Serie A 1961-62 - Milan


Il Racconto


IL FILM: MILIONI IN GIOSTRA
Grazie soprattutto alla riapertura agli stranieri (due nuovi per squadra più un oriundo) il mercato è una giostra di milioni. L’inter ne spende 280 per Suarez e 135 per Hitchens. Il Milan risponde con i 180 al Chelsea per Greaves, il Torino completa l’assalto al calcio britannico ingaggiando Law dal Manchester City (160) e Baker (120) dall’Hibernian. Spendono anche Bologna (i laziali Janich, 185, e Franzini, 110) e Fiorentina (130 per lo svedese Jonsson del Betis, poi girato alla Roma a novembre; 120 per Milani, dal Padova ma di proprietà Samp). Prima del via, sostituzione dei pali delle porte, che da quadrati divengono ovoidali, sul modello anglosassone, per favorire la regolarità del gioco e tutelare l’incolumità dei giocatori. L’avvio del torneo è in chiave nerazzurra, non solo perché alla quinta e settima giornata comandano Atalanta e Inter, ma soprattutto in quanto gli uomini di Helenio Herrera monopolizzano la testa della classifica dall’ottavo turno. Il 10 dicembre, con una giornata di anticipo, sono campioni d’inverno: chiuderanno l’andata con quattro punti su Bologna e Fiorentina. Perdono però a fine anno in casa con la Roma e gli avversari si avvicinano, tanto che il 21 gennaio 1962, vincendo lo scontro diretto sul proprio terreno, la Fiorentina aggancia i rivali in vetta assieme al Milan, che ha battuto il Bologna. La lotta per lo scudetto diventa una maionese impazzita, con le tre squadre a contendersi la vetta. Il Milan vi approda in solitaria hattendo i gigliati alla ventottesima giornata, poi lancia la fuga, conquistando la domenica successiva 3 punti di vantaggio. L’8 aprile 1962 i rossoneri sono Campioni d’Italia con un turno di anticipo. Chiuderanno con 5 punti sull’Inter e 7 sulla Fiorentina. In coda, l’Udinese è la prima a lasciare matematicamente la Serie A, alla trentesima giornata: l’accompagnano il Lecco e poi il Padova, privo per la prima volta dopo sette anni della guida di Nereo Rocco.

