Serie A 1972-73 - Juventus


Il Racconto


IL FILM: STAR TRE
L’Inter sbanca il mercato con due operazioni: Massa dalla Lazio per 300 milioni più Frustalupi e la comproprietà di Silva, e il trio di giovani rampanti dell’attacco dell’Atalanta, Magistrelli, Moro e Doldi, in blocco per 410 milioni più Ghio, Pellizzaro e Reif. Il Milan acquista Chiarugi dalla Fiorentina per 375 milioni, la Juventus Zoff dal Napoli per 300 più Carmignani. In partenza spicca il botto del Milan, che al terzo turno seppellisce 9-3 l’Atalanta a San Siro, ma la prima grande protagonista è a sorpresa la neopromossa Lazio, in testa alla classifica dalla settima alla decima giornata, per poi subire il sorpasso simultaneo delle due milanesi. La domenica successiva i nerazzurri, attesi come i grandi favoriti, cadono in casa contro il Vicenza e i “cugini” sono in testa da soli. Alla vigilia del giro di boa, la Juventus strapazza l’Inter a domicilio e raggiunge in vetta il Milan, sconfitto a Bologna, così il 21 gennaio le due squadre si dividono il titolo di campioni d’inverno. La coppia resiste, si scinde e si riforma fino al ventesimo turno, quando la Juve perde il derby e il Milan passa a condurre con due punti di vantaggio, mentre anche Inter e Lazio si fanno sotto, distanziate di tre lunghezze. Due domeniche più tardi il successo nel derby della Madonnina incrementa il vantaggio dei rossoneri sulla Juve, che alla ventiquattresima giornata viene raggiunta al secondo posto dalla Lazio, mentre l’Inter perde terreno. Si profila una corsa a tre. Ancora due turni ed ecco il sabato campale. Alla vigilia di Pasqua si anticipano due partite: la Juventus batte il Vicenza, il Milan perde in casa della Lazio, complice il contestatissimo annullamento nel finale del gol del pari di Chiarugi. I rossoneri si riprendono prontamente la testa solitaria la domenica successiva e la mantengono fino alla vigilia dell’ultimo turno, quando contano un punto in più rispetto alla coppia Juventus-Lazio. Il 20 maggio 1973 succede l’imprevedibile: stanco per la finale (vinta) di Coppa delle Coppe, il Diavolo cade rovinosamente nella fatal Verona, la Lazio perde a Napoli e la Juventus, vincendo a Roma con un gol di Cuccureddu a tre minuti dalla fine, riconquista lo scudetto. In coda, finale ugualmente al cardiopalmo: al Palermo e alla Ternana del “gioco corto” di Corrado Viciani, ormai staccati da tempo, si aggiunge nella caduta in B l’Atalanta, per peggior differenza reti rispetto a Vicenza, Roma e Sampdoria.

