Serie A 1962-63 - Inter


Il Racconto


IL FILM: NULLA ASTA
La Juventus vince la corsa dei milioni spendendone 255 per Del Sol, “motorino” del Real Madrid; l'lnter arriva seconda con i 230 di valutazione di Maschio (Atalanta), il Torino si svena versandone 220 all’Atlètico Madrid per l’attaccante Peirò, il Bologna con 150 porta a casa il giovane fuoriclasse Haller dall'Augsburg e c’è persino chi pasteggia sulla rovina azzurra ai Mondiali: la Sampdoria stanzia 130 milioni per il centrocampista Toro del Colo Colo, protagonista del Cile terzo sul podio iridato, mentre solo un “veto” federale pone termine all'asta selvaggia tra Juventus e Fiorentina per l’ingaggio di Amarildo, fresco Campione del Mondo come brillante sostituto di Pelé. Una bella imbarcata di soldi per lenire le sofferenze del nostro calcio, deluso dalla kermesse mondiale. Prima del via, quel furbone di Herrera sentenzia che il Milan è tanto forte ormai da poter vincere scudetto e Coppa dei Campioni. Quando si parte, il campionato parla emiliano, con i colori della Spai e soprattutto del Bologna, dal settimo turno in testa alla classifica. I rossoblu perdono primato e molte illusioni alla tredicesima giornata, quando l’Inter li sconfigge a domicilio per 4-0. La Juve passa in vetta e subito ancora finteria castiga, scippandole il comando delle operazioni, salvo restituirlo a fine girone d’andata, quando i bianconeri sono campioni d’inverno con un punto sui nerazzurri e due sul Bologna. La lotta continua serrata nel ritorno. Le duellanti si ritrovano in coabitazione per tre turni, poi l’inter dalla ventitreesima giornata è di nuovo sola in testa, ma gli avversari non mollano e restano a due punti fino all’imprevisto tonfo casalingo col Catania del 7 aprile. Solo lo scontro diretto a tre turni dalla fine può riaprire la sfida, ma il 28 aprile a Torino l’Inter vince grazie a una prodezza del giovane Mazzola e la domenica dopo è Campione d’Italia con due turni di anticipo. Chiuderà con 4 punti sulla Juventus e 6 sul Milan. In coda, Palermo e Venezia sono le prime a perdere contatto. All’ultimo turno la sconfitta di Bergamo spinge il Napoli a far loro compagnia nella caduta in B.

I CAMPIONI: HELENIO NELLA CODA
Tornato in sella, Angelo Moratti rilancia e per riportare l’Inter allo scudetto prima accetta senza batter ciglio il ritorno “disinvolto” di Helenio Herrera, poi gli apparecchia, grazie all’abilità del generai manager Italo Allodi, una dispendiose tavola di mercato: il terzino Burgnich, risorto a Palermo dalli delusione juventina (100 milioni più Bandoni), il mediane Tagnin, disponibile peraltro solo dal l° febbraio 1963 dopo l’abbuono di un anno di squalifica, il regista Maschie dall’Atalanta per 170 milioni più Mereghetti (valutato 60 e due sudamericani nuovi di zecca: il brasiliano Jair, ala de Portuguesa( 110 milioni) e il giovane centravanti dell'Argentina e del River Piate, Pagani (120). Troppi stranieri per i regolamento che ne limita l’impiego a due? Macché: voi nor lo immaginate, ma il nero Jair è un... “oriundo”, visto che una sua nonna, Maria Crivellari, emigrata nel 1882 da Trecenta, nel Polesine, a Campinas, vi sposò tale Virginio Herculano da Silva e dalla loro unione nacque Emilia, poi convolata a giuste nozze con Luorival Da Costa, padre di Jair. Peccato che il fantasioso albero genealogico non scaldi i cuori delle autorità federali e il tentativo fallisca, cosi facendo finire in naftalina l’attaccante brasiliano. Herrera però tiene troppo a lui e al mercato autunnale con coraggio decide di sacrificargli Hitchens, idolo di San Siro (16 gol all’esordio in Italia), autorizzandone la cessione al Torino in cambio di Di Giacomo. Bastonato dai primi due fallimenti italiani e da quello con la Spagna in Cile, convinto dal presidente e da Gianni Brera a proteggere la retroguardia, il tecnico dopo le prime giornate mette a punto una squadra formidabile in difesa e pronta a colpire in attacco: Buffon in porta, Burgnich e il giovane Facchetti (imposto a forza allo scetticismo di San Siro dopo l’avvio