Serie A 1967-68 - Milan


Il Racconto


IL FILM: SCUDETTO ALLA MOVIOLA
La corsa del mercato viene vinta da Nielsen, che passa dal Bologna all’Inter per 400 milioni (200 in contanti più Guarnen), per distacco su Golin, dal Verona al Milan per 265 ( 130 più comproprietà di Maddè e prestito di Daolio) e Capello, dalla Spai alla Roma per 260 milioni. La Serie A a 16 squadre porta alla ribalta innanzitutto... la tv. Il 22 ottobre 1967 (quinta giornata), il Milan ha pareggiato il derby grazie a un gol di Rivera molto dubbio; quella sera in Rai il giornalista Carlo Sassi e il tecnico Heron Vitaletti, montando il filmato per la “Domenica Sportiva”, accortisi che il pallone risalendo da terra ha sollevato uno spruzzo di gesso (e dunque non era entrato del tutto, avendo toccato la linea), sezionando la ripresa in tre fotogrammi per farlo apprezzare ai telespettatori hanno dato un senso alla moviola, strumento tecnologico già. presentato nella stessa trasmissione in precedenza ma ancora ignoto nel suo effettivo potenziale. Il nome deriva dall’apparecchiatura per il montaggio cinematografico che consente di far scorrere avanti e indietro e arrestare in qualunque momento la pellicola, e dunque anche la riproduzione delle immagini televisive al rallentatore. Uno strumento che da questa “vivisezione” di un non gol conoscerà nel corso degli anni uno sviluppo tumultuoso, contribuendo, pur tra mille polemiche, al progresso del calcio. Sul campo si fa avanti la Roma targata Oronzo Pugliese, raggiunta in vetta alla nona giornata da Milan, Napoli e Torino. All’undicesima i rossoneri si sbarazzano della compagnia e il 14 gennaio 1968 sono campioni d’inverno con due punti sul sorprendente neopromosso Varese. Non è una domenica felice: alla fine del primo tempo di Inter-Cagliari, il capitano dei sardi, Miguel Angel Longo, mentre scende la scaletta degli spogliatoi viene colpito all’occhio destro da una moneta da cento lire lanciata da uno spettatore e cade svenuto. Gli verrà riscontrata una ferita lacero-contusa alla sezione orbitale destra e tornerà in campo solo il 25 febbraio contro il Mantova. Nel ritorno, il Milan con quattro vittorie consecutive allarga il proprio distacco fino a 6 punti sul Varese, avvicendato poi nel ruolo di inseguitore da Napoli, Torino e Inter. La superiorità degli uomini di Rocco diventa strapotere e il 31 marzo sono Campioni d’Italia con quattro turni di anticipo. Chiuderanno con 9 lunghezze sul Napoli e 10 sulla Juventus. In coda, è il Mantova il primo a perdere contatto. Spai e Brescia lo seguono sotto lo striscione del traguardo nella caduta in B.

