Serie A 1964-65 - Inter


Il Racconto


IL FILM: LA VITA È BEFFA
È del Torino il colpo più “ricco” del mercato: Orfeo Pianelli, ambizioso presidente granata dal febbraio 1963, acquista Gigi Meroni, ventunenne ala del Genoa, per 275 milioni ( 170 in contanti, più Peirò e il giovane Agroppi in prestito). La Fiorentina risponde con l’attaccante Morrone dalla Lazio per 260 (110 più Petris e la comproprietà di Bartù). La Juventus ci riprova per il centravanti con Combin dall’Olympique Lione per 135. Nel Cagliari neopromosso debutta in Serie A un attaccante di vent’anni, Gigi Riva. L’avvio è nel segno del Milan, che si scrolla di dosso Inter e Sampdoria e dalla settima giornata guida solitario la classifica. Il suo vantaggio sale rapidamente con una serie di sette successi consecutivi, tra cui quello netto nel derby del nono turno. Il 10 gennaio 1965, il Diavolo è campione d’inverno con una giornata di anticipo: chiuderà l’andata con 5 punti sullTnter e 7 sulla Juventus. Il vantaggio sui “cugini” arriva fino a 7 lunghezze al diciannovesimo turno, quando lo scudetto rossonero sembra già in cassaforte, poi accade l’incredibile: ritorna alla base il reprobo Altafini e gli uomini di Liedholm perdono Fimbattibilità cadendo in casa col Vicenza. Si profila una beffa colossale. I nerazzurri cominciano a rosicchiare punti e quando vincono il derby alla ventiseiesima si ritrovano a una sola lunghezza dal Milan, raggiunto la domenica successiva. L’Inter pareggia a Vicenza e i rossoneri tornano in testa, ma per poco: al trentunesimo turno perdono in casa con la Roma e la squadra di Herrera, vincendo sul campo della Juve, replica il sorpasso. Il distacco sale a due punti alla penultima e il 6 giugno PInter è di nuovo Campione d’Italia, con 3 lunghezze sul Milan e 10 sul Torino. In coda, pollice verso per Messina e Mantova, cui si aggiunge nella caduta in B il Genoa.

I CAMPIONI: INDIAVOLATA FINALE
Ritocchi di lusso per l’Inter al mercato: Moratti e Allodi acquistano Domenghini, ala dell’Atalanta, per 200 milioni (130 in contanti più il prestito di Bolchi e Petroni) e il centravanti Peirò dal Genoa per 125 (105 più il prestito di Cappellini): lo spagnolo arriva come terzo straniero impiegabile assieme agli altri due (Jair e Suarez) solo nei confronti internazionali. Per la difesa, il mediano Malatrasi, dalla Roma per 140, e il giovane terzino-ala Sirena dal Treviso per 35. L’avvio di stagione è pesante, perché in concomitanza con l’inizio del campionato i nerazzurri affrontano l’impegno della Coppa Intercontinentale, tre incontri tra Buenos Aires, Milano e Madrid nel giro di poco più di due settimane. Her--era parte con Sarti in porta, Burgnich e Facchetti marcatori di fascia, Guarneri stopper, Picchi libero, Tagnin mediano ì protezione dopo il poco convincente impiego nel ruolo di Malatrasi, Suarez in regia, Corso rifinitore, Jair ala destra. Mazzola (con l’alternativa Domenghini) e Milani di punta. Il Milan prende il volo, ma PInter si assesta: Domenghini non ; un attaccante, ma si rivela un formidabile uomo ovunque, capace di surrogare le numerose assenze di Jair, frenato da jn'operazione alle tonsille e problemi a un ginocchio, e poi quella definitiva di Milani, cui PII novembre 1964, contro a Dinamo Bucarest in Coppa dei Campioni, una ginocchiata dia schiena procura un’artrosi traumatica con forti dolori, diagnosticata finalmente a marzo come effetto dello spostamento di una vertebra, che impone la chiusura anticipata iella carriera. Anche Malatrasi, deludente in avvio sia da nediano che da terzino destro, si rivela un’ottima alternativa i Picchi nel ruolo di libero, mentre nel finale di torneo Herrera tira fuori dal vivaio due carte inedite: il giovane mediano Bedin, subito titolare con eccellenti esiti sulla tenuta atletica della squadra, e l’attaccante Gori, che surroga Domenghini nel mese di assenza provocato dal grave incidente d’auto del 12 aprile 1965. Se le prime due Inter del “Mago” (il suo meritato soprannome) crollavano in primavera, ora accade il contrario, perché proprio nel periodo “caldo" i nerazzurri lanciano la volata finale che consente di conquistare altri due trofei: la seconda consecutiva Coppa dei Campioni e lo scudetto.

