Serie A 1968-69 - Fiorentina


Il Racconto


IL FILM: IL CALCIO FA TREDICI
La panchina si allunga ancora per far spazio alla maglia numero 13, essendo da questa stagione consentita la sostituzione di un giocatore “di movimento”, oltre quella del portiere. Poco prima dell’avvio del campionato, il 3 luglio 1968, nasce a Milano l’Aic, Associazione italiana calciatori, sindacato dei giocatori di Serie A e B, presieduta dall’ex centravanti Sergio Campana, con alcuni “big” del campionato come consiglieri. La Juve, scatenata, è la regina del mercato: per 660 milioni acquista Anastasi dal Varese, per 400 l’interno Benetti dal Palermo (neopromosso in A), per 380 il trequartista Haller dal Bologna, per 140 il difensore Pasetti dalla Spal. Segue a ruota l’Inter del nuovo presidente Fraizzoli: Bertini dalla Fiorentina (400 milioni), Vastola dal Varese (250) e Jair di ritorno dalla Roma (250). Quando il campionato prende il via, però, cambiano i primattori. A salire alla ribalta è l’outsider Cagliari, che all’ottava giornata balza in testa alla classifica e il 26 gennaio 1969 è campione d’inverno con un punto sulla Fiorentina e due sul Milan, mentre Inter e Juventus sono già lontane. Due domeniche dopo, i viola raggiungono i sardi e alla diciottesima le tre contendenti per lo scudetto sono tutte in testa, con 6 punti di vantaggio sull’Inter, in un torneo caratterizzato dalla violenza sulle gradinate e da pochi gol in campo. Il pari tra le due avversarie dirette consente al Cagliari di riprendere il cammino solitario per un paio di turni, poi la sua sconfitta casalinga con la Juve rilancia in testa i viola. È la ventunesima giornata, sarà la “fuga” buona. A due turni dalla fine il vantaggio si allarga a due punti e la domenica dopo, l’11 maggio 1969, la Fiorentina è Campione d’Italia con una domenica di anticipo. Chiuderà con 4 lunghezze su Cagliari e Milan, mentre in coda le ultime giornate sono fatali a Pisa e Atalanta, retrocesse in B assieme al Varese, piegato all’ultimo turno proprio dalla festa tricolore in casa viola.

I CAMPIONI: I NUMERI BRUNO
Estate 1968, la Fiorentina è in mezzo al guado. La politica dei giovani, lanciata da Baglini, sembra non approdare a nulla: ragazzi capaci di vincere una Coppa Italia, ma al momento del dunque perennemente acerbi, come ha dimostrato l’ultimo accidentato torneo, con il doloroso siluro a Chiappella. Il mercato è confuso. Il presidente, deluso dal mancato ingaggio di Helenio Herrera, fa cassa col gioiello Bertini (400 milioni dall’Inter) e poi sacrifica Albertosi (vice Zoff in Nazionale) e Brugnera, stella della nuova covata, pur di avere l’interno Rizzo del Cagliari, suo pallino personale. Si dà inoltre per scontato l’addio ad Amarildo, troppo discontinuo e nervoso oltre che reduce da una stagione-no per la frattura al perone sinistro del 7 gennaio contro la Spal (tre mesi di stop). Intanto a Napoli succede un pandemonio. L’ennesimo “buco” finanziario provoca intrighi al vertice e la politica del risparmio porta a giubilare i due artefici del secondo posto: il diesse Carlo Montanari e l’allenatore Bruno Pesaola. Baglini contatta il primo, a Firenze qualche anno addietro già apprezzato cacciatore di baby talenti, che arriva e consiglia subito il secondo. Pesaola firma, si accontenta del mercato povero – con le appendici del difensore Stanzial, dalla Spal per 140 milioni, e del portiere Bandoni, dal Mantova per 50 – ma su un punto non transige: il recupero di Amarildo. Impresa titanica: il “garoto”, in vacanza in Brasile, pone attraverso la terribile sorella Nicea condizioni capestro, comprendenti premi doppi rispetto ai compagni. Il 18 agosto, la Fiorentina lo deferisce alla Lega e alla Fifa, ma Montanari e Pesaola non demordono. Smuovono amici in Sudamerica, la trattativa riprende e il 10 settembre il ribelle annuncia: «Rientro perché mia sorella Nicea ha definito tutto. Spero che questa sia la mia migliore stagione in Italia, perché l’anno prossimo intendo rientrare in Brasile per cercare di ottenere un posto nella Seleção per le qualificazioni ai Mondiali in Messico». Il giorno dopo sbarca a Fiumicino dopo 2 mesi e cinque giorni di vacanza. Pesaola gli parla, gli offre carta bianca sulla posizione in campo e nasce la nuova Fiorentina. In porta, anziché sul veterano Bandoni, il tecnico punta sul giovane Superchi, solo sette presenze in A all’attivo, davanti al quale piazza l’implacabile mastino Rogora e il regolare Mancin sulle fasce, col lineare Brizi stopper e il formidabile colpitore di testa Ferrante libero. A centrocampo, in mediana impiega i polmoni del rincalzo Esposito e avanza l’emergente Merlo a interno in coppia col regista De Sisti. Sulla fascia destra, il poderoso Rizzo, destinato a scalare a mezzala (con Merlo in luogo di Esposito) quando sulla fascia si impone il giovane Chiarugi, fantasista e risolutore imprevedibile, in appoggio agli attaccanti: il centravanti Maraschi, finalmente continuo in zona gol, e il fantasioso Amarildo a inventare su tutto il fronte. Dal nulla nasce una squadra sbarazzina, guidata magistralmente da Pesaola a vincere un campionato povero di gioco offensivo. Blindata dietro ed efficace in avanti grazie soprattutto al mattatore Amarildo, la Viola torna allo scudetto dopo tredici anni senza perdere una sola volta in trasferta, primato assoluto da quando esiste il girone unico nazionale.