di campionato di Masiero) terzini, Guameri stopper, con Picchi stabilmente libero dopo l’avvio di torneo da terzino (con Zaglio improbabile spazzatutto e poi Balleri); a centrocampo, il mediano Bolchi, Suarez interno, Maschio e Corso sulla trequarti, l’ala Bicicli e il centravanti Di Giacomo. Dopodiché Habla Habla può finalmente provare Jair e appare subito evidente perché lo abbia voluto in campo a ogni costo: rapido, sgusciarne, veloce come una gazzella, il ragazzo è un campione, tra l’altro l’interprete ideale per gli spazi che si aprono in contropiede. L’Inter viaggia già a velocità sostenuta, ma manca ancora una mossa per la quadratura del cerchio. Herrera la indovina quando decide li giubilare il lento Maschio, che vorrebbe giocare interno : non trequartista, per lanciare stabilmente in attacco il giovane Sandro Mazzola, figlio del leggendario Valentino e staccante atipico di genuino talento. Tutto va a posto come per incanto: Suarez deve abbandonare le praterie avanzate alla ricerca del gol per arretrare in regia, protetto da Zaglio, più qualitativo rispetto a Bolchi, mentre in avanti i guizzi li Di Giacomo e le scorribande dei furetti Jair e Mazzola, incontenibili nell’uno contro uno, producono una manovra offensiva continua ed efficace. Un ultimo cambio riguarda la porta: fatale a Buffon il pallone dell’atalantino Nielsen nella sconfitta di Bergamo del 3 marzo, che spinge Herrera a sostituirlo nelle restanti dieci partite col trentacinquenne Bugatti. L’inter conquista lo scudetto, coronando il sogno di Angelo Moratti esattamente otto anni dopo il suo insediamento. La prima pietra della “grande lnter” è finalmente posata.

I RIVALI: AMARO CALICE
Aria nuova, alla Juventus: Vittore Catella, ingegnere e deputato, pilota e collaudatore di aerei, eroe di guerra, il 27 luglio 1962 succede come presidente a Umberto Agnelli, dimessosi subito dopo il “veto” federale all’acquisto di Amarildo, che avrebbe dovuto essere il perno della rivoluzione comunque lanciata. Nella buca del suggeritore tecnico, riconoscendo la propria limitata competenza specifica, il nuovo numero uno conferma Giampiero Boniperti, già volato oltreoceano a inizio mese per una scelta rivoluzionaria: in Brasile h pescato il nuovo tecnico, Paulo Amarai, già al Botafogo poi al Vasco da Gama, ma soprattutto preparatore atletici del Brasile due volte Campione del Mondo. Già: il vigorosi trentanovenne non è solo allenatore, è anche un ginnasiarca provetto e molti attribuiscono proprio al suo lavoro la forza anche muscolare che ha consentito alla Selecào, dopo tante delusioni, di primeggiare nel 1958 e confermarsi quattro nni più tardi. Amarai applica il 4-2-4, cioè il modulo da tempo imperante nel Paese del “futebol”, cosi sintetizzabile: difesa a zona con due esterni e due centrali in linea; due centrocampisti, un mediano davanti alla difesa e un interno regista di centrocampo; poi due ali, un trequartista offensivo e un centravanti. Insomma, un vero shock per le abitudini del nostro calcio. Per lavorare al meglio, il nuovo manico” ha chiesto per l’attacco Amarildo, già suo pupillo lei Botafogo e fresco dominatore della scena iridata come ostituto di Pelé, considerato l’ideale complemento di Sivori, e a centrocampo Amaro Viana, interno dell’America di Rio. Mentre però questi arriva (per 80 milioni), l’altro resterà un ogno, fino a provocare il terremoto ai vertici del club. In ogni caso la società assicura al centrocampo un formidabile nuovo propulsore, Luis Del Sol, motore del Real Madrid, e sistema la difesa ingaggiando dal Milan il centromediano Salvadore, scambiato alla pari con Mora. Quest’ultimo viene sostituito con l’ala Crippa, dal Padova per 80 milioni. Tornano inoltre dalla favolosa stagione al Palermo il portiere Mattrel e da quella buona al Venezia l’attaccante siciliano, mentre dal Milan arriva pure il giovane terzino Coletti, bisognoso di rilancio dopo il fiasco alla Lazio. La mossa più vistosa della “rivoluzione” bianconera è tuttavia rappresentata dalla rinuncia a Charles, ormai