I CAMPIONI: PRATI IN FIORE
La prima pietra del nuovo Milan l’ha posta il presidente Luigi Carraro, mettendo sotto contratto alla fine del campionato 1966-6*7 Nereo Rocco, che ha guidato la squadra a mo’ di rodaggio già in Coppa Italia, in maniera defilata, e poi ufficialmente nei successivi impegni di Coppa delle Alpi. Appena sei giorni dopo la conclusione di quest’ultima, nella serata del & luglio 1967, Carraro, sofferente da qualche tempo di cuore, muore improvvisamente ad appena 59 anni. Gli succede il 'ventisettenne figlio Franco, già presidente della Federazione di sci nautico, uomo destinato a una lunga vicenda di comando, non solo nello sport. La campagna di mercato, dopo le delusioni dell’ultima stagione, è robusta ma attenta al bilancio, secondo un programma sposato da Rocco per necessità, dopo che i tre “colpi” richiesti al suo presidente - Zoff, Riva e Meroni (rifiutati per quest’ultimo dal Torino 500 milioni sull’unghia) - sono saltati uno dopo l’altro. La mossa chiave resta la cessione del bizzoso Amarildo alla Fiorentina, in cambio di 180 milioni più l’anziano Hamrin. Per l’attacco vengono acquistati Golin, reduce da un campionato di B nel Verona tanto brillante quanto povero di reti, e il fantasista Rognoni dal Modena (110 milioni). Per la difesa, il libero Malatrasi, dismesso dalle grandi e rinato a Lecco, per 95 milioni, e il portiere Cudicini, pure lui in declino al Brescia dopo gli anni romanisti (35 milioni): non è Zoff, ma come chioccia dei giovani Belli e Vecchi ci si può accontentare. Tornano anche due giovani del vivaio: il mediano Scala dalla Roma e l’ala Prati, autore di 15 reti in B nel Savona. Riaccolto con scetticismo dopo le fiacche stagioni granata, Rocco assembla una squadra solida, ma priva di uno stoccatore: Cudicini o Belli in porta, Anquilletti e Schnellinger marcatori esterni. Rosato stopper, Malatrasi libero, Trapattoni e Lodetti in mediana a sostegno della regia di Rivera, Hamrin tornante a destra, Sormani e Golin in attacco. Quest’ultimo si rivela l’anello debole della catena. Rocco prova a riciclare al suo posto Mora, poi alla settima giornata, dovendo sostituire Hamrin, fa esordire il ventenne Prati, che va subito a segno. È un colpo di fulmine: il ragazzo fatto in casa diventa ala sinistra titolare e il Milan decolla. La difesa è un bastione insuperabile: Rosato si conferma formidabile difensore centrale, Malatrasi a 29 anni libero impeccabile nelle chiusure e nei rilanci e sulle fasce Anquilletti e Schnellinger non fanno passare uno spillo. A centrocampo, Trapattoni asfissia le mezzepunte e Lodetti si sacrifica al servizio del genio di Rivera. Quest’ultimo, a 24 anni, tocca la maturità giocando a livelli sublimi, di cui si giovano gli attaccanti: Hamrin, ancora capace di guizzi vincenti, il panzer Sormani, tutto classe e sapienza tattica, e il baby Pierino Prati, che ispirato dall’arte di Rivera si incorona re del gol. Il “catenacciaro” Rocco mette in pista un Milan d’attacco che fa il vuoto in campionato e subito dopo completa il capolavoro conquistando la Coppa delle Coppe.

I RIVALI: SQUADRA DI VORTICE
Tra gli oppositori della cavalcata trionfale del Milan verso lo scudetto è il Napoli a segnalarsi per qualità e continuità. La squadra è plasmata dalle sapienti mani di Bruno Pesaola, che nel capoluogo campano ha trovato la patria d’elezione innanzitutto come calciatore, dopo i felici esordi in Italia da ala funambolica nelle file della Roma tranciati da una frattura, che lo costrinse a ricominciare da Novara prima di trovare appunto all’ombra del Vesuvio la nuova consacrazione. Da tecnico, il “Petisso ” (“petiso” è “piccoletto” in spagnolo) ha cominciato propri ci dai partenopei, conquistando al primo colpo promozione; in A e Coppa Italia. Nel 1964 è tornato, ha riportato il Ciuccio tra le elette e poi ne ha avviato la scalata ai vertici con la collaborazione di Sivori e Altafini. Il volo continua in questa stagione. Il sogno di Roberto Fiore è tramontato e Achille Lauro è tornato a comandare tramite la presidenza del figlio Gioacchino, ma soprattutto al mercato opera la volpe Carlo Montanari, che allo scadere (anzi, qualche minuto dopo la chiusura) si assicura il portiere del Mantova, Dino Zoff, per 135 milioni più Bandoni. Una follia? Il campo lo etichetterà come colpo di genio. Prima, aveva lavorato per l’attacco: 147,5 milioni alla Roma per il “bisonte” Barison e 90 (più Braca e la comproprietà di Improta) alla Spai per l’ala-rivelazione Bosdaves, oltre a 50 al Monza (Serie C7) per il giovane trequartista Claudio Sala. In più, un terzino sinistro dalla B, Pogliana del Novara. La stagione comincia male per i guai fisici di Sivori, operato a luglio al ginocchio sinistro e in pratica indisponibile per tutta la stagione. Pesaola imposta la squadra con Zoff in porta, Nardin e Pogliana terzini, Panzanato stopper protetto dal libero Stenti. A centrocampo piazza Juiiano regista davanti alla difesa e come interni Girardo o Bianchi e Cane o Montefusco, il... Sivori fatto in casa; in attacco, Orlando punta centrale ad aprire spazi ad Altafini e incassare legnate al posto suo con l’aiuto di Barison, un po’ tornante e un po’ attaccante esterno. Pesaola lancia il “Napoli dei quattro attaccanti” e il San Paolo è tutto per lui, dato che spesso la squadra dà spettacolo coi suoi “vortici offensivi”. Il secondo posto finale, miglior piazzamento della storia, premia un campionato di alto livello e la raggiunta maturità di uno dei tecnici più apprezzati del panorama nazionale.