I RIVALI: JOSÈ QUESTA CRISI
Campionato pazzesco, quello del Milan: in estate, campagna ridotta all’osso anche per i dissidi interni alla compagine societaria (11 consiglieri si dimettono in blocco): viene acquistato per 80 milioni l’attaccante peruviano Gallardo dal Cristal Barkus di Lima, subito peraltro girato in compro prietà al Cagliari (per 50 milioni) in quanto terzo straniero dopo il ritorno dell’altro peruviano, il mediano Benitez, da prestito al Messina. Inutile la mega offerta in extremis de presidente Felice Riva alla Roma: 260 milioni in contant per Angelillo, rifiutata dal presidente giallorosso Marin Dettina, alle prese con un drammatico buco di bilancio, ma anche con un allenatore, Juan Carlos Lorenzo, pronto ad andarsene se l’affare fosse andato in porto. Fallito anche il tentativo di portare in rossonero Alfredo Di Stefano - lasciato libero a 38 anni dal Reai Madrid - che per fare il terzo straniero chiedeva 40 milioni di ingaggio. Unico altro arrivo, quello del giovane interno blucerchiato Salvi, nell’ambito del riscatto doriano di Barison, ceduto a novembre 1963 dal Milan al club genovese. Gipo Viani, che guida la squadra avendo accanto come allenatore Nils Liedholm, promosso durante la stagione precedente dalle giovanili, a novembre si libera anche di Sani, che torna in Brasile a prezzo di saldo (8 milioni), essendo ormai maturo il giovane Lodetti. prodotto del fertile vivaio rossonero. Il vero problema tuttavia è l’assenza di Altafini, che è tornato in Brasile chiedendo la luna per il rinnovo dell’ingaggio. Insomma, ci sono tutte le premesse per un’annata-no, tanto più che, complici le assenze per disaccordo sul reingaggio, in Coppa Italia la squadra è stata subito eliminata dai cadetti del Monza. Invece i rossoneri, in formazione di emergenza imbottita di ragazzi cresciuti nel vivaio, partono alla grande: in porta, Ghezzi e poi Barluzzi (dopo cinque giornate subentrato per infortunio del titolare e poi padrone del ruolo), Noletti e Pelagalli terzini al posto degli infortunati Trebbi e Radice; Trapattoni stopper, Maldini libero, il coriaceo Benitez mediano di copertura, Lodetti regista arretrato alle spalle del baby Ferrario e poi di Rivera, che comincia il campionato alla quinta giornata causa servizio militare; in attacco, Mora tornante a sostegno di Amarildo e Fortunato. La squadra incassa pochissimo, segna tanto anche grazie alla vena di Ferrario, dotato di tecnica sopraffina e spesso partner di Amarildo al posto di Fortunato, e vola, mentre prosegue la telenovela-Altafini.
Quando a febbraio José, annusata l’aria, finalmente cede e torna in Italia riappropriandosi della maglia, il perfetto meccanismo va inaspettatamente in crisi. Confezionando una beffa clamorosa, a tutto vantaggio dei cugini nerazzurri.