parecchio acciaccato, ceduto al Leeds per 100 milioni; la Roma dopo qualche settimana ne spenderà 110 per farlo tornare in Italia costruirvi la squadra da scudetto, ma il rendimento del gallese darà drammaticamente ragione agli operatori bianconeri. L’estate della nuova Juventus è tutt’altro che facile. Oltre alla snervante trattativa-Amarildo, al “veto” federale e al passaggio di consegne al vertice, ci sono i primi verdetti del campo. Qui si scopre che il presunto asso Amaro, caldeggiato dal tecnico quasi omonimo, è più che altro un podista lento e poco propenso all’interdizione. Talmente scarso da essere rimandato oltreoceano già il 4 ottobre, senza mai avere esordito in prima squadra in gare ufficiali, ceduto al Corinthians in cambio dell’attaccante Miranda, accreditato di una formidabile “castagna”. Amarai sperimenta e poi imposta una squadra con Anzolin o Mattrel in porta, Emoli o Noletti e Sarti terzini, Salvadore e Castano coppia centrale difensiva; a centrocampo, Del Sol e Leoncini, con Sivori trequartista, Crippa o il giovane Sacco e Stacchini ali, Miranda o Nicolè o Siciliano centravanti. La squadra “tiene” il passo dell’Inter fino a primavera grazie soprattutto all’ottima difesa, poi i problemi d’attacco frenano la marcia. Avete visto quante alternative, specie nel ruolo centrale, che non trova un interprete adeguato: Nicolè è ormai un “caso”, i due brasiliani, Miranda e Siciliano, a dispetto dell’ottima media realizzativa finale del primo, non sono all’altezza, cosi come le ali, anche perché il giovane Sacco (destinato a rivelarsi una meteora) è in realtà un interno. La Juventus “rivoluzionaria” deve dunque accontentarsi del secondo posto. Unica soddisfazione: il 29 giugno 1963, battendo in finale l’Atalanta a Ginevra, conquista il primo, per quanto minuscolo, trofeo intemazionale, la Coppa delle Alpi.

IL TOP: STINCO DI SANTOS
Angelo Benedicto Sorniani è la prova vivente di come un abile scout possa fare miracoli al mercato. Nato a Jau il 3 luglio 1939, ala destra della squadra riserve del Santos, venne segnalato nel 1961 al Mantova, che spedi l’allenatore Edmondo Fabbri e un dirigente a visionarlo ad Atene e in Germania durante una tournée del club di Pelé in Europa. I due non ebbero dubbi e per appena 28 milioni (comprensivi delle spese di viaggio) il ventiduenne attaccante si accasava a Mantova. In breve tutti avrebbero sgranato tanto d’occhi di fronte a un giocatore così completo: gran fisico (1,82 per 78 chili), tocco di palla raffinato, passaggio filtrante e “castagna” da urlo. Tanto che, nonostante la sua predilezione per il ruolo di interno, al Mantova veniva piazzato stabilmente al centro dell’attacco, da dove il ragazzone contribuiva con 16 reti alla salvezza della neopromossa squadra virgiliana. Ben presto è arrivata anche l’immancabile classificazione come “oriundo”, grazie a un bisnonno toscano, emigrato in Brasile nel 1850 per impiantarvi un laboratorio di sartoria. Immancabile anche la cooptazione in azzurro, anche se l’esordio, pur baciato da un risultato positivo (vittoria sulla Svizzera) è caduto in un momento infelice, all’epilogo ormai platonico della disgraziata avventura ai Mondiali in Cile. Logico che durante il mercato al presidente Giuseppe Nuvolari siano giunte parecchie offerte, ma lui ha tenuto duro, facendo felici tifosi. L’avvio della seconda stagione ha visto il ragazzo u po’ frastornato da tante chiacchiere. Lui si è detto felicissimo di restare a Mantova, dove vive bene con la moglie Giulietta alla quale è legatissimo, da ragazzo riservato e molto religioso. In effetti a poco a poco ha ricominciato a girare all grande e grazie al suo gioco e ai suoi gol (13) il Mantova si salva di nuovo. A 24 anni, la maturità ne fa un attaccante di formidabile impatto e infatti questa volta arriverà a Nuvola dalla Roma un’offerta impossibile da rifiutare: 500 milioni, tra soldi (260 in contanti) e giocatori in prestito e definitivi. Così l’ex riserva del Santos diventerà “Mister mezzo miliardo”, l’uomo del record mondiale di valutazione.

