Serie A 1963-64 - Bologna


Il Racconto


IL FILM: BILANCIO IN SPAREGGIO
La Roma fa il botto con Sorniani, stella del Mantova, che diventa “Mister mezzo miliardo”: al club virgiliano vanno 200 milioni in contanti, più Nicolè, arrivato dalla Juve, Manganotto, dall'Udinese, lo svedese Jonsson e il prestito del tedesco Schnellinger, acquistato per 80 milioni dal Colonia. Il Milan si svena col Botafogo (220 milioni) per avere Amarildo, l’asso mondiale bloccato l’anno prima dal veto della Federcalcio. Dopo l’alternanza delle prime settimane, al decimo turno proprio il Milan si sbarazza del sorprendente Vicenza battendolo a casa sua e resta solo in testa alla classifica. Dopo tre turni gli uomini di Camiglia hanno 3 punti su Bologna, Inter e Juventus. I bianconeri travolgono l’ìnter, poi sono gli emiliani a salire in cattedra con una serie-record di dieci vittorie consecutive: raggiungono il Milan in testa il 12 gennaio, in tempo per condividere il titolo di campioni d’inverno, e si staccano alla ventesima giornata, approfittando delia sconfitta interna dei rossoneri con la Lazio. Tre domeniche dopo la squadra rossoblù vince a San Siro il confronto diretto lasciando i rivali a 3 punti, mentre resta a 2 l’lnter, in prepotente ritorno. Due giorni dopo scoppia il “caso doping” che coinvolge il Bologna, raggiunto dai nerazzurri alla venticinquesima grazie al rinvio della partita dei felsinei con la Spai. Cinque giorni dopo, il club rossoblù viene penalizzato dal giudice sportivo e precipita al terzo posto. Il giorno di Pasqua, 29 marzo, l’Inter vince a Bologna allargando il vantaggio a 4 lunghezze, mentre il Milan continua a tallonare a un punto. La polemica doping infuria, il Bologna vince il recupero con la Spal riducendo il distacco dai nerazzurri, il Milan scivola al terzo posto. Alla trentunesima giornata l’Inter conduce con 3 lunghezze sul Bologna, cui però la Caf il sabato successivo restituisce i tre punti, riportando appaiate le due rivali. Le contendenti vincono le ultime tre gare e il 31 maggio, a fine campionato, la classifica dice: Bologna e Inter 54, Milan 51. In coda, Bari e Spai retrocedono in B, mentre al terzultimo posto sono a pari punti Modena e Sampdoria. Per la prima volta il campionato si decide allo spareggio, sia in testa che in coda. Le due partite si giocano il 7 giugno: all’Olimpico di Roma il Bologna batte l’Inter 2-0 vincendo lo scudetto, mentre a Milano la Sampdoria batte con lo stesso punteggio il Modena, conquistando la salvezza.

I CAMPIONI: IL PARADISO PERDUTO
Per l’ultimo salto di qualità al Bologna mancava solo un grande portiere, parola di Fulvio Bernardini, il tecnico che arrivando in Emilia nel 1961 promise al presidente, Renato Dall’Ara, lo scudetto in tre anni. Il patron tentava da anni invano di competere con le grandi metropolitane come gli era riuscito prima della guerra, poi ha cambiato strategia, reclutando i giovani migliori sul mercato, per ritrovarsi finalmente con una squadra lanciatissima verso i vertici. Nella primavera del 1963 accontenta il suo tecnico con l'ultimo sacrificio: 90 milioni più Santarelli e Marini per vestire di rossoblù William Negri, portiere del Mantova e della Nazionale. Il resto lo fa il cambio di mentalità e di compiti in difesa e a centrocampo, necessario per stringere la cinghia alla mentalità esageratamente offensiva del tecnico: questi decide dopo le prime giornate di sostituire in difesa l’ex ala Capra col terzino Furlanis, spietato marcatore, in coppia con Pavinato, e di fissare i compiti dei due mediani di copertura: Tumburus, da laterale con licenza di avanzare, diventa stopper davanti al libero fisso Janich. A centrocampo, l’altro mediano Fogli arretra in copertura, Bulgarelli scala a regista lasciando la trequarti al genio di Haller. In avanti, conferme per il tornante Perani a destra, il torello Nielsen al centro e l’irruento Pascutti a sinistra. Nasce una squadra che alla fine della “stagione regolare” ha all’attivo 54 reti come l’inter e tre in meno al passivo rispetto ai nerazzurri, celebri per la blindatura arretrata. Il successo nello spareggio, dovuto anche all’astuzia di Bernardini (che abitua i suoi al caldo a Fregene e poi sostituisce l’indisponibile Pascutti con il terzino Capra all’ala sinistra), è meritato soprattutto per la qualità del gioco. Un Bologna giovanissimo, che tuttavia non aprirà un ciclo: l’anziano presidente muore il 3 giugno 1964, quattro giorni prima della “bella” a Roma, provato dalla terribile vicenda del doping, e nulla sarà più come prima sotto le Due Torri.

