Serie A 1970-71 - Inter


Il Racconto


IL FILM: RINCORSA ALL’ORO
Il botto lo fa la Juventus, che attua il grande rinnovamento bonipertiano acquistando in blocco tre giovani campioni dalla Roma, Spinosi, Capello e Landini, per 700 milioni più Del Sol, Zigoni e le comproprietà di Roberto Vieri e Viganò. Il campionato parte con una piccola rivoluzione: dopo il riuscito esperimento alla Coppa del Mondo in Messico, gli arbitri vengono dotati di due cartellini, uno giallo e uno rosso, rispettivamente per ammonire ed espellere i giocatori. L’idea è stata di Ken Aston (l’arbitro-disastro di Cile-Italia ai Mondiali 1962) ed è basata sui colori del semaforo stradale: giallo-attenzione, rosso-stop. Si parte e si va subito piano. Il Napoli veleggia lento in testa alla classifica e alla decima il Milan lo punisce a domicilio sorpassandolo in vetta. Dopo una domenica di condominio, i rossoneri prendono il largo, sempre tallonati dagli azzurri, e il 17 gennaio sono campioni d’inverno con un turno di anticipo. La settimana precedente, un drammatico scontro di gioco con Benetti ha troncato l’ascesa di Liguori, regista del Bologna che andava avvicinandosi alle prime. Gli uomini di Rocco chiudono l’andata con 2 punti sul Napoli e 3 sull’Inter. Il girone di ritorno si apre con lo stesso refrain: il Diavolo sembra inarrestabile, al dodicesimo turno porta a 4 le lunghezze su Inter e Napoli. Alla ventesima la musica cambia: vincendo il derby, l’Inter si ritrova a un solo punto dai cugini. Due domeniche dopo avviene l’aggancio in testa, seguito dal sorpasso nella giornata in cui il Milan, perdendo in casa col Varese del grande ex Liedholm, alza bandiera bianca. La rincorsa nerazzurra si chiude felicemente il 2 maggio 1971, quando l’Inter vince lo scudetto con due turni di anticipo. Chiuderà con 4 punti sul Milan e 7 sul Napoli. In coda, il primo a crollare è il Catania, seguito nella caduta in B dalla Lazio e, nell’ultima, spasmodica giornata, dal Foggia, condannato dalla peggior differenza reti rispetto a Fiorentina e Sampdoria.

