Serie A 1965-66 - Inter


Il Racconto


IL FILM: LA STELLA DI LOTTA
Napoli re del mercato: acquista Altafini dal Milan per 300 milioni e poi Omar Sivori dalla Juventus per appena 90 (grazie a un contratto collaterale con cui il comandante Lauro compra motori Fiat per le sue navi). Il Milan rinnova il guardaroba a casa Roma, da cui arrivano Schnellinger (150), Angelillo (130) e Sormani in comproprietà (70). Il club giallorosso, in crisi finanziaria, cede anche il giovane gioiello De Sisti alla Fiorentina per 250 (180 più Benaglia). Grande novità: per la prima volta gli allenatori di A e B hanno accanto in panchina un dodicesimo giocatore, per la precisione un portiere, con cui è possibile sostituire l’estremo difensore durante la gara. Intere Napoli sono le “vedette” di inizio torneo, in testa alla classifica insieme dalla decima alla dodicesima giornata, quando i nerazzurri, che a settembre hanno rivinto la Coppa Intercontinentale, si staccano; il Milan li raggiunge momentaneamente, poi tornano in testa e il 16 gennaio 1966 sono campioni d’inverno, con un punto sui “cugini” e due sul Napoli. I ragazzi di Helenio Herrera, praticamente gli stessi del campionato precedente, non mollano la presa, alla ventitreesima giornata vantano 3 lunghezze su Milan e Napoli, mentre risale il Bologna, che dalla domenica successiva si insedia al secondo posto, a 4 punti dai campioni uscenti. Il distacco arriva fino a 6 punti, poi si riduce a 5 e tutto sembra già deciso, ma il primo maggio i rossoblu vincono lo scontro diretto e a tre turni dalla fine hanno tre lunghezze di svantaggio: troppe comunque per raggiungere un’Inter che non desiste dalla lotta, batte Juventus e Lazio e il 15 maggio è Campione d’Italia con una giornata di anticipo. È il decimo scudetto, che vale la stella sulla maglia nerazzurra. Gli uomini di Helenio Herrera chiudono con 4 punti sul Bologna e 6 sul Napoli. In coda, il Varese è il primo a perdere il contatto, nel finale di torneo si aggregano nella caduta in B Catania e Sampdoria.

I CAMPIONI: IL QUARTO D’ORO
La Grande Inter non cambia e continua a vincere. In estate Helenio Herrera chiede un grande attaccante: Altafini (il Milan, per non rafforzare i cugini, spara 500 milioni: come non detto) o Pascutti, niente alternative; nemmeno il giovane Riva del Cagliari: «Al massimo» vaneggia il Mago «lo farei impiegare come ornamento in casa Moratti!». Al dunque entrano solo rincalzi: Cappellini, centravanti di ritorno dal Genoa, e il giovane portiere Miniussi dal Varese. La squadra è sempre la stessa: Sarti in porta, Burgnich, Facchetti e Guarneri marcatori (col secondo autorizzato ogni tanto ad avanzare), Picchi a protezione; Bedin mediano, Suarez regista, Corso rifinitore, Domenghini e Mazzola attaccanti centrali con Jair ala di supporto. Veterani che tirano la carretta dall’inizio alla fine, visto che solo spazi marginali toccano ai rincalzi: dall’eclettico Landini, marcatore di difesa, a Peirò, centravanti in assenza di Jair o Suarez; da Goti e Cappellini, altre punte di complemento, fino a Malatrasi, che surroga Picchi nelle rare assenze e in due circostanze Bedin. Herrera talora è prigioniero del proprio personaggio, come quando si convince a fare del modesto Cappellini un campione semplicemente... convincendolo di esserlo. Però tutti si sorprendono pure quando impiega Facchetti come ala sinistra (con Landini al numero 11) e al dunque - contro la Sampdoria all'andata - il terzinone sblocca il risultato e poi procura il rigore trasformato da Mazzola; ci prenderà gusto, il corazziere nerazzurro, fino a totalizzare a fine stagione 10 reti, record per un difensore nel campionato italiano. Ogni tanto i ragazzi del Mago steccano e si grida all’inevitabile declino. Poi, puntuale, arriva la ripresa. conti fatti, l’Inter vince l’Intercontinentale, esce dalla Coppa dei Campioni solo in semifinale (per mano del futuro vincitore, il Reai Madrid) e conquista lo scudetto, collezionando in campionato (compreso l’ex aequo col Bologna nel 1964) il quarto primo posto consecutivo. Con 70 reti all’attivo, PInter è la squadra più prolifica del campionato, nonostante sia priva di un autentico centravanti d’area, essendo Mazzola interno di vocazione e Domenghini uomo di spola. Mai accaduto in A qualcosa del genere. Il che significa che “Habla Habla” non parla solo, ma produce anche un calcio terribilmente efficace.

