Serie A 1966-67 - Juventus


Il Racconto


IL FILM: DURO L’EX
La Serie A dimagrisce, prevedendo quattro retrocessioni in B in questo campionato per ridurre le squadre a 16 dal prossimo. Al mercato, il Milan fa ponti d’oro ai difensori, spendendo 390 milioni (330 in contanti più Trebbi e Maldini) per Rosato del Torino e 230 (95 più Pelagalli) per Anquilletti dell’Atalanta; la Juventus invece ci riprova col centravanti, puntando su Depaoli, dal Brescia per 300 ( 20 più Mazzia, Troja, acquistato dal Palermo, la comproprietà di Casati e il prestito di Bercellino II). Si parte e la musica è la stessa delle ultime stagioni, composta dall’Inter che le suona a tutti, mentre la Juventus resta in scia a un punto dopo tredici giornate. Il 22 gennaio 1967, al giro di boa, grazie a una svista arbitrale che cancella un gol a Depaoli sul campo della Lazio, i nerazzurri sono campioni d’inverno, con una lunghezza sui bianconeri (e 3 su Cagliari e Napoli). Il divario aumenta a tre punti alla ventunesima giornata e a quattro due domeniche dopo, poi l’Inter perde in casa col Torino e la Juve si rifa sotto. Il distacco si riallarga, ma a tre giornate dalla fine la Juventus vince lo scontro diretto e si porta a due lunghezze, poi entrambe pareggiano e il 21 maggio i bianconeri passano a Vicenza, mentre i nerazzurri impattano in casa con la Fiorentina. Alla vigilia dell’ultimo turno l’Inter è a 48 e la Juventus a 47; in coda, Foggia, Lecco e Venezia sono già in B, mentre Vicenza, Lazio e Spai sono a pari punti al quartultimo posto. Finale arroventato. Poiché gli uomini di Herrera il 25 maggio giocano a Lisbona la finale di Coppa dei Campioni, la giornata viene sdoppiata: le partite ininfluenti si giocano regolarmente domenica 28, le rilevanti per scudetto e salvezza giovedì 1 giugno. Ed ecco il colpo di scena: l’Inter perde a Mantova per un gol dell’ex Di Giacomo, mentre la Juventus, battendo la Lazio, sorpassa i nerazzurri, vince lo scudetto e condanna i biancocelesti alla Serie B.