IL TOP: LIBERO DI VINCERE
Saul Malatrasi è una delle chiavi di volta del superMilan. Meno appariscente rispetto al monumentale Rivera, ma ugualmente prezioso per cementare la difesa e coprire le spalle al genio alessandrino. La sua stella sembrava ormai tramontata dai tempi in cui all’Inter Herrera, nella primavera del 1965, gli aveva promesso di liberarsi di Picchi per fargliene raccogliere l’eredità; le cose poi erano andate diversamente e il ragazzo di Calto (provincia di Rovigo), rimasto tra le riserve, nell’estate 1966 era stato ceduto al Lecco, neopromosso in A, nell’ultimo giorno di mercato. In riva al lago, il difensore ha giocato un buon campionato, chiuso peraltro con il mesto ritorno tra i cadetti. Poi ecco irrompere sulla scena Rocco, che nel Milan vuole avanzare Rosato a stopper e cerca un libero dopo aver provato in Coppa Italia e in Coppa delle Alpi l’ex genoano Baveni. Malatrasi ha 29 anni e una lunga storia alle spalle, cominciata nella squadra del suo paese e impennatasi il giorno in cui giocò nella rappresentativa dilettantistica veneta contro quella emiliana: in tribuna un osservatore della Spal, Guerini, si annotò il nome di quella mezz’ala che ci sapeva fare e Mazza lo portò a Ferrara. Una stagione ancora tra i dilettanti, a Castelmassa, poi le giovanili biancazzurre, la trasformazione in terzino e il debutto in A contro la Juventus con relativa espulsione dopo 36 minuti per aver rincorso e steso Stacchini che lo aveva superato con l’ennesima finta (col codicillo del «Sei un asino!» rifilatogli in dialetto ferrarese da Mazza negli spogliatoi a fine partita). Nel 1959 la Fiorentina lo acquistava per 45 milioni per scoprire un giocatore eclettico, a suo agio come difensore o mediano anche negli esperimenti di zona di Carniglia e poi Hidegkuti. Così nel 1963 passava alla Roma per 200 milioni e dopo un buon campionato da laterale veniva acquistato per 140 dall’Inter, alla ricerca di un sostituto perTagnin. In nerazzurro, una quindicina di partite da libero, terzino sinistro, mediano e pure stopper quale rincalzo ideale gli frutta l’esordio in N azionale, chiamato da Fabbri a giocare da terzino destro in Germania nel marzo 1965. Quando approda al Milan, la sua carriera sembra al capolinea, peraltro con un albo d’oro ricchissimo: due scudetti, una Coppa dei Campioni, una Coppa Intercontinentale, una Coppa delle Coppe e una Coppa Italia. Invece in rossonero rinasce e in breve impreziosisce ulteriormente la bacheca personale, aggiungendovi il ritorno in Nazionale quando Valcareggi cercherà un libero in vista dei Mondiali in Messico.

