Serie A 1969-70 - Cagliari


Il Racconto


IL FILM: PIPPA REALE
Estate all’insegna dei “colpi”. Quelli veri: Roberto Vieri dalla Sampdoria alla Juventus per 700 milioni, Boninsegna dal Cagliari all’Inter per 650, Claudio Sala dal Napoli al Torino per 480 e Combin dal Torino al Milan per 460. E quelli millantati o presunti: Ivanoe Fraizzoli, presidente dell’Inter, assicura di avere offerto inutilmente 1,3 miliardi per Riva al Cagliari, che però smentisce; Corrado Ferlaino, suo omologo del Napoli, mette sul mercato e poi regolarmente ritira i “big” Zoff, Juliano e Altafini, giusto per fare “ammuina”, come dicono dalle sue parti. Chiude Manlio Scopigno con un leggendario commento sullo scambio di terzini sinistri con la Fiorentina, Mancin al Cagliari e Longoni in Toscana: «Semplice, abbiamo scambiato una pippa con un’altra pippa. Tutto qui». Proprio vincendo a Firenze sul campo dei Campioni d’Italia uscenti, gli isolani dopo cinque giornate conquistano la testa della classifica per poi prendere rapidamente il largo. Dopo undici turni hanno 4 punti sugli stessi viola, 5 su Inter e Vicenza. Il 28 dicembre sono campioni d’inverno con un turno di anticipo; al giro di boa, vantano 3 lunghezze su Fiorentina, Inter e Juventus. Nel girone di ritorno è proprio la Juve la più decisa inseguitrice: alla ventesima giornata (vittoria nel derby) riduce il distacco a 3 punti; la domenica dopo strapazza il Vicenza mentre il Cagliari perde a casa Inter e si ritrova con un solo punto in più. Sette giorni ancora ed è la Juve ospite dell’Inter: il pareggio riporta a due i punti il vantaggio della capolista, che li raddoppia al venticinquesimo turno, quando i bianconeri perdono a Firenze. A quel punto, i giochi sono fatti: il 12 aprile il Cagliari è Campione d’Italia con due giornate di anticipo. Chiuderà con 4 punti sull’Inter e 7 sulla Juve, crollata in vista del traguardo. In coda, verdetto ugualmente anticipato alla ventottesima giornata, con Palermo, Bari e Brescia già condannate alla B.