I CAMPIONI: OLTRE IL SENSO DEL SUDORE
La Juventus vive il terzo campionato sotto la guida di Heriberto Herrera. Paraguaiano, nemmeno parente del più famoso HH, è stato pescato nel 1964 nell’Elche, squadra spagnola, da Boniperti, consigliere del presidente Catella, sempre alla ricerca di novità dopo l’esperimento Amarai e la parentesi Monzeglio, troppo signore per riuscire a mettere ordine in uno spogliatoio indocile e diviso. Anche HH2 è un precursore. La sua ossessione è la preparazione atletica, il suo credo il collettivo, un crogiuolo in cui si fondono gli sforzi di tutti i giocatori, senza distinzioni tra stelle e gregari. Ovviamente, Sivori è entrato presto in rotta di collisione con quest'uomo secco e ascetico anche nell'aspetto ossuto e nello sguardo penetrante. Poiché la convivenza era impossibile, a fine stagione - estate 1965 - l’asso argentino partiva per Napoli. Gli allenamenti massacranti e il gioco impostato soprattutto sui faticatori avevano prodotto buoni risultati in difesa senza corrispondenti bagliori in attacco, anche per il fallimento di Combin, seguito a ruota a quello di Nené. Nel secondo campionato, inaugurato col successo in Coppa Italia, non ha fatto meglio l’arieteTraspedini. 11 problema del centravanti, che solo il desiderio proibito Altafini avrebbe potuto risolvere in era di confermata chiusura delle frontiere, viene affidato nell’estate del 1966 a Virginio Depaoli, solido uomo d’area di provincia, cresciuto nel Milan e affermatosi, dopo lunga gavetta nelle serie minori, con i colori del Brescia. A suo sostegno, arriva anche l’ala Favalli del Foggia, costata 150 milioni (80 più Traspedini). Come rincalzi, i ritorni del funambolico attaccante Zigoni, riscattato dal Genoa per 40 milioni, e dell'interno Sacco dal prestito alla Lazio. Heriberto è un cerbero della fatica e pure dell’alimentazione, che sorveglia personalmente impiegando la bilancia per il controllo del peso e la leva delle multe, dispensate con serena determinazione. Un giorno un giovane aggregato alla prima squadra, durante una sosta in un bar nel viaggio di ritorno da una trasferta, si concede una birra fresca e mentre l’assapora non comprende gli sguardi di commiserazione dei compagni mentre si avvicina l’allenatore, che gli sussurra con un soave sorriso: «Cincuenta»; e bastano pochi istanti per mandargli di traverso la bevanda, non appena l’assonanza con “cinquanta” (mila lire) chiarisce che un quarto della paga mensile sta per trasformarsi in multa. Quanto al gioco, Heriberto predica il “movimiento”, anticipazione del calcio totale all’olandese, un tourbillon di giocatori in ogni zona del campo per tutta la partita. La sua popolarità presso il gruppo si assottiglia ogni giorno che passa, ma questo non turba il tecnico, che peraltro è anche un eccellente tattico e trasforma la squadra povera di qualità (perfettamente in linea coi suoi desideri) in una macchina da risultati, dalla difesa d’acciaio: il “gatto” Anzolin in porta, Gori e il mediano Leoncini sulla linea dei terzini, Bercellino stopper. Castano libero davanti al portiere e Salvadore secondo libero davanti ai marcatori; a centrocampo, l’infaticabile Del Sol sostiene la raffinata regia di Cinesinho, mentre in avanti due ali, il tornante Favalli e la punta Menichelli, con l’alternativa dell’estroso Zigoni, affiancano Depaoli. La squadra ha un andamento regolare e viene “scippata” di un punto il 22 gennaio 1967, quando l’arbitro Marchi cancella sul campo della Lazio il gol della vittoria di Depaoli, il cui pallone è finito in fondo alla rete rimbalzando poi fuori tra le mani del portiere Cei. La “beffa di Mantova” regala lo scudetto in extremis, premio meritato da una squadra che segna pochissimo (44 reti), ha la seconda difesa meno battuta del torneo (19 reti, solo il Cagliari fa meglio) e perde meno di tutti: solo tre partite.

I RIVALI: A ROTTA DI CROLLO
La Grande Inter finisce all’improvviso, nel giro di otto giorni di primavera. Prima, tutto sembrava più o meno normale. Certo, il mercato è stato deludente. Per prevenire il logorio di un gruppo sulla breccia ormai da anni, sarebbe stato necessario rinfrescare le pareti di casa. Herrera avrebbe voluto Pascutti, ma il no del Bologna allo scambio col cagliaritano Riva lo ha costretto ad accontentarsi dell’ultimo capocannoniere, l’anziano Vinicio, dal Vicenza per 100 milioni; in difesa è arrivato Soldo (50 milioni più Dellagiovanna al Varese) e a centrocampo Governato (130 milioni alla Lazio), subito bocciato e girato al Vicenza a novembre. Nient’altro. Il “Mago” si è lamentato: «È stata l'estate delle delusioni. Prima il Mondiale, poi la campagna acquisti, dalla quale l’Inter è uscita indebolita. Fate il conto: sono arrivati Vinicio, Governato e Soldo, mentre sono stati ceduti ben cinque giocatori: Malatrasi, Peirò, Gori, Della giovanna e Cordova. Viene a mancare così gran parte dello spirito di emulazione su cui si basa il rendimento dei giocatori, mentre Pascutti era l'ala sinistra che avevo richiesto espressamente». Quando però i giochi sono partiti, l’inter ha ripreso a macinare risultati. Grazie a una formazione titolare sempre fortissima: Sarti in porta, Burgnich e Facchetti terzini, Guameri stopper. Picchi libero, Bedin laterale a sostegno del regista Suarez e del rifinitore Corso assieme al tornante tuttofare Domenghini, con Mazzola e Cappellini o Jair di punta. Dodici uomini, una macchina da gol, ma con il vuoto alle spalle: Vinicio, un pesce fuor d’acqua come alternativa di Cappellini in una squadra non più abituata al centravanti d’area, l’eclettico Landini in difesa e a centrocampo l’anziano Bicicli, tornato a novembre dal Genoa, alternativa a Bedin. Quasi inevitabile che una squadra che regge gagliardamente il doppio binario campionato-Coppa Campioni (il suo allenatore ne aggiunge un terzo, come vedremo: la Nazionale) finisca a primavera sulle ginocchia. Eppure dall’esterno nessuno immagina il crollo, mentre le voci di dentro rivelano un gruppo stremato, che ha esaurito la sintonia col suo allenatore. In sequenza: il 25 maggio a Lisbona l’Inter manca la corona continentale; il 1° giugno a Mantova manca lo scudetto, su un tiro di Di Giacomo che Sarti si lascia passare tra le mani, disperandosene poi fino a battere la testa contro il palo; il 7 giugno a Padova manca la finale di Coppa Italia perdendo nel penultimo atto dai biancoscudati, militanti in B. Tutt’a un tratto, la Grande Inter non esiste più.