I CAMPIONI: GLI IRRIDUCIBILI
Il bis tricolore della Juventus nasce da due colpi magistrali di mercato sulla rotta Torino-Napoli. Il primo riguarda José Altafini, prossimo ai 34 anni: le sue richieste economiche hanno indotto il Napoli a lasciarlo libero a primavera rinunciando all’opzione di rinnovo del contratto. La Roma è convinta di averlo già preso e il suo allenatore, Helenio Herrera, già si frega le mani coi cronisti, mentre Italo Allodi è in agguato: anche lui non considera bollito il vecchio “leone” e ritenendolo l’ideale attaccante di scorta in attesa del ritorno di Bettega, lo convince a sorpresa a vestirsi di bianconero, tra lo scetticismo generale. Il secondo è il “Van Gogh” dei portieri, stando quantomeno all’accostamento di un dirigente partenopeo, per il quale Dino Zoff per il Napoli è un lusso, «come un Van Gogh in una bicocca», e allora Allodi, incassato il “no” di Riva a un duplice acquisto dal Cagliari (l’attaccante più Albertosi), scuce 300 milioni più Carmignani e si assicura uno dei migliori portieri del mondo, a trent’anni nel pieno della maturità. C’è pure una terza novità, il ritorno anticipato di Roberto Bettega, che il 7 agosto 1972 è già al suo posto quando parte il ritiro bianconero, grazie a un recupero che per Vycpalek sa di “miracolo”, tanta era la gravità del malanno. Nasce così una Juve appena ritoccata rispetto all’ultima edizione: Zoff in porta, Salvadore libero classico, i granatieri Spinosi e Morini mastini e Marchetti terzino di appoggio alla manovra a completare una difesa formidabile; a centrocampo, la spinta di Furino, la regia ispirata di Capello e la fantasia di Causio, con l’appoggio in alternativa di un “grande vecchio”: l’altro trequartista Haller o la terza punta Altafini; quest’ultimo, dopo un laborioso rodaggio, mette nel ruolo di panchinaro un entusiasmo determinante, come testimoniano i 9 gol finali in appena 23 partite, di cui solo 14 dall’inizio. Il centrocampo ha un altro titolare aggiunto, l’eclettico Cuccureddu, capace di giocare sia in copertura che in avanscoperta. In attacco, Anastasi è centravanti impegnato più ad aprire spazi che a concludere, così come Bettega non esita ad arretrare per favorire gli inserimenti di Haller o Altafini, nel quadro del modulo “offensivo manovrato” ideato dall’allenatore Cestmir Vycpalek. Non è una Juventus rullo compressore, piuttosto una squadra dalla regolarità disarmante rispetto alla concorrenza; una formazione talora distratta dall’alternativa della Coppa dei Campioni fino a sembrare tagliata fuori dal discorso-scudetto, nel quale rientra tuttavia in modo magistrale all’ultima giornata: quando Boniperti in persona scende negli spogliatoi alla fine del primo tempo all’Olimpico, con i suoi sotto di un gol, e li incita a crederci, perché col pari si potrebbe pure andare allo spareggio. Quel pomeriggio, in una ripresa di tempesta e assalto, i bianconeri vanno in gol con Altafini e a tre dalla fine con Cuccureddu, per poi accogliere le liete novelle di Napoli e Verona. Gli scudetti si conquistano anche così, sprintando sul traguardo anche quando tutto sembra perduto: la Juve non è mai stata in testa da sola, nelle trenta giornate del campionato, se non nell’ultima. Quella che contava.

I RIVALI: C’È DUE SENZA TRE
Chi lo porta via, al Milan, l’ennesimo scudetto apparentemente già vinto? Forse Lo Bello, che provoca l’ennesima burrasca arbitrale, annullando il gol del pareggio rossonero a tre minuti dalla fine contro la Lazio il sabato di Pasqua, 21 aprile 1973: Rocco applaude ironico e viene espulso, il presidente Buticchi sbrocca a fine gara: «L’ultima volta che abbiamo avuto Lo Bello, in occasione del recupero con la Lazio a San Siro, nel corso del solito brindisi negli spogliatoi a fine gara, Lo Bello ha rotto il bicchiere che teneva in mano, dicendo a Rivera che glielo avrebbe spaccato volentieri sulla testa. Così chiesi a Ferrari Aggradi di non designare più Lo Bello per le partite del Milan e lui mi aveva dato la sua parola d’onore». Ferrari Aggradi risponde: «Si tratta di una pura invenzione del signor Buticchi. L’argomento fu toccato di sfuggita al Torneo di Viareggio: il presidente del Milan mi disse che considerava Lo Bello un grandissimo arbitro ma che, secondo lui, sarebbe stato meglio che non fosse più designato ad arbitrare il Milan. Tutto qui». Il “misfatto” nasce da un lancio di Zignoli, su cui in area si contendono la sfera il laziale Polentes e il milanista Bigon: la moviola mostrerà che tocca di testa il primo e dunque Chiarugi, che riceve palla e insacca, non è in fuorigioco, nonostante il guardalinee abbia già alzato la bandierina. Oppure il “colpevole” è semplicemente l’inopinato crollo all’ultimo turno sul campo del Verona, quando tutto sembrava già pronto per la festa della “stella”. A Gianni Brera, a un mese dalla fine del torneo, Rocco aveva confidato una premonizione davanti a un bicchiere di fedele “rosso”: «Me ’mbriago perché no g’ho squadra»: tutti sulle ginocchia, per via del pesante doppio binario campionato-Coppa delle Coppe. Quel che è certo, è che a lungo il Milan gioca il miglior calcio del torneo 1972-73, quantomeno quello più offensivo e spettacolare. Rocco dal mercato ha avuto ciò che voleva: un big per l’attacco, Chiarugi dalla Fiorentina, e due rincalzi di lusso per la difesa, lo stopper Dolci dal Varese (90 milioni più il giovane difensore Riva) e il libero Turone dal Genoa (120 più il prestito di Scarrone); per il centrocampo, il ritorno all’ovile di Casone dopo il buon rodaggio alla Sampdoria. Sparito di scena Cudicini, Rocco alterna in porta i due “galletti” del vivaio, Belli e Vecchi, entrambi protagonisti di giornate memorabili e sconcertanti amnesie; davanti a loro, il collaudato quartetto composto da Anquilletti e Sabadini sulle corsie esterne, Rosato stopper e Schnellinger libero. A centrocampo, la poderosa spinta di Benetti, il lavoro di cucitura di Biasiolo, le rifiniture di Rivera, grande orchestratore della manovra; in attacco, il tornante Bigon in appoggio a Prati e Chiarugi. Essendo tuttavia Prati afflitto da pubalgia, Bigon diventa spesso il centravanti e Sogliano dà una mano al centrocampo come tornante, il tutto a beneficio degli inserimenti di Rivera, che conquista il trono dei bomber. All’en plein – con Coppa delle Coppe e Coppa Italia – manca alla fine solo lo scudetto e si tratta di uno smacco difficile da digerire.