I RIVALI: CATENACCIO SPETTACOLO
L’Inter campione è assetata di trionfi e dunque decisa a lottare su due fronti, perché al bis tricolore deve seguire la Coppa dei Campioni, appena conquistata dai “cugini” rossoneri. Moratti accontenta di nuovo le richieste di Herrera. II suo braccio armato, Italo Allodi, allestisce un mega affare con la Fiorentina, da cui preleva il portiere Sarti (in cambio di Maschio e Buffon) e il centravanti Milani (100 milioni).
Ingaggia inoltre dal Vicenza per 160 milioni lo stopper Dino Panzanato, salvo poi cederlo in prestito al Modena a novembre perché il “Mago” si è sbagliato (voleva una riserva per Picchi, dunque il libero del Vicenza, l’ottimo Stenti, non lo stopper), mentre per il centrocampo, impossibilitato ad arrivare a Ferrini, prende il nazionale tedesco Szymaniak dal Catania (che aggiunge 30 milioni e ottiene Cinesinho, tornato in nerazzurro dal prestito al Modena). La nuova Inter non si vede subito, soprattutto perché Milani, lamentando un credito di 2,5 milioni con la società viola, dopo le prime amichevoli torna a casa a occuparsi dei propri affari. Solo a novembre, dietro insistenze di Herrera, Allodi lo va a trovare, gli garantisce il saldo della pendenza da parte di Moratti e lo convince a tornare e a prendere il posto di Di Giacomo al centro dell’attacco. A quel punto il tecnico ha pronta la corazzata: Sarti in porta, Burgnich e Guarneri marcatori, Facchetti terzino sinistro con licenza di avanzare, Picchi libero, Tagnin (preferito al più tecnico ma anche più fragile Zaglio) mediano di copertura, Suarez regista, Corso rifinitore avanzato, Jair, Milani e Mazzola di punta. Una squadra che prende il volo dopo le prime settimane, una volta assestato l’undici titolare, e sprigiona qualità ed efficacia. L’Inter fa “Catenaccio”? È vero, ma è anche riduttivo pensare a una squadra solo blindata in difesa, perché la tecnica a centrocampo abbonda: Suarez e Corso dipingono calcio e i contropiedisti Jair e Mazzola sono formidabili fattori di spettacolo. Uno squadrone che fa il vuoto in Europa e in Italia si arrende solo allo spareggio a un Bologna da leggenda, in un campionato di altissimo livello.

IL TOP: LIBERO PROFESSIONISTA
La nuova carriera di Armando Picchi è cominciata il 15 aprile 1962, quando nell’ultima di campionato, contro il già retrocesso Lecco, Herrera lo schierò libero anziché terzino destro. Un esperimento episodico, ma dall’esito talmente convincente da indicare una strada futura. Picchi è nato a Livorno il 20 maggio 1935 e nel Livorno ha coi centrocampista offensivo e poi difensore. Tre ca da titolare in C sono bastati all’occhio lungo di Mazza per portarlo alla Spal, subito in A, subito in evidenza; di quella stagione (1959-60) l’Inter lo pagava a peso d'oro, 92 milioni di valutazione: 17 in contanti, più il riscatto di Massei, il portiere Matteucci e il difensore Valadè. A Milano nel corso degli anni il ragazzo si è disciplinato, Herrera lo ha inquadrato, stemperandone la verve polemica consigliandogli di convogliare la rabbia dalla linguacce ai piedi di alta qualità. L'ultima metamorfosi è stata decisiva, perché al gioco nerazzurro mancava un libero così; statico, come lamenterà Rivera in una celebre polemica via stampa dopo uno scialbo nulla di fatto in azzurro, ma col tempismo di intervento e la visione in disimpegno del regista arretrato. Picchi è drastico nelle chiusure quanto abile negli appoggi per i centrocampisti, cosi come è il suo innato senso tattico a coprire le avanzate di Facchetti così spesso letali per gli avversari. In Nazionale non avrà vita facile, per la predilezione di Fabbri al gioco più arioso (e meno condizionato dagli stranieri nei ruoli chiave) del Bologna, ma in campionato si segnala come un leader, abile nell’indirizzare il partner centrale Guarneri (cui delega gli interventi aerei) e l’intero gioco arretrato della squadra, da capitano e allenatore in campo.