IL TOP: PESO D’ORO
Il soprannome Cinesinho risale ai tempi del Brasile, quando gli occhi a mandorla ispiratori del nomignolo affibbiatogli in tenera età dal padre spedirono in soffitta nome e cognome (Sidney Cunha). Nato a Rio Grande il 28 giugno 1935, ha cominciato come ala sinistra nel Renner di Rio Grande, dove anche papà aveva giocato, è diventato mezzala nell’Internacional di Porto Aiegre e infine è passato al Palmeiras, esibendo tocco di velluto, passaggio preciso e punizioni liftate. Ha esordito in Nazionale l’8 marzo 1956 a Città del Messico partendo dalla panchina; cinque giorni dopo, sempre nella capitale messicana, schierato ala sinistra segnava tre reti alla Costa Rica. Poi con la maglia verdeoro passava al ruolo naturale, regista avanzato, dove veniva chiuso dal futuro campione del mondo Didi. In tutto, comunque, nella Selecào ha giocato 17 partite segnando 7 reti. Nell’estate 1962, l'Inter lo ha portato in Italia per 130 milioni e lo ha girato in prestito al Modena, dove il ragazzo ha subito mostrato meraviglie, esordendo con un gol prodigioso al Genoa e risultando poi una delle colonne della salvezza della squadra emiliana. L’anno dopo l’Inter lo ha ripreso e ceduto al Catania in cambio di Szymaniak e 30 milioni. Due stagioni da big ne hanno confermato le qualità di uomo squadra, oltre al carattere posato da grande professionista: l’uomo ideale per la Juventus che ha bisogno di ordine dopo gli estri incontrollabili di Sivori. Il club bianconero lo acquista nell’estate del 1966 per 128 milioni. L’impatto coi metodi di HH2 è duro: l’asso brasiliano si presenta in ritiro piuttosto rotondetto e la bilancia diventa un’ossessione: «Il primo giorno a Villar Perosa» rievocherà «l’allenatore mi squadrò, mi trovò con cinque chili di troppo e subito sentenziò: dieta e doppi allenamenti. Nei primi tempi uscivo dal campo piangendo dalla stanchezza. E avevo fame, così per non mangiare cominciai a... fumare». A trentun anni non è facile reinventarsi un fisico asciutto, ma la volontà prevale su tutto e ben presto il pubblico ammira un centrocampista di eccellente qualità, meno imprevedibile di Sivori, ma capace di una regia ordinata e fantasiosa. È l’uomo di maggior classe del ritorno bianconero allo scudetto, il granello di fantasia e tecnica attorno a cui gira il “movimiento” di Heriberto Herrera traendone significato.