I CAMPIONI: TABELLA DI GIORNO
Per l’Inter, una stagione cominciata malissimo, sotto il segno truce di Heriberto Herrera, al suo secondo anno in nerazzurro, gentilmente pregato di vincere lo scudetto. Per farlo, chiede alcuni rinforzi, cui provvede Franco Manni, nuovo direttore sportivo: Giubertoni e Pellizzaro, rispettivamente mignatta e ala del Palermo, per 400 milioni più Girardi, Vanello e Spartaco Landini (Pellizzaro verrà rispedito al mittente già a novembre); il nuovo regista, Frustalupi della Sampdoria, per 100 milioni più Suarez e la comproprietà di Spadetto. Assieme al Grande di Spagna, sparisce di scena un altro big della Grande Inter, Guarneri, che rifiuta Palermo per chiudere in Serie D nella Cremonese. In estate scoppia la prima grana: la società condiziona la conferma degli ingaggi dell’anno precedente alla conquista di 46 punti in classifica, ridotti a 43 dopo serrata trattativa, imposta dal rifiuto dei giocatori di partire per il ritiro di Polsa di Brentonico. I nerazzurri, in cambio, sottoscrivono anche un impegno a «non esprimere giudizi nei confronti della società e della conduzione tecnica». L’ambiente ribolle. Il 7 settembre, dopo la sconfitta in Coppa Italia con l’Atalanta, Jair e Bedin vengono cacciati dall’allenamento e relegati tra le riserve della squadra De Martino per disturbo con scherzi inopportuni. Sul piano tecnico non va meglio. H.H.2 proclama l’incompatibilità tra Corso e Frustalupi, «due registi che non marcano», provocando la richiesta di cessione del primo; poi ci ripensa, schierandoli entrambi nella sua formazione-tipo. Questa prevede Vieri in porta, Burgnich e Facchetti laterali di difesa, Giubertoni stopper, Cella libero, Fabbian mediano, Mazzola, Frustalupi e Corso a centrocampo, Pellizzaro e Boninsegna in attacco. Il 30 settembre, con una squadra imbottita di seconde linee, l’Inter esce al primo turno dalla Coppa delle Fiere. L’8 novembre 1970 è la data chiave. I nerazzurri, privi dell’infortunato Boninsegna, vengono brutalizzati 0-3 nel derby e si ritrovano nella parte bassa della classifica, provocando un picco nelle contestazioni a Heriberto Herrera, mai amato dal tifo per i precedenti juventini. Il giorno dopo il presidente Ivanoe Fraizzoli rompe gli indugi e attua quattro provvedimenti: mette a disposizione il proprio incarico, esonera H.H.2, nomina temporaneamente al suo posto Giovanni Invernizzi e richiama i giocatori «al loro più alto senso di responsabilità». Nessuno si fa avanti per acquistare l’Inter, mentre l’allontanamento di H.H.2 si rivelerà decisivo, così come la nomina di Invernizzi, destinata a diventare stabile dopo il colloquio del presidente coi giocatori, che riescono a... celare il proprio dispiacere per il siluro al tecnico. Qualche esempio? Jair: «Finalmente, sono più che contento, ci voleva davvero»; Mazzola: «In fondo, non è proprio che lo abbiamo cacciato noi, ma...»; Cella: «Possiamo dire che l’influenza terribile è passata». Invernizzi, detto “Robiolina”, è il responsabile del settore giovanile e non è un “mago”, ma possiede l’umiltà e la saggezza per responsabilizzare i campioni di cui non difetta la rosa nerazzurra. Insieme ai “senatori”, in primis Mazzola, Corso, Facchetti, Burgnich, Boninsegna, stila una tabella di punti da ottenere partita per partita per risalire la classifica e tornare a puntare allo scudetto. Sul momento sembra un progetto folle, ma a renderlo attuabile saranno i campioni della squadra, decisi a dimostrare di non aver voluto la testa del tecnico per un capriccio. Il resto lo fa il restyling della formazione: Vieri in porta, il giovane Bellugi e Facchetti terzini, Giubertoni stopper, Burgnich arretrato a libero; a centrocampo, Bedin a occuparsi assieme a Bertini del lavoro sporco, Mazzola e Corso impegnati in incursioni e rifiniture; in attacco, rilancio di Jair come spalla di Boninsegna. In particolare Corso, insofferente ai metodi del “ginnasiarca” paraguaiano come già a suo tempo Sivori, orchestra magistralmente la riscossa. Il distacco dal Milan, arrivato fino a sei punti, viene via via rosicchiato fino alla conquista dello scudetto, il 2 maggio, giorno del cinquantacinquesimo compleanno del presidente Fraizzoli.

I RIVALI: TRA CAPO E CROLLO
Il Milan, carico di gloria internazionale, riparte alla conquista dello scudetto con un mercato scoppiettante: il raffinato mediano Biasiolo dal Vicenza per 540 milioni (270 più Santin, Nevio Scala e Fontana), il panzer di centrocampo Benetti dalla Sampdoria per 280 più Lodetti, il rientro dalla comproprietà col Cagliari per 110 del “mastino” Zignoli, protagonista dello scudetto isolano. Rocco plasma il nuovo Milan: Cudicini in porta, Anquilletti e Trapattoni terzini, Rosato stopper, Schnellinger libero; a centrocampo, Biasiolo e Benetti a far legna in appoggio a Rivera, con Villa centravanti e Combin e Prati ali d’attacco. Una squadra tosta, che perde qualcosa quando Trapattoni viene sostituito dal poco convinto Rosato, di cui prende il posto come stopper Maldera, in forma smagliante. I rossoneri vanno in fuga e sembrano destinati allo scudetto, ma via via si rivelano troppo dipendenti dalle lune di Rivera, deboli sui lati della difesa e in determinante calo di dinamismo quando arriva la primavera. La crisi di Combin e la vistosa flessione di Villa dopo l’eccellente avvio di torneo fanno il resto, impedendo alla squadra di rispondere nel momento-chiave all’avanzata impetuosa dell’Inter. Il passaggio da lepre a inseguitore toglie serenità a un gruppo che crolla il 28 marzo al cospetto del Varese, in una giornata contraddistinta da gravi incidenti; la tifoseria vede sfumare il sogno tricolore e provoca scene di guerriglia rare a vedersi a San Siro (terna arbitrale e giocatori del Varese a lungo assediati negli spogliatoi, mentre fuori infuria una sassaiola con le forze dell’ordine, fino all’intervento pacificatore del presidente rossonero Franco Carraro). Resta l’ultimo traguardo, la Coppa Italia, che sfuma il 27 giugno nello spareggio perso ai rigori contro il Torino. Finale malinconico di una stagione vissuta a lungo alla grande.