I RIVALI: ONTA D’URTO
II Bologna non è finito. Il presidente Goldoni ne è convinto e in estate fa piazza pulita e punta nuovamente allo scudetto: nuovo direttore sportivo, Carlo Montanari, e nuovo allenatore, l’emergente Manlio Scopigno, formatosi a Vicenza. Il presidente accontenta le richieste di quest’ultimo: un terzino fluidificante “alla Facchetti” e un attaccante di complemento; vestono il rossoblù Micelli, sensazione dell’ultimo torneo, dal Foggia per 140 milioni (90 più Capra) e l’ala Vastola, pupillo del tecnico al Vicenza, per 160 (90 più Maraschi e il prestito di Corradi). In pratica è il Bologna dello scudetto, con Micelli al posto di Pavinato e Vastola per Nielsen. Il debutto ufficiale è un disastro: i rossoblù vengono eliminati in Coppa Italia dal Modena, squadra di B, una sconfitta bollata da Goldoni come “un’onta”; Scopigno scrolla le spalle, esercita l'arte dell’ironia, prende elegantemente in giro tutto e tutti, ma il segnale d’allarme è stato preciso e infatti la sua squadra sbarazzina non ingrana neppure in campionato: dopo cinque turni ha già due sconfitte sul groppone e non basta l’ 1-1 sul campo della Lazio a rasserenare i vertici del club, che si riuniscono la sera del 6 ottobre e dopo lunga discussione inviano il segretario Angelo Varani a casa del tecnico con la lettera di licenziamento; Scopigno la scorre con noncuranza, poi congeda l’interlocutore: «Guardi che ci sono due errori di sintassi e un congiuntivo sbagliato». 11 giorno dopo viene presentato il successore: Luis Camiglia, l’hidalgo argentino cacciato un anno t mezzo prima dal Milan dopo baruffe assortite con Viani. Finora non se l’è passata bene, in Italia (Fiorentina, Roma e Bari, prima dell’esperienza milanese), ma al presidente promette il ritorno ai vertici, previa strigliata in allenamento dei ragazzi. In effetti il debutto è negativo per via dell’eccessivo carico di lavoro. Poi il tecnico rettifica il tiro, rinuncia alla “fluidificazione” e da offensivista si converte a un modulo più prudente, con Tumburus di nuovo stopper fisso e non più mediano con licenza di avanzare, e Janich libero classico. La sua predilezione per i piedi buoni di bernardiniana memoria resta, acuendo le divisioni nello spogliatoio, ma il modulo funziona e a febbraio, nonostante il grave infortunio che toglie di mezzo Pascutti per due mesi (malleolo destro fratturato in un contrasto col foggiano Rinaldi), raggiunge il secondo posto e lancia la sfida-scudetto all’lnter. A primavera però la squadra si sfalda: Negri il 3 aprile contro la Fiorentina si procura un guaio al ginocchio destro che in pratica gli chiuderà la carriera, il taciturno Tumburus rompe il tradizionale riserbo per denunciare le continue offese del tecnico e viene multato. Così il successo del primo maggio nello scontro diretto riapre i giochi solo virtualmente: mancano appena tre giornate e il pari con la Juventus farà subito svanire il sogno.