IL TOP: ONOREVOLE CAMPIONE
Il Bologna che avrebbe dovuto aprire un ciclo frana rovinosamente, eppure propone in Giacomo Bulgarelli un superbo protagonista del campionato. Nato a Portonovo di Medicina il 24 ottobre 1940, entrò nel Bologna a 14 anni, notato dall’ex Mike mentre sgambettava con gli amici nel cortile di casa. Svezzato come attaccante esterno per la facilità ad andare in gol, venne trasformato in trequartista e poi messo a bagnomaria dal padre, che prima pretendeva assolti i doveri scolastici, con la maturità classica neH’esclusivo collegio bolognese San Luigi. Tornato a tempo pieno, divenne ben presto titolare, partecipando in azzurro all’avventura olimpica 1960, per poi esordire tra ¡grandi alla Coppa del Mondo in Cile con due reti alla Svizzera, purtroppo ormai platoniche. Giunto il momento di “stringere”, costruendo una squadra anche pratica oltre che spettacolare e un po’ allegra in difesa, Bernardini lasciava a trequarti con le briglie sciolte il solo Haller, arretrando a mediano il regista Fogli e trasformando Bulgarelli nell’equilibratore del gioco. La stagione con lo scudetto sulla maglia conferma le qualità di un giocatore che sarà a conti fatti il più completo della generazione del riscatto del calcio italiano: classe, eleganza e senso del gol, ma anche corsa e agonismo, da interno “totale”. Edmondo Fabbri ne fa il fulcro di centrocampo della sua nuova Nazionale, il Milan proverà invano nel corso degli anni a vestirlo di rossonero, per costituire con l’amico Rivera una coppia di mezzeali da sogno. Per il Bologna, il più grande campione del dopoguerra, salutato prima del via di ogni partita interna da un noto supertifoso locale (Gino Villani) con un rauco grido nel megafono: «Onorevole Giacomino, salute!»

IL FLOP: MONETINA FORTE
A Renato Dall’Ara, il presidente che ha guidato il Bologna per trent’anni ed è morto quattro giorni prima di vedere realizzato il sogno tricolore, è succeduto il suo vice e amico, Luigi Goldoni, facoltoso industriale deciso a portarne avanti l’opera. Non possedendo la competenza specifica del predecessore, questi promuove Antonio Bovina direttore sportivo a tempo pieno (prima ne divideva l’impegno col lavoro di funzionario della centrale del latte) e non lesina i mezzi economici per accontentare Bernardini. L’undici titolare che ha vinto il tricolore ha un’età media bassissima ed è quindi logico ritenerlo in avvio di un ciclo vincente, magari anche sul piano intemazionale, nel solco della gloriosa tradizione del club (due Coppe dell’Europa Centrale). Per arricchire a dovere la rosa, attrezzandola per il doppio impegno campionato-Coppa dei Campioni, vengono dunque acquistati una serie di prospetti di alta qualità: l’ala Maraschi dalla Lazio per 160 milioni (70 più Renna e il prestito di Marini), l’interno Turra dal Catania per 130 più la comproprietà di Lorenzini, il mediano Muccini (100) e il centravanti Bui (75) dalla Spai, il raffinato regista Fara (40 più Ragonesi) dall’Alessandria. Ceduti soltanto il portiere Cimpiel al Brescia e l’interno Demarco al Vicenza. «Avevo chiesto un certo numero di validi giocatori di rincalzo» commenta Bernardini, «devo dire che non mi sarei mai atteso una infornata del genere. Sono contento, anzi, contentissimo. Ringrazio Gol-doni, Bovina e gli altri. Non si poteva desiderare di meglio». Si tratta di investimenti pesanti, giustificati dai ricchi incassi che la Coppa dei Campioni promette, ma certo, commentano i tradizionalisti, tutto il contrario di quanto avrebbe fatto il risparmiatore Dall’Ara, nemico giurato dei “doppioni” e delle rose allargate. Il primo turno della competizione continentale si rivela il crocevia della stagione. Il Bologna perde di misura al debutto in trasferta con l’Anderlecht e domina al ritorno, subendo però negli ultimi minuti il gol che impone la “bella”; a Barcellona gli emiliani perdono il terzo match per sorteggio. La fatai monetina infligge una batosta morale dalla quale la squadra non si riprenderà. Il gruppo si disgrega, nascono dissidi interni (specie tra Haller e Nielsen), gli infortuni tagliano fuori gli attesi Turra e Fara, prime alternative del centrocampo, e gli effetti del cambio di preparazione per l’impegno di Coppa unito a un certo rilassamento nel ritiro estivo di Pievepelago minano la tenuta atletica della squadra, uscita probabilmente stremata dalla stagione del caso doping. Il Bologna chiude al sesto posto e Goldoni si sente tradito: all’indomani della fine del campionato, licenzia in tronco Bernardini e Bovina. Il ciclo vincente si è chiuso prima ancora di cominciare.

