gianni Crimella, allenatore della “Serenissima” di Cinisello Balsamo, lo celebrerà così a fine carriera: «Nessuno è stato grande come Gaetano, perché gli altri, compresi i sommi Beckenbauer e Baresi, erano difensori che avanzavano, lui era difensore in difesa, centrocampista vero a centrocampo, attaccante vero in attacco. Basti ricordare Gaetano in Spagna che fa l’assist per Tardelli contro la Germania: quale libero in una finale mondiale, sull’1-0, ha il cuore di buttarsi fino là in fondo? È vero però che nei primi tempi chiedeva sempre il permesso a Zoff: “Posso sganciarmi?” Me lo confessò Gaetano. Poi una volta Dino gli disse: “Senti, decidi tu”». Già alla seconda stagione nella Juventus la crisalide ha lasciato il posto a una splendida farfalla e forse non è un caso che la crescita impetuosa del nuovo campione sia avvenuta sotto la guida di Carlo Parola, uno dei più classici difensori della storia del calcio. Nella sua parabola col pallone Scirea ha attraversato tutti i ruoli: nella “Serenissima” giocava attaccante, nelle giovanili dell’Atalanta prima sulla fascia destra, poi a centrocampo, da mediano elegante e poco avvezzo a “mordere” le caviglie altrui; infine negli “Allievi” il tecnico Guido Capello lo provò come libero per sostituire Vittorio Belotti, che si era fratturato una gamba, e qualche tempo dopo, nella Primavera, Ilario Castagner decise di impiegarlo stabilmente nel ruolo. Quando arrivò in prima squadra il ragazzo era un jolly: esordì da libero, poi, col rientro del titolare Savoia, si spostò a centrocampo e infine a suon di prestazioni conquistò definitivamente il posto di comando della difesa. Alla Juve lo attendeva il non facile compito di raccogliere a 21 anni il testimone del leggendario libero Salvadore, dopo il fallimento del “predestinato” Roveta. Criticato nei primi tempi in quanto carente di testa e poco “cattivo” nel tackle, a Scirea sono bastati pochi mesi per padroneggiare la situazione e ora anche i più diffidenti devono convincersi: la naturale correttezza (chiuderà la carriera senza squalifiche!) non è “morbidezza” nei contrasti, che porta con la pulizia innata del campione. Prima fonte del gioco bianconero, autoritario capociurma della retroguardia non per predisposizione all’urlo, ma per naturale vocazione a eccellere nella tecnica e nella visione di gioco, l’ex baby atalantino a fine 1975 esordisce in Nazionale e farà ben presto comprendere che l’eredità di Facchetti è finita in ottime mani.

IL FLOP: L’ISOLA CHE NON C’È PIÙ
Da molti anni i destini del Cagliari e del suo alfiere Gigi Riva sono intrinsecamente legati. Come l’appena diciannovenne bomber apparve sulla scena dell’isola, trascinò subito la squadra a suon di gol alla prima storica promozione in A. Poi è stato innanzitutto lui a illuminarne l’ascesa fino alla conquista dello scudetto e poi a mantenerne alte le quotazioni nella massima serie. I dirigenti isolani negli ultimi anni hanno malsopportato i ricorrenti rifiuti estivi che ne hanno precluso la lucrosa cessione ai grandi club costantemente sulla porta con offerte da capogiro. Ora, in questo campionato-crocevia, la nemesi si compie, crudele. Primo febbraio 1976, secondo tempo di Cagliari-Milan: da tre minuti i rossoneri sono in vantaggio quando, lungo la fascia destra, Gigi Riva insegue un pallone affiancato dallo stopper rossonero Bet e, dopo aver accennato una lieve torsione per calciare, all’improvviso si piega, rallenta la corsa, si accascia. Nessuno l’ha toccato, l’azione prosegue mentre il bomber resta a terra disteso, con una smorfia di dolore sulla faccia e la mano a tenere la coscia sinistra. Riva esce dal campo appoggiandosi alle spalle di un massaggiatore e del “tredicesimo” Valeri. Poco dopo terrà a scagionare Bet: «Lui non c’entra. La palla è venuta giù verso il fondo, io ho allungato troppo il destro, ho sollevato la gamba, ho avvertito un gran dolore e mi sono dovuto piegare sul ginocchio. Ho cercato di rialzarmi, niente da fare: ho capito allora che si trattava di qualcosa di grave». I medici sentenzieranno: distacco del tendine dell’adduttore. Una sciagura, con intervento chirurgico e lunga, lunghissima rieducazione. Riva ha 31 anni e una carriera costellata di gravi infortuni, tanto che da tempo la sua efficienza fisica appare menomata. Il suo campionato finisce qui, la sua carriera pure (si ritirerà ufficialmente l’8 aprile 1977, dopo aver provato invano a riprendere). Il Cagliari, già ultimo in classifica, già passato in panchina da Suarez a Tiddia, vede svanire la speranza di risalita. Chiuderà ultimo, tornando in B dopo dodici stagioni. Le dodici stagioni dell’epopea di Gigi Riva.