I CAMPIONI: DIALOGO FRA SARDI
Al Cagliari, brillante secondo nel campionato 1968-69, basta poco per il definitivo salto di qualità. In estate il vicepresidente Arrica opera su due fronti, resistendo alle offerte per Riva e rinfrescando le pareti di casa. A Fraizzoli nega l’attaccante più ambito, ma con lui conclude il maxi affare del mercato, acquistando Domenghini (500 milioni), Gori (300) e Poli (150) in cambio di Boninsegna e 300 milioni. Spende inoltre 100 milioni più Longo per avere l’atalantino Nastasio, attaccante di riserva, e ne ottiene 150 più Mancin per la cessione di Longoni alla Fiorentina. Il resto tocca a Scopigno, allenatore “filosofo” (per via di antichi studi universitari frequentati prima di diventare professionista del pallone), dissacratore con la passione per il whisky e l’anticonformismo, ma soprattutto geniale innovatore e stratega di prim’ordine. Chi non si ferma alle sue battute al vetriolo, sibilate con un filo di voce in tutt’uno con quello di fumo dell’eterna sigaretta, si accorge di come il Cagliari vincente sia il risultato del suo lavoro ad ampio raggio. Abolisce i ritiri per responsabilizzare i giocatori, sposta gli allenamenti al pomeriggio non solo perché la mattina Riva ama dormire, ma soprattutto per via del clima cittadino, che suggerisce di alleggerire la fatica infrasettimanale. Sa capire i giocatori e le loro qualità come pochi. Li ama polivalenti, ben prima che si affermi il calcio olandese, e infatti con lui diventano campioni Greatti, anonimo geometra di centrocampo, di cui ferma la cessione in estate per trasformarlo in sontuoso regista; Nené, riciclato da attaccante a eccellente creatore di gioco; e Cera, arretrato da mediano a libero con una intuizione dagli storici riverberi azzurri. Quando il campionato prende il via, ha già impostato la squadra: Albertosi in porta, Martiradonna e Zignoli arcigni marcatori sulle fasce, Niccolai stopper e Tomasini libero; Cera in mediana, Nené interno e Greatti in regia a costruire gioco con l’appoggio del tornante Domenghini, uno che dall’Inter se ne è voluto andare (per una infelice frase della moglie di Fraizzoli: «Valgono più dieci minuti di Corso che un’ora e mezzo di Domenghini») e a Cagliari tocca vertici di gioco assoluti; in attacco, l’eclettico Gori, attaccante di manovra che porta via i difensori, e Riva, libero di scorrazzare sul fronte offensivo seguendo l’istinto di predatore di gol. La squadra, costruita in funzione del fuoriclasse epocale che si ritrova in attacco, funziona a meraviglia. E quando l’11 gennaio 1970, in uno scontro col sampdoriano Benetti, Tomasini si guasta il ginocchio destro praticamente sino a fine stagione, il tecnico ha l’idea geniale: Cera libero, ma in linea con gli altri difensori anziché alle loro spalle, così da fungere anche da prima base del gioco, e poi Nené mediano e il prezioso “tredicesimo” Brugnera interno a dividersene i compiti a centrocampo. Il Cagliari primo in classifica è furore e gioia di un’intera regione, di cui riassume mirabilmente le aspirazioni a un ruolo di rilievo. Il piccolo stadio Amsicora ribolle di entusiasmo, stipando 30mila spettatori stretti come sardine. Prima del match-scudetto del 12 aprile 1970 contro il Bari, le forze dell’ordine vi riconoscono due ricercati, che tuttavia supplicano gli agenti di potersi godere la partita prima di seguirli in Questura: grazie all’intercessione di Arrica e Riva, il loro desiderio viene esaudito; andranno dietro le sbarre, ma dopo aver visto il Cagliari conquistare matematicamente il primo, storico scudetto. Sintetizzerà Gigi Riva: «Ero un ragazzo, quando sbarcai all’aeroporto di Elmas nel 1963. Non riuscivo a capire dove ero capitato. Poi cambiò tutto. Dovunque andavamo, trovavamo tifosi; gente che veniva dalla Svizzera, dalla Germania, dal Belgio. Per molti la Sardegna era la patria dei banditi e dei pastori: ci chiamavano così, quando andavamo al Nord. E noi buttavamo in campo tutte le voglie che avevamo in corpo. Quello scudetto fu eccezionale per tutti. Noi capivamo che stavamo contribuendo a creare qualcosa di nuovo. Ora dici Sardegna e pensi al paradiso del mare, alle vacanze. Ma in quegli anni l’Isola era un luogo di punizione. Tutto cambiò, anche grazie al nostro scudetto».

I RIVALI: TUTTA COLPA DI LUIS
Una Juventus a due facce contende il titolo al Cagliari. La prima è incerta e malguidata. In estate, la panchina di Heriberto Herrera, andatosene a combinare disastri all’Inter, viene offerta dal consigliere Boniperti, inguaribile appassionato di “maghi” esteri, a Malcolm Allison, giovane manager del Manchester City, che tuttavia rifiuta dopo una breve visita a Torino. La società ripiega allora su Luis Carniglia, disoccupato in Argentina. Lo sforzo di rinnovamento al mercato del vicepresidente Remo Giordanetti è tanto poderoso quanto economicamente calmierato da robuste cessioni. Il sogno del “nuovo Rivera”, al secolo Roberto Vieri, si realizza con 700 milioni (300 più Benetti) alla Sampdoria, da cui arriva anche il baby stopper Morini (350). In attacco, linfa nuova con Leonardi del Varese, per 240 (210 più il giovane Bonci in comproprietà e l’altro baby Bettega in prestito); a centrocampo, tre mediani nuovi di zecca: Marchetti dall’Atalanta (200 per la metà), Cuccureddu dal Brescia (400) e Furino di ritorno dal prestito al Palermo. Il tecnico “battezza” i titolari, parte malissimo e, dopo la sconfitta a Verona alla seconda giornata, sbotta: «I miei giocatori sui campi esterni non sanno lottare. Qui c’è troppa gente che potrebbe indossare la maglia di qualche società di Serie B, non quella della Juventus. Di vincere lo scudetto con questa squadra non se ne parla nemmeno. Della rosa titolare, soltanto quattro o cinque ne posso salvare, gli altri non valgono niente! Io non mi assumo alcuna responsabilità, la squadra l’hanno fatta i dirigenti, non io». Ovviamente, in questo bell’ambientino i giocatori smettono di seguirlo e la classifica continua a piangere, nonostante la sostituzione del fuori forma Anzolin col giovane portiere Tancredi. Il 21 ottobre la Juve è un passo dalla zona retrocessione e Giordanetti licenzia il tecnico con poche, sentite parole: «In questi casi, uno dovrebbe sparire dalla circolazione. Noi riteniamo che la Juventus possa offrire molto di più di quel poco o niente che si è visto sinora ». La squadra viene affidata a Ercole Rabitti, allenatore delle giovanili, sotto la supervisione di Boniperti in veste di “consigliere tecnico”. Ai primi di dicembre lo stesso Boniperti viene promosso amministratore delegato e come prima mossa ingaggia Italo Allodi, artefice della Grande Inter. Ora la Juventus è Tancredi in porta, Salvadore e Cuccureddu terzini, Morini stopper e il giovane Roveta o Castano libero; a centrocampo, Del Sol e Furino a tirare la carretta al servizio del genio di Haller; in attacco, il rivitalizzato Anastasi punta centrale, con Leonardi e Zigoni o il deludente Vieri tornanti. Un gruppo rimesso a nuovo anche nel morale che arriva fino a un punto dal Cagliari, per poi franare nelle ultime giornate, complice un infortunio di Haller in Nazionale.