IL GIALLO: BIZZA AL TAGLIO
Il calcio italiano fa ponti d’oro agli attaccanti e infatti la Juventus, alla ricerca disperata di un centravanti da quando si è chiusa l’era-Charles, nell’estate del 1963 ha invano offerto lo sproposito di 700 milioni per José Altafini, uno che da quando è in Italia segna tantissimo, una media di quasi 20 gol a campionato, anche se negli ultimi anni il rendimento sotto rete si è ridotto sensibilmente. Cosi il ventiseienne asso brasiliano a giugno 1964, prima di partire per le ferie in Brasile, passa in sede per firmare il nuovo contratto e pone condizioni-capestro: vuole un impegno per tre anni, per complessivi 100 milioni. Il club rossonero è dilaniato dalle guerre intestine nella sala dei bottoni e in più il suo bilancio piange lacrime amare, sicché la risposta è laconica: o la conferma dell’ultimo ingaggio annuale (25 milioni) o niente. Il campione sbatte la porta e se ne va oltreoceano. Quando torna in Italia, in vista del ritiro fissato per il 6 agosto a Lugano, si presenta assieme allo zio-manager e rettifica solo in parte il tiro: vuole 30 milioni l’anno per due anni e poi la lista gratuita. Gipo Viani ha già dichiarato pubblicamente che la conferma dei 25 milioni è già tanto, visto il rendimento nell’ultimo torneo del giocatore, che da “leone” delle prime stagioni si è trasformato in arca in un giocatore che cerca soprattutto di schivare le botte. Se poi qualcuno lo vuole, aggiunge il direttore tecnico milanista, si può pure accomodare, a patto che abbia in tasca non meno di 475 milioni sull’unghia. Così ecco l’ultima proposta al giocatore: contratto da 25 milioni condizionati al numero dei gol e promessa dello svincolo dopo tre anni, prendere o lasciare. Altafini la considera una dichiarazione di guerra e sbatte di nuovo la porta. Viani sbotta: «Ormai José in campo è diventato un coniglio», Altafini risponde: «Viani è la rovina del Milan». L’attaccante rifiuta di scendere in campo alla prima di campionato e il 16 settembre annuncia in lacrime: «Mi offrono venticinque milioni a rate e per di più vincolati al rendimento. Ma ehi ci crede al rendimento, quando i dirigenti attuali mi trattano come un bambino scemo, di cui non hanno fiducia, che gioca come un coniglio? No, non accetto il “rendimento” dopo sei anni di Milan. Non mi vendono, perché sparano 400 milioni, e chi mi compra con la congiuntura che c’e ora in Italia? Così ho deciso: tomo a casa, vado a giocare per divertimento e faccio l’industriale».
Dopodiché si imbarca sulla nave “Federico C.” per il Brasile, convinto che ben presto il Milan avrà bisogno di lui. Invece gli “orfani” rossoneri innestano il turbo e lui si rende subito conto di essersi cacciato in un vicolo cieco. In Patria va ad allenarsi col Palmeiras e intanto i mesi passano. Mentre la squadra in Italia veleggia in testa alla classifica, lui prova a rilanciare spiegando che in realtà il contenzioso riguarda 7 milioni di lire di tasse arretrate che il Milan non vuole pagare. Nessuna risposta dall’Italia. Finalmente, dopo un paio di annunci a vuoto, a fine gennaio Altafini decide di fare marcia indietro. Sbarca a Linate nel pomeriggio del 31 gennaio 1965 e il giorno dopo va a pranzo con Viani. La sua è una resa senza condizioni; il Milan, forte della posizione in classifica lanciata verso lo scudetto, ha abbassato le proprie proposte: 7 milioni per la stagione in corso più 7 del debito fiscale che la società si accolla, 15 per quella successiva e trasferimento nel 1966. Altafini non può che accettare e il 2 febbraio firma il nuovo accordo con Felice Riva. Cinque giorni dopo è pronto al debutto stagionale con la maglia del Milan: partita facile, in casa col Vicenza, San Siro pieno come un uovo, tutti convinti che il superDiavolo ora diventerà ancora più irresistibile. Invece proprio quel giorno la capolista perde la propria verginità. È l’inizio della crisi. Il Milan lascia uno scudetto che sembrava già vinto ed è inevitabile collegare il crollo al ritorno di José, che metterà insieme appena 3 reti in 12 partite. E a fine stagione verrà ceduto al Napoli.