IL GIALLO: LA GRANDE FUGA
Capro espiatorio del fiasco ai Mondiali di Germania, Giorgio Chinaglia è stato oggetto nel campionato successivo a una «idiota e assurda persecuzione», come l’ha definita, a base di fischi e insulti pressoché in ogni stadio, fino a fargli desiderare di andarsene. La moglie, Connie Eruzione, è statunitense e negli Stati Uniti il bomber della Lazio trascorre le vacanze, nella nuova splendida casa appena acquistata nel New Jersey. Qui lo va a trovare Peppe Pinton, consulente degli Hartford Bicentennials, chiedendogli di giocare il 21 giugno in amichevole contro la Polonia. Long John accetta, ottiene dalla Lazio il nulla osta (previa assicurazione di 2 milioni di dollari) e quel giorno sulle tribunette del piccolo stadio della città del Connecticut attira quasi 11mila spettatori, record assoluto. Qualche giorno dopo Clive Toye, presidente del New York Cosmos, il club che quell’estate ha ingaggiato Pelé per lanciare in grande stile il “soccer”, gli propone a nome della Warner Bros di unirsi all’avventura. Chinaglia è entusiasta, la Lazio, proprietaria del cartellino, ovviamente non è d’accordo. Il vicepresidente Aldo Lenzini, fratello di Umberto, vola in America per convincere il centravanti a desistere, ma fallisce. Pochi giorni dopo, Long John acquista una pagina del Corriere dello Sport per salutare i tifosi laziali, ringraziandoli dell’affetto e spiegando loro che la famiglia viene prima di tutto. I Lenzini schiumano rabbia e, dopo furibonde polemiche reciproche, mentre la squadra è già in ritiro, dall’Italia gli intimano di tornare: la Lazio ha rifiutato l’offerta del Cosmos ed è pronta a denunciarlo alla Fifa per farlo squalificare. Il ribelle deve chinare la testa e il 29 agosto 1975 torna all’ovile, sbarcando a Fiumicino tra una folla di diecimila tifosi festanti. Il reinserimento però non funziona. Il nuovo tecnico, Giulio Corsini, che ha sostituito l’ammalato Maestrelli, vede Long John come il fumo negli occhi, mentre la squadra, privata al mercato del “faro” Frustalupi, non ingrana. A inizio dicembre l’allenatore viene silurato e in panchina torna Maestrelli, apparentemente guarito, ma l’incanto dei tempi dello scudetto è svanito, il centravanti ha la testa oltreoceano e il suo apporto sotto rete è ridotto. Umberto Lenzini allora si arrende e accetta l’offerta del Cosmos, che nei primi mesi del 1976 versa circa mezzo miliardo di lire (valutazione irrisoria) scritturando il centravanti. Il 25 aprile, durante la partita interna col Torino, Chinaglia con un discutibile saluto romano dà l’addio ai suoi tifosi, in gramaglie anche perché la squadra non è ancora salva. Il giorno dopo, per evitare manifestazioni a Fiumicino, vola con un aereo privato a Genova, da dove si imbarca per New York. La Lazio denuncia la sua “fuga” per cautelarsi da una possibile accusa di non schierare nelle ultime tre gare la miglior formazione e alla fine scampa alla retrocessione solo per miglior differenza reti nei confronti dell’Ascoli.