IL FLOP: TOPPA ITALIA
Ci si aspettava molto, forse troppo, dal Milan della nuova gestione. Luigi Carrara, industriale tessile di origini padovane, ha assunto la presidenza il 19 aprile 1966 e si è subito impegnato a sanare il dissesto economico lasciato da Felice Riva, ma anche a riportare in alto la squadra con acquisti adeguati. Per la panchina, ha assunto Arturo Silvestri, provocando le dimissioni di Nils Liedholm. Il nuovo tecnico, reduce dai successi di Cagliari, ha chiesto soprattutto di potenziare la difesa per potersi permettere un attacco sostenuto dalla fantasia di Ri vera e Amarrido. Detto e fatto: dal Torino è arrivato Roberto Rosato, asso azzurro.
capace di giocare libero, stopper e anche mediano, in cambio di 390 milioni; dall’Atalanta, il mastino Anquilletti per 230. Spese anche in attacco: 140 milioni per il riscatto di Sormani dalla Roma dopo l’ottima stagione e ben 150 per Riccardo Innocenti, ventitreenne centravanti considerato in grande ascesa dopo i 10 gol segnati nella Spai, da cui il Lecco lo aveva appena riscattato per 75 milioni. Il Milan disegnato da Silvestri sulla carta punta dritto allo scudetto: Mantovani in porta, Anquilletti e Schnellinger terzini di fascia, il secondo con licenza di avanzare, Santin stopper e Rosato libero; a centrocampo, il marcatore Trapattoni, il regista arretrato Lodetti e il redivivo Mora a sostegno della regia avanzata di Rivera; in attacco, Sormani e Amarildo o Fortunato. Ben presto arrivano i problemi: la difesa non gira, in porta viene ripescato Barluzzi, Schnellinger diventa libero e Rosato stopper, con Santin spesso a sinistra, mentre a centrocampo l’annata no del nervoso Amarildo (quattro giornate di squalifica in aprile per gli insulti all’arbitro contro la Fiorentina) impone il ricorso al giovane Maddè. E il ritorno a tempo pieno di Mora ne rivela il non pieno recupero, tanto che Silvestri arriverà a emarginarlo fuori rosa, salvo poi riammetterlo nel finale di campionato dopo l’intervento del presidente Carrara. Se si aggiunge che Sormani passa dall’exploit di 21 reti segnate a 4, si comprende come mai il Milan non riesca a ingranare, giocando un campionato discontinuo, chiuso a un deludente ottavo posto. Unica consolazione, la conquista della Coppa Italia in finale sul Padova, squadra di B. L’indomani Carrara passa all’azione, riportando sulla panchina rossonera Nereo Rocco, che esordisce già in Coppa delle Alpi.

IL GIALLO: IL MAGO NEL PAGLIAIO
La lettera parte come un fulmine a ciel sereno il 3 giugno 1967, indirizzata al presidente della Federcalcio, Giuseppe Pasquale: Helenio Herrera comunica le proprie dimissioni da Ct della Nazionale, incarico assunto da poche settimane dopo averlo ricoperto in via ufficiosa sin dalla ripresa dell’attività azzurra dopo il fiasco ai Mondiali inglesi costato il posto a Edmondo Fabbri. Nessuno si aspetta una mossa del genere, mentre si avvicina la partita degli azzurri in Romania per le qualificazioni europee. Il giorno dopo l’Inter elimina la Fiorentina in Coppa Italia, riaprendo la prospettiva di tornare in Europa con la Coppa delle Coppe, e il “Mago” spiega ai cronisti increduli le motivazioni del gesto: «Nell’ottobre scorso, quando ho cominciato a collaborare con Valcareggi, e successivamente, quando sono stato chiamato ufficialmente al timone della squadra, ho tracciato con lo stesso Valcareggi un programma a largo raggio, che ho potuto attuare soltanto in parte, perché il campionato, con le sue drammatiche e assillanti vicende, mi ha costretto a interrompere il lavoro. Questo programma, tuttavia, rimane validissimo e Valcareggi può benissimo attuarlo da solo». E aggiunge con una punta di velenosa polemica: «A me spiace molto lasciare la Nazionale, d’altra parte la mia permanenza alla guida della squadra si giustificava quando l’inter poteva contribuire con dieci elementi alle fortune della compagine azzurra. Adesso invece i miei giocatori sono, mi si permetta di dire, nauseati del football e delle altre vicende degli ultimi tempi. Li hanno convinti che sono stanchi e quindi sono anche demoralizzati. Solo pochi di loro potranno rispondere alla convocazione per la prossima partita contro la Romania: forse Facchetti e qualcun altro». Mentre il vicepresidente nerazzurro Prisco si affretta a precisare che la società non ha fatto pressioni su quella che è una libera scelta del tecnico, appare evidente che in seno alla Grande Inter si è verificata una netta frattura tra i giocatori e l’allenatore protagonisti di tanti successi. La verità si saprà anni dopo. Racconterà Leo Picchi, fratello del grande Armando: «Quando ancora l’Inter aveva quattro punti di vantaggio, andai alla Pinetina e Armando mi disse: “Leo, perdiamo tutto, campionato e coppa”. “Ma sei matto?” gli risposi. “Quell’uomo lì non vuol capire che siamo stracotti e continua coi suoi sistemi di allenamento”. Prima della finale di Lisbona, mentre i giocatori erano sequestrati in un albergo triste e isolato. Armando si lamentava che il Mago li tenesse lì ad ammuffire invece di consentir loro di andarsi a svagare e fare shopping per le strade della bellissima città portoghese. Avevano perso prima di entrare in campo e ne erano consapevoli». Quattro giorni dopo le dimissioni, l’Inter cade a Padova uscendo anche dalla Coppa Italia, certificando il fallimento stagionale. Significativo che proprio il destino nerazzurro di Picchi si compia in occasione della trasferta della Nazionale in Romania: durante il volo per Bucarest, il libero confida al nuovo Ct, Ferruccio Valcareggi, seduto vicino a lui, i motivi del crollo della sua squadra. Un cronista seduto dietro carpisce alcune frasi e il giorno dopo il suo giornale titola: «Picchi attacca Herrera»: pochi giorni dopo, il “Mago” otterrà la testa del suo ancora validissimo libero, ceduto al Varese, così avviando lo smantellamento della Grande Inter.