I RIVALI: PEZZO DA LEGARE
Il Cagliari al mercato deve soprattutto giocare in difesa per non cedere il “pezzo” più appetito: Gigi Riva. L’Inter ha offerto addirittura un miliardo (di cui 800 milioni in contanti), ma il club sardo ha tenuto duro, accontentandosi in entrata del cambio alla pari con la Fiorentina, che per Rizzo (in rapporti non idilliaci con Riva e poco apprezzato dal tecnico Scopigno) ha ceduto due big, il portiere Albertosi e il centravanti di manovra Brugnera. In aggiunta, operazioni minori: lo stopper Tomasini, dal Brescia per 72,5 milioni (Vescovi più contanti) e due giocatori dalla B: il terzino Zignoli in prestito dal Bari e il mediano Ferrero dal Monza per 30 milioni (la comproprietà di Badari più contanti). Mentre tutti pronosticano un duello all’ultimo gol tra i campioni uscenti del Milan e la Juventus regina del mercato, Scopigno confeziona una squadra altamente competitiva: Albertosi in porta, Martiradonna e Longoni terzini, Niccolai stopper, Longo con l’alternativa Tomasini libero; a centrocampo, il mediano Cera, il regista Greatti e il trequartista Brugnera sostenuti dal tornante Nené; in avanti, la coppia dei mancini di lusso Boninsegna-Riva. Trascinato dalla vena di quest’ultimo, il Cagliari è ammesso per la prima volta al banchetto per il titolo tricolore, insidia la Fiorentina e cede solo alla penultima giornata. Un exploit riassunto dalle cifre: 18 reti subite, come i viola, ma tre realizzate in più rispetto ai rivali. Uno scudetto “morale” che sa di grande sorpresa ma anche di conferma, perché la difesa conta sul portiere della Nazionale e l’attacco annovera due tra i più forti esponenti della nuova generazione.