LA RIVELAZIONE: LA COPPA DEI NONNI
Il Cesena affronta il terzo campionato di A con rinnovate ambizioni. Il club rappresenta l’unica città non capoluogo di provincia della massima serie, un paesone di 90mila abitanti di cui è degno emblema il presidente, Dino Manuzzi, imperatore del commercio della frutta che lo guida ormai da undici anni, da quando cioè ha raccolto il testimone del fondatore, il mitico conte Alberto Rognoni. Finora è riuscito a rimanere a galla grazie al fiuto nella scelta di giovani allenatori rampanti come Gigi Radice, artefice della storica promozione nella massima serie, e Eugenio Bersellini. Ora ha puntato gli occhi su Pippo Marchioro, brillante quarantenne che ha appena portato in A il Como con metodi innovativi, dal training autogeno dei giocatori a base di musica classica all’aiuto dello psicologo fino all’inclinazione tattica verso la zona. Il vero colpo, però, avviene al mercato, quando, poco prima della chiusura delle liste, Manuzzi conclude un clamoroso scambio con la Lazio, che acquista i due “gioielli”, il difensore Ammoniaci e il centrocampista Brignani, per 400 milioni più Oddi e Frustalupi. Quest’ultimo, gran cervello dello scudetto, va per i 33 anni e viene considerato nella Capitale ormai alla frutta, merce che in Romagna sanno gestire molto bene, come dimostrato dall’eccellente rendimento di Cera, altro vecchietto ingaggiato due anni prima dal Cagliari per un cesto di pesche. Il bilancio è a posto, ora tocca a Marchioro assemblare il gruppo e il tecnico si dimostra abilissimo a mescolare giovani e “nonni”: l’acrobata Boranga in porta, il veterano Ceccarelli (cresciuto in casa, presente fin dai tempi della C) e lo scattante Oddi terzini abili in marcatura ma anche ad avanzare, il giovane mastino Danova, scartato dalla Juventus, stopper, l’eterno Cera libero di chiusura e costruzione; a centrocampo, Frustalupi regista brillante di una manovra cui i maratoneti Bittolo e Zuccheri o Festa assicurano corsa e forza fisica, mentre sulla trequarti il filiforme Rognoni, ex promessa del Milan, inventa sul pentagramma degli artisti. In attacco, l’accoppiata tra il tosto Urban e la mobile ala Mariani (alternativa il centravanti Bertarelli) garantisce forza d’urto ma pochi gol. Qui sta il tallone d’Achille della squadra: con un vero bomber, il gioco spumeggiante dei bianconeri potrebbe puntare ancora più in alto. Così invece in Romagna si devono accontentare… dell’ennesimo miracolo: dopo due salvezze, arriva il sesto posto che significa debutto in Europa, grazie alla qualificazione alla Coppa Uefa.