LA RIVELAZIONE: SALVE REGIA
La generazione del rilancio del calcio italiano mette in vetrina un nuovo gioiello. Che Giancarlo De Sisti avesse i cromosomi del campione era parso evidente fin dalle giovanili della Roma, dove il ragazzo, capitolino verace nato il 13 marzo 1943, aveva assunto presto il rilievo del leader in sboccio. Esordiente in A a 17 anni a Udine, mise la firma sotto la conquista della Coppa delle Fiere e poi divenne titolare come interno, un trequartista di pensiero veloce abile a organizzare il gioco. Nello Baglini appena arrivato alla Fiorentina impostava un programma basato su una ferrea politica dei giovani per risanare il bilancio senza avvilire le prospettive tecniche. Fece un’unica eccezione per l’asso della Roma, per il quale, nell’estate del 1965, sborsava 250 milioni senza batter ciglio. Un azzardo, secondo qualcuno, anche perché sradicare a 22 anni un baby dal suo ambiente non è detto che ne favorisca la crescita. Invece il calcolo si è rivelato esatto, perché il ragazzo De Sisti ha dimostrato la maturità precoce indispensabile per non fare un salto nel vuoto.
«Il trasferimento alla Fiorentina» confidava all’epoca « mi porta fuori dall’ambiente della squadra in cui sono cresciuto. Un po’ di panico addosso ce l’ho. Ma poi penso anche che per me sia un bene andar via, cambiar clima. Nella Roma sarei stato sempre il “pupo” da tenere sotto tutela col bavaglino e la scritta: “Non mi baciate”. A Firenze mi tratteranno finalmente come un vero giocatore». Al suo secondo campionato è già boom: Chiappella lo ha arretrato a regista puro, affidando a lui la ciurma di ragazzi di qualità da svezzare verso un roseo futuro, ricavandone l'uomo ideale per dare equilibrio e gioco alla squadra. Classe e concretezza che ben presto ne faranno l’erede del precocemente giubilato Bulgarelli in Nazionale.

LA SARACINESCA: PACCO D’ACCIAIO
Sembrava arrivato a Cagliari di passaggio, Adriano Resinato, portiere cresciuto nel Treviso in Serie C, approdato in A nel 1963 al Torino per fare il secondo di Lido Vieri e poi nel 1965 passato per 35 milioni al Vicenza, dove disputava una stagione discreta, a mezzo servizio col veterano Luison. Niente di che e infatti in Sardegna si è ritrovato nell’estate del 1966 perché Scopigno voleva fortissimamente il difensore Tiberi e il Lanerossi nel “pacco” ha messo anche il portiere: 100 milioni per l’accoppiata, diciamo novanta per il primo e dieci per il secondo. Si diceva che sarebbe stato presto “girato” a un altro club, avendo il Cagliari già un portiere titolare, l’ex juventino Mattrel. Poi, il 18 settembre 1966, venti minuti prima del fischio d’inizio di Lecco-Cagliari, prima giornata di campionato, l’allenatore Scopigno ha avvicinato il ventottenne ragazzo trevigiano e col suo fare sornione gli ha chiesto: «Ma che cosa aspetti a prendere la maglia?». Lui, stupito, è andato in campo e ha cominciato a litigare col pallone viscido per la pioggia. Il Cagliari ha vinto 2-0 e da li è partita la “striscia” da primato: 712 minuti senza subire reti, battendo i record di imbattibilità iniziale, di club (Bologna 1946-47,664 minuti con Ferrari e Vanz) e individuale (Ghezzi, Inter 1955-56, 395’). Reginato diventa improvvisamente famoso, un'aura magica sembra proteggerlo, tanto che all’Amsicora contro il Venezia nel primo tempo riceve uno scrosciante applauso dal pubblico quando supera il primato “parziale” di Vanz (573) e nella ripresa Benitez calcia fuori un calcio di rigore. Rompe l’incantesimo lo juventino Depaoli su un “liscio” di Vescovi. Reginato è un portiere tutto istinto e coraggio: celebri le sue uscite alla disperata, una delle quali, contro Muzzio della Spai a Ferrara il 15 gennaio 1967, gli procura la frattura dell’apofisi trasversa della terza vertebra lombare, costringendolo a oltre un mese di stop.