IL TOP: BASTONE E GAROTO
Nel 1967 l’approdo a Firenze di Tavares de Silveira Amarildo non suscitò eccessivi entusiasmi. Al posto dell’amatissimo Hamrin arrivava un giocatore dalla consolidata fama di attaccante tecnicamente superbo, ma pure rissoso, nemico degli arbitri, sempre a caccia di squalifiche per la lingua lunga in campo e le reazioni ai fallacci ricevuti. Un temperamento forte capace di sublimarne l’arte calcistica, ma anche, con i propri eccessi, di ritorcersi contro la squadra. D’altronde è sempre stato così. Nato a Rio de Janeiro, nel quartiere di Vila Isabel, il 29 giugno 1939, quando cominciò a giocare a calcio papà Amaro (da cui il nome d’arte dell’erede), già ala sinistra della Seleção in sei occasioni, gli pose un aut aut: emergere entro i vent’anni o smettere. Asso sì, bidone mai. Le prime esperienze nelle giovanili del Flamengo furono troncate dopo un anno dalla cacciata da parte dell’allenatore Solich, per averlo sorpreso a fumare di nascosto. Soprannominato “garoto” (monello), il ragazzo riparava nel Botafogo, dove, dopo un anno tra i giovani dilettanti, firmava il primo contratto da professionista tra le riserve, esordiva in prima squadra e a 21 anni diventava titolare grazie all’infortunio del nazionale Quarentinha. Il 30 aprile 1961 Aimoré Moreira lo faceva esordire nel Brasile in amichevole contro il Paraguay ad Asuncion. In breve il ragazzo sbaragliava il campo, segnando 18 reti in 25 partite col suo club e conquistando un posto nella lista dei 22 che in Cile avrebbero difeso il titolo mondiale, come riserva nientemeno che di Pelé. Al secondo match, questi si infortunava contro la Cecoslovacchia e Amarildo diventaVa il trascinatore del bis mondiale verdeoro. Subito Fiorentina e Juventus se lo contendevano all’ultimo dollaro, fino al “veto” della Figc. Un anno più tardi il ragazzo approdava al Milan, con cui peraltro ha vinto solo una Coppa Italia. Ha spesso incantato, nei primi due campionati ha anche segnato molto, ma troppo spesso l’umore sanguigno ne ha compromesso il rendimento. La prima stagione in viola non ha mutato il copione, con l’aggiunta del grave infortunio. Quando torna a Firenze dopo la lunga estate delle bizze contrattuali, Pesaola lo coccola a dovere, concedendogli di sbizzarrirsi su tutto il fronte offensivo. Piccolo (1,69) e scattante, guizza in dribbling e inventa da grande numero dieci, segnando solo sei reti ma offrendo un contributo decisivo allo scudetto, grazie anche all’autocontrollo che finalmente lo “protegge” dagli eccessi di un tempo, complice il matrimonio con Fiamma, ragazza italiana. Non tornerà nella Seleção (con cui ha collezionato 15 presenze e 7 reti), pur avendolo largamente meritato.