IL TOP: TOTONNO INSUPERABILE
Antonio Juliano, detto “Totonno”, è il motore del Napoli: tutti guardano giustamente a Sivori e Altafini, che riempiono il San Paolo e fanno decollare la squadra di Pesaola verso i vertici, ma grande protagonista dell’exploit è questo napoletano verace cresciuto nella Fiamma Sangiovannese e poi nella Cirio, prima di fare il suo ingresso nelle giovanili del Napoli. Ha esordito in A a vent’anni, ma la stagione chiave è stata quella successiva, quando Pesaola lo ha promosso titolare nel cuore del gioco, ricavandone la promozione nella massima serie. Appena tornato tra i grandi, il club si dota dei campioni per fare il salto di qualità e lui è lì, a guidare le operazioni ad appena 22 anni come un veterano, col destro sapiente e la visione di gioco del regista di razza. Ha il ciuffo ribelle sulla faccia da scugnizzo, ma la personalità precoce non la sfodera solo in campo: «Noi giocatori napoletani, fatti in casa, usciti dal vivaio» racconterà, «non eravamo molto considerati. I presidenti ci minacciavano: “O prendi questo o te ne vai”. Dividevo la camera con un ragazzo, Mistone. lo chiedevo aumenti d’ingaggio e lui diceva: “Antonio, non tirare troppo la corda. Questi ti cacciano”. Ho sempre tirato la corda, non mi hanno mai cacciato. Alla fine il contratto, un buon contratto, arrivava sempre. Devo ringraziare anche Sivori e Altafini, con loro arrivarono pure i soldi per noi». Non c’è dubbio, il ragazzo ci sa fare e rientra di diritto nella generazione che rinnova il calcio italiano, tanto che Edmondo Fabbri lo includerà nella lista dei 22 per la Coppa del Mondo in Inghilterra, regalandogli il debutto in Nazionale nell’amichevole di giugno contro l’Austria.

IL FLOP: MAI DI DOMENICA
Il Torino? Un serio candidato allo scudetto, nei pronostici estivi. I motivi sono presto spiegati: arrivato dal Milan dopo il successo in Europa, Nereo Rocco ha speso la prima stagione a rullare sulla pista di vertice, cogliendo un prestigioso terzo posto, poi l’ambizioso presidente Pianelli ha aperto il portafoglio al mercato. Sono arrivati il capocannoniere dell’ultimo torneo, Orlando della Fiorentina, per 120 milioni (80 più il terzino Buzzacchera. in seguito girato al Padova) e il mediano Bolchi dall’Atalanta per 90 (50 in contanti più Hitchens) e due rincalzi di lusso, il mediano Pestrin, in prestito dal Padova, e il quotato centravanti Schütz dalla Roma, bisognoso di rilancio. Il nuovo Toro sembra proprio una potenza: l’eccellente Vieri in porta. Potetti e Fossati terzini, Rosato stopper, il lungo Puia libero, Bolchi mediano, il coriaceo Ferrini e il raffinato regista Moschino interni, Meroni imprendibile folletto all’ala. Orlando e l’agile Sirr.oni di punta. I cinque pareggi dei primi cinque turni tuttavia raffreddano precocemente gli entusiasmi e il resto del campionato non sarà più esaltante. Bolchi si rivela un semplice gregario e Rocco finirà ogni tanto per schierare Puia mediano al posto suo, col giovane Cereser libero anche per coprire meglio le inattese defaillance di Potetti, impelagato in beghe di Nazionale che ne intaccano la serenità; a centrocampo, Ferrini soffre lui pure la perdita della maglia azzurra; in attacco. Orlando non la mette più dentro e alla fine denuncerà un improbabile problema di preparazione atletica («Nella Fiorentina facevo venti allunghi senza sforzo, adesso sono fiacco: ho resistenza, ma ho perduto lo scatto e qualsiasi difensore mi precede...»); a un certo punto Rocco lo sostituisce col tedesco Schütz, che fa follie nelle partitelle infrasettimanali e poi la domenica, forse anche per le cautele agonistiche legate a un duplice intervento al menisco patito ai tempi della Roma, è molle come una mozzarella («Xe l’omo del mercole» scuote il testone il tecnico) e lo stesso Simoni appare appannato. Insomma, non bastano i guizzi dell’artista Meroni, idolo della folla e tra le grandi speranze azzurre per i Mondiali inglesi, a sostenere il rendimento di una squadra mediocre, che chiude l’andata all’undicesimo posto e nel ritorno guadagna una sola posizione.