IL SUPERBOMBER: COME UN URAGANO
In pochi hanno capito al volo lo straordinario talento di Gigi Riva, ragazzo lungo e ossuto nato nel varesotto, a Leggiuno, il 7 novembre 1944. La sua vita non è stata facile: perso papà Ugo a otto anni per infortunio sul lavoro e poco dopo una sorellina per una grave malattia, a dieci anni mamma Edis, che si sfiancava in turni interminabili, ha dovuto mandarlo in collegio a studiare. Tre anni dopo il ragazzo ha cominciato a lavorare come apprendista meccanico in un’azienda di ascensori, ma ha perso presto l’impiego causa impegni di allenamento: il calcio era la sua passione, in campo liberava nel tiro a rete la malinconia di una esistenza dura. Mamma lo ha pregato di rinunciare a un provino con l’Inter causa lontananza e allora a quindici anni lo ha preso il Lavcno Mombello, club dilettantistico che gli ha garantito il posto in una fabbrica di ceramica. Del suo tiro fulminante si è cominciato a parlare in zona, a diciotto anni è stato ceduto in C, al Legnano, per un milione e 300mila lire. Beppe Galluzzi, ex tecnico del Legnano, lo ha vestito di azzurro nella Júniores e qui, unico tra i tanti, lo ha notato in un allenamento a Coverciano l’occhio lungo di Fulvio Bernardini, segnalandolo al suo presidente, Renato Dall’Ara, che però di fronte ai 40 milioni chiesti dal presidente lilla, Luciano Caccia, ha preso la porta. Cosi hanno fatto anche Lazio e Inter. Troppi soldi per quel mucchietto di pelle e ossa dal tocco grezzo. Invece non ha fatto un plissé Andrea Arrica, presidente del Cagliari, che il 13 marzo 1963, sulla tribuna dell’Olimpico di Roma in occasione di Italia-Spagna juniores, ha “chiuso” per 37 milioni. Poche settimane dopo, al Trofeo Uefa in Inghilterra il suddetto mucchietto ha inanellato cinque gol in cinque partite e Dall’Ara si è rifatto vivo col Cagliari, ma fuori tempo massimo, nonostante abbia provato con Arrica a metterla sul piano umano: come farà un “bimbo” di quell’età a piantare tutto e trasferirsi sull’isola, cosi lontano da casa? Se lo è chiesto anche lui, baby Gigi, che lì per lì non l’ha presa bene, ma poi ha fatto la valigia raccomandandosi al proprio carattere. Arrivato a Cagliari, vi ha scoperto il mondo: posto splendido, ambiente tranquillo, tifosi caldi. E ha cominciato a cannoneggiare. Promozione in A, i primi gol tra i big, l’esordio in Nazionale, il viaggio premio (si fa per dire, visto come è andata) ai Mondiali inglesi. Il mercato è tornato a parlare di lui, ma Herrera non sapeva che farsene e Dall’Ara non era certo disposto a sacrificargli il veterano Pascutti. Ora, troppo tardi, si comincia a capire chi è Gigi Riva. Una forza della natura, un satanasso del gol che Scopigno ha deciso di spostare dall’ala per fame un centravanti, o meglio, un attaccante libero di muoversi dove lo guida l’istinto su tutto il fronte offensivo. A 22 anni, al terzo campionato di A, Riva vince la classifica dei cannonieri in anticipo: e meno male, perché dopo i 18 gol arriva il maledetto pomeriggio azzurro dell’Olimpico, l'uscita del portiere portoghese Americo che gli costa la frattura del perone sinistro. Lui d’altronde è così: coraggio fisico da vendere, impeto agonistico senza riserve, un atleta dal fisico scultoreo (altro che mucchietto di pelle e ossa) che sulle piste del gol sembra un uragano.



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La Juve Operaia vincitrice del tricolore


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