Serie A 1974-75 - Juventus


Il Racconto


IL FILM: LE ALI AI PIEDI
Non ci sono più le ali di una volta, si dice a proposito del calcio italiano uscito con le ossa rotte dai Mondiali, così il record del mercato lo centra la Juventus, pagando il vicentino Damiani, uno degli ultimi esemplari, 900 milioni (430 in contanti più Savoldi II, riscattato dal Cesena). Il Milan risponde per le rime comprando il centravanti emergente Calloni dal Varese (Serie B) per 850 assieme all’ala (e dai!) Gorin (Lanzi, comproprietà di Tresoldi e contanti). La Juventus conquista anche il terzo posto del podio, valutando 800 milioni il giovane libero Scirea dell’Atalanta (350 cash più Marchetti, comproprietà di Mastropasqua e Musiello). Inutile anche l’ultimo assalto a Riva – valutato 2 miliardi da Milan e Juventus – bloccato dal gran rifiuto dell’attaccante, che fa disperare il Cagliari in un comunicato ufficiale. Clamoroso l’ingaggio di Nereo Rocco da parte della Fiorentina come “manager” all’inglese, con conseguenti dimissioni del giovane allenatore Radice appena confermato, indisponibile a lavorare sotto “tutela”. Il campionato parte col “caso Chinaglia”, una pioggia di fischi e insulti che sommerge ovunque il protagonista in negativo del Mondiale tedesco. Dopo un appello accorato dell’allenatore Maestrelli, cominciano a piovere anche le multe per responsabilità oggettiva dei club. I biancocelesti partono bene, come la sorpresa Bologna, poi la Juventus comincia a fare la voce grossa e dalla settima giornata è sola in testa, inseguita da Fiorentina, Napoli e Torino, cui si aggiungono i campioni in carica. L’umiliante 6-2 con cui al San Paolo i bianconeri liquidano il Napoli rampante di Vinicio al decimo turno conferma la supremazia degli uomini di Parola, dalla domenica successiva inseguiti solo dai biancocelesti di Maestrelli. La Lazio vince il confronto diretto il 5 gennaio 1975 avvicinandosi a un punto, ma il 26 perde in casa dell’Ascoli ultimo in classifica e quel giorno i bianconeri sono campioni d’inverno con tre lunghezze di vantaggio. Due domeniche più tardi, guerriglia a San Siro dopo un rigore concesso alla Juventus contro il Milan. Al ventesimo turno il Napoli si rifà sotto, appaiandosi alla Lazio e diventando nel giro di due domeniche l’unica alternativa ai bianconeri in chiave-scudetto, mentre i biancocelesti vengono risucchiati dal dramma di Maestrelli, ricoverato in clinica per una grave malattia. I partenopei si avvicinano a due lunghezze e a Torino nello scontro diretto sognano l’aggancio, ma vengono svegliati da una rete del grande ex José Altafini. Il 18 giugno la Juventus è di nuovo Campione d’Italia con 2 punti sul Napoli e 4 sulla Roma. In coda, pollice verso per Ternana e Varese e all’ultimo turno anche per il Vicenza, ugualmente condannato alla B.

