Serie A 1960-61 - Juventus


Il Racconto


IL FILM: SABATO TANTO
La Juventus vince il duello-litigio di mercato col Bologna accaparrandosi il vicentino Burelli, terzino destro con (ipotetica) vocazione a mediocentro, per 120 milioni; a novembre, il presunto gioiello verrà “restituito” al club emiliano per un centinaio. In quei giorni, con un colpo di mano regolamentare, la stessa Juve metterà le mani su Mora, ala doriana valutata 350. La Roma spara forte acquistando Lojacono dalla Fiorentina ( 150) e Schiaffino dal Milan (25), che oltre al baby d’oro Rivera ( 130) acquista l’interno Ronzon dall’Atalanta ( 1 (X)), l’altro interno David dalla Roma (80) e l’attaccante Barison dal Genoa (60). Spende molto anche Angelo Moratti, che assicura all’Jnter il mediano Zaglio della Roma (125), il terzino Picchi della Spai (92), il portiere Buffon del Genoa (50) e il diciannovenne attaccante Tomeazzi dal Modena (40). Soprattutto, però, il presidente nerazzurro ingaggia Helenio Herrera - il tecnico argentino che ha fatto grande l’Atletico Madrid e poi il Barcellona - garantendogli 36 milioni l’anno per tre anni più i premi doppi, vale a dire oltre il triplo rispetto ai più quotati tecnici del Bel Paese. Galvanizzata a dovere dal nuovo “guru” della panchina, la squadra nerazzurra parte in tromba, ma dopo quattro vittorie di fila si arena su due pari e una sconfitta. La Roma raccoglie il testimone, trascinata dalla vena di Manfredini (15 gol nelle prime 9 gare!). L’Inter si riprende e raggiunge i giallorossi alla dodicesima, per chiudere l’andata il 29 gennaio da campione d’inverno, con 3 punti sul Milan e 4 sullo strano trio Catania-Juventus-Roma. Gli uomini di Herrera a marzo vanno in crisi, la Juve toma in testa. Il finale è “giallo”: martedì 30 maggio, turno posticipato in giorno feriale, i bianconeri perdono a Padova e i rivali, battendo il Napoli, li appaiano in vetta a 46 punti, ma quattro giorni dopo, sabato 3 giugno, alla vigilia dell’ultimo turno, la coppia si scinde di nuovo per mano della Caf, che toglie all'Inter i due punti del successo “a tavolino” di aprile sulla Juventus, ordinando la ripetizione della gara: Juve 46, Inter e Milan (teoricamente ancora in gioco) 44. Il giorno successivo la Juve pareggia in casa col Bari, l’inter perde a Catania, il Milan impatta col Vicenza e a quel punto la ripetizione diventa platonica: tra le polemiche, la Juventus è campione. In coda, assieme alla Lazio, la prima a perdere terreno, e al Napoli, cade in B il Bari, perdente nello spareggio con Lecco e Udinese. La fine del campionato coincide con l’addio all’agonismo di due assi, Giampiero Boniperti e Nils Liedholm: il calcio italiano si riscoprirà più povero, anche perché un terzo campione, Miguel Angel Montuori, dovrà arrendersi ai problemi all’occhio, abbandonando anzitempo la scena.