IL TOP: LO SPIRITO SANDRO
Sandro Mazzola ha attraversato un periodo difficile, nel 1967, a causa di un problema fisico – mai svelato e forse figlio delle pratiche chimiche dell’ambiente – che pareva avviare la sua stella a un precoce declino. Si è ritrovato nella primavera del 1968, in tempo per raccogliere il messaggio di fiducia di Ferruccio Valcareggi, che nel momento topico dell’Europeo gli consegnava la maglia numero otto, assecondandone la effettiva vocazione di ruolo e ricavandone la più grande prova personale in azzurro. In realtà, il figlio del grande Valentino avrebbe voluto essere una punta, avvertiva l’attrazione della porta avversaria e infatti i suoi brillanti esordi furono ricchi di gol. Helenio Herrera, però, ne aveva intuito le doti di interno. «Mi ha cambiato come giocatore; ero bravo tecnicamente ma lento, mi ha fatto diventare l’opposto. Mi ha fatto morire, prima di farmi giocare: io volevo fare la punta, lui mi voleva centrocampista» racconterà Sandro, grato al “Mago” per l’evoluzione della propria carriera. Quando nell’estate 1969 torna all’ovile Roberto Boninsegna, l’Inter ha finalmente la punta vera, l’animale d’area per consentire a “Mazzandro” (così lo chiama Gianni Brera, per distinguerlo da “Mazzuccio”, il fratello Ferruccio) di arretrare definitivamente a interno senza dover più cercare ostinatamente il gol. Una scelta che fa storcere il naso a molti critici: troppo individualista e dribblomane per indirizzare il gioco della squadra, troppo scattante per il procedere felpato dell’organizzatore della manovra. Qualcuno ricorda che nell’anno del crollo della grande Inter, si diceva che proprio a lui, il “padrino” dello spogliatoio, si dovesse l’emarginazione di Vinicio, centravanti puro capace di fargli ombra. Ora invece accade proprio il contrario, perché dietro il finalizzatore Boninsegna il figlio del grande Valentino si dimostra mezzala di assoluta qualità, abile a inserirsi nel vivo del gioco, disponibile ai ripiegamenti così come agli inserimenti offensivi, leader indiscusso della squadra. In tale veste arriverà al Mondiale in Messico da titolare, per poi rivelarsi, nella “staffetta” con Rivera, decisivo protagonista della cavalcata iridata interrottasi solo al cospetto dell’immenso Brasile di Pelé.

