Serie A 1971-72 - Juventus


Il Racconto


IL FILM: FOTOFINISH IN BIANCO E NERO
La crisi economica generale, i debiti dei club e la carenza di “big” continuano ad ammosciare il mercato. L’Inter spende 232 milioni per il modesto attaccante Ghio che il Napoli ha riscattato per 40 dalla Lazio. Il Milan conquista l’oscar assicurando a Rocco l’attaccante Bigon del Foggia (200 milioni più Rognoni), il terzino Sabadini della Sampdoria (180 più Santin, riscattato dal Vicenza) e il centrocampista Sogliano dal Varese (90). La Fiorentina prende il centravanti Clerici dal Verona per 230 milioni, la Juventus il portiere Carmignani dal Varese per 200. Si parte e la Signora scappa già all’ottava giornata, vincendo il derby. Solo il Milan riesce a inseguirla tenendone il passo, tanto da avvicinarsi a un punto al tredicesimo turno, quando i bianconeri perdono l’imbattibilità sul campo del Cagliari. Il 23 gennaio la Juventus è comunque campione d’inverno con 2 lunghezze sul Milan e 4 sullo stesso Cagliari. Sette giorni dopo, approfittando della sorprendente sconfitta dei rivali sul campo della matricola Catanzaro, i rossoneri centrano l’aggancio, salvo poi perdere a Firenze ritrovandosi al punto di partenza. Al ventesimo turno il Milan entra in crisi e allora si fanno avanti prima Cagliari e Fiorentina, poi il Torino, che vincendo il derby del 26 marzo giunge a una sola lunghezza di distacco dalla capolista. Mancano sette giornate alla fine e il duello tra cugini si fa avvincente: alla venticinquesima le due squadre sono appaiate, la domenica dopo i granata di Giagnoni, che esalta i tifosi con un colbacco portafortuna, si isolano in testa mentre la Juve viene raggiunta dal Cagliari. Passano solo sette giorni e tutto si capovolge: il Toro cade in casa del Milan, la Juventus travolge l’Inter e torna in testa. Alla vigilia dell’ultimo turno, la capolista ha un solo punto su Torino e Milan: nell’arrivo al fotofinish vincono tutte e tre le pretendenti e la Signora riconquista lo scudetto dopo cinque anni. In coda, oltre al Varese, da tempo staccato, scendono in B Mantova e Catanzaro.

I CAMPIONI: TRIONFO IN LACRIME
È una stagione dura e combattuta, spigolosa e da una certa angolazione di nuovo tragica, quella che consegna alla Juventus il ritorno allo scudetto con un anno di anticipo rispetto ai programmi della “rivoluzione bonipertiana”. Giampiero Boniperti è il centro motore del nuovo corso e il 13 luglio 1971 diventa presidente, succedendo a Vittore Catella, dimissionario per i troppi impegni di dirigente Fiat. Al suo fianco, Italo Allodi, manager che completa al mercato una rosa già dimostratasi competitiva: vorrebbe Zoff per colmare la lacuna del portiere, ma la trattativa non va in porto e allora ripiega sul miglior prospetto nel ruolo, il ventiseienne Carmignani del Varese. In panchina, conferma per Cestmir Vycpalek, che Boniperti ha richiamato alla Juve (per i cui colori ha già militato come giocatore) quando faceva l’allenatore del Bagheria vicino a Palermo e che, a dispetto della scarsa esperienza specifica, ha dimostrato buon senso, tatto e polso a sufficienza per meritare la conferma. Soprattutto, il successore di Picchi ha l’intelligenza di lavorare in simbiosi col presidente, senza temere invadenze e anzi sfruttandone appieno il prezioso apporto. La squadra che mette in piedi è solida ed efficace: Carmignani in porta, i rocciosi Spinosi e Morini spietati marcatori puri, l’ex mediano Marchetti terzino incursore sulla fascia sinistra, Salvadore libero classico; a centrocampo, i polmoni di Furino, la regia di Capello, i guizzi di Causio e la fantasia di Haller; in attacco, il piccolo e saettante Anastasi e il lungo e classico Bettega, implacabile di testa. Quest’ultima sembra la riedizione della coppia Sivori-Charles, ma una perfida malattia mette fuori gioco il secondo quando la sua media realizzativa sta attingendo livelli da favola (10 reti nelle prime 14 partite). Il colpo viene assorbito con l’innesto di Novellini, generoso attaccante di movimento, e con l’avanzamento in zona gol di Haller, protagonista di una stagione strepitosa anche se non priva di qualche uscita dalle righe: scoperto in libera “escursione” notturna in occasione della trasferta di Coppa Uefa a Wolverhampton il 23 marzo 1972, il tedesco viene punito con l’esclusione dalla prima squadra. La Juve perde il derby, ma l’asso di Germania è poi pronto a tornare sfoderando l’orgoglio giusto per ergersi di nuovo a protagonista. Il resto, prima del trionfo finale, sono lacrime. Quelle, comprensibili, di “Gedeone” Carmignani, tanto abile tecnicamente quanto fragile sul piano mentale, subito dopo aver regalato il gol della vittoria al Cagliari il 9 gennaio 1972: aveva compiuto prodezze in serie, poi si è fatto scappare una innocua palla che rimbalzava in area e Gori l’ha infilata in rete. Si prende tutte le colpe e chiede scusa, ma non basterà. Ormai scosso, verrà sostituito nel finale di stagione dal massiccio Piloni, prodotto del vivaio. E ancora quelle, atroci, di “Cesto” Vycpalek, che il 6 maggio è costretto a riconoscere nella fibbia della cintura e in un fazzoletto ciò che resta di suo figlio Cestmir jr., 23 anni, perito il giorno prima nella sciagura aerea di Punta Raisi, quando il DC 8 di linea dell’Alitalia, proveniente da Roma, si è schiantato sulla montagna vicino a Palermo uccidendo tutte le 115 persone a bordo. Anche alla sua memoria, come a quella di Armando Picchi, che di questa Juve è stato il primo e sfortunatissimo artefice, sarà dedicata la conquista tricolore.