IL FLOP: MAL DI OMAR
Aveva immaginato un grande ritorno sul proscenio, Omar Sivori, per chiudere in bellezza la lunga avventura italiana. Dopo le prime due sontuose annate napoletane, un infortunio al ginocchio sinistro rimediato a Cali, in Colombia, durante la tournée sudamericana estiva della squadra azzurra gli ha fatto perdere quasi tutto l’ultimo campionato. Così l’estate del 1968 la trascorre provando a recuperare la forma migliore. Inutilmente. Tenuto fuori squadra perché Carlo Parola, allenatore dedicato espressamente alla sua ripresa, gli accredita solo sessanta minuti nelle gambe, l’asso argentino dopo lo squallido 0-0 rimediato dal Napoli il 27 ottobre contro la Roma sbotta: con lui in campo la partita non si sarebbe chiusa in parità. Segue violento alterco con lo stesso Parola e il medico sociale Covino. Finalmente, dopo un assaggio a Leeds in Coppa delle Fiere, il direttore tecnico Chiappella lo manda in campo il 17 novembre contro il Palermo. Omar è il migliore in campo e il suo gol fa vincere il Napoli. Sembra l’avvio della rinascita, ma il 1° dicembre è in agguato il match-clou con la Juventus del suo “nemico” Heriberto Herrera. Questi gli incolla alle costole Favalli, il quale, non riuscendo a contenerne la vena, lo tormenta di falli fino a provocarne la reazione, verso la fine del primo tempo, cadendo poi a terra come fulminato. Missione compiuta («È mio diritto» spiegherà alla fine HH2 «applicare a un avversario temibile il giocatore più adatto a immobilizzarlo, sia pure innervosendolo»). L’arbitro Pieroni espelle Sivori e scoppia una rissa, che porta alla cacciata dal campo anche di Chiappella, Panzanato e Salvadore. Il Napoli vince, poi tocca al giudice sportivo e la mano è pesante: 9 turni a Panzanato, 6 a Sivori, 4 a Salvadore, due mesi a Chiappella. Per Omar, recordman di squalifiche nella storia della Serie A (24 turni con la Juve, 9 col Napoli), la misura è colma e il 5 dicembre si sciacqua la bocca: «Penso che il presidente Catella dovrebbe occuparsi di più di ciò che accade alla Juve. Dieci giorni prima della partita col Napoli, Salvadore e Del Sol hanno fatto a pugni e a Torino nessuno ha parlato. Così come non hanno parlato di altri incidenti: quando Salvadore prese un ferro dal bagno degli spogliatoi per darlo in testa a Heriberto e fu trattenuto da Del Sol, o quando Combin prese a pugni Heriberto che almeno una volta la settimana lo sfidava a battersi fuori dallo stadio. O quando Dell’Omodarme scagliò una sedia sulla schiena di Heriberto, o quando ancora Del Sol ruppe una bottiglia di acqua minerale per darla in testa al tecnico. Questa è la Juventus, una squadra che scende in campo con i nervi tesi, perché Heriberto più che al calcio la prepara a fare a pugni. Io non sono fatto di ferro e anche se non dimentico gli anni trascorsi a Torino, quando gioco contro Heriberto sono particolarmente sensibile alle provocazioni ». Il nuovo deferimento arriva immediato, ma cadrà nel vuoto. L’indomani, 6 dicembre 1968, Sivori annuncia la rescissione del contratto col Napoli e il ritorno in Argentina per protesta contro la lunga, ingiusta squalifica. Venti giorni dopo, alla vigilia di Natale, si imbarca a Fiumicino su un aereo per il Sudamerica. Là firmerà un accordo col River Plate, il suo vecchio club, su appello dell’antico maestro Renato Cesarini, gravemente malato. Questi morirà pochi giorni più tardi, il 24 marzo 1969, e Omar, constatato di non aver più voglia di giocare dopo tante traversie, annuncerà a 33 anni l’addio all’agonismo.