IL FLOP: TIRO A SOGNO
La Roma di Helenio Herrera nel campionato 1969-70 dovrebbe decollare verso la lotta per lo scudetto. Il “Mago” alla sua prima stagione aveva preteso un mercato sontuoso (oltre mezzo miliardo di passivo) e poi centrato un modesto ottavo posto in campionato, compensato dalla conquista della Coppa Italia e dal lancio di un bel gruppo di giovani, orbato purtroppo tragicamente del lanciatissimo Taccola. Così nell’estate del 1969 è certo che bastino pochi mirati innesti per il salto di qualità. Viene accontentato. Per la difesa, ottiene il terzino Petrelli dal Verona (120 milioni più Sirena e il prestito di Orazi) e i riscatti di Bet e Santarini dall’Inter (200); a centrocampo, il giovane Franzot dell’Udinese (80); in attacco, il pupillo Cappellini dal Varese (130), l’ala Braglia dal Modena (120) e il poderoso Enzo dal Mantova (poi ceduto a novembre al Cesena). Il presidente Alvaro Marchini fa cassa con la cessione di Pizzaballa e Ferrari al Verona (315) e il “Mago” costruisce una squadra che, dopo parecchi esperimenti, si stabilizza con Ginulfi (eccellente prodotto del vivaio) in porta, Spinosi, Bet e Cappelli marcatori, Santarini libero; a centrocampo il faticatore Salvori, i raffinati Capello e Cordova interni, Peirò rifinitore, Cappellini e Landini in attacco. Una squadra dal ventre molle, perché il centrocampo non fa filtro e l’attacco è anemico. I grandi obiettivi del campionato svaniscono in fretta, mentre montano le polemiche sul “Mago” e la sua capacità di incantare a chiacchiere folle e presidenti, salvo poi toppare i risultati. Si apre una speranza in Coppa delle Coppe, ma la sfortuna elimina i giallorossi al sorteggio dopo tre pareggi col Gornik Zabrze in semifinale. E a primavera il presidente Alvaro Marchini, alle prese con un passivo di bilancio da far tremare i polsi, sbotta: «I tifosi mi dicono di non vendere Capello, ma io vendo anche i pali delle porte se devo risanare il bilancio di questa società. Nonostante gli incassi aumentati, Herrera condiziona la vita economica del club come mai è accaduto. Moratti ha creato Herrera? Ebbene, io lo distruggo. Pensate: siamo stati lì lì per vincere la Coppa delle Coppe; ebbene, Herrera aveva già stabilito due milioni e mezzo di premio a ogni giocatore: a lui cinque, naturalmente. Quando hanno gettato la monetina e hanno detto Gornik, ho tirato un sospiro di sollievo: benedetta quella monetina!». Il rapporto di amore-odio col “Mago” non si interromperà, per ora, ma in estate arriverà la smobilitazione per fare cassa, conferma del sogno-scudetto giallorosso miseramente infranto.

IL GIALLO: L’AUTOGOL DELLA BANDIERA
Che cosa disse Manlio Scopigno al guardalinee della partita col Palermo persa in casa dei rosanero il 14 dicembre 1969? La pesantissima squalifica – cinque mesi, fino al 18 maggio 1970, oltre la fine del campionato – che il giudice sportivo recapita nove giorni dopo al tecnico del Cagliari capolista non lo specifica, ma la motivazione è secca: «Aver rivolto a un guardalinee una frase gravemente irriguardosa – immediatamente seguita da una frase di triviale ingiuria, poi ripetuta, nei confronti del medesimo – in prossimità dell’ingresso del sottopassaggio, al termine della gara». Scopigno cade dalle nuvole: «Al guardalinee domenica ho chiesto solo di intervenire a proteggermi perché mi stavano coprendo di sputi. Non ho espresso giudizi, non ho offeso nessuno. Mi rifiuto di credere che domenica non potrò andare in panchina». La società reagisce alla batosta facendogli firmare il rinnovo del contratto, a conferma di una fiducia assoluta. Anche perché sembra difficile credere che il “filosofo”, dal comportamento sempre distaccato, si sia lasciato andare così. Molto tempo dopo il mistero sarà svelato e si saprà come sono andate le cose a Palermo: Scopigno ha perso la pazienza per l’arbitraggio di Toselli, per l’atteggiamento del guardalinee Cicconetti e per la pioggia di sputi caduta sulla sua panchina (mancano ancora i tettucci protettivi rispetto alle intemperanze del pubblico). Così a fine gara si è avvicinato al collaboratore del direttore di gara e con aria sorniona gli ha suggerito una particolare (ehm) collocazione anatomica della bandierina e mentre i giocatori rosanero erano a centrocampo a ricevere gli applausi del pubblico ha aggiunto: «Perché non va anche lei a prendere gli applausi in mezzo al campo? Con la testa di... che si ritrova, non dovrebbe andare in giro, ma stare a casa a fare il pupazzo». Dopodiché ha ribadito i concetti, forse nel timore che l’interlocutore non li avesse adeguatamente compresi. Sul momento, la pesantissima squalifica viene considerata dal vicepresidente Arrica «un colpo al cuore del Cagliari». Il tecnico, invece, se ne fa in fretta una ragione: «Non c’è problema. Gli allenatori in panchina servono a poco, dicono sempre le solite due o tre fesserie. Dalla tribuna poi si segue meglio la gara». Così sarà. Prima di ogni partita, darà istruzioni particolari a capitan Cera, nelle gare casalinghe seguirà la squadra da dietro la recinzione dell’Amsicora e alla fine avrà ragione: il suo Cagliari vincerà lo scudetto anche senza l’allenatore in panchina per quattro mesi.