IL GIALLO: IL SOGNO SPEZZATO
Bruno Mora, ala del Milan e della Nazionale, non partecipa ai Mondiali 1966, di cui avrebbe dovuto essere un protagonista. E resterà sempre un mistero perché mai il pur grave infortunio che gli capita il 12 dicembre 1965 sia destinato a risultare letale per la sua carriera. Quel pomeriggio il Milan gioca a Bologna e il ragazzo di Parma, reduce da una superba prestazione in Nazionale, non demorde anche quando gli uomini di casa vanno sollecitamente sul 2-0. Così al 39’ del primo tempo, lanciato da Rivera, entra in area palla al piede tallonato da Micelli, mentre il fischio dell’arbitro Lo Bello, che segnala il fuorigioco, si perde nel boato della folla: pochi passi, una finta e il portiere Spalazzi gli esce incontro, allungando la gamba destra, su cui va a cozzare con violenza la sinistra dell’attaccante, piegandosi innaturalmente.
Mora rimbalza a terra con un grido di dolore. All’ospedale gli verrà riscontrata la frattura scomposta di tibia e perone. Infortunio grave, ma che dovrebbe risolversi con quattro mesi di stop. Tanto che il giocatore, dal suo letto, scagiona il portiere emiliano e promette: «Sono disgrazie , non ne ha colpa nessuno. Non sono il primo giocatore che si frattura. E poi nella scalogna ho avuto la fortuna di rompermi una gamba proprio a Bologna, dove opera un certo Gui», cioè uno dei massimi specialisti in ortopedia dell’epoca, «il quale mi ha detto cose chiare, concrete, e io comincio a fare calcoli: starò a Parma dai miei, poi a metà febbraio mi tolgo il gesso. Quindi occorrerà altro tempo per la rieducazione dell’arto. Ai primi di aprile sono già in allenamento. E alla fine del mese sarò pronto per giocare. Mi basterebbe fare due o tre partite di fine campionato. Dopo sarei rodatissimo per i Mondiali Londra». Purtroppo il calcolo si rivelerà sbagliato: tornerà in campo solo dieci mesi dopo l’incidente, il 16 ottobre 1966 contro la Lazio, e presto si capirà che lo smalto del campione si è perso per sempre in quel maledetto pomeriggio d’autunno al Comunale di Bologna.

LA RIVELAZIONE: LA STANZA DEL GIGLIO
Mario Bertini, ventunenne torello della Fiorentina nativo di Prato, si è rivelato nell’Empoli, in C, dopo aver cominciato nella squadra della sua città. Un campionato formidabile (quello 1963-64) e subito il gran salto in Serie A, nella squadra viola. Un interno poderoso, dal tiro proibito, che non ha patito il salto di categoria, giocando subito venti partite. Ora che il nuovo presidente Nello Baglini, arrivato nel febbraio del 1965 e subito alle prese con un debito monstre (800 milioni) da risanare, ha deciso di puntare sulla politica dei giovani, il ragazzo toscano diventa una delle colonne della nuova squadra, che sotto la guida di Beppe Chiappella, formatosi come allenatore nella “De Martino”, viaggia alla grande. In estate, il presidente ha fatto eccezione alla sua attenzione “luterana” (espressione sua) per il bilancio solo per tre investimenti: 250 milioni per Giancarlo De Sisti, regista gioiello della Roma, 75 per riscattare appunto Bertini da Empoli e Prato (ne possedevano ancora un quarto a testa) e 60 (20 più Buzzacchera) per il terzino Rogora del Padova. Tre ragazzi in gamba, per un gruppo basato sul vivaio d’oro, coltivato nelle ultime stagioni da Carlo Montanari. Così, “battezzando” come interni De Sisti e Merlo, raffinato faticatore fatto in casa, Chiappella decide di arretrare Bertini in mediana. Niente paura: il ragazzo ha gagliardia atletica ma anche senso tattico, si applica sull’uomo e non rinuncia a inserirsi nella manovra. Un campioncino in erba, che contribuisce alla conquista del quarto posto e della Coppa Italia (trasformando in finale il rigore decisivo) e a giugno viene premiato con l’esordio in Nazionale da Fabbri, che poi lo aggregherà in viaggio premio assieme a Riva al gruppo dei 22 per i Mondiali inglesi.