I RIVALI: DUELLO FRATRICIDA
Milan e Torino si danno il cambio nell’inseguimento alla Juve e finiscono alla pari, irriducibili e alla fine perdenti. Cominciano i rossoneri, che hanno sbancato il mercato. Nereo Rocco schiera Cudicini in porta protetto dal libero Schnellinger, con Anquilletti, Rosato e Sabadini (con l’alternativa Zignoli) marcatori; a centrocampo, Benetti mediano a protezione della difesa, Sogliano e Biasiolo interni, Rivera trequartista e Bigon e Prati in attacco. La squadra parte alla grande, poi crolla di fronte alla Juve a San Siro, perdendo qualche certezza ma riuscendo a risollevarsi. Alla fine le sue batoste sono limitate, ma decisive: la sconfitta casalinga col Mantova, quella di Firenze e soprattutto il ko di Cagliari, il 12 marzo, causa un rigore a tre minuti dalla fine che fa scoppiare la polemica del “caso Rivera”. Alla fine, solo un punto in meno della Juve, lo stesso numero di sconfitte, la difesa meno perforata, ma anche un attacco poco prolifico. Premio di consolazione: la Coppa Italia. Orfeo Pianelli affida le ambizioni del Toro a un tecnico giovane, Gustavo Giagnoni, reduce dall’aver riportato in A il Mantova alla sua prima vera esperienza, e gli offre un unico acquisto di grido: il pupillo Toschi, peperino d’attacco che dal club virgiliano passa a quello granata per 110 milioni più comproprietà di Depetrini (riscattato dal Bari), Carelli (riscattato dal Varese) e Maddé. Il tecnico ha il merito di sorprendere tutti attingendo dal vivaio, grazie al quale inventa una difesa nuova di zecca e di notevole efficacia: Castellini in porta, i giovani Mozzini o Lombardo sulla destra e Zecchini stopper, più il veterano Fossati terzino sinistro, davanti al libero Cereser; a centrocampo, Ferrini e Agroppi garantiscono la sostanza, Rampanti la qualità sulla fascia destra, Sala la fantasia sulla trequarti alle spalle dei confermati Bui e Pulici, con l’esordiente Toschi in alternativa. Quando il gruppo carbura, trascinato dal tecnico che, col suo colbacco, la sciarpa da tifoso e la verve polemica infiamma i supporter vincendo il derby, il sogno scudetto riappare all’orizzonte per la prima volta 23 anni dopo la tragedia di Superga. Alla fine risulta decisivo proprio il passo falso contro i rivali rossoneri: un duello fratricida di cui approfitta la Juventus. E Giagnoni non ritroverà mai più la magica chimica di una stagione straordinaria ancorché perdente.