IL FLOP: L’IMPERO NON COLPISCE PIÙ
Secondo Helenio Herrera la grande Inter non è finita, va solo rigenerata, come un motore che ha percorso troppi chilometri: «Quella dei miei giocatori» ha dichiarato dopo il tonfo di Lisbona «non è stanchezza fisica, ma mentale. Fra impegni e polemiche non abbiamo avuto respiro. Il Celtic ha 35 giocatori, il Reai Madrid ne ha 28, solo l’Inter ne ha 15o 16. l'anno prossimo avremo venti titolari e saremo più forti che mai». Così, nell’estate del 1967 chiede al presidente carta bianca al mercato con due obiettivi: piazza pulita dei “ribelli” (i big che “remano contro”) e rosa allargata. Angelo Moratti ha sempre accettato con ampie riserve le richieste estive di H.H., per esempio depennandogli regolarmente il nome di Corso dalla lista dei cedibili. Questa volta, forse per stanchezza, lo lascia fare e gli mette a disposizione un budget illimitato. Lasciano l’Inter tre capisaldi: i due centrali difensivi, Guarneri e Picchi, rispettivamente al Bologna e al Varese, e il contropiedista Jair, alla Roma. In difesa, programmando lo spostamento di Burgnich a stopper, Herrera ottiene il terzino destro Poli dal Vicenza (120 milioni più Vinicio e Bicicli), il libero Dotti dalla Lazio ( 120) e il giovane Santarini, consigliato da Allodi (90 milioni al Rimini, Serie C). A centrocampo, il trequartista D’Amato dalla Lazio (210) per soppiantare il malsopportato Corso e Ferruccio Mazzola, fratello minore di Sandro, riscattato per 120 milioni dal Venezia (verrà poi girato al Lecco a novembre), da cui arriva anche l'anziano mediano Benitez. Aria nuova pure in attacco: Nielsen dal Bologna, ventisei anni e un precoce declino nell’ultimo campionato, è il nuovo centravanti a lungo desiderato, mentre sulle fasce i volti nuovi sono le ali della Roma, Pellizzaro e Colausig (50 milioni in aggiunta a Jair) e l’ex milanista Bonfanti, pescato nel Lecco. In totale, un passivo di mercato attorno agli 800 milioni. I calcoli si rivelano subito sbagliati e il “Mago” deve ripiegare ridisegnando la difesa: Sarti in porta, ancora Burgnich e Facchetti terzini. Landini stopper e come libero Dotti e poi (visto il clamoroso abbaglio) Santarini. Non va meglio negli altri reparti: a centrocampo Finiscono col giocare Bedin in mediana (col roccioso Benitez in alternativa) assieme al regista Suarez, con Corso trequartista e Domenghini ad alternarsi con D’Amato come tornante; in attacco, poiché il pezzo torte Nielsen é l'omba di se stessa (un colpo subito un anno prima gli ha spostato una vertebra dorsale, Fino a farle toccare i nervi di una gamba provocandogli dolore nei piegamenti e nella corsa), giostrano lo stesso Domenghini o Cappellini assieme a Sandrino Mazzola. Anche l’ambiente si guasta in fretta: il 18 novembre 1967, il professor Roberto Klinger e il dottor Mario Cipolla, componenti con Angelo Quarenghi del collegio medico dell’Inter, mettono sotto accusa i metodi di preparazione di H.H., che risponde consigliando loro di verificare meglio gli effetti delle medicine prescritte ai giocatori, «che sono giovani e sani e dovrebbero solo mangiar bene e dormire». Già dopo la Finale di Lisbona il tecnico aveva accennato a trattamenti farmacologici inopportuni, cosi Klinger e Cipolla si dimettono. L’impero cade in pezzi e la squadra non decolla, priva del leader Picchi (e del suo fido scudiero Guarneri) e frenata dai problemi fisici di Mazzola senior. Il quinto posto finale certifica il fallimento dell’operazione rilancio. Due giorni dopo la fine del campionato, il 14 maggio 1968, Angelo Moratti rassegna le dimissioni cedendo la società al suo vice, Ivanoe Fraizzoli. Quattro giorni dopo anche Herrera «per coerenza» se ne va. Il 30 maggio viene trionfalmente accolto nella Capitale dai tifosi della Roma, il suo nuovo club.