IL TOP: IL NUOVO CORSO
A Mario Corso non bastava il primo degli Herrera, Helenio, con cui ha combattuto per anni («Tasi, mona» mormorava in dialetto veneto quando lo sentiva partire per le sue concioni tattico-motivazionali), riuscendo a vincere perché Moratti lo ha sempre depennato dalla lista dei cedibili stilata in estate dal tecnico. No, ci voleva pure il secondo, Heriberto, il fenomeno convinto che il calcio sia soprattutto fatica fisica e corsa e che i piedi buoni non servano, se non come appendici di una macchina umana atleticamente spinta al massimo. L’invincibile flemma di Mariolino, abituato a deliziare la platea corricchiando e facendo cantare il sinistro, è indigesta al tecnico, che in estate minaccia di tenerlo fuori preferendogli Frustalupi, un altro peraltro aduso a ricamare gioco piuttosto che a mordere i garretti dei centrocampisti avversari. Meglio andarsene, piuttosto che finire in panchina proprio nella stagione in cui Suarez ha lasciato libera la cabina di regia. Il genio di San Michele Extra lo sibila con la sua voce in falsetto, prima di rientrare a capo chino nei ranghi. Quando H.H.2 finalmente fa le valigie, al successore Invernizzi il mancino d’oro chiede due cose: la bacchetta del direttore d’orchestra e piena libertà tattica. Corso gioca da una vita, la precoce stempiatura ne fa uno dei veterani del campionato, ma in fondo ha solo 29 anni, il fresco matrimonio ha dato una regolata alla vita privata e l’orgoglio fa il resto. Deciso a dimostrare che la classe conta più della forza fisica, Mariolino dal 15 novembre diventa il trascinatore della nuova Inter, l’Inter del nuovo Corso che soffia ai “cugini” lo scudetto e torna a vincere il tricolore in carrozza. E la dimostrazione di classe è talmente disarmante da indurre Valcareggi a richiamarlo in azzurro quattro anni dopo l’ultima presenza (l’amichevole contro il Portogallo costata la prima frattura a Riva). Il “piede sinistro di Dio”, di cui si giova soprattutto lo straripante Boninsegna, è tornato.

IL FLOP: COLPI DI STACCO
Alessandro Vitali è stato il protagonista del mercato. In tanti lo volevano, perché un centravanti di 25 anni finalmente uscito dal bozzolo e capace di segnare 17 reti in 27 partite, secondo in classifica marcatori solo al “marziano” Riva, beh, rappresenta una rarità nel calcio italiano. La sua carriera ha stentato a prendere il volo. Ferrarese di Cento (dove è nato il 6 marzo 1945), ha ricevuto i primi rudimenti da papà, già giocatore della Centese, che lo ha inserito nelle giovanili della squadra di casa. A quindici anni un paio di provini lo hanno portato tra i “baby” del Bologna e dopo quattro anni è cominciata la trafila delle “trasferte” a farsi le ossa: in B prima a Catanzaro (13 reti) e poi a Catania, infine in A, al Vicenza, con cui ha esordito contro l’Inter a 23 anni. Al termine di quel campionato (1968-69), concluso con appena 5 gol all’attivo, il Bologna lo “scaricava”, accettando il riscatto della comproprietà da parte del club veneto. La liberazione dalla “condanna” a tornare ogni estate in Emilia, per ripartirne spedito come un pacco postale, accendeva la scintilla giusta. Così Vitali è stato una delle grandi sensazioni della stagione 1969-70, per forza fisica, colpo di testa, abilità nell’incunearsi nelle difese avversarie. Al mercato la spunta la Fiorentina, impaziente di rinnovare i fasti dello scudetto e per questo disposta a una valutazione stellare, 600 milioni tra soldi e giocatori. È il botto dell’estate, il panzer Vitali e il folletto Chiarugi sulla carta costituiscono una delle coppie-gol più temibili del campionato, tanto più che i guizzi di Mariani sulla fascia dovrebbero garantire i cross giusti per un grande colpitore di testa come l’ex vicentino. Invece, va tutto storto. Il bomber fa cilecca e subito arrivano le accuse di dolce vita. In realtà, il ragazzo è tormentato dalla pubalgia, che lo frena soprattutto negli stacchi acrobatici. Anziché inserirsi nella lotta per lo scudetto, la Fiorentina frana clamorosamente e Vitali contribuisce col suo insufficiente contributo in zona gol a un flop clamoroso, che si ferma a un passo dalla retrocessione solo grazie alla differenza reti favorevole rispetto al Foggia. Per Vitali è già avviato il precoce declino, che continuerà nel Cagliari e poi nel Vicenza.
IL GIALLO: IL VOLO SPEZZATO