I CAMPIONI: I ROCCONERI
II nuovo Milan tricolore è un parto sofferto. Intanto, la-levatrice, il direttore tecnico Gipo Viani, resta appiedata da un malanno in estate ed esce forzatamente di scena, dopo aver assunto come nuovo allenatore Nereo Rocco, l’uomo dei miracoli padovani, con cui ha felicemente lavorato alla squadra olimpica di Roma I960. Il mercato si incentra su Jimmy Greaves, centravanti del Chelsea, che a 21 anni vanta già 124 reti in 157 partite nella massima divisione inglese. Per 80mila sterline Andrea Rizzoli porta a casa dunque un fuoriclasse, che tuttavia si rivela quasi subito ingestibile. Rientrano inoltre dai prestiti tre puledri del vivaio: i laterali Pelagalli e Radice e l’ala Danova, cui si aggiungono l’ala Conti dal Vicenza e il ventottenne Pivatelli, attaccante da ricostruire dopo l’anno-no a Napoli. Nelle sue prime settimane rossonere. Rocco raccoglie soprattutto ironie, per le battute in vernacolo triestino scambiate per provincialismo. Che però dietro ci sia sostanza, lo si scopre nel momento-chiave della stagione. Partito bene in campionato, il Milan comincia a buscarle qua e là, fino al tracollo di Firenze - 5-2 per i viola - il 29 ottobre, prima della sosta azzurra. Così non si può continuare, Rocco parla col presidente e questi muove le sue pedine: mentre i più pensano che il problema sia innanzitutto lui, l’allenatore, e Greaves diventa Io zimbello delle cronache (memorabile un reportage sul Giorno di Giorgio Bocca sulle panzane inventate dall’inglese per dribblare ritiri o imbucarsi nei night alla vigilia delle partite), un emissario rossonero vola in Argentina e strappa al Boca il prestito di Dino, al secolo Dino Sani, mediano del Brasile Campione del Mondo. Il 7 novembre Rizzoli presenta alla stampa il nuovo acquisto suscitando più battutine sarcastiche che entusiasmo: il nuovo arrivato ha la pelatina e forse pure la pancetta del ragioniere, in più è reduce da un infortunio. 1 medici rossoneri però assicurano che «ha l’apparato cardiaco più forte tra tutti i giocatori del Milan e fisicamente è risultato superdotato». Sani può giocare solo se “oriundo”, a meno che non tomi oltremanica il bizzoso Greaves. Questi fiuta l'aria e si inalbera: vuole restare a tutti i costi (vanta comunque già 9 reti, 4 su rigore), nonostante qualche settimana prima abbia rivelato il motivo romantico della sua scelta estiva: «Andai dal dottor Spadacini deciso a dirgli che non sarei mai venuto in Italia. Mi parlò di una cifra da mozzare il fiato: venticinquemila sterline (oltre 43 milioni di lire, ndr). A farla breve, accettai». E siamo al giorno fatale. 12 novembre 1961: il campionato riprende con la Juve campione ospite a San Siro, Rizzoli dà carta bianca a Rocco e quest’ultimo nello spogliatoio, pochi minuti prima del match, avvicina Sani e gli chiede se se la senta di scendere subito in campo, tra l’altro pesante per la pioggia battente. «Sì» risponde il brasiliano e allora Nereo decide di giocare il tutto per tutto, mandando dentro sia Sani che l'altro fresco acquisto, il quasi trentacinquenne Ghiggia, ex campione del mondo che ha avuto la lista gratuita dalla Roma. È un trionfo: finisce 5-1, con poker di gol di Altafini, finalmente sbloccato dal nuovo regista. Greaves può fare le valigie, Viani a Nervesa può guarire con calma, il progetto-scudetto si rilancia. Con Ghezzi in porta, David e Radice laterali difensivi con licenza di avanzare, Salvadore centromediano protetto da Cesare Maldini libero di lusso; a centrocampo, Trapattoni mediano di copertura, Sani regista arretrato, Rivera trequartista senza briglie sul collo; in attacco, il tornante Danova con l’alternativa Pivatelli e le punte pure Altafini e il poderoso Barison. Milan “catenacciaro”? No, Milan squadra d’attacco grazie al suo tecnico, che si protegge col doppio difensore centrale e poi consente ai terzini di appoggiare il centrocampo. L’asse Sani-Rivera è una festa per il gioco e ne beneficiano gli attaccanti, che mietono 83 reti, ben 24 più dell’Inter seconda classificata al termine di un supercampionato.