IL GIALLO: ATROCE DESTINO
Gigi Meroni non è solo il campione più anticonformista del calcio italiano. Porta i capelli lunghi, viaggia su una vecchia Balilla, vive in una mansarda, asserisce che il suo vero lavoro è dipingere e quello del futuro disegnare cravatte. Quando lo intervistano, si chiede con sincero stupore come mai tanti giovani più dotati di lui non abbiano avuto nel calcio altrettanta fortuna. È anche un ragazzo a posto, tanto che Nereo Rocco lo avrebbe voluto con sé passando dal Torino al Milan, convinto che dietro l’oleografia indigesta a qualche benpensante sgambetti un professionista coi fiocchi. Il mercato ha ballato attorno a lui: il Milan ha invano offerto al Torino 500 milioni, la Juventus lo aveva acquistato per lo sproposito di 750, ma Gianni Agnelli (innamorato dei suo estro di campione) di fronte alla ribellione dei tifosi granata ha convinto il presidente Catella a rinunciare con tanto di comunicato ufficiale. Destino cinico e baro. Domenica 15 ottobre 1967, dopo la partita casalinga con la Sampdoria, l’asso granata rientra a casa, in Corso Re Umberto 53, assieme al collega Poletti: la compagna. Cristiana, non c’è e ha lasciato le chiavi in portineria sapendo che Gigi ne è sprovvisto, ma la custode non vede i due. né quando salgono fino alla mansarda per suonare inutilmente il campanello, né quando subito dopo scendono per recarsi al bar di fronte a telefonare agli amici presso cui Gigi immagina si trovi la ragazza. Alle 21,30 i due attraversano la strada, fanno la telefonata al bar Zambon, dopodiché riattraversano. Superano il controviale e la banchina del tram e si trovano sulla linea di mezzeria. Stanno per passare quando vedono sopraggiungere una Lancia Appia: Poletti resta fermo, Gigi, che è al suo braccio, si spaventa e fa un passo indietro; un solo passo, sufficiente perché una Fiat 124 coupé, in arrivo dal lato opposto, lo urti col parafango anteriore sinistro. Alla guida c’è uno studente di 19 anni, Attilio Romero, figlio di un famoso chirurgo. Meroni vola e ricade poco più avanti, dove la Lancia Appia, che nonostante la velocità moderata non ha il tempo di frenare, lo travolge trascinandolo per qualche metro prima di riuscire a fermarsi. Poletti si ritrova a terra, in stato di shock e con qualche lieve escoriazione; il ragazzo della 124, arrestatosi un isolato più avanti, accorre terrorizzato: tifoso sfegatato del Torino, si accorge con orrore che la sagoma sanguinante a terra assomiglia al poster di Gigi Meroni, il suo idolo, che campeggia nella propria camera da letto. I soccorritori chiamano un’ambulanza, all’ospedale Mauriziano i medici riscontrano sfondamento del torace, frattura bilaterale del femore, frattura del bacino, fratture costali, frattura della base cranica e lesioni interne gravissime. Viene praticata una tracheotomia d'urgenza per consentire la respirazione, ma tutto risulta inutile: alle 22,40, senza aver ripreso conoscenza, Gigi Meroni muore. Aveva appena 24 anni, era anche lui della classe d’oro 1943 (quella di Rivera, Rosato, De Sisti, Juliano), era nato a Como. Il suo talento col pallone era emerso all’oratorio di San Bartolomeo, poi erano arrivate le giovanili del Como, l’esordio in B a 18 anni contro il Verona, il passaggio nel 1962 al Genoa per 30 milioni, quello al Torino nel 1964 per 275 milioni (170 più Peirò e il prestito di Agroppi). Aveva già giocato sei volte in Nazionale, segnando due reti. Un campione e un personaggio unico, per cui piangerà tutta l’Italia. Ancora una volta il Torino viene colpito da una sorte atroce. Poche settimane dopo, sotto Natale, uno squilibrato profanerà la tomba e il cadavere con un gesto che inorridirà tutto il Paese. Un giorno, molti anni dopo, Attilio Romero diventerà presidente granata.