IL FLOP: GERMANO IRREALE
Nereo Rocco vola personalmente in Brasile, non appen finito il campionato 1961-62, per pescare un asso d’attacco da aggiungere al suo Milan che punterà anche alla Coppa dei Campioni. Il 17 maggio ottiene l’acquisto, per 100 milioni di José Germano de Sales, ala sinistra del Flamengo. ragazzo ha da poco compiuto 20 anni ed è in predicato di far parte della rosa della Selegào per il Mondiale in Cile: ha esordito il 6 maggio in maglia verdeoro subentrando nell’amichevole contro il Portogallo a San Paolo e ugualmente partendo dalla panchina ha giocato uno spicchio della seconda amichevole premondiale contro i lusitani, il 9 a Rio, entrando nel “listone” dei 40 consegnato dal Brasile alla Fifa. In Cile tuttavia non andrà, scremato al momento di ridurre a 22 i giocatori; in compenso a fine giugno si ritrova in Argentina, per la tournée che vi gioca il Milan. Le sue prime prove entusiasmano. Dichiara Rocco: «Germano è coraggioso, abile e veloce. Usa bene anche la testa, quando riuscirà ad amalgamarsi con i compagni di squadra farà grandi cose». Il buon esordio in campionato contro il Venezia a San Siro, che lo vede realizzare due delle tre reti degli uomini di casa, resterà senza seguito. Incapace di ambientarsi nel calcio italiano (più che altro di inserirsi, parola ancora di Nereo Rocco, «nel nostro mondo e nello spirito del nostro gioco») il 30 novembre, allo scadere del termine del mercato di riparazione, viene ceduto in prestito al Genoa. Sotto la Lanterna le cose non migliorano: 12 presenze, 2 reti. Il Milan faticherà ad arrendersi all’idea di aver preso una clamorosa cantonata: Germano andrà in prestito al Liegi nel 1963-64, poi tornerà al Milan, verrà prestato al Palmeiras e poi allo Standard Liegi fino al 1969, quando finalmente la sua avventura di calciatore si chiuderà. Intanto sarà vicina al capolinea anche quella che ne ha fatto un protagonista delle cronache rosa. Durante i suoi primi giorni a Milano nel 1962, incontra casualmente una baby cavallerizza, Giovanna Agusta, figlia del conte Domenico Agusta, titolare dell’omonima fabbrica di motociclette ed elicotteri, e tra i due nasce l’amore, ovviamente tenuto segreto, sia per l’età di lei (16 anni) sia per i pregiudizi che ancora all’epoca accompagnano l’idea stessa di una relazione tra una ragazza dell’alta società e un uomo di colore. Attesa la maggiore età, il 14 febbraio 1967 Giovanna volerà a Liegi decisa a sposare José. Il conte si opporrà legalmente alle nozze, ma perderà in tribunale e finalmente il 17 giugno di quell’anno, quando lei sarà incinta, i due si sposeranno. Dopo varie polemiche e la nascita di una bambina, nel marzo del 1968 il conte farà la pace con il genero. Il matrimonio finirà presto. Tornato in Brasile, Germano, dopo aver provato inutilmente a riprendere col calcio (troppo alto il prezzo richiesto dal Milan per il suo cartellino), abbandonerà l’agonismo per dedicarsi alla fattoria comprata coi soldi del pallone a Conselheiro Pena, sua città di nascita nel Minas Gerais. Qui si risposerà e morirà giovane, per un infarto, ad appena 55 anni, il 4 ottobre 1997.

