Serie A 1973-74 - Lazio


Il Racconto


IL FILM: ONOR DI FIRMA
È la Roma a fare il botto, acquistando Prati per 675 milioni (nuovo record del mercato) dal Milan, che ne spende 360 per il “nuovo Rivera”: Bergamaschi del Verona. Altra incauta definizione, il “nuovo Riva”, tocca a Walter Speggiorin del Vicenza, che la Fiorentina acquista per 350 milioni (100 più Longoni, Sormani, Perego, il prestito di Macchi e l’altra metà di Ferrante e Berni). Ivanoe Fraizzoli richiama Helenio Herrera sulla panchina dell’Inter (il revival, fallimentare, si chiuderà in febbraio per motivi di salute dell’ormai ex “Mago”) e poi spende 350 milioni per Fedele del Bologna e altrettanti per Scala della Fiorentina. A seguito dell’ingaggio di Sartori dal Manchester United da parte dello stesso Bologna, viene riaperta la porta agli italiani provenienti da federazione estera, a favore di un gruppetto di “bidoni” memorabili. Il regolamento allunga la panchina a due giocatori di movimento oltre al portiere, sempre restando unica la relativa sostituzione possibile. Dopo gli exploit del Napoli targato Luis Vinicio, è la Lazio a tentare la prima fuga, isolandosi in testa alla decima giornata, con due punti di vantaggio su Fiorentina, Juventus e gli stessi partenopei. Tre turni più tardi, i biancocelesti di Maestrelli cedono in casa al Torino e vengono raggiunti dalla Juve. Il loro non era tuttavia un fuoco di paglia: la Lazio si riprende subito la vetta solitaria e il 27 gennaio 1974, ennesima domenica di austerity a piedi o in bici causa crisi petrolifera, è a sorpresa campione d’inverno con tre lunghezze su Fiorentina, Juve e Napoli. La fuga continua nel ritorno, in cui Napoli e Juventus si danno il cambio all’inseguimento. Al ventitreesimo turno la Lazio vince il derby distanziando di 4 lunghezze i bianconeri. Due domeniche più tardi, nel giorno di Pasqua, le partite cominciano con 10 minuti di ritardo per la protesta del sindacato calciatori contro l’estromissione dalla rosa del Bologna del centrocampista Augusto Scala, che ha rifiutato il trasferimento all’Avellino a novembre. Ne nascerà la rivoluzionaria “firma contestuale”, cioè il gradimento del giocatore indispensabile per la sua cessione a un altro club. L’inseguimento dei bianconeri risulta vano e il 12 maggio 1974, con una giornata di anticipo, la Lazio conquista il primo scudetto della sua storia. Vincerà con 2 punti sulla Juventus e ben 7 sul Napoli. In coda, gran bagarre: oltre al derelitto Genoa, finiranno in B, dopo processo per illecito, anche Foggia e Verona, mentre la Samp, piazzatasi terzultima, resterà tra le elette.