Armando Picchi costituisce la scommessa di Giampiero Boniperti, amministratore delegato della Juventus che lo ha scelto come timoniere del Grande Rinnovamento bianconero. L’ex capitano della Grande Inter ha appena 35 anni. Abbandonato l’agonismo nel 1969 dopo la seconda stagione nel Varese, tornava nella sua Livorno e lì dopo qualche mese lo chiamavano a sostituire Aldo Puccinelli, allenatore della squadra labronica a rischio retrocessione in C. Lui si accomodava in panchina e sistemava le cose talmente bene da pilotare gli amaranto al nono posto finale. L’exploit gli è valso la chiamata della Signora, col compito di plasmare una squadra nuova di zecca, imbottita dei migliori giovani del calcio italiano incettati in un mercato monstre. Non è stato facile, in avvio, dovendo fare il pendolare tra Torino e Milano dove la giovane moglie Francesca, dato alla luce il secondogenito, veniva ricoverata per una grave malattia, da cui è guarita nel giro di alcune settimane. Dopo alcuni mesi di rodaggio, la sua Juve comincia a ingranare sulla scena internazionale, raggiungendo i quarti di finale di Coppa delle Fiere, anche se la lontananza dalla vetta in campionato provoca polemiche e occorrono nervi saldi per tenere insieme baby e veterani. Qualcosa però non va. Il 3 gennaio, impegnato nei tredici sotto zero di Torino a seguire Juve-Lazio, il tecnico ha avvertito lancinanti dolori alla schiena, che lo hanno costretto alla ripresa a delegare gli allenamenti al suo vice, Sentimenti IV. I medici hanno parlato di “mialgia sottoscapolare di probabile origine reumatica”. Ma è davvero quello il male? Il 7 febbraio 1971, la Juve perde a Bologna e pure l’allenatore: nervoso, Picchi è entrato in campo a protestare ed è stato espulso, ma anziché uscire dal campo ha continuato a seguire la gara da una sedia dietro la porta bianconera, rimediando una squalifica per due mesi. Sentenza irrilevante. Tre giorni dopo, il 10 febbraio, il tormento fisico è tale da imporgli di lasciare la squadra al tecnico della Primavera, Cestmir Vycpalek, salutare i cronisti e recarsi a Milano per una serie di esami. Un primo bollettino medico parla di un periodo di riposo di una settimana causato da una “radicolonevrite cervico-dorsale”, ma ben presto per la prima volta affiora l’ipotesi di un’origine tumorale. Dopo una serie di consulti, i clinici decidono per l’intervento chirurgico, una “resezione del sesto nervo intercostale”. È il 19 febbraio, nulla trapela all’esterno. La società avvisa i giornalisti che un male incurabile ha aggredito Armando Picchi e si affida alla loro sensibilità per un doveroso riserbo che rispetti la famiglia. Sul giovane allenatore cala il silenzio, mentre la Juventus è nelle mani di Cestmir Vycpalek e le voci tra i tifosi si rincorrono sempre più preoccupate. Causa aggravarsi feroce del male, il tecnico livornese viene trasferito sulle colline di San Romolo, sulla riviera ligure, nella villa messa a disposizione da un commerciante torinese. I medici sono impotenti, inutile anche il consulto con una studiosa tedesca di scienze orientali. Alle 16 del 26 maggio 1971, il cuore di Armando Picchi cessa di battere. Poche ore dopo la Juventus affronta al Comunale il Leeds United nella finale d’andata della Coppa delle Fiere. La famiglia ottiene che la squadra venga avvertita solo al termine della gara, che tuttavia viene sospesa dopo sei minuti del secondo tempo sullo 0-0 per impraticabilità del campo. Il velo pietoso del silenzio cade, il “giallo” è svelato. Due giorni dopo, una rappresentanza dei giocatori partecipa a Livorno al funerale dell’allenatore, poche ore prima della ripetizione della partita, che finirà 2-2, preparando la beffa della sconfitta, perché l’1-1 del match di ritorno impedirà alla Juventus, causa valore doppio dei gol segnati in trasferta, di dedicare alla memoria di Armando Picchi quella che sarebbe stata la prima conquista internazionale del club.