LA RIVELAZIONE: ASSO DURO
Gianfranco Bedin debutta in Serie A nelle file dell’lnter il 14 febbraio 1965 contro la Lazio. Quel giorno, oltre a Picchi, sostituito da Malatrasi, Herrera deve fare a meno anche di Facchetti e decide di mandare in campo con la maglia numero 3 il mediano Tagnin e sostituire quest’ultimo col diciannovenne delle giovanili che da poco ha voluto aggregare alla prima squadra. Il ragazzo non solo non avverte l’emozione, ma quel giorno gioca come un veterano, tanto da conquistare il cuore del tecnico e il posto da titolare, togliendolo proprio a Tagnin. Da quel momento Bedin non esce più di squadra, tanto che in finale di Coppa dei Campioni toccherà a lui la marcatura dell’asso Eusebio e proprio la sua bravura nel tenerlo a bada sarà uno degli ingredienti del successo nerazzurro. Veneto di San Donà di Piave, il baby ha cominciato nel Fossalta e il racconto del suo primo impatto con l’Inter è quantomeno curioso: «Fu a Sondrio, in una amichevole tra la Júniores dell’Inter e la squadra locale: ero venuto in prova dal Fossalta e c’era Meazza a seguirmi dalla panchina. Dopo qualche minuto, presi una botta in testa e rimasi a terra stordito. “Tumela” Della Casa mi trasportò fuori campo, mi prestò le prime cure e quando mi riebbi insistette perché tornassi negli spogliatoi. La testa mi faceva terribilmente male, ma non potevo rinunciare cosi banalmente alla grossa occasione. Chissà se mi avrebbero provato una seconda volta... Tomai allora in campo liberandomi con uno strattone di “Tumela” e giocai fino alla fine. Come, non ricordo, anche perché negli spogliatoi mi sentii male e venni ricoverato all’ospedale con un principio di commozione cerebrale. Quando tomai a casa ebbi la sorpresa di sapere che ero passato definitivamente all'Inter». In nerazzurro ha cominciato da interno offensivo, poi per esigenze tattiche l’allenatore Neri lo ha arretrato mediano e il risultato è esplosivo: Bedin offre all’lnter il carburante giusto per il rush finale di primavera, quattro reti e tanta freschezza atletica. Al punto da guadagnare a fine stagione la sua prima convocazione in Nazionale, per la serie di amichevoli della squadra di Fabbri.

LA SARACINESCA: L’UOMO DEI SOGNI
Ce l’ha fatta, Pierluigi Pizzaballa, a diventare un campione del calcio, nonostante il cognome: «A inizio carriera volevano farmelo cambiare, dicevano che non potevo andare lontano, che era poco calcistico. Per fortuna fui irremovibile: sono nato cosi, mi chiamo così, non voglio essere diverso. Insistevano: “Mah, ci pensi, sarebbe più facile...” Più facile per me era tenere il mio nome». Nato a Bergamo il 14 settembre 1939, cresciuto nell’oratorio dell’Immacolata, è stato subito portiere: «In famiglia eravamo otto figli, di cui cinque maschi; all’inizio andavo al campo coi miei fratelli, io ero il più piccolo, mettevano giù i sassi per fare la porta e, indicando con il dito, mi facevano: “Pisabali”, il soprannome in bergamasco che stava a dire: “Tu vai li, vai in porta”. E non ne sono più uscito, anche perché mi piace comandare e il portiere deve essere capace di dare ordini». Passato ai dilettanti del Verdello, a 17 anni è approdato al settore giovanile dell’Atalanta. Qui Carlo Ceresoli lo ha forgiato e quando l’occasione è capitata (la frattura alla tibia destra del titolare Cornetti, il 27 gennaio 1963 contro la Juventus) il ragazzo non se l’è fatta scappare. In questo campionato, il suo primo da titolare, compie autentici prodigi, subendo appena 28 reti, una in meno dell’Inter campione, in una squadra che finisce undicesima, e conquista il premio Combi come miglior portiere della massima categoria. Entrerà nel giro della Nazionale e sarà il “terzo” ai Mondiali del 1966. La sua lunghissima carriera lo vedrà alla Roma, poi al Verona, al Milan e infine di nuovo all’Atalanta, nelle cui file chiuderà a 40 anni con immutato entusiasmo: «Non ho mai smesso di sognare» racconterà, «è questo il segreto che mi ha fatto riuscire nella vita. Ero alto cosi e sognavo le partite la domenica, le grandi parate mentre Carosio le raccontava alla radio. Ero un professionista e le sognavo il giorno prima, aspettando la gara. Sognavo il boato del pubblico al grande intervento, gli appallisi dopo. Non ho mai smesso».