I CAMPIONI: LA LUNGA MARCIA
L’impressione alla fine è che la Juventus non potesse fare a meno di raccogliere il bis, essendo “scoppiata” all’improvviso l’Inter, che stava “facendo” il campionato. La squadra bianconera parte coi favori dei pronostici e l’allenatore Cesarmi annuncia: «Mi dispiace per la concorrenza, ma anche quest’anno la Juve vincerà lo scudetto in carrozza». Troppa sicurezza nuoce alla causa, tantopiù che, dopo l’ingannevole trionfo di Coppa Italia sull’Inter, i malanni di Sivori e Charles e una certa allegria difensiva (vedi Cervato lasciato solo al centro del reparto) complicano l’avvio del campionato. Due i punti dolenti: il costoso Burelli, nuovo terzino destro, non convince e la Juve il 28 ottobre lo gira al Bologna, che si pentirà di averlo tanto sospirato, mentre il giovane Burgnich diventa titolare; quanto ali’attacco, la Juve prova a sistemarlo sabato 5 novembre, alla vigilia della gara col Milan, ingaggiando Bruno Mora, giovane ala della Sampdoria, con valutazione ufficiale di 165 milioni e 350 ufficiosa, tra soldi e cessione di Lojodice ai doriani; per rendere possibile l’operazione, viene apportata una modifica ad hoc al regolamento del mercato. Che ne nasca qualche polemica, vista la posizione di Umberto Agnelli presidente sia della Juve che della Federcalcio, è inevitabile. Mora si conferma innesto eccellente, ma la Juve continua a non ingranare, tanto che Cesarmi, travolto dalle critiche, il 27 dicembre si dimette. La squadra viene affidata al “secondo”, Carlo Parola, mentre si avviano i contatti per riportare in Italia Gunnar Gren, il “professore”, allenatore del Göteborg. Il 9 gennaio lo svedese diventa direttore tecnico, con Parola allenatore. La prima mossa è spostare Cervato a terzino destro, in realtà a protezione del nuovo centromediano, il giovane scattante Castano, con Emoli nel caso ad arretrare sulla corsia. Ciò che rasserena definitivamente l’orizzonte è tuttavia la completa guarigione di Sivori, che riprende a folleggiare vincendo non poche partite da solo, e la conferma dello stato di grazia di Boniperti: stanco della nuova leadership dell’estroverso Sivori, il grande capitano ha deciso di chiudere a fine campionato, a 33 anni, e l’orgoglio e la condizione fisica ancora invidiabile ne fanno il faro del centrocampo. La Juve che in extremis conquista il titolo ha Vavassori in porta, Cervato o Burgnich a destra, Sarti a sinistra e Castano o lo stesso Cervato al centro, Emoli e Colombo o Leoncini mediani, Boniperti e Nicolè interni, Mora e Stacchini ali, il rinato Charles centravanti.

I RIVALI: MOTORE A SCOPPIO
Helenio Herrera è arrivato all’Inter tra uno squillar di interviste: comando io, questo il concetto base, e mi assumo ogni responsabilità tecnica. Per approdare in Italia, nel momento in cui la pesante batosta subita dal suo Barcellona in semifinale di Coppa dei Campioni dal solito Reai Madrid ne aveva appannato l’immagine, ha preteso tanti soldi e carta bianca. Tanto che il potente Alberto Valentini, plenipotenziario nerazzurro detto il “Cardinale” per l’accostamento a Richelieu, ci rimette la carica dopo poche settimane nonostante il ruolo decisivo nello “scoprire” e portare a Milano l’eletto argentino. La colpa? Avere rimproverato al nuovo tecnico l’innovativa mania dei cartelli nello spogliatoio (“Giocando individualmente, giochi per l’avversario; giocando collettivamente, giochi per te”, “Il calcio moderno è velocità. Gioca veloce, corri velocemente, pensa velocemente, marca e smarcati velocemente” e così via predicando) e l’eccesso di interviste, che un giorno porteranno a tradurre la sigla H.H. come “habla habla”, parla parla. Per vincere, Herrera raduna la squadra molto presto e la prepara atleticamente a una partenza sprint in campionato, che i nerazzurri aggrediscono con piglio inedito, macinando vittorie e goleade a un ritmo sconosciuto per il nostro calcio. Il futuro “Mago” schiera Buffon in porta, Picchi e Fongaro terzini, Guarneri stopper, Zaglio e Bolchi mediani, Lindskog regista dietro i due centravanti Angelillo e Firmani, con i tornanti Bicicli e Corso sulle ali. Dopo quattro vittorie, il meccanismo si inceppa e il tecnico inserisce Balleri mediano a protezione della difesa e Morbello come alternativa in attacco. La squadra, tuttavia, ha più ritmo che gioco e infatti “scoppia” coi primi caldi, perdendo a Lecco, in casa col Padova e nel derby e poi a Genova con la Samp. Nonostante tutto, i nerazzurri riacciuffano la testa della classifica, perdendola solo alla vigilia dell’ultimo turno per la sentenza Caf. L’indomani, al Cibali, sembrano fantasmi e il tricolore resta a Torino. Il terzo posto finale, polemiche con la Juve a parte, rappresenta una feroce delusione per il pubblico, che ha dimostrato il suo rinnovato entusiasmo producendo un incasso-primato di 700 milioni.