LA RIVELAZIONE: ABITO DA CERA
Non è certo un ragazzo di primo pelo, Pierluigi Cera, eppure la stagione dello scudetto del Cagliari rappresenta per lui e per il calcio italiano una svolta epocale. Dunque, Cera, di professione mediano, è uno dei capisaldi del centrocampo della squadra sarda. Veronese di Legnago, vi è nato il 25 febbraio 1941. Cresciuto nel vivaio del Verona, ha esordito in prima squadra in A a 17 anni e dopo due stagioni era già titolare, sia pure in B. Nato centravanti, era destino che passasse la carriera ad arretrare. Dapprima a interno, poi a mediano e in questo ruolo si è affermato tra i cadetti nel Verona. Il Cagliari lo ha portato in A nel 1964 pagandolo 50 milioni per la comproprietà, valutazione da “gioiello” della categoria. E non se ne è mai pentito: Cera è abile in interdizione, ma possiede anche senso tattico per cucire la manovra con sapienza, trovandosi sempre nel vivo del gioco. Scopigno lo responsabilizza affidando all’asse con Greatti la diga davanti alla difesa e la base di lancio della manovra, facendone uno dei più efficaci centrocampisti italiani. Valcareggi lo fa esordire in azzurro il 22 novembre a Napoli, nel rotondo successo (3-0) contro la Germania Est. Quello che nessuno può prevedere è che di lì a poco Scopigno, con un colpo di genio, ne muti ulteriormente il ruolo, chiedendo a lui di sostituire Tomasini, eccellente libero rimasto vittima di un duro contrasto col sampdoriano Benetti. Sin dal 17 gennaio 1970 a Vicenza, Cera indossa i nuovi panni, praticamente in linea con lo stopper Niccolai. La sua interpretazione è particolare e così la racconterà: «Interpretai il ruolo a modo mio. Venendo dal centrocampo, era per me naturale avanzare e costruire gioco. In mezzo al campo ero quello che toccava più palloni. Intuire le giocate faceva parte del mio DNA. Quando uscivo dall’area, cercavo sempre l’uno-due col mediano». Una soluzione vincente, che perfeziona il gioco del Cagliari e offre a Valcareggi la soluzione a sorpresa del rebus che sta tormentando da mesi il Ct, alla ricerca di un libero affidabile per la Coppa del Mondo. In Messico, l’Italia presenterà un leader difensivo moderno, regista arretrato del gioco, tanto bravo da anticiparne l’interpretazione che ne darà Beckenbauer, all’epoca ancora sontuoso mediano della Nazionale tedesca.