I CAMPIONI: GIOCHI DI PAROLA
La Juventus si riprende il tricolore partendo dal mercato: spende tanto (troppo) per avere Damiani, ultimo dei Mohicani in fatto di ali classiche; spende tanto (il giusto) per Scirea, libero del futuro, mentre sparisce la leggenda Salvadore, liquidato alle soglie dei 35 anni con la lista gratuita. In panchina, passato Vycpalek a miglior vita professionale (“direttore dei servizi tecnici”), Boniperti si affida a Carlo Parola, già transitato come responsabile unico sulla panchina bianconera all’inizio dei Sessanta e poi protagonista di una modesta carriera (ultimo domicilio conosciuto: cinque stagioni al Novara). I due tecnici, quello vecchio e quello nuovo, vanno a studiare al Mondiale le nuove tendenze “olandesi” e tornano con una convinzione: più che inseguire gli “orange” sul piano atletico, si può mutuarne la tendenza a un gioco più ampio, con occupazione delle corsie esterne che parta dai difensori. Così sotto la guida di Boniperti nasce una squadra con Zoff in porta, Gentile e Cuccureddu (rispettivamente stopper e mediano di vocazione) terzini nuovi di zecca, Spinosi o Morini stopper, Scirea libero, Furino a faticare a centrocampo per la superba regia di Capello e le invenzioni sulla trequarti di Causio, con attacco a ventaglio affidato a Damiani, Anastasi e Bettega. L’avvio è stentato (sconfitta a Bologna), poi la squadra si stabilizza, Morini si riappropria del proprio posto al centro della difesa (Spinosi si ferma per una frattura al femore contro la Samp il 3 novembre) e nel giro di poche giornate i bianconeri tornano a dominare il campo. L’innesto di Scirea risulta decisivo, grazie anche alla prova morale del gruppo, che, Furino in testa, è compatto nel difendere il nuovo arrivato dalle critiche per gli inevitabili errori del rodaggio in un grande club: eccellente nel far ripartire l’azione e negli inserimenti a centrocampo, il giovane accusa qualche battuta a vuoto in fase di chiusura, destinata a sparire col tempo anche grazie alla fiducia incondizionata dell’ambiente. Ritrovatosi esterno difensivo arrembante, Gentile provvede ad affinare in allenamento i piedi da ruvido stopper con la stessa feroce applicazione che dimostra sugli avversari in campo. È una Juve di gran carattere, dunque, che comanda senza incantare: nessun giocatore raggiunge la doppia cifra nei gol segnati, eppure il “mix” di attaccanti mobili, tutti e tre seconde punte, funziona, anche grazie all’apporto di Altafini, jolly che in estate avrebbe dovuto andarsene per la troppa ombra su Bettega e poi è rimasto per la volontà di Boniperti di non favorire Milan o Napoli, concorrenti diretti pronti a riprenderlo: l’eterno José inventa ancora gol fantastici, come quello che virtualmente consegna ai suoi lo scudetto, eliminando nel finale di torneo le residue speranze del “suo” Napoli. Così come eccellente è l’apporto dell’elegante Viola – giovane promessa destinata a non sbocciare mai del tutto – abile a offrire alternativa sia alle invenzioni di Causio che alle geometrie di Capello.