LA SARACINESCA: L’ANGELO DEI PALI
Si dice che il colpo di fulmine con la Signora sia scoccato subito, il 31 gennaio 1960, quando i bianconeri, lanciati verso lo scudetto, faticarono terribilmente in casa ad aver ragione del Palermo (destinato alla retrocessione) soprattutto a causa di Roberto Anzolin, portierino di 21 anni in vena di prodezze, tra cui un rigore parato a Cervato, con plastica distensione sulla destra a respingere la “castagna” dello specialista. In effetti la Juventus lasciò poi il ragazzo col ciuffo sbarazzino ancora un anno a Palermo, a trascinare prontamente in A i rosanero cementandone la difesa con la sua personalità in sboccio, per poi portarlo a Torino, dove l’“angelo” di Valdagno (vi è nato il 18 aprile 1948) diventa presto un’istituzione. In un’epoca di grandi portieri, la sua sicurezza, il suo colpo di reni e le acrobazie da palo a palo ne fanno uno dei numeri uno più affidabili del campionato. A fine stagione, dovendo colmare il vuoto lasciato dall’infortunio del titolare Negri, Fabbri sceglie Anzolin come “secondo” di Albertosi ai Mondiali inglesi. Eppure, il portierissimo della Juve non esordirà mai in azzurro. E a fine carriera, gli resterà un cruccio: «Quel diagonale di Pak Doo Ik, io l’avrei parato. Sicuro. Il guaio è che non mi “vendevo” bene come altri...»

IL SUPERBOMBER: LA PARTE DEL LEONE
Sembrava avviato alla fine della carriera, Luis Vinicio, i cui anni d’oro giacevano ormai sotto la polvere dei ricordi: le prime tre stagioni al Napoli, il tifo partenopeo tutto per lui, il centravanti dal tocco vellutato e dal tiro di pietra. Nato a Belo Horizone il 28 febbraio 1932, studente di architettura, era stato attratto dal pallone prima nella squadra della sua città, poi nel Botafogo, che ne fece la fortuna con la tournée europea del 1955, intrapresa apposta per mettere in vetrina il campionario dei propri gioielli. Per 50 milioni e un complicato intreccio anche politico, il bomber finì al Napoli e qui prese a infilare i portieri infiammando la folla. Un tifoso in vena di rime aveva scritto per lui un ardito distico: «Con la tua fama di campione, tu hai nel petto il cuore di un leone», sicché per i tifosi era diventato “’O lione”, il leone indomito capace di lanciarsi in area ad azzannare i portieri. Dopo tre anni, però, l’incantesimo si ruppe, l’incompatibilità con l’altro brasiliano in prima linea, il lunatico Del Vecchio, ne fece declinare il rendimento e la guerra privata col tecnico Amadei lo allontanò definitivamente dal Vesuvio. Lauro nel 1960 lo regalava in pratica al Bologna e a 28 anni sembrava un’enormità. Eppure, anche in Emilia il suo rendimento andò a fasi alterne e a un certo punto Bernardini gli preferì decisamente il giovane Nielsen. Finché, l’8 ottobre 1962, rimasto senza contratto nella sua casa di Belo Horizonte, venne ceduto per un piatto di lenticchie al Vicenza. L’aria tranquilla della provincia gli ha giovato, e dopo i 7 gol del primo torneo è tornato a segnare con medie da centravanti “vero”. Superati i problemi fisici dell’ultima stagione, il vecchio leone a 34 anni suonati vince la classifica cannonieri realizzando 25 reti in 34 partite. Nemmeno Nordahl, campione di gol e longevità, era riuscito a incoronarsi re dei bomber a quell’età. In estate il Vicenza riuscirà a ricavare ben 100 milioni dalla sua cessione all’Inter.



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I nerazzurri che conquistarono la stella, al loro terzo scudetto in quattro anni


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