I RIVALI: LA CRISI DI MORATTI
Sfiorato lo scudetto al primo colpo, l'Inter di Herrera non può mancare il secondo. Così Angelo Moratti accontenta il tecnico argentino senza badare a spese: via il reprobo Angelillo, accusato di dolce vita (e ceduto a peso d’oro alla Roma: 280 milioni), dentro un regista super, Luis Suarez dal Barcellona, più due nuovi centravanti, l’inglese Hitchens e Bettini dell’Udinese, da cui toma l’interno Mereghetti, che assieme al maturo Gratton, reduce dal fiasco di Napoli, va a rinforzare il centrocampo. In più, un presunto asso portoghese, l’attaccante Humberto, tesserato come “italiano” a seguito di una romanzesca storia raccontata dallo stesso Herrera. Manca solo un grande terzino sinistro, per il resto c’è tutto per puntare al titolo. Il tecnico parte con Buffon in porta, Picchi e il laterale Masiero terzini, Guarneri centromediano con Bolchi e Zaglio mediani, Mereghetti o Bicicli tornante, Suarez e Corso centrocampisti avanzati, Hitchens e Bettini di punta. Un ottimo girone d’andata, con l’alternativa Balleri al posto di Zaglio per proteggere Guarneri, produce il titolo di campione d’inverno. A fine anno l’inatteso tonfo casalingo contro la Roma annuncia la flessione, che tra gennaio e marzo precipita la squadra al terzo posto. Addio scudetto. Dopo la trentesima giornata, il 20 marzo 1962, lo scorato Moratti rassegna le dimissioni, adducendo “gravi motivi di salute” tutt’altro che diplomatici, considerate le sofferenze procurategli dall’amata squadra: si calcola che in sette anni abbia già versato nelle case nerazzurre quasi un miliardo e mezzo di lire, restando sempre a bocca asciutta. Due giorni dopo, l’interviene eliminata dal Valencia nei quarti di Coppa delle Fiere, cancellando anche l’ultimo traguardo stagionale. I tifosi vanno in corteo da Moratti a chiedergli di tornare sui suoi passi, ma il presidente è irremovibile e a chi fa il nome del figlio Gianmarco come sostituto azzarda un vaticinio destinato a clamorose smentite: «Mai più un Moratti diventerà presidente dell’lnter!». In realtà, il successivo coinvolgimento dei suoi ragazzi nel caso doping lo porta il 9 aprile a ritirare le dimissioni, per meglio difendere l’onorabilità del club. Chiuso il campionato, Herrera risolve il suo contratto con l’Inter onde accettare l’offerta di allenare la Spagna agli imminenti Mondiali. Tutto finito tra i nerazzurri e il Mago? Non è detto: basti pensare che al fischio di chiusura dell’ultima partita, contro il già retrocesso Lecco, il tecnico è stato portato in trionfo dai tifosi nerazzurri...

IL TOP: DINO D'ANNATA
Dino Sani chi? Quello del Mondiale 1958? Mmm, gatta ci cova. Questo pensano un po’ tutti quando il “Dino” del Brasile iridato sbarca a Fiumicino il 5 novembre 1961 con moglie e figlioletto, ingaggiato dal Milan. Si avvicina ai trent’anni (li farà il 23 maggio 1962) e qualche problema deve averlo, se decide di abbandonare il Sudamerica sei mesi prima della "nuova Coppa del Mondo; in pratica giocandosi in anticipo una nuova partecipazione. E poi, basta guardarlo: calvizie incipiente, baffetti sottili, l’aria di un placido quarantenne. Il “colpevole” è Corrado Mazzi, emissario del presidente rossonero Rizzoli, che al di là dell’oceano ha sondato l’emergente Gerson, troppo costoso, e poi ha ripiegato sullo stagionato mediano del Boca Juniors, che nel 4-2-4 del Brasile 1958 (le prime due gare, prima dell’infortunio che ha lasciato spazio a Zito) indossava la maglia numero 5, da “cabeza de area”, centrocampista con compiti di filtro e primo rilancio (l’altro del duo centrale, il numero 8, è detto “apoiador”, cioè colui che appoggia, insomma il centrocampista d’attacco). Cresciuto nel Palmeiras, Sani è diventato campione nel San Paolo, ha vinto il Mondiale, poi ha seguito il Ct Feola in Argentina e al Boca in nove mesi ha messo insieme 14 partite e 4 reti. Il presidente Alberto José Armando lo lascia partire per un debito di riconoscenza con Andrea Rizzoli, che l’anno prima gli ha ceduto Grillo: prestito secco per 31 milioni, che il 5 febbraio diventerà cessione definitiva in cambio dell’incasso di un’amichevole futura tra il Milan e il Boca a Buenos Aires. E i sorrisini degli scettici? Spazzati via al primo impatto col calcio italiano: lento di passo, il nuovo arrivato sa far correre di prima il pallone da regista sopraffino, esaltando l’estro del diciottenne Rivera e la produttività dell'attacco. Non gli manca la grinta: quando perde l’aplomb, come nel derby del 4 febbraio 1962, reagisce all’asfissiante marcatura a uomo di Bicicli sferrandogli un poderoso cazzotto al naso, che costerà all’avversario una copiosa sanguinazione e a lui tre turni di squalifica, poi ridotti a due. Buona parte dello scudetto è suo. Considerato precocemente “cotto”, lascerà l’Italia nel 1964, per giocare tuttavia ancora fino a 38 anni nel Corinthians, prima di diventare allenatore di successo.