IL TOP: LA COTTA DEL NONNO
Che quello di José Altafini fosse un acquisto se non azzardato quantomeno di secondo piano, erano convinti un po’ tutti, in estate. Che tuttavia il vecchio centravanti non si reggesse addirittura in piedi, come appare evidente quando scende in campo per la sua “prima” in bianconero – nella partitissima col Milan del 29 ottobre, a stagione abbondantemente avviata – era difficile prevederlo. La delusione è grande, quel pomeriggio sembra proprio che Allodi abbia preso un granchio. Dopodiché l’anziano campione rientra dietro le quinte per vivere settimane di stenti con la ciliegina del rifiuto di scendere in campo negli ultimi minuti contro il Magdeburgo in Coppa dei Campioni, atto che sembra preludere a una rottura e viene poi ridimensionato. Poi, come per incanto, il nonno supera la “cotta” del ciclista spremuto dallo sforzo, va in forma e comincia a sprizzare scintille. A dicembre risolve la partita con la Fiorentina entrando a metà della ripresa e da lì l’antico “leone” diventa protagonista della stagione bianconera, toccando l’apice con i due gol che abbattono il Derby County l’11 aprile 1973, il secondo al culmine di una fantastica volata in contropiede che travolge ogni ostacolo. A quel punto l’asso brasiliano si sfoga: «L’errore l’ho commesso questa estate. Sapevo di venire alla Juventus, per me era una cosa troppo importante e ho spinto troppo nel cercare di non accumulare chili durante le vacanze. Mi sono presentato al raduno sottopeso e quando, dopo il periodo di preparazione, si è trattato di andare in campo, avevo le gambe molli, il fisico non reggeva. Erano le partite in cui avrei dovuto dimostrare di potermi inserire nel complesso, e invece si è esibito un Altafini che non stava in piedi. E poiché anche la squadra era in rodaggio, ecco il perché delle delusioni che so di avere provocato. Solo a febbraio ho cominciato a sentirmi a posto». Il dottor Francesco La Neve, medico della Juve, lo descrive come un fenomeno: «Fisicamente, José ha sette anni di meno» spiega forse esagerando; «è un atleta integro, non ha mai avuto grossi guai a parte le solite botte di gioco. È muscolarmente eccezionale, robusto, molto elastico e quindi in grado di notevoli stacchi in elevazione. Gli esami frequenti lo trovano eccellente in tutto. È un caso unico, per un atleta di 34 anni. José è in queste condizioni brillanti perché si tiene molto bene in linea in tutta la sua vita, dalla tavola al riposo».