IL FLOP: OMARAL
La Juventus del ginnasiarca Amarai ha perso nel finale dell’ultima stagione il duello-scudetto con l’inter soprattutto per mancanza di un centravanti degno successore di Charles. Poiché il presidente Catella ha chiesto semplicemente di... «guadagnare un posto in più in classifica», il suo consulente Boniperti vola di nuovo in Brasile e questa volta, di concerto con Amarai, pesca nel Santos, anziché Pelé come anticipato da qualche beninformato, un giovane attaccante alto e ben piantato, di nome Nené. Questi ha ventun anni, costa una cifra (120 milioni) ed è uno sfondatore centrale, così perlomeno assicurano i corrispondenti dal Paese del futebol. Sul fronte interno, la Juve fa follie per Gori, terzino della Spal, che arriva assieme al ritorno dell’ala Dell'Omodarme in cambio di 175 milioni, Giuseppe Castano (fratello minore di Ernesto), Bozzao (riscatto), Crippa e la comproprietà di Fochesato. Per dar manforte al nuovo centravanti arrivano inoltre l’ala romanista Menichelli, per 300 milioni (150 più Nicolè), e il rifinitore Da Costa, dall’Atalanta per 50 milioni più Milan, acquistato dal Catania per 70. Insomma, la Signora fa le cose in grande stile, ma il precampionato è un pentolone che borbotta: Nené, si capisce a occhio, ha gran classe, ma è tutto fuorché uno sfondatore centrale; la zona difensiva cigola e allora Amarai, su pressioni dirigenziali peraltro mal digerite, manda alternativamente Castano e Salvadore, i due “centrali”, a fare il libero; soprattutto, però, i ragazzi in bianconero e in particolare Omar Sivori non gradiscono (eufemismo) la preparazione stroncagambe del “duro” do Brasil. Il campionato comincia bene, ma solo sul piano dei risultati. Amarai schiera i quattro più o meno in linea, con Gori, i due centrali e Leoncini, mentre col numero “5” del regista arretrato prova Sacco e poi sceglie addirittura Da Costa. Dopo quattro turni la Juve è in testa alla classifica, ma le acque non sono tranquille: il tecnico si scontra spesso con i dirigenti e mercoledì 2 ottobre, per la partita di Coppa delle Fiere con l’OFK Belgrado, manda in campo un gruppetto di riserve, come se la Juve potesse permettersi di snobbare l’impegno, e lo annuncia a chiare lettere alla vigilia, così scoraggiando il pubblico. Quella sera riesce ugualmente a vincere, ma solo per 2-1, cosi mettendo a rischio la qualificazione. Il giorno dopo il tecnico brasiliano viene licenziato, nonostante sia primo in classifica e reduce da una vittoria, «a seguito di una serie di controversie con la Società». Il suo posto viene preso da Eraldo Monzeglio, già allenatore della Sampdoria e a lungo del Napoli. Chi ci sia dietro al ribaltone lo rivela indirettamente lo stesso nuovo tecnico, che al debutto con i cronisti annuncia serafico: «Oggi mi sento disfatto dall’emozione e dalla stanchezza e voi tutti saprete comprendermi. Ho pregato pertanto Sivori di guidare l’allenamento odierno». Mentre Amarai non fiata, limitandosi a precisare che il club «ha sistemato la parte finanziaria con correttezza e signorilità», il nuovo arrivato procede alla restaurazione: difesa classica con Gori e Sarti terzini, Salvadore stopper e Castano libero; Leoncini a centrocampo con Del Sol alle spalle di Sivori; Stacchini e Menichelli ali, Nené centravanti. Non funziona. La Juve esce presto dalla lotta-scudetto e a gennaio anche dalla Coppa delle Fiere, eliminata ai quarti dal Reai Saragozza. Alla fine si piazza quinta, a distacco siderale dalle prime.