I CAMPIONI: GRAN CLAN
Il primo storico scudetto della Lazio ha un sapore di modernità e anticonformismo. La prima riguarda l’aspetto tattico. Tommaso Maestrelli si è reso conto nel primo campionato dopo la promozione di avere a disposizione un gruppo vincente, che potrebbe anche puntare a un traguardo stellare. Per questo, tra l’altro, si è adoperato per sventare in extremis, a costo di una furiosa lite col presidente Lenzini, l’assalto del Bologna a Chinaglia nelle ultime ore del mercato, quando in cambio di 400 milioni più Landini e Novellini l’affare minacciava di andare in porto. I campioni autentici nel suo gruppo sono pochi, ma le caratteristiche di tutti si sposano a meraviglia, a patto di sfruttarle nel modo migliore. Così costruisce una squadra in continuo movimento, allenata da spossanti sedute dedicate alla conquista del pallone tramite il pressing e poi a mantenerne il controllo negando punti di riferimento agli avversari. In pratica, è il gioco totale che a fine stagione in Germania stupirà il mondo con le maglie arancioni dell’Olanda, anche se qui il tasso di classe è ovviamente molto inferiore. Dunque, lo scattante Pulici in porta e due difensori esterni che sembrano due ali: Petrelli, ex terzino sinistro di riserva, a destra e l’ex mediano Martini a sinistra, per garantire aiuto costante a centrocampo e attacco; i piccoletti Oddi e Wilson rispettivamente stopper e libero, formidabili nell’anticipo e nel tempismo, completano la retroguardia. A centrocampo, la spinta di Nanni, il presenzialismo forsennato di Re Cecconi, la regia del lucido Frustalupi e la fantasia sulla trequarti dell’altro “nuovo”, il giovane Vincenzo D’Amico, recuperato da un lungo infortunio, costituiscono una esplosiva miscela di gioco. In attacco, i guizzi di Garlaschelli aprono spazi allo strapotere atletico di Chinaglia, pure lui mobile e abile nell’uno contro uno, protagonista di un campionato devastante. Pochi i rincalzi: il mediano Inselvini, unico acquisto estivo (dal Brescia) assieme al centravanti Vito Chimenti (dal Matera, poi girato a novembre a un altro club di C, il Lecco), i difensori Facco e Polentes, l’attaccante Franzoni, arrivato a novembre dal Brindisi (B). La tenuta atletica si combina con la carica agonistica di un gruppo che, a dispetto dei canoni tradizionali in materia, è ferocemente diviso. Due i clan: quello capitanato da Chinaglia e Wilson, che conta tra i big anche Pulici e Oddi; e quello con Re Cecconi, Martini e Petrelli in veste di capi ciurma. Maestrelli non cerca di sopire le tensioni, ma anzi, le asseconda: divide lo spogliatoio di Tor di Quinto in due: a destra del corridoio Giorgione e i suoi, a sinistra l’altra metà del cielo biancoceleste; ogni metà settimana contrappone i due clan in feroci partitelle che alimentano la foga agonistica, da scaricare poi in campo la domenica. È una Lazio che non dà scampo agli avversari: il suo “tremendismo”, la sua furia, la portano a uno scudetto meritatissimo nonostante una qualità tecnica complessiva tutt’altro che eccelsa.

I RIVALI: CRISI DI NERVI
Questa volta la Juventus fa cilecca. Dapprima al mercato, dove Boniperti, fallito l’ormai tradizionale tentativo di ingaggiare Riva, individua nel diciannovenne centravanti Musiello il futuro del ruolo, erogando 300 milioni all’Atalanta per vestirlo di bianconero; spesi meglio si riveleranno i 225 per il difensore Claudio Gentile del Varese; tornano inoltre dalla Ternana il libero Mastropasqua e dal Mantova il fantasista Viola, mentre Savoldi II viene dirottato al Cesena. Non c’è più Haller, assenza cui Vycpalek rimedia potenziando il pacchetto mediano con l’impiego stabile dell’eclettico Cuccureddu. Il nuovo cocktail, tuttavia, non funziona al meglio e lo si capisce già nel precampionato, quando la squadra viene sbattuta fuori al primo turno in Coppa dei Campioni dal Dresda. Gli esterni di difesa calano di rendimento, Salvadore denuncia il proprio logorio e si becchetta con Morini, Causio fa a cazzotti in campo col tecnico avversario Giagnoni nel derby a conferma di un nervosismo diffuso, confermato dal gran rifiuto di Anastasi a sedersi in panchina il 27 gennaio 1974 contro il Vicenza, essendo stato promosso titolare Altafini. Quanto a Musiello, finisce col non giocare neppure un minuto. Dunque: Zoff in porta a garantire la solita sicurezza, Spinosi e Longobucco (più spesso del declinante Marchetti) terzini, Morini stopper e Salvadore libero; a centrocampo, Furino e Cuccureddu a dare sostanza, Capello a dirigere il traffico, Causio tornante sulla destra a sprizzare fantasia. In attacco, l’opaco Anastasi o l’alternativa Altafini, sempre brillante, assieme a Bettega. Il 28 novembre 1973 capita pure l’occasione