IL GIALLO: IN CAPO AL MONDINO
Che intreccio, sulla panchina dell'Inter! Eravamo rimasti a Helenio Herrera che nella primavera 1962 chiede e ottiene da Moratti la rescissione del contratto, per “fuggire” dalle grane antidoping e volare in Cile come allenatore della Spagna. Dunque, il presidentissimo nerazzurro ha dovuto mettersi in movimento per cercare un successore e il suo braccio destro Italo Allodi non ha avuto dubbi nell'orientare la scelta su Edmondo Fabbri, artefice con lui del “piccolo Brasile”, il Mantova dei miracoli portato nel giro di quattro anni (dal 1957 al 1961) dalla Quarta Serie alla A. Fabbri in quel momento aveva rotto col club virgiliano, tanto da essersi dimesso in corsa per poi tornare a furor di popolo, ed era in attesa di offerte per la nuova stagione. Cosi Moratti lo ha “prenotato” (con 500mila lire al mese di stipendio), in attesa di chiudere definitivamente il capitolo Herrera, visto tra l’altro che il tecnico argentino era volato in Cile senza aver restituito i 30 milioni già incassati come anticipo della sua terza stagione in nerazzurro. Ebbene, il 27 giugno 1962 HH si presenta alla sede dell’Inter ostentando una memorabile faccia di bronzo: confessa di avere ricevuto parecchie offerte, ma no, non poteva tradire I’Inter, cui si sente ancora moralmente legato, per cui è disposto ad... ascoltare il presidente. Moratti lo riceve e dopo un breve colloquio gli riaffida la squadra. Soddisfatto, Herrera lascia le direttive per il mercato c parte per le ferie, con la benedizione del presidente federale Pasquale (nulla osta alla riassunzione del tecnico). A quel punto Edmondo Fabbri mastica amaro e, mentre presumibilmente lo stesso Moratti si muove dietro le quinte per trovargli una sistemazione appropriata, arriva un’offerta del Verona, Serie B. Fabbri è combattuto e accetta solo in via ufficiosa. Il caso scoppia a ottobre, quando Giuseppe Pasquale decide di affidare proprio al rampante “Mondino” la guida della Nazionale uscita con le ossa rotte dalla Coppa del Mondo. Fabbri accetta entusiasta, rompendo il rapporto, mai messo nero su bianco, con lo stesso club scaligero. Il presidente di quest’ultimo, Pier Umberto Sartori, fuori dalla grazia di Dio, il 19 ottobre spiattella il retroscena fino all’ultima... lira: «Per dirigere la campagna di compra-vendita dei giocatori ed allenare il Verona prima e durante il campionato 1962-63, il signor Fabbri chiese e ottenne dalla nostra società un milione al mese di stipendio, premi di partita doppi rispetto ai giocatori, cinque milioni in caso di promozione in Serie A e un milione se la squadra si fosse classificata tra il secondo e il quinto posto, l’appartamento e il trasloco a spese del Verona. La segreteria del nostro club sbrigò inoltre una serie di incarichi minuti per conto della famiglia Fabbri: rinnovo di tendaggi (180mila lire), sostituzione di uno specchio rotto durante il trasloco sua parola d’onore e feci male. Ormai è tardi per correre ai ripari. Vorremmo però che Fabbri restituisse i denari che gli abbiamo dato e abbiamo speso a causa sua: esattamente 2 milioni 991 mila e 275 lire». Il nuovo selezionatore azzurro chiude la vicenda ammettendo che la società scaligera può aver sostenuto delle spese in previsione del suo arrivo a Verona e dicendosi pronto a rimborsare quanto il club gli ha anticipato.