IL FLOP: ROSA AL SUOLO
L’ultima Juventus di Umberto Agnelli chiude male una parentesi felicissima - tre scudetti e due Coppe Italia in sei anni di presidenza - e non è difficile scorgerne il motivo nel vuoto lasciato dall’addio di Boniperti. Intanto, sul piano tecnico. Non potendo trovare un sostituto altrettanto completo, i dirigenti bianconeri si orientano verso un regista classico, Humberto Rosa, direttore d’orchestra del super Padova di Rocco, che lascia il Veneto per 100 milioni e rivela subito due difetti: non solo non possiede la personalità per raccogliere un cosi pesante testimone, ma soprattutto è argentino, dunque può giocare solo in assenza di Sivori o Charles, gli stranieri titolari. Poi su quello morale: privati di un contraltare più o meno dello stesso peso specifico, gli astri e gli estri di Sivori, premiato col Pallone d’Oro per lo strepitoso torneo precedente, diventano ingovernabili. Il rinnovamento estivo si completa in difesa, dove escono sia Vavassori che Mattrel per far posto a un nuovo portiere, il giovane Anzolin del Palermo, cui si aggiungono due terzini: il cavallo di ritorno Garzena dal Vicenza e il promettente Boz-zao dalla Spai. I guai cominciano subito: l’allenatore Parola litiga con Agnelli per questioni economiche e viene allontanato alla vigilia della preparazione. Dopo i primi due disastrosi turni di campionato (pari col Mantova in casa, sconfitta a Padova), se ne va anche Gunnar Gren, direttore tecnico, ufficialmente causa nostalgia della moglie per i due figli rimasti a Goteborg coi nonni, ora che le è morto il padre. Agnelli allora si rappacifica con Parola e gli affianca un ex, Julius Korostelev. Dopo qualche ulteriore stento, la situazione migliora leggermente, ma Sivori resta una scheggia impazzita e il suo campionato terminerà in anticipo per l’attacco isterico all’arbitro Grigna-ni, reo di averlo espulso contro la Sampdoria: e la squalifica - 5 giornate - sarà meno dura del previsto solo per ragion di Nazionale, essendone considerato un punto fermo in vista dei Mondiali. I continui cambi di formazione, soprattutto in difesa, minano il rendimento generale, positivo solo in Coppa dei Campioni, dove peraltro la sfortuna ci mette lo zampino, con l’immeritata uscita nei quarti a opera del Reai Madrid. Esauriti gli stimoli, la Juve chiude il torneo in caduta libera, con sette sconfitte di fila e un dodicesimo posto finale molto vicino alla zona retrocessione.

IL GIALLO: I SIGNORI DELLA DROGA
Già nel campionato precedente la Lega professionisti aveva cominciato a occuparsi di “drogaggio dei giocatori”, commissionando al Centro medico sportivo delle Cascine di Firenze, all’avanguardia sul tema, un’accurata inchiesta. Risultato: «Talune società praticano un abuso di farmaci, alcuni dei quali (dinamogeni, vitamine, analettici, cardiorespiratori) pur non essendo giustificati, non possono tuttavia essere considerati come drogaggi veri e propri, mentre altre società ricorrono, sia pure sporadicamente, a sostanze di spiccata tossicità, la cui somministrazione a forti dosi e ripetuta deve considerarsi drogaggio vero e proprio e costituisce un innegabile danno». Su tale base il 2 febbraio 1962 arriva una nuova regolamentazione: «Viene considerato infrazione disciplinare perseguibile l’uso di amine psicotoniche (anfetamina e simili) da parte di giocatori in occasione di competizioni agonistiche. La Lega disporrà, da parte di un collegio medico qualificato, ispezioni tra i giocatori delle società di Serie A e B, al fine di accertare le infrazioni, che verranno segnalati alla commissione giudicante per i provvedimenti di competenza». Nella rete dei primi controlli cadono parecchi giocatori, anche se le tecniche sperimentali di verifica non danno certezze assolute. Il terzino bolognese Capra viene sospeso per “positività rilevante”, confermata al secondo controllo sul liquido organico, ma clamorosamente smentita al terzo. L’Inter è il club più coinvolto: Bicicli, Guameri e Zaglio vengono squalificati per due tumi e multati per 150mila lire, i mantovani Pini e Giagnoni sono fermati per un turno e squalifiche colpiscono anche elementi di B. Al di là delle sanzioni ancora leggere, la vicenda desta scalpore, rivelando un problema che coinvolge direttamente la salute degli atleti. Due parole anche per il... quasi bis del caso Juve-Inter. Il 25 marzo 1962 per Atalanta-Milan la folla straripa, cede un cancello e parte del pubblico si siede ai bordi del campo. L’arbitro, Giuseppe Adami, intima lo sgombero entro 45 minuti. Niente da fare, alla scadenza del termine decine di supporter (con bandieroni del Milan) sono ancora tra i piedi e l’arbitro se ne va. La Commissione giudicante dà al Milan la vittoria a tavolino per 2-0. L’Atalanta fa ricorso in base alla tesi, comprovata dalle fotografie, che la maggioranza degli “invasori” era milanista. Tesi respinta: una indagine amministrativa appura che nell’occasione erano stati venduti 500 biglietti di curva in eccesso.