per impreziosire l’albo d’oro con una conquista internazionale, perché la rinuncia dell’Ajax oppone i bianconeri agli argentini dell’Independiente, detentori della Libertadores, per la Coppa Intercontinentale, all’Olimpico di Roma. Nella circostanza “Cesto” Vycpalek schiera il giovane Gentile mediano per proteggersi le spalle e azzarda un attacco con Anastasi, Altafini e Bettega tutti insieme, ma gli dice male: Bettega coglie l’incrocio dei pali con una sassata su idea del geniale Altafini, Cuccureddu calcia alle stelle un calcio di rigore, gli avanti sprecano tutto il possibile e a dieci dalla fine il raffinato regista Bochini, dopo un duetto col giovane Daniel Bertoni, attira Zoff all’uscita e poi lo castiga. Finisce 1-0, come finirà al secondo posto la caccia allo scudetto, raramente avviata davvero contro lo strapotere della Lazio. Il 21 maggio, due giorni dopo la fine del campionato, Vycpalek, ormai esautorato dai troppi dissidi interni, viene “promosso” direttore dei servizi tecnici, mentre la panchina passa a Carlo Parola, che torna in bianconero dopo un discreto campionato (ottavo posto) alla guida del Novara in B. L’impressione è che Giampiero Boniperti voglia riprendere in mano le briglie per domare una zebra un po’ troppo inquieta.

IL TOP: PICCOLO GRANDE UOMO
Mario Frustalupi è un gadget, un gentile cadeau per sancire la riuscita di un buon affare di mercato. Estate 1972: Fraizzoli vuole fortissimamente Massa, ala tutto pepe della Lazio neopromossa, e trova l’accordo per 400 milioni sull’unghia solo quando aggiunge il cortese omaggio, regalando il regista tascabile (1,66 per 66 chili) che in nerazzurro ormai ha fallito da un pezzo. Lenzini e Sbardella ringraziano, ma soprattutto ringrazia Tom Maestrelli, che avrebbe giusto bisogno di trovare l’erede diretto di Giobatta Moschino, un altro piccoletto dai piedi sapienti che a 33 anni ha riportato la squadra tra le elette, ma ormai è un po’ passato di cottura atletica. Mario non fa una piega, non è abituato a farne. Di anni sta per compierne trenta, ma in pratica è un ragazzino, per entusiasmo e per testa pensante. Umbro di Orvieto (vi è nato il 12 settembre 1942), ha cominciato nella squadra della sua città e a diciotto anni, nel 1960, passava alle giovanili della Sampdoria, grazie alla segnalazione di Corrado Bernicchi, ex doriano ancora in piena attività tra i dilettanti umbri. Nel vivaio blucerchiato Comini e Riccardi, due “maghi” dei fondamentali, lo svezzarono in fretta e dopo un solo anno ne promossero il prestito in C, all’Empoli. L’anno dopo tornava alla base e nel 1963 diventava titolare, per sei campionati di A e uno di B spesi a reggere il centrocampo da maestro del gioco, mezzapunta, regista e pure cannoniere (la sua manciata di reti l’ha quasi sempre garantita), rigorosamente lontano dai riflettori. Finché, appunto, arrivò il suo momento, quando l’Inter cercava nientemeno che l’erede di Luis Suarez. L’ex doriano vinse subito lo scudetto con Invernizzi, ma un po’ fuori e un po’ dentro, perché era Corso a occuparsi di costruire gioco e tutto sommato per i palati fini di San Siro quella briciola di giocatore arrivato da Genova sapeva un po’ di plebeo. Così, dopo due anni, Fraizzoli l’ha regalato alla Lazio e Maestrelli ha trovato l’uomo-chiave per lanciare la sfida alle grandi. Dopo il sorprendente secondo posto, ora arriva lo scudetto, sempre col piccolo grande uomo a dettare i tempi della manovra, a pescare Chinaglia con lanci di quaranta metri oppure a chetare i ritmi avversari, da grande equilibratore. Frustalupi non è solo il regista della Lazio finalmente tricolore, è il perno che consente a tutti i meccanismi dell’orologio di funzionare in armonia con puntualità e precisione. Il gioco totale diventa orchestra, il gran correre diventa dominio della scena. Tra i clan, sia pure di malavoglia, Mario si “iscrive” a quello di Re Cecconi, ma in realtà la sua schiva serietà e il suo umorismo naturale lo portano a essere il ponte che unisce i due gruppi, l’uomo di cui nessuno può essere rivale, prezioso prolungamento di Maestrelli nello spogliatoio: «Era il cervello della squadra, la mente illuminante» ricorderà Chinaglia, «ma preferisco parlare delle sue straordinarie doti umane. Nello spogliatoio era il punto d’unione tra i due gruppi, un personaggio capace di sdrammatizzare tutto con una battuta». Conclusione: Mario non è un gadget e tantomeno è sul viale del tramonto. Giocherà alla grande fino a chiudere la carriera alle soglie dei 39 anni, in A, nella Pistoiese. Sarà la morte, invece, a rapirlo giovane, in un incidente stradale, il sabato di Pasqua del 1990, sulla Voltri-Sempione, in viaggio verso la famiglia in vacanza in Val d’Aosta.