LA RIVELAZIONE: CARO MAESTRO
Franco Causio, ventunenne talentino incostante, torna nell’estate del 1970 alla base juventina, pronto a ripartire. La società nel mercato di novembre riceve un’offerta dalla Lazio, ma Picchi manda il ragazzo in campo il 25 ottobre nella ripresa della partita casalinga col Milan per impedirne la cessione (vietata dal regolamento a un club della stessa categoria). Intanto lo “scalda” a dovere in Coppa delle Fiere e infine il 20 dicembre lo lancia titolare in Juve-Vicenza di campionato. A quel punto nessuno parla più di cessione, essendo evidente che il ragazzo è il più brillante gioiello della nuova Juve dei giovani. La sua avventura bianconera è cominciata quattro anni prima. Nato il 1° febbraio 1949 a Lecce, Causio è cresciuto a pane e pallone nelle giovanili del Lecce con Attilio Adamo, ha giocato tre partite in C a sedici anni col club giallorosso, poi è stato ceduto alla Sambenedettese, con cui è sceso in campo tredici volte e per il resto è andato in giro a sostenere provini. A Mantova, Giancarlo Cadè lo bocciava per il carattere incostante. A Forlì, i tecnici della Juventus lo promuovevano invece a pieni voti e a fine stagione lo portavano a Torino. Ha esordito in A a Mantova nel gennaio del 1968, poi ha giocato un ottimo campionato da titolare nella Reggina, in Serie B, e nell’ultima stagione ha fatto bene a Palermo in A. «Ciò che mi aiutò veramente all’inizio del ciclo juventino» ricorderà un giorno «fu la fiducia di Armando Picchi, che una volta nello spogliatoio disse: “Oggi voi siete gli undici titolari, ma questo ragazzo presto si prenderà un posto”. Mi chiamava “Maestro” e mi diceva: “Ho chiamato così solo un altro giocatore: Mariolino Corso”. Potete immaginare la carica che mi dava». Purtroppo, il destino impedisce al tecnico di godersi l’affermazione precoce del ragazzo in cui ha tanto creduto. Schierato tornante o interno in coppia con Haller, Causio dimostra di parlare la stessa lingua del tedesco: dribbling mozzafiato, tocco felpato, senso del gol; ha il guizzo della punta e il cervello della mezzala. Un campione in sboccio, che alla fine conta 5 reti in 20 partite e il 10 giugno 1971 a Udine assaggia un po’ d’azzurro, quando Enzo Bearzot lo manda in campo nel secondo tempo della partita contro la Svezia con la maglia dell’Under 23: in sostituzione di un ragazzo del Torino, Claudio Sala. Un binomio torinese che presto diventerà molto familiare.

LA SARACINESCA: S’I FOSSE FOCOSO
Stagione magica ancorché movimentata per Lido Vieri, portierissimo dell’Inter che a 32 anni riceve finalmente la consacrazione dello scudetto. Livornese di Piombino (vi è nato il 16 luglio 1939), imparò a parare nella Venturina, da cui approdò alle giovanili del Torino per stupire tutti con lo stile del portiere di grande vocazione, tanto da essere mandato a soli 18 anni a far pratica in Serie C al Vigevano. Dopo 31 partite da titolare inamovibile, tornava alla casa madre per difendere la porta granata in A ad appena 19 anni, con le spalle coperte dalla “chioccia” Sentimenti IV. Il Torino scivolava in B e l’anno dopo Vieri retrocedeva a riserva dell’esperto Soldan, salvo riprendersi i galloni da titolare dopo il pronto ritorno nella massima serie. In granata ha giocato 269 gare di A in dieci stagioni, diventando una istituzione. Di alto lignaggio, come dimostrano le due parentesi in Nazionale – tre partite nella primavera del 1963 sotto la guida di Fabbri e poi il fugace ritorno, su chiamata d’emergenza di Valcareggi, nel 1968 a Sofia –, anche se non sempre il suo talento è stato adeguatamente apprezzato. Atleta di superba taglia fisica, grande acrobata tra i pali, coraggioso nelle uscite, è stato per anni uno dei più completi interpreti del ruolo, eppure bastava un errore perché la folla lo coprisse di fischi, così minandone sicurezza e rendimento. Nell’estate del 1969 arrivava la chiamata dell’Inter, disposta a spendere ben 270 milioni per turare la falla aperta l’anno prima dall’addio di Sarti. In nerazzurro, Vieri ha ritrovato il proprio smalto migliore, giocando talmente bene da meritare il viaggio in Messico con la Nazionale, come “terzo” dietro Albertosi e Zoff. Questo campionato lo vede di nuovo su sontuose misure di rendimento, grande protagonista dello scudetto che finalmente ne nobilita la bacheca, fino a quel punto limitata alla Coppa Italia 1968. Peccato che, nonostante l’età, il nervosismo gli prenda per ben due volte la mano (in senso stretto), tradendo l’emotività che rappresenta il suo principale limite. La prima, la più grave, capita il 30 settembre 1970 sul campo del Newcastle, nella rissosa sfida di ritorno del primo turno di Coppa delle Fiere, quando, per protestare contro una punizione a due decretata dall’arbitro belga Minnoy, spintona quest’ultimo fino a farlo cadere: l’immediata l’espulsione gli costerà una squalifica internazionale di tre anni (poi ridotta a uno) e un milione di multa, impedendogli nella stagione successiva di giocare il primo turno di Coppa dei Campioni. Poi il 21 marzo 1971, due cazzotti ad Altafini alla fine della partita col Napoli gli valgono sei giornate di stop.