I RIVALI: PROFUMO D’OLANDA
Il Napoli vola alto. Dopo il terzo posto con cui ha ridato entusiasmo all’ambiente, Vinicio punta allo scudetto tesorizzando la lezione del Mondiale tedesco: difesa a zona e gioco a tutto campo, secondo i dettami della grande Olanda beffata in finale dalla (non meno grande) Germania Ovest. In estate a Ferlaino chiede due difensori per sistemare il reparto arretrato ovviando in particolare alla perdita del libero Zurlini – incappato il primo aprile in un terrificante incidente stradale che gli ha troncato la carriera – e due centrocampisti esterni per allargare la manovra. L’acquisto col botto arriva dall’Inter, che lascia partire il vecchio drago Burgnich, trentacinquenne libero della Nazionale in Germania, per soli 90 milioni. Dal club nerazzurro il direttore generale Janich preleva anche l’ala Massa, in prestito con la speranza di rilanciarne le quotazioni. I due altri arrivi sono il tornante Rampanti, gioiello del Torino acquistato in comproprietà per 250 milioni, e l’eclettico terzino La Palma, dal Brindisi per 150. Scandalizzando i benpensanti, Vinicio colloca Burgnich e La Palma in linea al centro della difesa: sembra un controsenso, un libero che più classico non si potrebbe e un terzino sinistro, invece l’accoppiata funziona subito, perché il vecchio campione interista possiede classe e intelligenza all’altezza di qualunque sistema tattico e dunque non ha problemi a diventare il leader del reparto, che a destra schiera il mastino Bruscolotti e a sinistra il fluidificante Pogliana o il mediano Orlandini. A centrocampo, il rivitalizzato Esposito (esordirà in Nazionale a fine stagione a Mosca) e il “cervello” Juliano cuciono la manovra, arieggiata sui lati da Massa, Rampanti e lo stesso Orlandini, che si alternano con buoni risultati. In attacco, le serpentine del sempreverde Clerici ben assecondato dallo scatenato Braglia, ex promessa di Roma e Fiorentina che finalmente sboccia a ottime misure anche sotto rete. Il Napoli diventa la sensazione dell’avvio di torneo, Vinicio arriva a “sfidare” in amichevole la Nazionale cui Bernardini stenta a sbozzare connotati di convincente rinnovamento, mettendo in palio una mangiata di pesce a Borgo Marinaro; la provocazione non viene raccolta ed è quasi subito superata dallo spartiacque della stagione, lo scontro diretto con la Juve capolista dell’8 dicembre al San Paolo: quel giorno i bianconeri macellano gli avversari 6-2, travolgendone molte certezze. Gianni Brera, tradizionalista convinto, infierisce: «La tattica reinventata da Vinicio è cervellotica e pericolosa. Era la stessa Juventus che aveva penato a battere la Roma e l’Inter. Il Napoli non ha ritenuto di doverla rispettare e le si è spalancato addossando i difensori ai centrocampisti: nelle molte pertiche libere davanti a Carmignani, gli juventini si sono avventati a turno creando come minimo dodici palle gol». Il tecnico si convince ad abbottonare un po’ di più il reparto arretrato, la squadra si lecca le ferite e a primavera torna sulla breccia, riconquistando una chance-scudetto che “core ’ngrato” Altafini provvederà ad annientare il 6 aprile nel nuovo scontro diretto, affrontato con due sole lunghezze di distacco, decidendolo a due minuti dalla fine. Il Napoli modernista deve accontentarsi del secondo posto.

IL TOP: VIA COL LENTO
Per Franco Cordova, ex promessa dell’Inter ormai trentenne nonché reduce da un’operazione al menisco, si prospetta una stagione difficile. Liedholm, confermato sulla panchina della Roma dopo l’ottimo esordio, ha voluto un altro regista, il grande ex De Sisti, tornato dalla Fiorentina per 400 milioni più Cappellini, e dunque il suo posto tra i titolari è a rischio; tanto più che l’essere genero di Alvaro Marchini, ex presidente giallorosso considerato oppositore del patron Gaetano Anzalone, non promette niente di buono. Invece, tutto cambia tra il ritiro estivo e l’arrivo dell’autunno: Liedholm non solo non ha alcuna intenzione di accantonare Cordova, ma lo considera pedina chiave del centrocampo al fianco di De Sisti, nella filosofia dei “due registi” che diventerà un classico del suo gioco. Dopo un avvio difficile e l’ultimo posto in classifica che il 28 ottobre 1974 induce il presidente alle dimissioni, peraltro subito ritirate, la “ragnatela” tattica del tecnico svedese comincia a ingranare. In occasione del derby vinto il primo dicembre i giallorossi avviano una scalata che li porterà al terzo posto finale. Del nuovo corso romanista protagonista principe è proprio “Ciccio” Cordova, valorizzato da un tecnico che ne considera la lentezza – spesso scambiata per indolenza agonistica – come un valore: l’arma ideale per “addormentare” il gioco ipnotizzando gli avversari, per poi colpirli con improvvise verticalizzazioni. Il giocatore forlivese di origini campane gioca il miglior calcio della sua carriera, meritandosi in aprile a 31 anni l’esordio in Nazionale. Un talento ritrovato.