IL FLOP: FONDO NEREO
Non ci si aspettava molto, dal Milan reduce da tre secondi posti consecutivi. La campagna estiva non è stata un gran che: Buticchi ha fatto cassa cedendo per 675 milioni alla Roma il gioiello Prati, considerato a neanche 27 anni ormai sulla via del declino (12 gol negli ultimi due campionati, complici tanti problemi fisici) e per 100 lo stopper Rosato al Genoa, e ha speso tutto e anche qualcosa in più per una serie di scommesse: 360 per Bergamaschi, tornante del Verona, 200 per il minuscolo Turini, ala d’attacco del Como, 155 per lo stagionato mediano Bianchi dell’Atalanta. In più, il trentaquattrenne Pizzaballa come “dodicesimo” di Vecchi, che ha vinto il ballottaggio interno con Belli. Rocco, che chiedeva un grande stopper – Vavassori del Napoli – e si è dovuto accontentare del ritorno del giovane Lanzi dal Cesena, alla presentazione ha definito il Milan “da ottavo posto” e non è stato difficile cogliervi una punta di polemica nei confronti del suo presidente, uscito con tutta evidenza disilluso dalla disfatta di Verona. Il suo piano prevede Vecchi in porta, Anquilletti e Sabadini terzini, Dolci stopper e Schnellinger libero; a centrocampo, Bianchi regista arretrato, Bergamaschi tornante di qualità, Benetti interno di quantità e Rivera a inventare dietro le punte Bigon e Chiarugi. La squadra parte col piede sbagliato (sconfitta in casa Samp), poi inanella pareggi e infine perde il derby del 2 dicembre. A quel punto, è crisi. La domenica dopo, Rocco assiste in tribuna a Milan-Fiorentina. Esonero mascherato? No, spiega lui: da quasi un anno, compiuti i 60 anni, ha il ruolo di direttore tecnico, quindi è giusto che in panchina vada un allenatore giovane, il suo pupillo Cesare Maldini. Il regolamento tra l’altro consente in panchina un solo tecnico per squadra. A quel punto, ormai, il Milan è allo sbando: il 16 gennaio perde 0-6 ad Amsterdam dall’Ajax in Supercoppa europea e il 10 febbraio a Cesena in campionato. Buticchi è fuori dalla grazia di Dio, Rocco gli risponde per le rime e tre giorni dopo rassegna le dimissioni. Finisce un’era in rossonero e la squadra crolla. In campionato cinque sconfitte consecutive (tra cui l’1-5 nel derby) portano l’8 aprile alle dimissioni dello stesso Maldini, sostituito in panchina da un altro giovane ex, Giovanni Trapattoni. Questi riporta calma nell’ambiente e qualifica la squadra alla finale di Coppa delle Coppe, a Rotterdam, dove l’8 maggio 1974 tramonta l’ultimo traguardo stagionale con la secca sconfitta (0-2) contro il Magdeburgo. In campionato, è settimo posto finale. Il “Paron” non aveva sbagliato di molto. Il Milan è tutto da rifare.