IL SUPERBOMBER: GRUPPO DI GOL IN UN INTERNO
Roberto Boninsegna giunge alla meta. Re dei bomber, una bella fetta di scudetto nerazzurro tatuata dai suoi gol con una media d’altri tempi – 24 reti in 28 partite – e il calore del tifo che ne fa un mito della grande rimonta 1970-71. Prima di ogni partita, il popolo della Beneamata intona a cori alterni: «Boni, Boni, Boni», «segna, segna, segna». La strada, tuttavia, non è stata facile né breve. Il ragazzo, un fascio di muscoli e nervi di 1,74 per 72 chili, è nato a Mantova il 13 novembre 1943, nell’anno magico di tanti talenti del rinnovamento del calcio italiano. Era un interno mancino rapido, grintoso e di qualità quando prese il volo tra i ragazzi del Sant’Egidio, a Mantova, da dove Eligio Vecchi, osservatore interista, lo iscrisse a un provino nerazzurro, consigliandogli però di giocarvi da attaccante puro, perché Giuseppe Meazza di nuovi centrocampisti non voleva vederne, avendone già troppi. Un paio di assaggi e il cartellino fu firmato. Qualche tempo dopo però Helenio Herrera, che l’occhio sui ragazzi lo buttava spesso, lo bollò come «niente di speciale». Così Boninsegna fu mandato a Prato, in B, per un campionato anonimo (22 partite, un gol) e l’anno dopo a Potenza, ancora tra i cadetti. Qui (9 reti in 32 partite) il baby fece parlare di sé, meritando la Serie A, con la maglia del Varese. Segnò 5 reti in 28 partite, abbastanza per indurre il Cagliari a offrire 80 milioni sull’unghia al club nerazzurro per il suo cartellino. Affare fatto. «Quando mi dissero che sarei dovuto andare in Sardegna» avrebbe raccontato anni dopo, «mi sentii morire. Dopo aver sognato l’Inter per tanti anni, quella era la fine di tutte le illusioni. E invece fu la mia fortuna. Un ambiente eccezionale, gente stupenda, abituata a parlare poco ma ad agire: un po’ come è nel mio carattere e anche in quello di Gigi Riva». Già, due mancini dai gomiti aguzzi, due predatori d’area, amici fuori dal campo e pure dentro, anche se portati talvolta dall’identico istinto a lottare sugli stessi palloni. In Sardegna non ha segnato tantissimo, ma ha confermato la stoffa: 5 gol il primo anno, 9 il secondo e l’Inter allora, nell’estate del 1969, ha compreso che Herrera aveva rinunciato proprio a ciò che gli mancava nella sua squadra: un centravanti da area di rigore. Lo ha ripreso pagandolo, nel cambio col Cagliari, ben 650 milioni. E al secondo tentativo, dopo gli exploit azzurri in Messico, il bomber esplode. La squadra della rimonta si specchia nella sua grinta, nel suo coraggio nel tentare le conclusioni più difficili, soprattutto in acrobazia; e con le pennellate di Corso e gli spazi aperti da Mazzola, andare in gol diventa una sorta di incorreggibile vizio.



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Una formazione dell'Inter campione d'Italia


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