LA RIVELAZIONE: IL MASCHIO RITROVATO
Non fu facile, per Luigi Tentorio, commissario dell’Atalanta, avere Humberto Maschio dal Bologna, nel luglio del 1959. Dopo due deludenti campionati in Emilia, l’argentino desiderava tornare in Sudamerica. Alla fine Dall’Ara si convinse: 6 milioni di lire per il prestito, più diritto di riscatto a fine stagione a 70 milioni. Una cifra estranea alle abitudini parsimoniose del club orobico, ma dettata dalla fiducia che prima o poi il fuoriclasse ammirato nella Selección vincitrice della Coppa America 1957 sarebbe tornato a brillare. Ebbene, il ventiseienne intemo sudamericano si è ambientato tanto bene a Bergamo da incontrarvi l’anima gemella, ma soprattutto da ritrovare sul campo lo spolvero dei giorni migliori. Un paio di buone stagioni e poi il boom. In estate, per la verità, Tentorio avrebbe voluto cederlo, così da recuperare i milioni spesi, ma le insoddisfacenti offerte del mercato lo hanno indotto a confermare l’argentino, prima di lasciare la carica. Mai scelta fu più azzeccata. Intanto. Maschio si erge a leader di una squadra che trova nuove colonne: il mediano Flemming Nielsen, danese di eccellente rendimento, oltre che giornalista provetto; l’altro mediano Colombo, scaricato dalla Juventus e capace di ereditare il ruolo di leader difensivo dall’eroe locale Gustavsson; e infine Dino Da Costa, incautamente issato a novembre dalla Roma sul carrello dei bolliti. Tuttavia Maschio non è solo un regista, ma un completo interno offensivo, tanto che alla fine, grazie soprattutto alle sue micidiali punizioni, risulta anche il capocannoniere della squadra, che Ferruccio Valcareggi pilota al sesto posto finale. Una formazione tosta in difesa (col saltimbanco Cometti in porta, Rota e Roncoli terzini. Colombo libero a protezione dello stopper Gardoni), eccellente a centrocampo per la forza di Nielsen e la regolarità di Favini e del tornante Olivieri, esaltate dalla classe di Maschio. In avanti, la qualità di Da Costa e l'impegno di Magistrelli. A fine stagione l’ex “angelo dalla faccia sporca” passerà all’Interper 230 milioni (170 in contanti più Mereghetti).