IL FLOP: UFFICIO SINISTRI
23 novembre 1974, vigilia di Sampdoria-Inter. Un tifoso del Biscione si avvicina all’allenatore Suarez: «Perché non fa giocare Cerilli?». Risposta: «Perché giocano altri undici ». «Ma noi tifosi vogliamo vederlo!». «Se vuole vederlo, venga sul pullman con me e glielo faccio vedere». «No, io voglio vederlo giocare». «Ah, allora è diverso». In questo botta e risposta quasi surreale c’è tutta la stagione-no della squadra nerazzurra, che parte proprio dall’“oggetto misterioso” proveniente dalla Massese, Serie C. È lui l’inopinato “colpo” di mercato di Fraizzoli, che per averlo spende ben 190 milioni più il centravanti Mutti. E dire che due anni prima Giovanni Invernizzi, inviato dall’Inter a visionare il trequartista mancino su segnalazione dell’ex nerazzurro Fongaro che lo allenava al Clodia, in Serie D, lo aveva bocciato. Poi però i coniugi Fraizzoli in vacanza in Versilia lo hanno “visionato” in una amichevole tra Massese e Genoa, se ne sono innamorati e hanno deciso di farne l’erede del mai abbastanza rimpianto Mariolino Corso. Il mercato nerazzurro si è fermato lì: «Abbiamo chiesto Ghetti, Merlo e Orlandini per il centrocampo, Bertuzzo per l’attacco; per Ghetti siamo arrivati a offrire al Bologna 500 milioni: niente da fare» ha spiegato ai tifosi delusi il Fraizza, che a ottobre per rimediare acquista dal Como il Rossi sbagliato, l’ala Renzo (l’altro è Paolo, il futuro “Pablito” mondiale), in comproprietà per 150 milioni più il prestito del giovane Giavardi. In panchina, come accennato, c’è Luis Suarez, tornato all’ovile dopo aver guidato i giovani del Genoa per una stagione e autorizzato da apposita deroga della Federcalcio, avendo solo il patentino di seconda categoria. Anche qui, Fraizzoli ha una spiegazione: ha provato inutilmente a ingaggiare Radice quando questi era ben saldo in sella alla Fiorentina, e allora, giovane per giovane, ha scelto l’ex regista nerazzurro, che oltretutto gli consente un bel risparmio sull’ingaggio, dai 120 milioni di Helenio Herrera ai 27 del nuovo arrivato. Quanto al colpo di mercato, Suarez gli ha dato un’occhiata e poi ha emesso il suo verdetto: Cerilli non è il sosia di Corso, ma la sua...parodia. Così vanno a fondo in due. L’Inter, che conduce un torneo disastroso, chiuso al nono posto, e il giocatore, che solo due anni dopo nel Vicenza-boom di Gibì Fabbri dimostrerà col suo sinistro di poter stare, eccome, in A.

IL GIALLO: GIANNI RUGGENTE
Il 21 aprile 1975 il presidente del Torino, Orfeo Pianelli, boccia con una cruda battuta l’ipotesi milanista di uno scambio Claudio Sala-Rivera: «Il giorno in cui aprirò un negozio d’antiquariato, chiederò il giocatore al Milan. Per il momento preferisco il moderno. Delle vecchie glorie non so che farmene». Gianni Rivera, vicino ai 32 anni e ancora ben saldo in sella nonostante il tecnico rossonero Giagnoni gli imputi il mancato decollo del nuovo Milan, non la prende bene, proprio come il pubblico di San Siro, che la domenica dopo insulta pesantemente per lesa maestà il patron Albino Buticchi. Questi risponde dicendosi pronto a rimettere il mandato e il capitano lo prende in parola, leggendo il 29 aprile un comunicato a Milanello: «Rivera accetta la sfida. A seguito di quanto apparso sulla stampa in data odierna, ho chiesto a un gruppo finanziario di prendere in esame un mio programma. Se è seria la proposta del signor Albino Buticchi, questo gruppo è in grado di mettere a disposizione i mezzi finanziari per rilevare le azioni del Milan e la sua situazione attuale. Qualora si giungesse a una tale soluzione, penso che la società potrà essere gestita con criteri realmente rispondenti alle esigenze dello sport e alle aspirazioni dei tifosi milanesi». Il 12 maggio il Cda del Milan respinge l’offerta di Rivera, che replica dando l’addio al calcio: «Avevo indicato tre possibilità al termine di questa vicenda: continuare a giocare nel Milan – se fosse andato via Buticchi –, magari in qualità anche di presidente; dover cambiare società, in quanto pensavo che il Milan non mi ritenesse più in grado di vestire la maglia rossonera; infine, smettere di giocare. Ora mi sembra che la terza sia la soluzione più logica: mi dispiace, ma non mi sentirei, pur con il rispetto che porto alle altre squadre, di indossare una maglia diversa da quella rossonera, soprattutto quando si tratterebbe di incontrare il Milan, magari a San Siro». Il Milan chiude il campionato senza di lui, Buticchi scampa a un attentato (due colpi di pistola nella notte tra il 15 e il 16 maggio davanti alla sua villa di Lerici) e ingaggia con l’ex “golden boy” una guerra legale che si chiuderà solo il 15 settembre, quando una ordinanza lo costringerà a cedere il pacchetto azionario del club a Rivera, pronto a girarlo a una cordata di imprenditori guidata da Jacopo Castelfranchi e a riprendere l’attività agonistica.