I SUPERBOMBER: CORAZZIERE E FIGLIO D’ARTE
Ancora una poltrona per due, in vetta ai cannonieri. Alberto Orlando della Fiorentina è un corazziere per i tempi - 1,80 per 77 chili - col cruccio che l’Almanacco gli concede invece erroneamente appena 1,72 per 65 - e forse non è un caso l’esplosione in riva all’Arno. Nato a Roma il 27 settembre 1938, ha cominciato a fare sul serio nella Giovanissima, poi a 16 anni è entrato nella Roma per lOOmila lire. Centravanti di vocazione, ha debuttato in A a 19 anni e dopo è stato mandato in B, al Messina, a farsi le ossa e magari evitare di sciupare tutto con certe allegre compagnie capitoline. In Sicilia ha segnato 17 reti e immediatamente, nel 1959, è tornato alla base, ma qui era appena arrivato Manfrcdini e Foni decise di allargarlo all’ala. Pur in un ruolo non amato, Orlando ha raggiunto la Nazionale, chiamato da Edmondo Fabbri, e ha subito rifilato quattro gol alla Turchia a Bologna. Un fuoco di paglia, anche perché nella Roma ha continuato a giocare da emarginato, senza riuscire a dare il meglio, pur conquistando una Coppa Italia. Nell’estate del 1964 la Fiorentina ha scommesso su di lui, acquistandolo per 90 milioni. Ecco la piazza e soprattutto la squadra ideale, di nuovo centravanti con due esterni di classe assoluta, Hamrin e Morrone, ad aprire spazi, ed ecco l’exploit: 17 reti in 32 partite. Anche questo sarà un fuoco di paglia, perché la cessione al Torino spegnerà il momento magico: né in granata né a Napoli ritroverà le migliori misure, fino a chiudere precocemente la carriera in B, nella Spal, a soli 30 anni.
Porta un cognome pesante, Sandrino Mazzola, nato a Torino l’8 novembre 1942, vissuto con papà Valentino separato dalla moglie e poi tornato dalla madre in Lombardia dopo la tragedia di Superga. Lo hanno cresciuto due padri putativi: Piero Taggini, che lo ha allevato come un figlio suo, e Benito Lorenzi, che un giorno ha “adottato” lui e il fratellino Ferruccio facendone le mascotte dell’Inter e poi introducendoli nelle giovanili nerazzurre. Entrambi i ragazzini hanno talento, ma Sandro in più ha la “fame”, quella voglia di emergere che lo porta a “studiare” calcio con un’applicazione feroce. Cosi, sul dribbling istintivo e vincente, sulla visione di gioco e il tiro a rete, si è snodato un campioncino, anche se il peso del cognome ha forse fatto pensare al solito raccomandato. Ha debuttato in A di straforo a 18 anni, segnando su rigore il gol della bandiera nel 9-1 rifilato dalla Juventus ai ragazzi mandati in campo dal presidente Moratti nella ripetizione della famosa partita-scudetto del 1960-61, e ha avuto l’onore di stringere la mano prima del via al grande capitano Boniperti, quel giorno al passo d’addio. Poi è tornato dietro le quinte ed è stato Herrera a volerlo nel giro della prima squadra, lanciandolo nel 1962-63 fino a ricavarne i gol decisivi per il primo scudetto. Nella stagione arrivava pure l’esordio in Nazionale, nello splendido successo sul Brasile, con tanto di gol, ovviamente su rigore. Il ragazzo è interno naturale, ma si inserisce in area con tale facilità che quando viene a mancare Milani tocca a lui il ruolo di prima punta è il risultato è nelle 17 reti che centra in 33 partite, in una stagione memorabile, col tris scudetto-Coppa dei Campioni-Coppa Intercontinentale. E nato un campione degno del grande padre.



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L'Inter campione d'Italia, d'Europa e del Mondo


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