LA RIVELAZIONE: IL GIACINTO FIORITO
Giacinto Pacchetti è una delle chiavi dello scudetto nerazzurro. Alla fine del mercato 1962, un’unica casella è rimasta in qualche modo scoperta, nello squadrone allestito da Moratti: quella del terzino sinistro. Fosse riuscito a prendere Pavinato o Castelletti, sostengono i commentatori, la nuova Inter non avrebbe punti deboli. Così invece... Ebbene: a quel punto parte una delle più straordinarie traiettorie tecniche e umane della storia del nostro calcio. Herrera infatti dopo alcune settimane di campionato completa la sua mini-rivoluzione difensiva, che prevede, assieme a Picchi stabilmente libero, due terzini nuovi di zecca: a destra Burgnich e a sinistra, al posto di Masiero, il baby Facchetti, nonostante la faccenda rischi di andare indigesta all’esigente pubblico di San Siro. Bergamasco di Treviglio, dove è nato il 18 luglio 1942, questo Facchetti è un ragazzo lungo e secco che lo stesso tecnico argentino notò subito, tra i ragazzi delle giovanili, al suo arrivo a Milano. All’epoca per la verità (1960) il baby giocava attaccante, perché in questo ruolo era arrivato da poco dalla Trevigliese. In quel momento però all’Inter quanti anni dal ventitreenne Angeliilo, sicché il “gigante di Treviglio", come un giorno lo avrebbe ribattezzato Nicola Carosio, rischiava una lunga e infruttuosa anticamera, nonostante doti di atleta formidabili, attestate dal fisico (1,88 di statura) e dagli 8”9 con cui riusciva a bruciare con la sua falcata imperiosa gli 80 metri piani. Herrera dunque lo vide e non perse tempo: «Tu, come ti chiami? Presentati domani all’Arena, ti allenerai coi titolari». Per prima cosa, come lo ebbe tra le mani, gli cambiò il ruolo, arretrandolo a terzino, prima a destra e poi a sinistra, con licenza di avanzare. Dopodiché lo fece esordire in prima squadra a diciannove anni contro la Roma e nell’ultimo campionato lo ha proposto spesso, a costo di sfidare i fischi dell’intero stadio: già, il popolo interista considera troppo grezzo il giovane stangone, soprattutto per la goffaggine con cui cerca invano il gol ogni volta che arriva nei pressi dell’area di rigore avversaria. La gente fischia? «Questo ragazzo» replica Herrera «arriverà in Nazionale!». Quando nel campionato 1962-63 si appropria stabilmente della maglia numero 3, il ventenne di Treviglio è già un campione in sboccio. Il gol non è più un problema: basta sbloccarsi e poi ne arrivano altri tre, per quattro complessivi in campionato, una bella cifra per un terzino. Soprattutto, però, si rivela inarrestabile quando distende la falcata da quattrocentista sulla corsia esterna per arrivare in fondo da attaccante aggiunto, per il cross o l’inserimento in area. Una vera arma letale. Tanto che il 27 marzo 1963, a Istanbul, Facchetti si veste d’azzurro, dando ragione al suo mentore. Il calcio italiano ha un nuovo campione, ben presto il migliore al mondo nel ruolo.

LA SARACINESCA: I VOLI DEL CARBURO
Ha fatto la scalata dalla C alla A, William Negri, assieme al Mantova, e nella massima categoria dimostra di saperci stare fino a primeggiarvi. Nato a Bagnolo San Vito, nella provincia virgiliana, il 30 luglio 1935. cresciuto nel Governolo, è passato al club virgiliano a 19 anni e l’anno dopo era già titolare in quarta categoria, una breve parentesi nel Bagheria ai tempi del servizio militare (6 presenze nel 1957-58), dopodiché diventa uno dei pupilli di Edmondo Fabbri nella esaltante scalata fino all’empireo del calcio. Lungo e secco (1,83 per 79 chili), ha il colpo d’occhio del campione e il volo spettacolare del portiere che piace al pubblico. Non ha una presa ferrea, in compenso le sue lunghe respinte di pugno a spazzare l’area sono perentorie e risolutive. Ha esordito in A a Torino contro la Juventus nell’agosto del 1961 e nell’occasione giocò talmente bene che alla fine si ritrovò nello spogliatoio a piangere a dirotto per l’emozione. Al suo secondo campionato è ormai una delle “vedette” della categoria, tanto che Edmondo Fabbri, appena assurto alla guida azzurra, non ha dubbi sulla scelta del numero uno e lo manda in campo all’esordio al Prater: la giovane Italia vince 2-1, Negri con le sue prodezze diventa l’“eroe di Vienna” e non ci sono più dubbi che l’eredità di Lorenzo Buifon sia caduta in buone mani. La sua reattività muscolare esplosiva gli varrà il soprannome di “Carburo”, con riferimento a un composto chimico capace di sviluppare gas acetilene. A fine stagione Negri passerà al Bologna e sarà decisivo per la conquista dello scudetto.