IL TOP: SALA E PEPE
Claudio Sala è un campione, ormai non ci sono più dubbi. Il discontinuo fantasista che un giorno fece incautamente sentenziare a José Altafini, suo compagno nel Napoli, «non è né carne né pesce», ha lasciato il posto a un giocatore di alta qualità. L’abilità nel saltare l’uomo è diabolica, le sue serpentine valgono il prezzo del biglietto, molto della positiva stagione del Torino è figlio della maturazione di questo giocatore che alla tecnica raffinata abbina un fisico solido e ora, finalmente, anche la grinta del vincente. Nato a Macherio, in provincia di Milano, l’8 settembre 1947, il ragazzo ha vestito come primi colori quelli dell’Inter: «Quand’ero giovane» ricorderà, «con papà tifoso nerazzurro, tifavo Inter. Un giorno ebbi la fortuna di rispondere all’inserzione pubblicata su un giornale in cui si annunciava un provino per la mia squadra del cuore: ci sono andato e sono stato scelto tra i tanti. Poi però mi hanno lasciato libero e da lì è iniziata la mia carriera». Dismesso dal club nerazzurro, entrò infatti nelle giovanili del Monza, a sei chilometri da casa: esordì in prima squadra in B a 18 anni e fu subito retrocessione. L’anno dopo, titolare in C, contribuiva al pronto ritorno tra i cadetti dei brianzoli sotto la guida di Radice, segnando 13 reti. Un altro eccellente campionato di B in biancorosso ed ecco il Napoli, che nel 1968 lo riscattava (già ne aveva “fermato” la comproprietà) pagandolo in tutto 270 milioni. Dal San Paolo se ne andava Sivori e lui ne prese il posto, anche se solo 17 volte da titolare come trequartista. Una stagione più no che sì, tra alti e bassi, in un ambiente non facile. Tanto che il giudizio drastico di Altafini aveva una motivazione particolare: «José disse così perché un giornalista s’era inventato che io avessi addossato a lui la colpa della mia mancata esplosione. Quella di Altafini fu una ripicca, che si chiarì in fretta». In ogni caso, in estate Pianelli lo chiese a Ferlaino offrendo lo sproposito di 400 milioni e il presidente partenopeo inscenò uno dei suoi teatrini prediletti: era l’8 luglio, giorno di chiusura del mercato. «Orfeo» gli rispose sibillino «vado a comprarmi un paio di cravatte, ci penso e quando torno ti do la risposta». Ricomparve a pochi minuti dalla chiusura: «Sì, accetto. Ma per 480 milioni». Non c’era più tempo per trattare, a Pianelli non restò che accettare. Sembrava una follia, anche se Gigi Radice, tecnico del Monza, spiegò: «Sala è cresciuto con me e dico che dopo Rivera è attualmente il giocatore che nel nostro campionato dispone della maggior classe». Il tempo è stato galantuomo, perché Sala non era, come a qualcuno a lungo è parso, il solito “atipico” inconcludente, ma uno straordinario trequartista. Il gol che segna a Varese il 24 ottobre 1971 da fuori area, una staffilata prodigiosa che incenerisce il portiere Nardin dopo finta e controfinta a far sedere Valmassoi, è uno dei più belli del campionato. Pochi giorni dopo, il 20 novembre, Sala debutta in Nazionale entrando a metà ripresa al posto di Benetti nella partita contro l’Austria a Roma. È l’avvio di una leggenda granata: per i tifosi sarà “il poeta del gol”.