IL FLOP: MILIONI DI RIMPIANTI
L’Atalanta potrebbe essere la regina del mercato estivo 1972, in cui risana il bilancio senza all’apparenza indebolirsi troppo. Cede a peso d’oro tutti i giovani gioielli emersi nell’ultima stagione: oltre ai tre attaccanti Magistrelli, Moro e Doldi all’Inter, anche lo stopper Vavassori al Napoli per 100 milioni più Vianello, nonché il diciannovenne ariete Ferradini per altri 100 sempre al club partenopeo. Arrivano dalla B l’ala Carelli dal Mantova e il mediano Picella dalla Reggiana e dalla C il fantasista Vernacchia (talento del vivaio della Fiorentina esploso nell’Empoli) e il centravanti Musiello, diciottenne-boom della Spal. L’allenatore Corsini ha inoltre pronti sulla rampa di lancio altri due baby talenti promossi dalla Primavera: il mastino Percassi e il libero Scirea. Il tecnico parte con Pianta in porta, Maggioni e Divina difensori laterali, Vianello stopper e Savoia libero. A centrocampo, l’esperto Bianchi in regia, il brillante Vernacchia a offrire qualità e il solido Pirola quantità a un attacco di “piccoletti”, le ali Carelli e Pellizzaro e il centravanti Ghio. Dopo il naufragio contro il Milan alla terza giornata (3-9), la squadra si assesta con Musiello che offre peso e centimetri in attacco e Scirea che si rivela talmente bravo come sostituto del mediocre Savoia da meritare più d’un impiego anche come alternativa a Bianchi nel cuore del gioco. Insomma, tutto sembra andare per il meglio, Vernacchia e Musiello finiscono nell’Under 23 azzurra di Bearzot e a tre giornate dalla fine la vittoria a Palermo porta i nerazzurri alla pari col Napoli a metà classifica, in una situazione di salvezza virtualmente conquistata. Invece le sconfitte in casa con la Juve e in trasferta con la Fiorentina fanno scivolare la squadra al quintultimo posto, con due punti di vantaggio su Samp e Vicenza e l’ultima partita da giocare tra le mura amiche proprio contro i veneti. A occhio e croce, quasi una passeggiata. In effetti la gara conclusiva veleggia verso il nulla di fatto programmato fino al decimo della ripresa, quando, su punizione di Vitali, lo stopper Vianello svirgola colpendo di testa e manda il pallone nella propria rete. È il dramma: i nerazzurri non recuperano più, la Sampdoria vince inaspettatamente sul campo del Torino e per differenza reti è proprio l’Atalanta a finire in B. Fuori tempo massimo, il club denuncia pure un tentativo di illecito: l’ex giocatore e allenatore atalantino Paolo Tabanelli, ora osservatore blucerchiato, alla vigilia dell’ultimo turno avrebbe offerto una trentina di milioni come premio a vincere al direttore sportivo orobico Franco Previtali. Quest’ultimo ha declinato l’offerta poiché l’Atalanta aveva già di suo buoni motivi per non lasciar scampo ai veneti. Ora la storia non giova a nessuno. Infatti, oltre alla squalifica di Tabanelli, la Samp busca tre punti di penalizzazione, ma per il torneo successivo, onde non favorire l’Atalanta, che viene multata e subisce pure l’inibizione del presidente Bortolotti.