I SUPERBOMBER: TORI IMPERIALI
Sono in due a dividersi il trono dei cannonieri: Harald Nielsen del Bologna e Pedro Manfredini della Roma. Il primo è nato a Frederikshavn, in Danimarca, il 26 ottobre 1941, e nella squadra della sua città ha segnato valanghe di reti che lo hanno proiettato in Nazionale e con questa alle Olimpiadi di Roma. Qui ha stupito i commentatori (ha solo scatto e tiro, scrivevano, ma sono micidiali) segnando sette reti nelle quattro partite della sua squadra, trascinata fino alla sfortunata finale con la Jugoslavia. L’anno dopo Renato Dall’Ara lo ha acquistato per 45 milioni e lì per lì agli osservatori è parso che il presidentissimo rossoblù avesse preso un granchio, tanto al suo apparire in campo il ragazzo venuto dal Nord appariva ruvido di tocco e povero di qualità di palleggio. Ben presto, giuravano i soliti beninformati, il Bologna l’avrebbe “tagliato”. Bernardini, però, ha insistito e pur a mezzo servizio con Vinicio il ragazzo ha segnato 8 reti, perché è vero che Nielsen non ha i piedi buoni che tanto piacciono al suo tecnico, ma conosce come pochi l’istintiva arte di metterla nel sacco e in questo suo secondo campionato, potendo disporre del supporto di un centrocampo di lusso (col regista Fogli e i rifinitori Bulgarelli e Mailer, inventori emeriti di palle-gol), il suo talento esplode: ad appena 21 anni segna 19 reti in 29 partite.
Vanno proprio di moda i torelli dai piedi ruvidi, se l’altro superbomber d’annata è Pedro Manfredini, centravanti di sfondamento, nato a Maipu di Mendoza, in Argentina, il 7 settembre 1935. Al calcio lo ha tirato su Mumo Orsi, facendone un panzer d’attacco di grande impeto, anche se di piedi tutt’altro che raffinati. Tanto che in Patria è stato spesso discusso, soprattutto dagli osservatori di palato fine, per i tanti gol falliti e i palloni perduti nella foga di attaccare la porta avversaria. Avendo origini italiane (nonno cremonese, nonna di Bisceglie), è stato presto segnalato al calcio del Bel Paese. Nel 1959, dopo le sue uniche tre partite con la Selección (a marzo in Coppa America, condite di due reti), il presidente della Roma, Augusto D’Arcangeli, decideva di investire su di lui, pagando 80 milioni al Racing. All’arrivo in Italia, un fotografo, Brunetti, lo immortalava dal basso mentre scendeva la scaletta dell’aereo a Ciampino, per metterne in evidenza uno dei piedi proibiti. Ci riusciva così bene che al momento di didascalizzare la foto un cronista scriveva: «Un piedone, quello di Manfredini». Così, pur calzando un modesto 42, grazie al grandangolo galeotto per tutti il nuovo arrivato è diventato da quel momento “Piedone”. Sul campo, la musica non è cambiata rispetto all’Argentina: potenza e velocità, tanti gol e tanti errori. Cifre di tutto rispetto: 16 reti su 24 partite all’esordio, 20 su 31 nel secondo torneo, avviato a suon di triplette, 14 in 22 nel terzo. In questo campionato, il suo allenatore, Luis Camiglia, ha storto il naso e lo ha bocciato, mettendolo fuori squadra. Poi la classifica ha bocciato lui e il successore. Foni, ha subito ripristinato il ruvido assalitore d’area e i frutti sono sgorgati copiosi, con 19 gol in appena 25 partite.



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L'Inter del primo scudetto dell'era Moratti


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