IL GIALLO: LA TRAGEDIA E IL MISTERO
Giuliano Taccola è l’attaccante rivelazione della Roma nella prima parte del campionato, con 7 reti in 11 partite, poi a fine anno la febbre lo costringe a fermarsi. Il 5 febbraio 1969 viene operato alle tonsille e finalmente il 2 marzo torna in campo a Genova contro la Samp, ma nella ripresa un infortunio al malleolo lo costringe a uscire. Si ribusca l’influenza, il 16 marzo segue la squadra a Cagliari e dopo aver assistito alla partita in tribuna raggiunge i compagni nello spogliatoio. Qui si sente male e si accascia a terra. Massimo Bisalli, medico della Roma, lo fa adagiare su un lettino, cerca di tranquillizzarlo, ma la pressione si abbassa rapidamente e il giocatore perde conoscenza. Sopraggiunge il collega Augusto Frongia del Cagliari, che chiama un’ambulanza e si spaventa, parendogli di udire un rantolo, come se il ragazzo stesse spirando: allora gli pratica una doppia iniezione di coramina e corteccia surrenale per farlo riprendere. Imbottigliata nel traffico, l’ambulanza arriva in ritardo allo stadio, raccoglie Taccola e, collegatolo alla bombola dell’ossigeno, lo trasporta all’ospedale civile. Qui però i medici non possono che constatarne la morte. Sono le 17,55. Giuliano Taccola aveva 25 anni e due figli in tenera età. Dino Viola, consigliere della Roma e futuro presidente, si accolla il triste compito di comunicare l’atroce notizia alla vedova Marzia. Una tragedia assurda. Il referto parla di «insufficienza cardiorespiratoria acuta» dovuta a una grave forma influenzale, ma già dal giorno successivo si avanzano le ipotesi più svariate. Enrico Altieri, procuratore della Repubblica di Cagliari, aprirà un’inchiesta, che tuttavia non riuscirà a fare luce piena sul decesso, attribuito a «broncopolmonite con arresto cardiaco e polmonare». Abbandonata dal mondo del calcio, la moglie con la figlia Giuliana condurrà una inutile e dura battaglia per avere giustizia e un risarcimento. Ancora molti anni dopo, in occasione della morte in campo di un altro calciatore, Piermario Morosini, il 16 aprile 2012, dichiarerà: «Sono riuscita a fare una perizia sulle carte della morte di Giuliano dopo 25 anni e il risultato è che il suo cuore scoppiò letteralmente. Era stato operato per una tonsillectomia. Ma nonostante la febbre continua veniva fatto giocare lo stesso. In due anni non gli erano stati fatti esami. In un allenamento a Cagliari, prima del giorno della sua morte, svenne sotto la doccia, così fu risparmiato per quella partita. Alla fine della gara aveva di nuovo la febbre e gli venne fatta un’iniezione. Poi, il malore e i soccorsi, attivati un’ora dopo. Da 15 giorni aveva una broncopolmonite che nessuno ha mai curato. Il calcio italiano riesce ad abbuiare tutto quanto è scomodo. Io ho i documenti in mano. Tutti conoscono la verità su mio marito. Ma nessuno mi ha dato risposte e nemmeno risarcimenti». Nella sua autobiografia, capitan Losi rievocherà: «Giuliano era da poco stato operato alle tonsille e dopo l’intervento si sentiva debole, non si reggeva in piedi e spesso gli si alzava la febbre. Anche dopo gli allenamenti non stava benissimo e così il nostro medico lo faceva stendere, gli faceva un’iniezione e lui si sentiva subito meglio. Aveva bisogno di assoluto riposo, ma Herrera, in vista della partita contro il Cagliari, decise di portarlo con il gruppo. La mattina della sfida, non avendo attaccanti a disposizione, Herrera portò Taccola a correre perché era sua intenzione metterlo in campo. L’albergo si affacciava sul mare e gli fece fare una sgambata sulla spiaggia. Un allenamento leggero, ma Giuliano, dopo soli venti minuti, gli disse che si sentiva male, che non ce la faceva. Poco dopo, svenne sotto la doccia, ma, nonostante questo, Herrera lo rimproverò. Per lui, come diceva spesso, Giuliano non aveva niente ed era solo un modo per lamentarsi e non voler giocare. Borbottando, decise di mandarlo in tribuna». Giuliano Taccola, pisano di Uliveto Terme, dopo una lunga gavetta stava finalmente diventando un campione: nato nel vivaio del Genoa, aveva giocato con Alessandria (B), Varese (B), Entella (C), Savona (C), Genoa (B) e infine era passato alla Roma nel 1967, segnando subito dieci gol.

LA RIVELAZIONE: IL VALORE DEL FRANCO
Franco Superchi, chi era costui? Quando in estate il presidente Baglini rinuncia ad Albertosi (oltre a Brugnera) per coronare il sogno Rizzo, in pochi pensano al “dodicesimo” viola. Superchi è un atleta di gran fisico, romano di Allumiere, dove è nato il 1° settembre 1944. Calcisticamente si è formato nel Bettini Quadraro di Roma, poi ha giocato nella Tevere Roma e qui, dopo 21 partite in C, lo ha pescato la Fiorentina, in cerca di giovani di talento per la sua linea verde. Dopo due stagioni dietro le quinte, nell’ultimo campionato ha avuto finalmente la maglia numero 12, ha esordito in A a Torino contro la Juventus e ha giocato sette partite. Troppo poche per affidargli la maglia da titolare. Così viene acquistato l’esperto Bandoni, 29 anni, che soprattutto a Napoli ha fatto meraviglie, prima di passare al Mantova nell’affare Zoff. Pesaola però non ha dubbi e sin dalla Coppa Italia manda in campo Superchi. I risultati sono stupefacenti: dotato di agilità da saltimbanco e riflessi felini, il nuovo titolare vola da un palo all’altro strappando applausi. Un mostro di bravura, che contende al veterano Cudicini del Milan la palma di miglior portiere del campionato. Impossibile non pronosticargli un avvenire in azzurro e infatti il 26 marzo 1969 esordisce nell’Under 23 che batte l’Irlanda del Nord 2-1 a Brescia. In realtà, l’esordio tra i “grandi” non arriverà mai, perché dopo l’exploit del campionato dello scudetto non si ripeterà più con identica continuità, pur restando uno dei più affidabili numeri uno del campionato, che a 39 anni con una presenza avrà la soddisfazione di vincere il suo secondo scudetto, con la maglia della Roma.