IL GIALLO: L’ORINA LEGALE
La lotta al doping nello sport italiano ha preso le mosse negli anni Cinquanta dal ciclismo. Il calcio si è accodato nel 1962, ma è in questo torneo che avviene il salto di qualità: grazie ai progressi del “pool” di medici all’avanguardia del Centro delle Cascine, sulle colline di Firenze, dotati ora di macchinari all ’altezza (il “gascromatografo” in particolare), è possibile combattere il fenomeno facendo sul serio. Così si stabiliscono una serie di controlli a sorpresa sulle urine dei giocatori - una partita di A e una di B a ogni giornata - e soprattutto vengono inasprite le pene: ora cercare di migliorare il proprio rendimento facendo ricorso alle amfetamine può portare alla radiazione. Tùtto procede senza problemi fino al 4 marzo 1964, quando la Federcalcio annuncia che cinque giocatori del Bologna primo in classifica sono risultati positivi al controllo antidoping dopo il match casalingo col Torino di un mese prima, vinto 4-1. Sono: Pavinato, Tumburus, Fogli, Perani e Pascutti. La notizia, diffusa da un quotidiano milanese del pomeriggio, provoca già in serata manifestazioni di piazza nel capoluogo emiliano, dove i tifosi inferociti gridano al complotto dei club milanesi (la Lega ha sede a Milano) per azzoppare la squadra inseritasi nel banchetto tricolore delle Grandi che dal dopoguerra si spartiscono quasi sistematicamente gli scudetti. L’affare si complica tre giorni dopo, quando tre avvocati bolognesi adiscono la magistratura ordinaria presentando un esposto in cui ipotizzano un reato, la manomissione delle provette contenenti il liquido organico dei giocatori. L’indomani il Procuratore della Repubblica di Bologna fa sequestrare tutti i flaconi: quelli conservati al Centro medico delle Cascine, le cui analisi hanno dato esito positivo, e quelli custoditi poco lontano, presso il Centro tecnico di Coverciano, pronti per le controanalisi, di fatto impedendo queste ultime. Insigni giuristi entrano in lizza discettando sui rapporti tra diritto sportivo e diritto comune, la stampa di Bologna e quella di Milano polemizzano ferocemente su sponde opposte. Il 12 marzo la Commissione giudicante prende tempo, ottiene il rinvio della partita tra i rossoblu e la Spai e sollecita il Bologna a chiedere alla magistratura il dissequestro delle provette. Ovviamente quest’ultimo non viene concesso e il 20 marzo la stessa Commissione bastona duro: per l’uso di «sostanze chimiche che possono aver determinato prestazioni artificiosamente elevate», al Bologna viene data partita persa contro il Torino per 0-2, con l’aggiunta di un punto di penalizzazione in classifica; all’allenatore Fulvio Bernardini, risparmiata la radiazione per... meriti azzurri, è inflitta una squalifica di 18 mesi, mentre il medico sociale Igino Poggiali viene inibito ad assolvere incarichi in ambito sportivo. Tttti assolti, invece, i giocatori, drogati a loro insaputa da allenatore e medico. La piazza rumoreggia sempre più, le polemiche sono roventi, il Bologna comincia a ricevere aiuti dagli arbitri trovandosi in una situazione psicologica precaria, addirittura si teme una “Pasqua di sangue” per la partita con l’Inter, che invece si risolve tra gli applausi del pubblico emiliano ai nerazzurri meritatamente vincitori. Mentre il sogno scudetto pare svanire, la Procura della Repubblica fa effettuare nuove analisi, da cui trapela che le provette delle Cascine, non sigillate e contenute in un frigorifero privo di serratura in un luogo da tempo teatro di lavori murari per la costruzione di un piano sopraelevato, contengono sì sostanze dopanti, ma in misura abnorme, tale da provocare un’intossicazione; mentre quelle ancora sigillate di Cover-ciano risultano prive di sostanze proibite. Così il 16 maggio la Caf in appello assolve il Bologna, Bernardini e Poggiali, sia pure con una motivazione quantomeno ambigua. Si arriva cosi a fine campionato con Bologna e Inter alla pari. Provato dalla vicenda, il settantaduenne presidente rosso-blù Renato Dall'Ara muore fulminato da un infarto nella sede della Lega in via dell’Annunciata a Milano, durante un’accesa discussione con l’omologo Angelo Moratti sui premi partita per lo spareggio di quattro giorni dopo a Roma. L’inchiesta della magistratura ordinaria, passata per competenza a Firenze, si chiuderà solo il 13 marzo 1966, con un “non luogo a procedere” nell’impossibilità di individuare il sabotatore che ha sciolto pastiglie di amfetamina nei flaconi contenuti alle Cascine e di decifrarne il reato commesso. Molti anni dopo, nel novembre 1998, durante una trasmissione televisiva della Rai, Giampaolo Dalmastri, successore di Poggiali come medico del Bologna, rivelerà di aver ricevuto nel 1968 da Gipo Viani, all'epoca dei fatti direttore tecnico del Milan e poi di nuovo allenatore del Bologna, una confidenza illuminante: «Mi disse: tutti accusano l’Inter per il caso doping. Invece c’entra il Milan, e io lo so. Poi chiuse il discorso con uno di quei suoi sorrisi maliziosi, da guascone».