LA RIVELAZIONE: NOI SIAMO LE RISPOSTE
Eccezione alla regola e citazione doppia, con motivazione tattica legata ai due luoghi comuni imperanti nel campionato italiano: il gioco all’olandese esaltato dai Mondiali e la scomparsa dei registi. La risposta al primo, un’adesione incondizionata, si chiama Francesco Rocca, difensore della Roma. È un ragazzo ruspante, nato a San Vito Romano, cresciuto nel Genazzano e nel Bettini Quadraro, prima di essere promosso alle giovanili giallorosse da Luciano Tessari. Un mediano instancabile, un po’ caotico, che Herrera ha fatto esordire in A e poi Scopigno ha lanciato titolare a centrocampo prima di lasciare la panchina a Nils Liedholm. Questi ha avuto l’intuizione giusta: arretrarlo a terzino, con licenza di esplodere la sua foga atletica sulla fascia sinistra. Il ragazzo ha subito pagato in moneta sonante e questo secondo campionato lo consacra il più “olandese” dei giocatori italiani: difensore, centrocampista e attaccante a un tempo, esibisce velocità e resistenza alla fatica, meritando il soprannome “Kawasaki” dei tifosi giallorossi. Bernardini lo convoca subito in Nazionale per avviare il rinnovamento azzurro. A vent’anni è già bandiera della Roma, a 22 subirà l’oltraggio della sorte al ginocchio sinistro e nulla sarà più come prima. Che il ruolo di regista resti sempre attuale lo conferma Eraldo Pecci, rivelazione del Bologna. Ha sempre avuto il calcio nel sangue, sin da quando, a dieci anni, prendeva le ordinazioni in un bar della sua Romagna. Sostenne un provino col Cesena, ma venne scartato con un’etichetta crudele: «Inadatto». Il Bologna invece lo prese e da allora il baby di San Giovanni in Marignano (provincia di Rimini) ha fatto passi da gigante nonostante la statura ridotta e un fisico che gli varrà il soprannome di “Barattolo”. «La più veloce» spiegherà «deve essere la testa, poi la palla, infine il corpo. Per quanto tu sia basso, grasso o goffo, se la testa funziona puoi essere un bel giocatore». Lui la testa l’ha sempre avuta («Sono nato vecchio»), a diciotto anni in Primavera guidava un centrocampo con Paris in mediana e Colomba sulla trequarti e Pesaola lo fece esordire in A. In questa stagione il tecnico argentino, pur poco apprezzandone il gusto per l’irriverenza («Pecci? È un tipo... estronso») lo promuove titolare, a costo di arretrare a libero il grande Bulgarelli, al passo d’addio. Quello che agli esordi sembrava solo un buon mediano, ad appena 19 anni dimostra una precoce maturità come regista classico: l’idea del gioco sempre in canna, il piedone pronto a disporre i compagni sulla scacchiera raggiungendoli con passaggi precisi. I registi non sono scomparsi dal calcio italiano. Evviva.