LA SARACINESCA: IL RAGNO VERO
Ecco un altro che non ti aspetti: Fabio Cudicini a 33 anni mantiene finalmente tutte le promesse d’inizio carriera. Il calcio è pane di famiglia, papà Guglielmo ha giocato nella Triestina (4 presenze in A) e poi nella Ponziana Trieste (C), da difensore e attaccante di complemento. Lui, Fabio, ugualmente nato a Trieste (il 20 ottobre 1935), si è ritrovato così lungo e secco – un’anomalia per i tempi: 1,91 per 81 chili – da finire quasi inevitabilmente in porta. Ha imparato i primi rudimenti nella Ponziana, poi a 18 anni è passato nel vivaio dell’Udinese, a venti ha esordito in prima squadra e poi si è messo in luce in due campionati di A. La Roma ha scommesso su di lui nel 1958, acquistandolo per 25 milioni e affidandogli due anni dopo la maglia da titolare. Ha vinto la Coppa Italia e la Coppa delle Fiere, ha esordito in Nazionale B (l’8 maggio 1963, sconfitta 0-2 con l’Austria a Vienna), ma non ha mai compiuto il salto di qualità per diventare un campione. Così a 31 anni è stato sbolognato al Brescia per 40 milioni e ci è rimasto male, una specie di benservito alla carriera. Tra le “Rondinelle”, pur sempre in Serie A, ha giocato solo 18 partite. Il Milan lo ha preso l’anno dopo facendogli spartire la maglia da titolare con l’emergente Belli. Rocco però ha lavorato a fondo, su quel concittadino così serio e attaccato ai colori, e nel 1968 lo ripresenta tirato a lucido. Sorpresa generale: il “vecchio” Cudicini è il più forte di tutti, tanto da riuscire a subire in 29 partite appena 9 reti (le altre 3 le incassa Belli a Cagliari). E poi, la Coppa dei Campioni: a Manchester, contro lo United, vive in semifinale una serata da leggenda, tanto che alla fine il manager inglese Matt Busby commenta sconsolato: «Non è stato possibile passare contro questo portiere. Lo avevamo visto con il Celtic. Fantastico, abbiamo pensato, è come Jascin, un grande ragno vestito di nero. Ci siamo però anche detti: noi siamo il Manchester e i ragni possiamo bruciarli. Invece ci siamo sbagliati. I grandi portieri cambiano i tempi delle partite. Lui lo ha fatto e vincerà la Coppa dei Campioni». Profezia azzeccata. E col suo maglione e i calzoncini neri, Cudicini diventa il “Ragno nero” del calcio italiano, confermando l’antica tradizione che vuole i portieri dare il meglio dopo i trent’anni. La dinastia familiare continuerà poi col figlio Carlo, cresciuto nel Milan e affermatosi nel Chelsea.