IL FLOP: CASTIGO DI GHIO
L’Inter parte con grandi ambizioni: il bis-scudetto e una grande Coppa dei Campioni, cui ritorna puntando a rinnovare i fasti dello squadrone di Helenio Herrera, di cui conserva alcuni reduci. Questo è però anche il limite di un gruppo ancora in sospeso tra il presente e un grande passato dal quale è difficile staccarsi. Dal mercato estivo la squadra riceve poco: Invernizzi vorrebbe un’adeguata alternativa in attacco, ma in assenza di materia prima le attenzioni si concentrano sul modesto Giampiero Ghio, che il Napoli riscatta dalla Lazio per 40 milioni per poi avviare la trattativa col club nerazzurro, inducendolo a pagare l’esagerazione di 232 milioni. Torna inoltre dal buon campionato di B nel Palermo l’ala Pellizzaro, nella speranza che si rilanci dopo il fallimento della sua prima esperienza in nerazzurro. Soprattutto, però, c’è un gruppo di giovani sulla rampa di lancio che promette tantissimo, da Oriali a Fabbian, da Bini a Evert Skoglund (figlio di Nacka). Invernizzi ha scelte quasi obbligate: Vieri in porta, i giovani Oriali e Bellugi in alternativa come difensori di fascia destra, Facchetti terzino sinistro, Giubertoni stopper e Burgnich libero; a centrocampo, la quantità di Bedin e Bertini, la regia mobile di Mazzola e le invenzioni di Corso; in avanti, Jair e poi (dopo l’operazione al ginocchio destro del brasiliano a fine novembre) Pellizzaro come partner esterno di Boninsegna. L’avvio col botto – tre vittorie di fila – si infrange nella sconfitta in casa della Roma di Herrera, tre giorni prima della ripetizione della partita della lattina col Borussia Mönchengladbach. Il nulla di fatto vincente di Berlino in qualche modo indirizza la stagione, portando in primo piano il fronte europeo rispetto al campionato, nel quale si alternano prodezze e cadute memorabili. Nel finale del girone d’andata, la squadra scivola in classifica e a primavera ogni energia viene riservata alla Coppa dei Campioni, il cui sogno, peraltro menomato dal pesante retaggio della “notte della lattina” (squalifica internazionale di un anno a Corso, per un calcio all’arbitro Dorpmans), si infrange contro sua maestà Cruijff nella finale di Rotterdam, quando i limiti tecnici e mentali della squadra emergono prepotenti al cospetto di un Ajax giovane e in ascesa. L’ambizione di resuscitare la Grande Inter sfuma, col codicillo del fiasco in Coppa Italia nel girone di semifinale.