LA SARACINESCA: IL DUELLANTE
Enrico Albertosi ha sempre avuto l’aria del predestinato. Nato a Pontremoli, in provincia di Massa, il 2 novembre 1939, suo padre faceva il maestro e l’avrebbe visto bene negli stessi panni, ma giocava pure a calcio, nella Pontremolese. Così, tra un tempo e l’altro delle partite di allenamento, lo metteva in porta e lo bombardava di tiri, finché un giorno il titolare diede forfait e lui a tredici anni ne prese il posto, approdando in breve allo Spezia e abbandonando le magistrali al terzo anno. A 19 anni lo ingaggiava la Fiorentina, portandolo presto all’esordio in A. Qui il ragazzo si è subito fatto notare, nonostante si ritrovasse chiuso da un mostro sacro come Giuliano Sarti, portiere del primo scudetto viola. Al punto da debuttare a 21 anni appena in Nazionale e poi a entrarne stabilmente nel giro, partecipando alla spedizione mondiale in Cile (da terzo portiere) mentre sgranocchiava scarse presenze in maglia viola, da guardiano di riserva. Quando Sarti è andato all’Inter, Albertosi è diventato titolare, confermando qualità superiori. In Nazionale ha dovuto fronteggiare la concorrenza di Negri, prediletto da Fabbri, e poi dello stesso Sarti, dopo aver perso quota con la sfortunata partecipazione al Mondiale inglese. Qui il tuffo forse in lieve ritardo sul tiro di Pak-Doo Ik lo ha messo un po’ in ombra, poi è arrivato Zoff e insomma, il titolo europeo lo ha visto di nuovo in panchina. Nel 1967, la cessione a sorpresa al Cagliari nel giro-Rizzo ha impresso il colpo di frusta a una carriera che pareva ormai ripiegarsi su se stessa. Sull’isola, Albertosi si ritrova appieno e la stagione dello scudetto lo vede volare da un palo all’altro con straordinaria continuità, un muro invalicabile per gli avversari, di cui è specchio fedele il “meno undici” finale: mai nessuno nei campionati di A aveva incassato così pochi gol. Grande merito ne riconoscerà al tecnico: «Scopigno, assieme a Liedholm quando andai al Milan, è l’allenatore che più ho amato. Erano uomini che prima di tutto cercavano di capire la singola personalità. Quelli che in qualunque settore impongono regole e parole identiche per tutti, sinceramente, non li capisco: non siamo tutti uguali». Albertosi si riprende il posto da titolare in Nazionale giusto alla vigilia dei Mondiali in Messico, vincendo la concorrenza di Zoff. Della rassegna iridata sarà grande protagonista, piazzandosi dietro Mazurkiewicz e Banks tra i più grandi numeri uno del mondo.

IL SUPERBOMBER: GAMBA ALL’ARIA
Gigi Riva si appresta a giocare il suo primo “vero” Mondiale. Già, perché in Inghilterra nel 1966 era solo in viaggio premio insieme a Bertini, con lui escluso dalla lista dei 22 da Edmondo Fabbri, che pure l’aveva fatto esordire in azzurro. Anni dopo avrebbe così raccontato la bizzarra esperienza oltremanica: «Fabbri era molto “innamorato” di Pascutti, non mi convocò ma mi propose, assieme a Bertini della Fiorentina, di andare ai Mondiali come aggregato, al di fuori della lista ufficiale dei ventidue. In un primo tempo, deluso, rifiutai: mi sembrava un’esperienza frustrante che non mi avrebbe dato nulla. Poi mi si fece capire che non avevo possibilità di scelta: in caso di rifiuto sarei stato squalificato. E là, in Inghilterra, ero nel gruppo di quelli che, oltre a me e a Bertini, contavano poco o nulla. L’unica maniera di sfogarci era umiliare i nostri rivali in allenamento: le partitelle le vincevamo sempre noi della seconda Nazionale. E io segnavo, segnavo, segnavo: ero tanto in forma, quanto imbestialito». Quattro anni dopo, parte per il Messico un Riva molto più forte, maturo, straripante nella sua vitalità atletica, formidabile trascinatore. Tanto da essere atteso sull’altipiano come una delle grandi attrazioni della manifestazione assieme a Pelé. In effetti sarà protagonista, ma un po’ frenato nella prima fase, anche per il delicato momento della sua vita privata, in cui difende con orgogliosa ostinazione il legame con una donna sposata dall’invadenza dei cronisti alla ricerca di scandali e pettegolezzi. Lo scudetto del Cagliari è per metà suo, di questo cannoniere che sembra piovuto da una leggenda nordica a incarnare i sogni di riscatto dell’isola e di tutto il calcio italiano. Vince da dominatore la sua terza classifica cannonieri e nei mesi successivi solo una nuova gamba immolata alla causa della Nazionale gli impedirà di mantenere ancora la corona di re e trascinare il Cagliari a nuovi successi: «Il più grande cruccio della mia carriera?» racconterà: «lo scudetto più bello, quello dell’anno successivo, 1970-71, che purtroppo non abbiamo mai vinto. Dopo cinque giornate eravamo già in testa, avremmo ammazzato il campionato. Andammo a Roma e rifilammo quattro gol alla Lazio; andammo a Milano e ne rifilammo altri tre all’Inter che alla fine vinse il titolo. Invece, mi infortunai a Vienna. Quella mia frattura ruppe l’incantesimo». Il 31 ottobre 1970 sarà il giorno chiave: quando al Prater il terzino austriaco Hof, memore di una rissa di due anni prima in Mitropa Cup, con un brutale tackle gli spezzerà il perone destro e il sogno di un nuovo scudetto sul cielo di Cagliari.



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Una formazione del Cagliari campione d'Italia


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