IL SUPERBOMBER: PRIMO SINISTRO
Gigi Riva torna sul trono dopo la convalescenza dalla frattura rimediata il 27 marzo 1967 contro il Portogallo e il progressivo ritorno in forma. A 24 anni, il cannoniere di Leggiuno è entrato nella maturità agonistica che ne fa uno dei più forti attaccanti del mondo. Il simbolo della generazione del grande rilancio del calcio italiano dopo il decennio nero seguito alla sciagura di Superga: non per niente è stato suo il gol che ha dato il via al successo sulla Jugoslavia valevole per il titolo europeo. Atleta superbo, agonista irruente e coraggioso, in area è un satanasso che a gomiti spianati si fa strada per aprire pertugi di tiro a un sinistro devastante. Al mercato sono state avanzate offerte iperboliche (l’Inter, la più accanita delle pretendenti, era disposta a fare follie), ma il vicepresidente Arrica ha resistito, consapevole che l’unicità di un simile campione non potrà che farne salire nel tempo ulteriormente il valore. In realtà, poi sarà lui, l’ombroso Gigi, a opporsi più volte al trasferimento, avendo trovato in Sardegna, accolta nel 1963 al momento della cessione dal Legnano (dove in Serie C aveva realizzato 6 reti in 23 partite) con qualche perplessità, il suo habitat ideale. Un luogo meraviglioso ma anche aspro, rispettoso dell’individualità dell’eroe degli stadi, riservato come lui. Le sue progressioni in campo fanno aggio su una tecnica non raffinata, anche se il sinistro è di assoluta qualità e le cicloniche punizioni rappresentano un incubo per i portieri. E poi c’è il piglio autoritario del leader, che Gianni Brera idealizza così: «Quando è in pericolo il risultato, sa arretrare e difendere come nessuno, impostare per avventarsi a dettare il lancio profondo. Succede qualche volta che la partita non ingrani come dovrebbe e Riva aspetta fremendo l’intervallo per spronare e talora minacciare i compagni meno disposti a lottare. Quasi sempre è lui a spuntarla. Nessuno osa eccepire se non a proprio rischio e pericolo».

LA TATTICA: DALLA DIAGONAL AL 4-2-4
In Sudamerica, a partire dall’Argentina, sin dagli anni Quaranta gli echi dell’evoluzione tattica europea avevano portato a sostanziali modifiche del classico Metodo che nominalmente si continuava a seguire. In particolare, la fase difensiva veniva riservata ai due terzini e a uno dei mediani laterali, mentre il centromediano e l’altro laterale si occupavano della costruzione del gioco. Quando sulla scena apparve un’accolita di fuoriclasse come il favoloso River Plate allenato dall’ex asso juventino Renato Cesarini, il cambiamento si prolungò nel settore offensivo, dove l’incontenibile Pedernera, sublime artista del gioco, abile sia in impostazione che in fase di conclusione, si spostò da interno sinistro a centravanti: nella versione definitiva, il quintetto d’attacco dello squadrone bonaerense era costituito da Muñoz, Moreno, Pedernera, Labruna, Loustau. Giocatori tutti eccellenti palleggiatori, capaci di scambiarsi continuamente posizione sul fronte avanzato disorientando gli avversari. In particolare, con l’interno destro Moreno a impostare il gioco, Pedernera fungeva da centravanti arretrato (progenitore in qualche modo del moderno “falso nueve” del Barcellona di Guardiola) risucchiando un difensore avversario e consentendo all’interno Labruna micidiali inserimenti dalla sinistra in zona gol, approfittando dello spazio apertovi nelle retrovie altrui. La “diagonal” Moreno- Pedernera-Labruna era l’asse portante del modulo offensivo, completato dalle due ali. Si trattava ovviamente di un modulo tattico appena abbozzato, il cui successo dipendeva dalla immensa classe dei cinque fenomeni, capaci di muoversi di continuo, creando uno scompiglio inedito per un calcio di posizione come quello dell’epoca.