IL GIALLO: RINVIO A GIUDIZIO
Si poteva evitare il crollo di Verona, il 5-3 per gli scaligeri del 20 maggio 1973 che resterà nella storia come una delle beffe più crudeli del campionato italiano? Quel pomeriggio, davanti a 15mila tifosi rossoneri convenuti al Bentegodi per festeggiare lo scudetto della stella, il Milan semplicemente in campo non c’è. «Una partita incredibile» sospirerà a fine gara un distrutto capitan Rivera, «non è stato calcio, sembrava una comica di Ridolini». I rossoneri vagano per il campo come fantasmi, qualche maligno li insinuerà vittime degli effetti all’incontrario dell’“aiutino” chimico cui forse tre giorni prima hanno fatto ricorso per strappare a Salonicco la Coppa delle Coppe al Leeds, al culmine di una strenua difesa del fortino assediato. In effetti dalla finale europea sono usciti vincenti ma stremati. E allora non si poteva pensare di far posticipare la gara di campionato? In realtà, quelli del Milan non lo hanno solo pensato, ci hanno pure provato. Forse però non abbastanza. Ecco i fatti. 7 maggio, dopo il pari coi granata a Torino, a due turni dalla fine, Nereo Rocco si sbilancia: «Sento che a questo punto lo scudetto lo vinciamo: il Bologna non dovrebbe venire a San Siro a rovinarci la festa e il Verona mi ricorda l’ultima tappa del Giro d’Italia, dove non succede mai nulla...». Quattro giorni prima, 3 maggio, il Milan ha chiesto con una lettera alla Lega Calcio il posticipo della partita di Verona, in via di necessità nel caso la finale di Coppa delle Coppe debba essere ripetuta (due giorni dopo in caso di pareggio, come da regolamento) e in via di semplice opportunità nell’ipotesi che la finale si chiuda il 16 maggio. Come si vede, per il secondo caso la richiesta è stata “blanda”. Così, prima di partire per Salonicco, Rocco, avuto il sentore che la squadra si sta sciogliendo, ha pregato il presidente Buticchi di chiedere in ogni caso il posticipo della partita di Verona. L’11 maggio 1973 è partito dunque dalla sede del Milan un secondo telegramma alla Lega, per giocare a Verona mercoledì 23 maggio. Artemio Franchi, numero uno della Federcalcio e anche della Lega in qualità di commissario straordinario, ha preso tempo. Solo due giorni dopo il successo di Salonicco, venerdì 18, alla sede del Milan è giunta la risposta: «Constatato regolare svolgimento vittoriosa gara finale Coppa delle Coppe, è ritenuto non sussistano motivi per accordare posticipo da voi richiesto. Confermiamo disputa gara Verona-Milan in Verona per il 20 maggio orario ufficiale. Saluti. Firmato Leghitalia». Il Milan non ha replicato, convinto della facilità della partita in terra veneta: «La questione è già archiviata» si è limitato a commentare Buticchi, «domenica faremo fronte all’impegno con il Verona, augurandoci che le fatiche della partita col Leeds non si facciano sentire». Alla vigilia è arrivato il primo segnale d’allarme, quando l’allenatore scaligero Giancarlo Cadè ha dimostrato di non aver gradito il paragone fatto a suo tempo dal collega rossonero: «Rocco ha sbagliato, nessuno del Verona intende fare da spettatore al passaggio dell’ultima tappa del Giro d’Italia». Attenzione, Cadè non è uno qualsiasi: allenava il Mantova che il 1° giugno 1967, battendo l’Inter con un gol di Di Giacomo, sfilò lo scudetto agli uomini di Helenio Herrera consegnandolo a quelli bianconeri di Heriberto. Eccoci dunque al pomeriggio fatale del 20 maggio 1973, quando il 5-3 del Verona al Milan rappresenta per il tecnico di casa uno straordinario bis. Subito dopo il tracollo, negli spogliatoi del Bentegodi Buticchi fa i complimenti agli avversari, mentre Nereo Rocco, livido, sibila: «Sono nel calcio da quarant’anni, se avevo chiesto un posticipo dopo Salonicco, una ragione c’era. Prevedevo questa partita. La pioggia, il terreno pesante, la fatica, il lungo viaggio da Salonicco. Ma siamo guidati da dilettanti, che si sono opposti». Il riferimento potrebbe essere anche al suo presidente che non si è battuto a sufficienza per il posticipo. Quella sera, alla Domenica Sportiva, il tecnico milansita chiarisce polemicamente: «Ci siamo messi sull’attenti alle decisioni dei signori dirigenti federali».

LA RIVELAZIONE: TOM 11
La Lazio torna in Serie A e il presidente Umberto Lenzini rilancia: basta soffrire, vuole una squadra da salvezza sicura. Così concede all’uomo mercato, l’ex arbitro Antonio Sbardella, un’unica cessione importante, l’ala Massa all’Inter, scongiurando quella del capocannoniere cadetto Chinaglia (valutato fino a 850 milioni tra soldi e giocatori a conguaglio) e consentendogli di investire il ricavato in tre talenti dalla Serie B: il portiere Pulici (90 milioni al Novara), l’ala Garlaschelli (90 più Chinellato al Como) e l’interno Re Cecconi (140 al Foggia), appetito da molti ma richiestissimo soprattutto dal tecnico, Tommaso Maestrelli, suo mentore due anni prima alla guida del club pugliese. Si aggiungono al maturo interno Frustalupi (dall’Inter nel giro-Massa), al terzino Petrelli (dalla Roma in cambio di Sulfaro) e ai riscatti del terzino Oddi, prodotto del vivaio tornato l’anno prima dalla Massese per fare il rincalzo nella squadra della promozione, e del tornante Manservisi, di nuovo alla base dopo un campionato da riserva nel Napoli. La disastrosa Coppa Italia (tre sconfitte e un pari tra agosto e settembre) fa temere il peggio, ma il tecnico l’ha impiegata per chiarirsi le idee e quando comincia il campionato mette in campo una formazione ricca di sorprese, col mediano Martini arretrato a terzino sinistro, l’interno Nanni schierato mediano e una prima linea nuova di zecca. In difesa, Felice Pulici è il portiere, Facco e Oddi i marcatori puri, Martini l’esterno con licenza di avanzare e Wilson il libero; a centrocampo, Nanni propulsore, Frustalupi regista, Re Cecconi interno di spola, Manservisi tornante, Garlaschelli e Chinaglia in attacco. La nuova Lazio ingrana subito e diventa protagonista di un torneo strepitoso, che si conclude addirittura a un passo dallo scudetto, mancato per la sconfitta all’ultimo turno nella partitaccia di Napoli, giocata a nervi scoperti causa fiera intenzione degli uomini di casa di ripagare l’umiliazione patita all’andata: il gol del successo viene realizzato al penultimo minuto da Damiani su una rara azione di contrassalto di Vavassori, superbo marcatore di Chinaglia che l’aveva dominato nel match dell’Olimpico.