LA SARACINESCA: MURO MAESTRO
Sembra sull’otto volante, la carriera di Carlo Mattrel, portiere cresciuto nella Juventus che in bianconero ha conosciuto un precocissimo quanto effimero boom: tornato da una eccellente stagione all’Anconitana, in C, ad appena vent’anni era degno protagonista del ritorno della Signora allo scudetto. Poi, via via, si è perso, fino a consegnare a Vavassori, altro prodotto del vivaio, la maglia da titolare. Nell’estate del 1961 la Juve rinnova il guardaroba tra i pali, cedendo entrambi i suoi numeri uno in Sicilia. E se Vavassori comincia a Catania a confermare il suo valore assoluto, Mattrel a Palermo gioca un supercampionato, che gli vale il sostegno del pubblico della Favorita e proietta i neopromossi rosanero all’ottavo posto finale. Nato a Torino il 14 aprile 1937, la sua storia parte da un... muro di cinta: figlio di un motorista della Lancia con un passato nelle giovanili juven-tine, da ragazzino aveva preso l’abitudine di scavalcarlo, quel muro, per assistere agli allenamenti della squadra del cuore, raccogliendo i palloni che sfuggivano al suo idolo. Sentimenti IV. Notato da Crova, storico magazziniere della Juve, ne aveva ricevuto il permesso di entrare regolarmente, in cambio dell’aiuto a lucidare le scarpe dei giocatori, fino alla scoperta che ci sapeva fare pure lui, tra i pali, e alla conseguente segnalazione a Giampiero Combi, cui era bastata un’occhiata per deciderne il tesseramento. La stagione d’oro nel Palermo vale al ragazzone con le ali l’esordio in Nazionale e un posto per lo sfortunato Mondiale in Cile.

IL SUPERBOMBER: GLI SFONDATORI
Trono dei cannonieri a due piazze. José Altafini deve tutto al suo tecnico nelle giovanili del Palmeiras, che un giorno gli disse: «Interni di qualità come te ce ne sono tanti, in Brasile, mentre mancano gli sfondatori, per cui, se vuoi far carriera, gioca centravanti». Al club paulista il ragazzo era approdato a 17 anni dall’Atletico Piracicabano e subito Claudio Cardoso, l’allenatore della prima squadra, l’aveva ribattezzato “Mazola” (alla brasiliana) per via di una - vaga - somiglianza col leggendario Valentino Mazzola, ammirato ai tempi di una lontana tournée sudamericana del Grande Torino. Grazie al cambio di ruolo, a 19 anni José era titolare e a 20 entrava in Nazionale e non faceva in tempo a vincere i Mondiali in Svezia che già un contratto milionario lo portava in Italia. Il ragazzo è forte e ben piantato, dribbla bene e conclude con precisione e potenza. Quando l’arrivo di Sani registra il gioco ed esalta il genio di Rivera, le palle-gol fioccano e lui le infila da grande bomber: alla fine sono 22 reti in 33 gare, senza nemmeno un rigore. Ne trasforma due invece Aurelio Milani, centravanti della Fiorentina, per raggiungere lo stesso traguardo ed è quasi un atto di giustizia, perché il ragazzo col gol ha sempre avuto confidenza e se non fosse stato per la sfortuna sarebbe “arrivato” molto prima. Nato a Desio (Milano) il 14 maggio 1934 e cresciuto nelle giovanili dell’Atalanta, a 19 anni ha cominciato la scalata dal Fanfulla, in B e poi in C, per passare al Simmenthal Monza, dove ha sfondato: capocannoniere della Serie B nel 1955-56 con 23 reti, altre 14 le ha realizzate l’anno dopo, e poi 17 con la Triestina. Nel 1958 la Sampdoria gli ha regalato la Serie A, ma dopo un ottimo impatto (13 gol nel campionato d’esordio), un grave infortunio contro il Bologna lo ha fermato per otto mesi. Nereo Rocco lo ha ricostruito al Padova (19 gol) e subito la Fiorentina gli ha regalato una nuova chance nel calcio di vertice, pagandolo 120 milioni alla Sampdoria, proprietaria del cartellino. Torello grezzo e senza paura, Milani trova un’immediata intesa coi guizzi di Hamrin e in area colpisce con chirurgica precisione. Nel 1963 passerà all’Inter, con cui vincerà la Coppa dei Campioni ed esordirà in Nazionale, ma conoscerà anche la fine precoce della carriera, causa spostamento di una vertebra provocato da una ginocchiata alla schiena contro la Dinamo Bucarest.



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Il Milan in posa col suo 8º scudetto


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