IL GIALLO: PER CHI SUONA CAMPANATI
12 marzo 1972: il Milan, che insegue la Juventus capolista a due punti di distanza, cade a Cagliari a causa di un rigore fischiato dall’arbitro Michelotti a tre minuti dalla fine per “mani” di Anquilletti su tocco ravvicinato di Riva, trasformato dallo stesso bomber rossoblù. Le immagini televisive quella sera dimostrano che l’attaccante isolano ha cercato di scavalcare il difensore con un tocco d’esterno sinistro, l’avversario ha stoppato di petto, ma il pallone da lì è schizzato sul braccio: l’involontarietà sembra indiscutibile. Sul pullman della squadra, Gianni Rivera, capitano milanista, si sfoga con inusitata durezza: «Questa roba alla Juve non succede. La logica è che dovevamo perdere il campionato. Finché dura Campanati, non c’è niente da fare. Scudetti non ne vinciamo. Io sono disposto ad andare davanti alla Magistratura ordinaria, perché ciò che dico è vero: sino alla Corte Costituzionale! Per vincere lo scudetto dovremmo avere almeno nove punti di vantaggio nel girone di andata! In caso contrario, davvero non ce lo lasciano vincere e se l’avessimo saputo non avremmo giocato. Pensate, l’arbitro in campo ha detto che non gliene importava niente, dei nostri sacrifici. Guardatemi, sono sereno: non è l’ira che mi sping a dire queste cose. Però così mi passa la voglia di giocare al calcio. Con quell’arbitro che ci rideva in faccia in mezzo al campo. È il terzo campionato che gli arbitri ci portano via». Il giorno dopo, a freddo, rincara la dose: «Sono deciso ad andare fino in fondo. Ripeterò tutto davanti ai giudici. Se un giocatore sbaglia, lo mettono fuori squadra e qualche volta lo multano; se sbaglia un arbitro, lo mandano in una categoria inferiore o lo tengono fermo per un paio di giornate. Se sbaglia Campanati, non succede niente. Perché? Gli organi disciplinari dovranno riflettere a lungo su quello che fanno. Ho detto la verità: sarò il primo ad applaudire la Juventus, se vince meritatamente lo scudetto, ma che io debba perdere un campionato perché Campanati è in polemica con tutti gli arbitri non ci sto. Si fanno la guerra l’uno con l’altro e chi ci rimette siamo noi calciatori. Il sistema non funziona e va cambiato. Il mondo del calcio è la nostra vita, se viene rovinato da persone incapaci bisogna che qualcuno intervenga, a cominciare dalla Federazione, per cercare almeno di metterci una pezza. Se ho raccontato delle storie, mi dovrebbero squalificare a vita. Ma devono dimostrare che sono invenzioni...». Dal canto suo, Alberto Michelotti replica: «Io sono a posto con la coscienza. Quando Riva ha cercato di scavalcare Anquilletti con un pallonetto, il terzino ha toccato volontariamente la palla per evitare che questa lo superasse. Era rigore. Mi trovavo a sei-sette metri di distanza dal fatto e ho potuto vedere bene il “mani”. Il signor Rivera, che consideravo una persona intelligente e corretta, può dire quel che gli pare: ne renderà conto all’organo competente». Il mondo del calcio è sottosopra, lo stesso Rivera in parte attenua le sue dichiarazioni spiegando di non aver accusato Campanati o altri di disonestà, ma solo di incapacità. Il sindacato calciatori lo difende, in attesa di un giudizio che si presenta delicato. Davanti alla Commissione disciplinare il capitano rossonero asserisce di avere additato l’incapacità di alcuni protagonisti solo per un dovere di lealtà sportiva. Dopo una interminabile pseudo-inchiesta (forse nella speranza che il Milan esca dalla corsa-scudetto), la Federcalcio il 6 aprile 1972 dichiara del tutto prive di fondamento le accuse di Rivera, che il 14 aprile 1972 viene squalificato fino al 30 giugno; una pena tutto sommato ridotta, grazie alla difesa abile del suo presidente, l’avvocato Federico Sordillo, nonché per avere “corretto” le dichiarazioni iniziali in sede di interrogatorio (la delibera parla di «meditata resipiscenza») e per la comprensione della Commissione disciplinare. La Caf confermerà il verdetto in appello il 16 maggio.

LA RIVELAZIONE: STOP DI PETTO
Roberto Bettega è la grande sensazione del campionato, anche se il suo finisce alla quattordicesima giornata, il 16 gennaio 1972, col gol della vittoria contro la Fiorentina. A quel punto il ragazzone bianconero ha già insaccato 10 reti, sembra la riedizione di Charles, una inarrestabile macchina da gol. Quel tardo pomeriggio, però, si presenta ai microfoni di “90° minuto” tossicchiando con evidente sofferenza. Quarantott’ore dopo, al culmine di una giornata di voci e chiacchiere, la Juventus emette uno stringato comunicato: «Il giocatore Roberto Bettega dovrà assentarsi per qualche tempo dai campi di gioco per guarire perfettamente da una fastidiosa affezione infiammatoria dell’apparato respiratorio ». A fermarlo, una forma limitata di pleurite (“focolaio circoscritto all’apice di un polmone”) che ne minaccia persino la prosecuzione della carriera. Il “qualche tempo” si allungherà a dismisura: dopo oltre un mese di ricovero in ospedale (la Casa di cura Fornaca di Torino), il 24 febbraio il bomber bianconero si trasferisce a Fenestrelle, in val Chisone, per un lungo periodo di convalescenza all’aria pura della montagna. Tornerà in campo solo dopo quasi otto mesi, appesantito nel fisico ma pronto ad avviare una nuova brillantissima carriera. “Bobby gol” è fasciato di bianconero dalla testa ai piedi: entrato nella Juventus a dieci anni (è nato a Torino il 27 dicembre 1950), sotto la guida di Mario Pedrale è approdato fino alle soglie della prima squadra. Elegante centrocampista dai piedi buoni, la crescita fisica (fino a 1,84 di statura) e l’eccellente predisposizione al gioco aereo l’hanno trasformato in centravanti. Un buon prospetto, comunque, niente di più. A diciannove anni, andava in prestito al Varese, in B, nel quadro dell’acquisto dell’ala Leonardi, e là l’occhio lungo dell’allenatore Nils Liedholm lo promuoveva pedina chiave della squadra, al cui gran salto in Serie A il ragazzo contribuiva con 13 reti. Maturo per la Juve, alla seconda stagione da ala sinistra al fianco del guizzante Anastasi si dimostra un micidiale airone d’area dal colpo di testa proibito, già pronto per la Nazionale. Lo stop improvviso di gennaio ferma tutto. Il campione tornerà, con un gioco diverso, da attaccante mobile, via via sempre più efficace in zona gol, grande in bianconero e in azzurro.