IL GIALLO: TELEFONO NEMICO
Finisce il campionato e si sparge un forte odore di zolfo. Il presidente del Foggia, Antonio Fesce, minaccia querela contro la Gazzetta dello Sport, che il 20 maggio, all’indomani dell’ultima giornata, ha rivelato che poco prima del via della partita col Milan i dirigenti dei “satanelli” hanno offerto un orologio di valore (7-800mila lire) all’arbitro, Gino Menicucci; questi avrebbe rifiutato, minacciando di riferirne nel suo referto. Quattro giorni più tardi, il 24 maggio, si diffonde la notizia che il capo dell’Ufficio inchieste, Corrado De Biase, sta indagando su un tentativo di corruzione operato dal Verona nei confronti di un suo “ex”, il centravanti Clerici, attualmente al Napoli, alla vigilia della partita contro i veneti del 21 aprile: l’attaccante brasiliano sarebbe stato invitato a non impegnarsi quel giorno contro la squadra veneta, impelagata nella lotta per la salvezza, e a dare invece il massimo la domenica successiva contro il Foggia. Il Napoli ha poi effettivamente perso col Verona e battuto grazie a un gol di Clerici i pugliesi. In breve, risulta che il fattaccio si sarebbe consumato in una telefonata galeotta a Clerici da parte del presidente gialloblù, Saverio Garonzi. A quel punto, il Foggia sporge denuncia di illecito come parte lesa. Clerici ammette la telefonata, spiegando che col vecchio amico Garonzi ha innocentemente parlato della concessionaria Fiat che da tempo gli ha promesso di fargli aprire in Brasile a fine carriera: del campionato non si è assolutamente fatto cenno. Interrogato in contemporanea, Garonzi nega invece la telefonata, che poi invece finirà con l’ammettere di fronte alla deposizione del giocatore. Per De Biase è tutto chiaro: ci siano stati o meno riferimenti espliciti, il fatto stesso che si parlasse di favori di Garonzi a Clerici era sufficiente a concretizzare un’ipotesi di tentata corruzione. Dunque il Verona va condannato alla B. Si salverebbe il Foggia, ma intanto il rapporto di Menicucci ha messo nero su bianco che prima della gara conclusiva col Milan gli furono offerti tre orologi in regalo per la terna arbitrale, con l’invito a nasconderli per evitare che se ne accorgesse il rappresentante dell’Ufficio inchieste. Il club pugliese si difende asserendo di aver fatto l’offerta in buona fede, con la porta dello spogliatoio aperta, e di avere aggiunto l’avvertenza solo per aggirare la circolare federale che vieta regali agli arbitri. Difesa debole, che non fa breccia. Il processo sportivo si chiude con la condanna del Verona e del Foggia alla Serie B: la squadra veneta è retrocessa all’ultimo posto, quella pugliese penalizzata di 6 punti, così da scendere a 18 e “ripescare” la Sampdoria (a sua volta penalizzata di tre punti per l’“affare Tabanelli” della stagione precedente).