LA RIVELAZIONE: TERZINO CINGOLATO
Karl-Heinz Schnellinger è un fuoriclasse consolidato, ma per l’Italia è una rivelazione, in un’epoca in cui la televisione non porta che per eccezione il calcio intemazionale nelle case. A 19 anni ha esordito nella Nazionale tedesca contro la Cecoslovacchia e poche settimane dopo ha giocato due partite ai Mondiali del 1958- in quello successivo ha brillato: schierato terzino sinistro, andava a proteggere da consumato libero lo statico stopper Erhardt nelle azioni più concitate, ma quando la squadra si distendeva in avanti, allungava i cingoli per sganciarsi da centrocampista o attaccante aggiunto con eccellenti esiti. Insomma, un campione completo, nato a Diiren il 31 marzo 1939, cresciuto nella squadra della sua città c passato nel 1958 al Colonia, dove si è affermato. Volendogli trovare un difetto, il Ct Scpp Herberger, che lo aveva lanciato in Nazionale, lo accusava di divertirsi troppo a giocare e dunque di rischiare di non rendere al massimo se la partita non gli offriva abbastanza stimoli. Ora quel tempo è passato: professionista rigoroso, Schnellinger è un pilastro della salvezza del deludente Mantova, un giocatore capace di fare reparto da solo: «Un calciatore moderno» sostiene «deve saper ricoprire tutti i ruoli della difesa se gioca indietro o essere utile avanti per ogni situazione se fa l’attaccante».

LA SARACINESCA: IL PRIMATISTA
Mario Da Pozzo, ovvero, un portiere potenzialmente formidabile, ma un po’ svagato; di grande scatto, ma di scarsa posizione. Questo il giudizio tecnico prevalente sull’estremo difensore del Genoa. Veronese di Legnago, dove è nato il 9 luglio 1939, è cresciuto nell’Audace di San Michele Extra assieme a Mario Corso, con cui ha condiviso l’approdo giovanissimo all lnter. A ventanni, dopo l'esordio in A, ha fatto esperienza in B a Catanzaro, poi è tornato alla base e nel 1961 è passato al Genoa assieme a Firmani, Fongaro e Rancati per 250 milioni. Deve la propria valorizzazione a Renato Gei. il suo allenatore sotto la Lanterna, che nel 1961, in B, gli ha dato subito fiducia. In questo campionato, mentre impazzano Negri, Sarti, Anzolin e altri più acclamati numeri uno, lui si prende la scena stabilendo a suon di prodezze il nuovo record di imbattibilità in Serie A: 791 minuti, dal 71’ di Genoa-Fiorentina (ottava giornata) fino al 52’ di Genoa-Bologna, quando viene trafitto da Haller su rigore. Polverizzato il precedente primato, del bolognese Glauco Vanz, 573 minuti, risalente al 1946-47.

IL SUPERBOMBER: CANNONIERE A DONDOLO
Harald Nieslen si ripete, a conferma che Dall’Ara ha fatto il gran colpo dopo averlo ammirato alle Olimpiadi del 1960. Il portento danese gli era stato segnalato un paio d’anni prima da Aldo Campatelli; il danese Axel Pilmark, altro grande ex, aveva confermato. Il pubblico di Bologna se ne è innamorato, perché questo torello non ha i piedi di velluto, ma la mette sempre dentro. «Io» scherza Bulgarelli, uno che al pallone dà del tu «non riesco a capire come fa». L’altro replica con candore: «Quando mi arriva la palla, me la tengo davanti, corro verso la porta avversaria e tiro». Semplice, no? Da quando in una lontana partita col Venezia ubriacò lo spagnolo Santisteban caracollando ciondolante per poi scappargli via senza nemmeno aver tentato il dribbling, lo hanno soprannominato “Dondolo”. E lui, dondolando, segna a raffica, a costo di provocare la gelosia di Haller, che col pallone dipinge e non si capacita di come uno così rude nel tocco possa far innamorare la folla. Nielsen sorride e abbozza, felice di aver trovato l’oro nel calcio italiano: sposato con una attrice famosa nel suo Paese, Rudi-Mie Hansen, investe oculatamente i guadagni e a fine camera diventerà imprenditore di successo in Patria. Chiuderà col calcio ancora giovane, a causa di una vertebra spostata da un duro contrasto di gioco: già menomato, passerà a peso d’oro all’lnter dopo lungo corteggiamento, poi spenderà spiccioli di agonismo con Napoli e Sampdoria, prima di arrendersi a 29 anni.



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Il Bologna campione d'Italia per la settima volta nella sua storia


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