LA SARACINESCA: IL CANTO DEL RAGNO
È di nuovo lui, il più vecchio, Fabio Cudicini, il miglior portiere della Serie A. Punto di forza del Milan che subisce appena 17 reti in 30 partite, ben 7 in meno della Juve campione. A 36 anni la sua agilità, il colpo d’occhio e la personalità ne fanno uno straordinario fuoriclasse del ruolo, cui la maglia rossonera sembra aver donato l’elisir di eterna giovinezza. Peccato che sia questo invece il suo canto del cigno. La finale di Coppa Italia vinta sul Napoli il 5 luglio 1972 è il suo annunciato match d’addio all’agonismo, tanto che a fine gara, col turbante in testa per quattro punti di sutura rimediati in uno scontro con Macchi, viene portato in trionfo dai compagni in segno di saluto. Poi, il 21 agosto 1972, il leggendario “Ragno nero” si presenta a sorpresa nel ritiro estivo del Milan, già avviato da due settimane, spiegando di non riuscire a restare fuori: «Mi sento come uno che sia entrato in sala operatoria già dato per morto, con il cuore fermo o quasi, e sia poi stato riportato in vita per un miracolo di chirurgia. Per un mese intero ho lavorato a farmi la mentalità di quello che col calcio non ha più nulla a che fare e adesso sono tornato a nuova vita. Ho fatto in tempo a capire, in quel mese, che non è facile lasciare il calcio». Il tempo di consumare i primi allenamenti e rientrare nel clima agonistico e verrà colpito da una febbre di origine virale. Il 9 ottobre verrà ricoverato a Berna dove finalmente il mistero sarà svelato: una infiammazione renale da virus guaribile in tre mesi. A quel punto Fabio Cudicini si dovrà arrendere, abbandonando l’attività.

IL SUPERBOMBER: BONIMBA ATOMICO
Il più forte sotto rete è ancora lui, Roberto Boninsegna, che replica la prodezza dell’anno precedente con 22 reti in 28 partite. Una media strepitosa, necessaria per superare d’una incollatura l’amico-rivale Riva, col quale abita un pianeta sconosciuto agli altri attaccanti del campionato. Ci ha messo tanto, per tornare all’Inter, e deve ringraziare proprio... l’attaccante del Cagliari. Era nata la leggenda del loro dualismo: entrambi centravanti d’area, entrambi mancini e gelosi dello spazio vitale nel punto più caldo del gioco. Tanto che il Cagliari, cedendolo, fece un affare memorabile, conquistando subito lo scudetto. Il dualismo spaventava pure Ferruccio Valcareggi, Ct azzurro, ma non il suo proverbiale “stellone”. Dopo averlo escluso dai 22 per il Mondiale in Messico, un incidente di spogliatoio di Anastasi costringeva il selezionatore a tornare sui propri passi, talmente indeciso, peraltro, da convocare d’urgenza insieme al bomber interista anche il milanista Prati. Poi, al di là dell’oceano, Bonimba (come viene soprannominato dai suoi tifosi) e Rombo di Tuono hanno convissuto talmente bene da portare l’Italia a un passo dal titolo mondiale. E lui, il centravanti, è stato considerato il migliore del ruolo nella manifestazione. Da lì la carriera ha svoltato, perché la nuova consapevolezza e l’esperienza internazionale gli hanno garantito il salto di qualità nel rendimento, facendone uno dei più temibili spauracchi della massima categoria. Piccolo, tozzo, compatto, rapido e sgusciante in area, formidabile nelle acrobazie, fulmineo nelle conclusioni di rapina, l’attaccante mantovano vive una nuova stagione strepitosa nonostante il declino della squadra.



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I bianconeri al loro 14º scudetto


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