LA SARACINESCA: FELICE DI PIACERVI
Felice Pulici, ovvero l’insospettabile, o quasi. Debutta in Serie A alle soglie dei 27 anni e dunque è difficile prevedere che sarà lui il più forte e sorprendente numero uno del campionato. Nato a Sovico, in provincia di Milano, il 22 dicembre 1945, è cresciuto nelle giovanili del Lecco, con cui ha debuttato in B a 22 anni, tre presenze come riserva di Meraviglia. A fine stagione passava al Novara, in C, dove copriva le spalle a Petrovic. Nel 1970 conquistava la promozione in B e il posto da titolare per il campionato successivo. Due tornei sempre in campo come uno dei più continui guardiani cadetti ed ecco la chiamata della Lazio. Quello che si presenta al massimo proscenio è un formidabile saltimbanco dai riflessi felini che ne fanno un baluardo insuperabile, tanto che a fine torneo è di gran lunga il meno battuto della A, con appena 16 reti subite. Un “mostro” tra i pali che non avrà mai la soddisfazione della maglia azzurra, se non quella dell’Under 23, nonostante la continuità di rendimento e la tenuta fisica, che non gli farà mancare una partita nella Lazio per cinque campionati di fila.

I SUPERBOMBER: TRIS D’ASSI
Tre capocannonieri, mai accaduto nella A a girone unico. Beppe Savoldi è mancino di Gorlago (Bergamo), dove è nato il 21 gennaio 1947. Cresciuto nel vivaio dell’Atalanta, vi ha segnato i primi gol a 19 anni in A e nel 1968 è passato al Bologna per 175 milioni più Clerici, come uno dei più promettenti prospetti del torneo. Non ha deluso: dopo un paio di campionati di rodaggio, ha preso a segnare con continuità, grazie soprattutto alle doti acrobatiche, di piede e di testa, specialità che lo vede primeggiare grazie all’impressionante elevazione nel “terzo tempo”, coltivato nelle esperienze giovanili nel basket. Gianni Rivera vive una splendida maturità, da regista avanzato e pure cannoniere, in cui rispolvera il meglio del proprio repertorio: da ragazzino in effetti ha giocato pure centravanti, per la facilità del tiro in corsa e la precisione del colpo. Non fosse per la verve polemica contro gli arbitri e lo scudetto mancato sul traguardo, sarebbe questa per lui, che in agosto compie appena trent’anni ma è sulla scena da una vita, una stagione perfetta. Paolino Pulici è il più giovane del gruppo, coi suoi 23 anni: milanese di Roncello (vi è nato il 27 aprile 1950), è cresciuto nel mito di Riva, al quale si è ispirato partendo pure lui dal Legnano, con cui ha esordito ragazzino in C, per poi passare al Torino nell’estate del 1967 per 20 milioni. Mancino, rapidissimo, è un fascio di muscoli e nervi, non per niente in granata verrà soprannominato “Puliciclone” e l’irruenza è il limite con cui ha combattuto nelle prime stagioni granata, spese a fare a sportellate in area raccogliendo pochi gol. Poi, Gustavo Giagnoni ha capito il problema e l’ha preso in cura, mettendolo a ripetizione di fondamentali contro il muro e il risultato è la fioritura di questa stagione, in cui il torello lombardo entra di diritto tra i più forti bomber del calcio italiano.



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I bianconeri scudettati


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