LA RIVELAZIONE: D’AMICO RITROVATO
Ha già una lunga storia alle spalle, Vincenzino D’Amico. 5 ottobre 1972, Rieti: al 18’ del secondo tempo dell’amichevole tra la Lazio e la squadra locale, su calcio d’angolo battuto da Petrelli, il baby attaccante biancoceleste, subentrato a Manservisi, si presenta in area con la gamba destra tesa per colpire il pallone; il portiere Luzzi gli si fa incontro e con la spalla fa leva sul ginocchio destro dell’avversario, che si accascia a terra con un grido di dolore. La diagnosi all’ospedale sarà impietosa: distorsione al ginocchio destro con lacerazione dei legamenti. Vincenzo D’Amico non ha ancora 18 anni (è nato a Latina il 5 novembre 1954), ma ha già all’attivo una partita di Serie B (21 maggio 1972, Lazio-Modena 2-1). Ha cominciato nell’oratorio vicino a casa, il Cos Latina, e a 14 anni, grazie alla segnalazione di Mario Pignoli, ex giocatore della Lazio, passava all’Almas, di cui divenne il gioiello negli Allievi nazionali. Il general manager, Aldo Liberatore, lo portò invano in giro per l’Italia a far provini: Milan, Torino, Juventus e infine Roma (allenatore Helenio Herrera) furono concordi nel bocciarlo. Finalmente, nell’estate del 1970, l’ennesimo “trailer” gli procurava l’ingaggio da parte della Lazio. Venne tenuto in naftalina per un’intera stagione, non solo per i suoi 16 anni, ma soprattutto per una clausola del contratto che in caso di esordio imponeva il versamento di 20 milioni supplementari. Entrato nel giro della prima squadra, Maestrelli lo sottoponeva ad allenamenti aggiuntivi sotto le cure di Bob Lovati, per aumentarne il tono muscolare in vista del debutto in A. Già “stellina” della Nazionale juniores e in attesa della convocazione nell’Under 23 di Azeglio Vicini, l’incidente di Rieti lo scaraventa fuori dalla scena. Operato per la ricucitura dei legamenti, a un certo punto pare debba smettere di giocare, ma non si rassegna. Persa tutta la stagione, riesce a tornare in campo e a quel punto Maestrelli lo estrae come coniglio a sorpresa dal suo cilindro tattico in avvio del torneo 1973-74. Schierato tornante a sinistra, il ragazzino inanella dribbling vincenti, invenzioni e fantasia. È genio e anche sregolatezza, perché ogni tanto si assenta dal gioco, ma la classe è pura e il presidente Umberto Lenzini, papà burbero della Lazio, lo prende sotto la propria ala protettiva, stregato dal suo calcio: «Mi paragonava a Di Stefano» ricorderà tanti anni dopo Vincenzino, «mi invitava a mangiare a casa sua pretendendo sotto giuramento che non lo raccontassi a quelli della prima squadra». E pazienza se il resto della carriera racconterà di un talento incompiuto, più che del fuoriclasse apparso in sboccio in questo memorabile campionato.

LA SARACINESCA: BORSA DI STADIO
Per Sergio Buso del Bologna l’avvio di stagione è amarissimo. Ritrovandosi ancora terzo portiere a 22 anni, rifiuta in estate la conferma dell’ingaggio dell’anno precedente (12 milioni più premi) e gioca al rialzo. Ottenuto un diniego, risponde con eguale moneta all’allenatore Pesaola, quando questi vorrebbe promuoverlo titolare in Coppa Italia a Napoli. Messo al minimo di stipendio (210mila lire al mese) per insubordinazione, ci ripensa, va a Canossa e finisce col firmare per la cifra inizialmente rifiutata. All’epoca non ci sono i procuratori, il ragazzo è andato allo sbaraglio ed è stato respinto con perdite, tanto che si parla già di sua cessione a novembre. Pesaola però è alle prese con un ballottaggio scomodo per la maglia numero uno, tra il trentaseienne Battara in flessione di rendimento e l’eterna promessa Adani che continua a non offrire le garanzie necessarie ed è perdipiù infortunato; sicché alla seconda giornata, in casa col Vicenza, decide di nuovo di provare il “ribelle”. Questa volta funziona, e funziona al punto che il lungagnone veneto (1,89 per 80 chili) conquista il posto da titolare. Buso è nato a Padova il 3 aprile 1950, è cresciuto nel vivaio del club biancoscudato, con cui ha giocato da titolare due stagioni in C, dal 1970 al 1972; dopodiché è stato ceduto al Bologna assieme alle altre due grandi promesse, l’ala Filippi e il trequartista Modonese. Dei tre è l’unico rimasto nella rosa rossoblù, ma appunto come terzo tra cotanto senno. Non è certo uno scavezzacollo: famiglia operaia, in Veneto d’estate lavorava nei cantieri per portare a casa qualche soldo in più. Ora l’improvviso salto tra i grandi lo rivela glaciale e imperturbabile, grazie a un autocontrollo che gli consente di far tesoro dello studio quotidianamente dedicato ad avversari e colleghi portieri per migliorarsi. Così eccolo neutralizzare ben tre rigori: a Gigi Riva, nientemeno, e poi a Golin e Maddè; e ben figurare con l’azzurro dell’Under 23, confermando l’etichetta di “nuovo ragno nero”, vista la conformazione fisica simile a quella di Cudicini. Per l’estate chiede e ottiene dal club il permesso di trascorrere le ferie in Germania, ai Mondiali, per motivi didattici: seguire i portieri più forti del globo e aggiornarsi sulle moderne tecniche specifiche di allenamento. Finale dolcissimo di una stagione indimenticabile, per un giocatore di buon livello che non manterrà tutte le promesse causa eccessivo impegno mentale.