LA PUNTA DE LANZA
Quando, nel 1950, il Brasile, ospitando per la prima volta la Coppa del Mondo, andò all’assalto del trofeo, di cui si era sentito defraudato nell’ultima edizione (1938) per mano dell’Italia di Pozzo, mise in campo una squadra capace di meravigliare il mondo per la classe inarrivabile dei suoi campioni. Lo schema adottato prevedeva una “diagonal”, sviluppata in salsa brasiliana alla fine degli anni Quaranta dalle due principali squadre di Rio de Janeiro: Flamengo e Fluminense. Anche in questo caso il cuore del modulo era un asse preferenziale del gioco, incarnato nella Seleção dall’interno destro Zizinho, dal centravanti arretrato Ademir e dall’interno sinistro Jair. Tre monumenti all’arte del calcio: il primo, detto “O mestre” (il maestro), il più grande giocoliere del calcio brasiliano prima dell’avvento di Pelé, fungeva da regista d’attacco; il secondo possedeva qualità talmente eccelse da aver dato vita a una figura tecnica nuova, la “punta de lanza”, l’attaccante di lancio, vale a dire un centravanti arretrato rifinitore ma anche implacabile realizzatore; il terzo era un trequartista i cui guizzi imprevedibili lo portavano spesso a essere l’uomo più avanzato dell’attacco. Il Brasile di Flavio Costa, davanti al portiere Barbosa schierava tre soli difensori in una commistione tra “Metodo” e “Sistema”: il terzino destro Augusto a destra, quello sinistro Juvenal al centro e il mediano sinistro Bigode sulla sinistra; a centrocampo, il centromediano Danilo e il mediano destro Bauer erano gli uomini di interdizione; l’attacco era completato dalle ali Friaça e Chico, tornanti e uomini di punta a un tempo, abili ad allargare il fronte dell’attacco sulle corsie esterne. La squadra era una terrificante macchina da gol (ne segnò 22 nelle 6 gare disputate!), con il difetto di una vulnerabilità difensiva smascherata impietosamente dal contropiede uruguaiano nell’ultima e decisiva partita, quando al funambolico Ghiggia fu sufficiente sbarazzarsi di Bigode nell’uno contro uno per trovare la strada spianata verso il gol, senza protezioni.

NUMERI UNICI
L’evoluzione successiva del modulo nel paese del futebol avrebbe avuto grande influenza sul calcio europeo. Proprio l’invenzione della “punta de lanza” suggerì l’adozione di una contromisura per evitare che, risucchiato dal centravanti il difensore centrale, l’interno incursore non trovasse più ostacoli fino al portiere. Fu Martim Francisco, allenatore del Vilanova, squadra mineira, a ricorrervi, aggiungendo un uomo alla terza linea. Un po’ come nel “Catenaccio” europeo e uruguaiano, i tre difensori sistemisti diventavano dunque quattro. Con la differenza che in Brasile erano schierati in linea e marcavano a zona, secondo l’antico dettame del “Metodo”: due terzini esterni a controllare le fasce, due centrali a proteggersi a vicenda. Per conseguenza, una mezzala arretrava a dar manforte al centromediano nel controllo e rilancio del gioco. Così l’attacco vedeva ridotti a quattro i suoi uomini, peraltro tutti a forte predisposizione offensiva. Non avendo un nome, il modulo sarebbe stato battezzato in Italia ricorrendo per la prima volta a una formula numerica, antenata di quelle oggi in voga, sintesi degli uomini di movimento impiegati per reparto: 4-2-4. A usare per la prima volta questo accorgimento terminologico fu nel 1954 una corrispondenza di “Stadio” dai Mondiali in Svizzera: il cronista, dovendo indicare lo schieramento dell’Uruguay che non corrispondeva né al “Metodo” né al “Sistema” né al “Catenaccio”, parlò appunto di 4-2-4, per contagio dalla pallacanestro, che in Italia aveva tratto dai maestri statunitensi l’abitudine di sintetizzare in una formula numerica la tattica di gioco. Il Brasile vi vinse la sua prima Coppa del Mondo, nel 1958, quando in finale giocarono undici campionissimi: Gilmar in porta, i sontuosi terzini Djalma Santos e Nilton Santos (neanche parenti) sulle corsie esterne, i monumentali Bellini e Orlando al centro della difesa; a centrocampo, il mediano Zito in copertura e l’artista Didi in regia (rispettivamente “cabeça de area” e “apoiador”); in attacco, tre punte pure: l’irresistibile ala destra Garrincha, il centravanti di sfondamento Vavà e il trequartista Pelé, diciassettenne incontenibile fuoriclasse del gol, oltre all’ala sinistra Zagallo, il meno appariscente ma anche quello che, grazie ai rientri in aiuto del centrocampo da tornante, trasformava nelle azioni di non possesso palla il modulo da 4-2-4 a un più equilibrato 4-3-3, gettando i semi del calcio moderno. In Italia, praticò questo modulo Amaral, che del Brasile mondiale era stato il preparatore atletico, nella Juventus 1962-63, nella quale senza grande successo attuò uno dei primi esperimenti di difesa a zona nel calcio moderno del nostro Paese.



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I gigliati per la seconda volta scudettati


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