LA SARACINESCA: DOTTORE IN VOLI
Storia un po’ bizzarra di un campione sui generis. Lamberto Boranga, tanto per sgombrare subito il campo dagli equivoci, è un gran portiere. Dirà di sé: «Sapevo bene quanto valevo: tecnica poca, ma tanta, tantissima volontà e grandi mezzi atletici. Quello che ho fatto è stato il massimo, chiuso com’ero da big che si chiamavano Zoff, Vieri, Cudicini, Albertosi». Tutto giusto, se non che i famosi “mezzi atletici” gli hanno consentito di eccellere a lungo nel ruolo e poi di allungare la carriera fino ad età da primato. Boranga è nato a Foligno, ha fatto i primi voli nel Grifo Cannara, da cui è approdato diciottenne al Perugia. Cinque campionati di C lo hanno proposto all’attenzione generale e nel 1966, a neanche 24 anni, ha fatto il gran salto in A, nella Fiorentina. Qui ha ottenuto l’esordio e poco altro, dietro a un “mostro” come Albertosi, e l’anno dopo era in B a difendere i pali della Reggiana. Al novembre del 1969 risale la seconda puntata in A, nelle file del Brescia, seguita dal ritorno alla base granata, per riportare la squadra emiliana tra i cadetti. La svolta è avvenuta nel 1973, quando lo ha ingaggiato il Cesena, riportandolo nella massima serie. Boranga aveva ormai raggiunto i trent’anni, era biologo e studente di Medicina, poco amante delle convenzioni e fattivamente impegnato nel sociale, ma soprattutto in campo sapeva stare ancora alla grande. Il campionato 1975-76 è il suo primo da sempre presente: la perfetta forma fisica gli consente voli da palo a palo che lo proiettano alla ribalta, gran protagonista del miracoloso ingresso in Europa. Subisce appena 32 reti esprimendo la personalità del leader. Diventerà medico, specialista in cardiologia e medicina dello sport, e continuerà a divertirsi col pallone fino oltre i quarant’anni, per poi riprendere tra i dilettanti addirittura a cinquanta. Da splendido campione sempreverde.

IL SUPERBOMBER: TORO CHE LUCCICA
Non poteva mancare il personale tris di re dei bomber, Paolino Pulici, nell’anno del ritorno allo scudetto con la squadra d’assalto di Radice. Nessuno come lui incarna lo spirito granata, tanto che un giorno ricorderà: «Dicevo: stampatemi l’undici sulla schiena e vado in campo anche senza maglietta, capiranno lo stesso che sono del Toro». Per i tifosi è facile identificare il suo animus pugnandi, quel tuffarsi costantemente nel pieno della lotta, con il più genuino spirito granata. Forse anche per le umili origini: «Senza il pallone, magari avrei fatto l’operaio. A 14 anni ho mollato gli studi, una scelta che ogni volta mi rimprovero. Dai 14 ai 16 anni ho fatto un po’ di tutto: ho lavorato sei mesi in una falegnameria, per altri tre ho fatto l’imbianchino, poi sono andato a lavorare il rame come mio padre e infine mi hanno assunto in una officina meccanica». Poi è arrivato il calcio, i due anni al Legnano con l’ancora fresco mito di Gigi Riva, il campionissimo che incrociò proprio il giorno del debutto, contro il Cagliari il 23 marzo 1969: «È stata un’emozione fortissima: io avevo quasi diciannove anni, lui stava per diventare un campione. E un signore, come ho avuto modo di apprezzare più avanti. Mi è venuto vicino prima del fischio d’inizio e mi ha detto: “Dacci dentro: noi che arriviamo da lì non possiamo sbagliare”. C’è forse un modo migliore per incoraggiare un debuttante?» A fine stagione Bernardini lo rilancia in Nazionale, ma sarà Bearzot a insistere su di lui, ammaliato dallo spirito Toro che gli scorre nelle vene ed è un peccato che poi l’emozione gli impedisca di sfondare in azzurro: da ragazzino vi aveva dominato (5 gol in 10 partite nella Juniores, 5 in 9 nell’Under 23 pilotata proprio da Bearzot), da adulto la generosità finirà col travolgerlo, chiudendo tra parentesi la sua eccezionale carica agonistica.



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Il Torino del 1976, di nuovo campione d'Italia a ventisette anni dalla tragedia di Superga.


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