IL SUPERBOMBER: IL GIGANTE
Giorgio Chinaglia prende a spallate il campionato, riversando nel suo calcio irruente e trascinante tutta la rabbia di una esistenza in salita. È nato il 24 gennaio 1947 a Carrara, in un mondo piegato dalla guerra a una miseria endemica. Papà è emigrato in Galles, la moglie lo ha seguito solo dopo aver raggranellato altri soldi e infine, trascorsi alcuni anni con la sorellina Rita dalla nonna a Carrara, anche Giorgio ha raggiunto la famiglia a Cardiff. Qui la vita era ugualmente grama, con l’unica consolazione di furiose partite di pallone contro avversari più grandi ma meno tosti nello sgusciare verso il gol. Un giorno papà si è dimesso da operaio nell’industria pesante per accettare un posto da cuoco. Ha fatto fortuna, fino ad avere un ristorante tutto suo, in cui Giorgio dava una mano lavando i piatti e servendo come cameriere, per dormire poi la mattina sui banchi di scuola. Il ragazzo aveva la testa calda, ha persino messo le mani addosso a qualche insegnante, ma tutto gli veniva perdonato perché sul campo di calcio o in pista di atletica dava lustro alla scuola. A 15 anni un osservatore dello Swansea, notatolo appunto in un torneo scolastico, lo portava nelle giovanili del club: un attaccante tosto, tutto istinto e grinta, in apparenza l’ideale per il calcio britannico. Invece, dopo poche presenze in prima squadra (4 partite e un gol, campionato 1964-65) a 18 anni gli veniva restituito il tesserino, l’equivalente della lista gratuita. «Quel ragazzo» spiegò il presidente Glen Davis ai dirigenti del club «non ce la farà mai nel calcio professionistico ». A quel punto si muoveva papà, organizzandogli un provino a casa, con la Massese, e il mondo cominciava a girare: 250mila lire al mese più i premi e maglia da titolare in Serie C. Trentadue partite e cinque gol nel campionato 1966-67 valevano 100 milioni, l’offerta clamorosa con cui l’Internapoli lo acquistava a fine stagione, la cifra più alta mai pagata in categoria. Sotto il Vesuvio il ragazzone (1,85 per 85 chili) centrava 24 volte la porta in due campionati di C e nell’estate del 1969 la Lazio spendeva 200 milioni sull’unghia per vestirlo di biancoceleste. La riuscita dell’affare era nelle 21 reti realizzate in due campionati di A e poi nelle 21 tutte in una volta in Serie B che riportavano la squadra nella massima categoria e gli garantivano l’esordio in Nazionale. Al ritorno in A l’ex cameriere realizzava 10 reti, non abbastanza per la sua voglia di sfondare. Con tanta rabbia in corpo e alle spalle una squadra che gioca a tutto campo e ha l’argento vivo addosso, eccolo però deflagrare come nuovo re dei bomber grazie a 24 reti costruite di forza, d’impeto, d’istinto, con la classe grezza che contraddistingue i campioni di strada. Non ha i piedi dolci, Giorgione, è polemico, provocatorio, talvolta violento. Eppure salta l’uomo e punta la porta, guida la ciurma, indica la rotta del gol. Un trascinatore da scudetto. Purtroppo andrà in crisi ai Mondiali per eccesso di generosità e da quel momento nulla sarà mai più come prima, soprattutto per la Lazio.



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I biancocelesti per la prima volta scudettati


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