LA RIVELAZIONE: BIGLIETTO DA LOTTERIA
Pietro Anastasi è il centravanti del Varese neopromosso, sorpresa stagionale che tallona il Milan campione d’inverno e chiude al settimo posto, dopo le grandi. Se in difesa governa l’intatto magistero di Armando Picchi (che topica, il Mago, farlo cacciar via!), in avanti a fare il vuoto è questo ragazzino siciliano che già aveva messo la firma sulla promozione a soli 18 anni. Nativo di Catania, nc compie venti il 20 aprile 1968 e qualche settimana dopo esordisce in Nazionale, vincendo da protagonista gli Europei mentre Inter e Juventus se lo contendono a suon di milioni. Può bastare per una classica “favola” del calcio? No, perche dietro i milletrecento chilometri percorsi da Catania a Varese respira una storia ancora più suggestiva. Tutto comincia il 24 aprile 1966, quando, nei bassifondi della A, il Catania batte il Varese 3-0 al mitico “Cibali”. Poco dopo, quando la comitiva lombarda riparte dall’aeroporto etneo con destinazione Linate, si presenta un’emergenza: una donna incinta, prossima al parto, deve imbarcarsi, ma il volo è completo. Il manager biancorosso, Alfredo Casati, raccoglie l’appello e rinuncia al proprio biglietto, accettando di ritardare la partenza di ventiquattr’ore. Toma in albergo, vi si ferma a parlare con alcuni conoscenti c apprende che il giorno dopo, festa della Liberazione, si gioca il big match della trentesima giornata del Girone F della Serie D, tra la Massiminiana. squadra catanese seconda in classifica, e il Paterno, che comanda la graduatoria con un punto di vantaggio. Ciò che conta, tuttavia, è che nella partita posticipata giocherà l’attrazione del girone, un diciottenne centravanti, Pietro Anastasi, che segna a raffica e strappa applausi a scena aperta. Incuriosito, Casati il giorno dopo assiste al match, che finisce senza reti, e si segna sul taccuino il nome del giocatore, per poi acquistarlo qualche settimana dopo per conto del Varese, nonostante il prezzo proibitivo stabilito da Giuseppe Massimino, presidente della squadra che ne porta il cognome. Subito titolare in Serie B, il baby siculo ha trascinato i lombardi alla promozione e in questo campionato la sua classe fiammeggia tra i grandi: dribbling mozzafiato, scatto bruciante, imprevedibilità e senso del gol ne tanno una scheggia impazzita su tutto il fronte d'attacco Segna 11 reti e il Varese sogna. A fine stagione, il precoce debutto in azzurro nella finale continentale contro la Jugoslavia. Nella ripetizione, due giorni dopo, arriva anche la prima rete, che suggella il successo della Nazionale. Di lì a poco, mentre l’Inter lo presenterà vestito di nerazzurro in un’amichevole senza avere ancora la firma sul contratto, la Juventus brucerà sul tempo Ivanoe Fraizzoli, acquistando il nuovo prodigio dal presidente Giovanni Borghi per 660 milioni grazie a... una partita di compressori a prezzo stracciato (400 anziché 700 milioni) per i frigoriferi del patron biancorosso.