LA SARACINESCA: MISTERO BAFFO
Il portiere meno battuto della Serie A è un predestinato arrivato al calcio quasi per caso. Paolo Conti, riccionese benestante, figlio di albergatori, a 18 anni venne scritturato dalla squadra della sua città, Serie D. Fino ad allora aveva giocato solo con gli amici, centravanti di sfondamento. Un giorno l’allenatore gli chiese di provare in porta e lui non ne uscì più. Fisico robusto, piedi educati, abilità e coraggio nelle uscite promossero subito titolare il ragazzone, che dopo due stagioni si ritrovò in B, nel Modena. In partenza era il “terzo”, dietro Piccoli e Padovani, ma in pochi mesi si prese il ruolo e i suoi baffoni divennero popolari. Due campionati ed eccolo all’Arezzo, ancora tra i cadetti, questa volta da big ormai consacrato nonostante i 23 anni. A fine stagione, nell’estate del 1973, Anzalone lo porta alla Roma. La sua ascesa è stupefacente: niente settori giovanili, niente scuola calcio, solo istinto e la vocazionale capacità di imparare dall’esperienza. Il “mistero” del suo successo lo spiegherà così: «Ero un autodidatta, venivo dalla strada, dai parchi, dalle partite con gli amici. Dovevo solo coprire i miei limiti». A Roma decide di diventare professionista a tutti gli effetti e la sua corsa al successo riprende impetuosa: un breve ballottaggio con Ginulfi e la maglia da titolare diventa sua. Nella sua seconda stagione in giallorosso nessuno fa meglio di lui: appena 15 reti incassate nelle 30 partite di campionato. Grazie al suo carisma da leader, infonde sicurezza alla retroguardia. Due anni dopo esordirà in Nazionale e ai Mondiali 1978 sarà il secondo di Zoff.

IL SUPERBOMBER: COME L’URAGANO
Paolino Pulici torna al vertice e questa volta da solo, a conferma di una crescita prorompente che tanto assomiglia al suo modo di giocare, riassunto nel soprannome “Puliciclone”: un attaccante tutto istinto, sempre alla ricerca del gol, di un pallone su cui avventarsi in acrobazia. La levigatura dei fondamentali lo ha trasformato in campione delle reti impossibili: il suo calcio è un fascio di muscoli sempre pronto a esplodere, una corsa verso l’impatto decisivo col pallone. Classico attaccante d’area, si integra perfettamente con Francesco Graziani, che diventa il suo “gemello”: come l’altro sprigiona generosità, sacrificio e senso della squadra, lui è la parte egoista e unicamente volta al gol della coppia. Uno partecipa alla manovra, l’altro si ostina a presidiare la zona calda o a puntarla col suo scatto bruciante che è la disperazione degli stopper di stazza spesso deputati alla sua marcatura: «Con Galdiolo della Fiorentina» ricorderà «erano bei duelli: una volta, dopo appena venti secondi, mi entrò da dietro e mi fece volare per aria. Mi alzo, lo guardo e gli faccio: ma sei matto? E lui: mi spiace, ma se non faccio così non ti piglio mai». Ha debuttato in Nazionale nel 1973 con Valcareggi, ai Mondiali ha fatto da spettatore e Bernardini esita ad inserirlo nella difficile opera di rinnovamento azzurro, causa modi tecnici poco raffinati e ritenuti non proprio adatti a un calcio ragionato. D’altronde lui ammette di coltivare la tempesta e l’assalto come uniche cifre del gioco: «Ogni pallone» ricorderà «per me era una specie di guerra. Non conoscevo mezze misure e rifiutavo l’idea che si potesse giocare badando soltanto a mantenere il risultato».



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Gli juventini scudettati


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