LA SARACINESCA: GRAZIE A DINO
Dino Zoff è un campione, eppure pochi lo avrebbero detto, agli inizi di carriera. Nato il 28 febbraio 1942 a Mariano del Friuli, in provincia di Udine, da ragazzo lavorava come motorista in un’officina e con l’odore di benzina e grasso nel naso ogni giorno prendeva la corriera per coltivare nel capoluogo la passione per il pallone. Nelle giovanili dell Udinese, tuttavia, sembrava uno come tanti: «Senti Zoff» smtetizzo un giorno in dialetto Alberto Eliani, il suo allenatore «se te diventi un jogador, me tajo i cojoni». D’altronde all esordio in Serie A, a 19 anni, al “Moretti” contro la Fiorentina, il portierino bianconero buscò cinque reti tutte in una volta («Per anni» avrebbe poi ricordato «molti mi salutarono con la mano aperta, a indicare i cinque gol subiti»), anche se le cronache del giorno dopo concordarono nel non attribuirgli responsabilità eccessiva. A lanciarlo in A era stato Luigi Bonizzoni, un tecnico che al contrario credeva in lui ciecamente, tanto che nel 1963 volle per il suo Mantova in Sene A proprio lui, reduce dal primo campionato da titolare nel club friulano, tra i cadetti. Il club virgiliano aveva ceduto Negri al Bologna, ad appena 21 anni era pronto il degno successore. Quattro stagioni nel club biancorosso, tre in A e una in B, e al mercato 1967 si scatenano gli appetiti. Il Milan stringe l’assedio ma non chiude e in extremis Carlo Montanari porta a Napoli questo ragazzo taciturno che appare l'opposto del carattere della città. Serio, meticoloso, mille miglia lontano dal pizzico di follia che dovrebbe connotare i grandi portieri, Dino tratta il proprio fisico come uno dei motori curati nell’adolescenza: allenamento costante, anche oltre l’orario canonico, e cura maniacale per i dettagli, perche il portiere è un meccanismo di precisione e la parata, più che un tuffo nell’ignoto, può essere un calcolo. Il suo senso del piazzamento diventa proverbiale, Zoff ha un cognome che sembra un volo da un palo all’altro, ma un fisico del tutto normale, con l’eccezionalità di trovarsi quasi sempre al posto giusto nel momento giusto: meglio prevedere dove arriverà il pallone che buttarsi a corpo morto. Ferruccio Valcareggi si fida della sua freddezza e lo butta nella mischia proprio a Napoli, nei quarti degli Europei contro la Bulgaria,per promuoverlo titolare fino alla conquista finale. È un grnde portiere, diventerà un mito.

IL SUPERBOMBER: IL GRISSINO DEL GOL
È una stagione fertile, per i giovani cannonieri. Per esetioio, al Milan rientra in estate dal Savona un ragazzo di cisa, Pierino Prati. Ha vent’anni, è un “prodotto” della cintura milanese (Cinisello Balsamo), ha un fisico da grissino, piedi non proprio raffinati, ma fiuta il gol come un cane la preda. Dalle giovanili rossonere è già andato via due volte a “farsi le ossa”: la prima, a 18 anni, ha segnato 10 gol in 19 partite nella Salernitana, in C. Arturo Silvestri lo ha poi fatto esordire in A, giudicandolo tuttavia ancora acerbo e nel novembre 1966 lo ha spedito per l’appunto a Savona, questa volta in B. Ne ha segnati 15 in 29 partite e Rocco in ritiro attende con qualche curiosità questo ragazzo, dopo aver visto svanire il sogno Riva, l’ala sinistra che manca al Milan per diventare grande. Il 7 agosto, quando a Milanello animo i ragazzi per il ritiro e gli si para davanti questo beeat coi capelli lunghi, le dita inanellate e i pantaloni rossi, il Paròn non riesce a trattenere una smorfia: «Aspettavo Prati il calciatore, questo è Prati il cantante!». Una riserva come tante, forse. In allenamento però il grissino si butta a corpo morto e il tiro è preciso e potente. Alla settima giornata Rocco lo manda in campo contro il Cagliari con la maglia numero 7 ma al centro dell’attacco e i risultati lo convincono: nella giornata di Riva (doppietta), il Milan pareggia grazie anche al gol del nuovo arrivato. Promosso titolare, Prati diventa “Pierino la peste” e doppia le 15 reti cadette, conquisilo il titolo di capocannoniere, lo scudetto (cui seguirà la Coppa delle Coppe) e l’esordio in Nazionale, contro la Bulgaria, subito in gol anche qui, per l’avvio di una fantastica carriera che avrà un unico cruccio: trovarsi davanti in azzurro un satanasso come Riva.



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Rosa e staff tecnico del Milan scudettato


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