IL TOP: L’ECCEZIONE ALLA REGOLA
Bruno Mora ha qualcosa di speciale, lo sapevano quelli della Giovane Italia di Parma e di altre squadre dilettantistiche della città emiliana in cui si è esibito da ragazzino: svelto e agile nel palleggio e nel tiro, ma anche un po’ matto, incostante, poco affidabile. Poi un giorno un osservatore della Sampdoria lo portò a Genova e qui Eraldo Monzeglio lo trasformò in calciatore. Doti istintive ne aveva tante, la disciplina tattica e il senso del gioco di squadra arrivarono presto, perché il ragazzo era sveglio assai. Ha esordito in Serie A a vent’anni in un derby perso di netto, poi è diventato titolare, a 22 anni ha esordito in Nazionale e in avvio di questo campionato dimostra un’ormai raggiunta maturità: dribbling secco, visione di gioco, bella corsa, senso del gol e anche la capacità di ripiegare come vuole il moderno ruolo di tornante. II 5 novembre 1960 la sua vita cambia col passaggio alla Juve, giusto alla vigilia del big match contro il Milan. La storia è complicata: le norme del mercato di riparazione vietano trasferimenti di giocatori già scesi in campo nella stessa categoria. Viene apportata una modifica: scesi in campo, sì, ma solo “oltre il 31 ottobre”. Qualcuno polemizza, ma l’affare si fa, a suon di milioni. E Mora si ripete in bianconero, contribuendo allo scudetto bis della Signora, in cui infila tra l’altro 12 reti nelle sue 28 gare, mentre già 2 ne aveva realizzate nelle cinque disputate con i doriani. Insomma. è nato un campione. Verrà segnato dalla sfortuna: una terribile frattura di tibia e perone nel 1965 in pratica gli troncherà la carriera. Morirà a nemmeno 50 anni, rapito da una crudele malattia.

IL FLOP: DESTINI PARALLELI
Se ne vanno in coppia dalla Serie A due big del Centro-Sud, Lazio e Napoli, pur partite da situazioni opposte. Dopo anni di bilanci fuori controllo, il club capitolino è alla frutta e in estate il presidente Leonardo Siliato è costretto a cedere uno degli ultimi gioielli, il brasiliano Tozzi, al Torino per 50 milioni. Resiste alle offerte del Bologna per il centromediano Janich, ma in rosa immette solo due ragazzi: il diciassettenne ao orerrano, stellina delle giovanili del Milan, e il presunto asso Homero Guaglianone, centravanti della “Celeste” uruguaiana e del Wanderers Montevideo. Collezioneranno una presenza a testa: il primo è acerbo; il secondo arriva menomato a un ginocchio, gioca mezz'ora a Udine al Moretti, si infortuna e viene rispedito oltreoceano. Siliato se ne va, sostituito da Costantino Tessanolo e a novembre cade anche l’illustre testa del tecnico, Fulvio Bernardini, incapace di fare miracoli come il successore, Enrico Flamini, nonostante a quest’ultimo venga accordato un rinforzo autentico, l’attaccante argentino Juan Carlos Morrone (50 milioni, dalla Platense). La società passa al commissario straordinario Massimo Giovannini, la squadra in Coppa Italia si arrende solo in finale, mentre in campionato finisce ultima, per la prima volta retrocessa in Serie B.
Opposta la parabola del Napoli, partito con grandi ambizioni sbandierate dal comandante Achille Lauro, che al mercato ha speso - a vanvera - parecchi milioni. Per esempio, lo scambio con il Bologna ha un che di surreale: il patron voleva liberarsi di Vinicio, inviso sia a Del Vecchio che al tecnico Amadei, e non ha trovato di meglio che “regalarlo” al Bologna, impacchettandolo con 122 milioni per avere in cambio l’attaccante Pivatelli e i mediani Bodi e Mialich, Anche il logoro Gratton arriva a peso d’oro (90 milioni alla Fiorentina) così come l’aletta argentina Tacchi (70 all’Alessandria). In più, il laterale Girardo (30 all’Alessandria) e il giovane interno Maioli (45 al Verona). L’impatto col campionato è disastroso. A gennaio arriva Renato Cesarmi, appena dimessosi dalla Juventus, come direttore tecnico a sostegno dell’allenatore Amadei, ma non cambia nulla e alla fine la squadra che puntava allo scudetto retrocede addirittura in B.

IL GIALLO: TIFOSI A CATINELLE
Campionato tecnicamente povero, ricco tuttavia di casi spinosi. Di Mora abbiamo già parlato. Qui aggiungiamo innanzitutto il “pasticcio” principe. Domenica 16 aprile 1961 a Torino si gioca lo scontro-scudetto tra l’Inter, scivolata al terzo posto, e la Juventus capolista. Esauriti i biglietti, fuori restano migliaia di persone desiderose di entrare; spingi spingi, cadono alcuni cancelli e i tifosi si riversano dentro, fino a bordo campo, sulla pista di atletica. Non c’è disordine e l’arbitro Gambarotta fischia il via, ma quando comincia a piovere a dirotto, gli “abusivi” ripiegano sulla tribuna d’onore e scoppia il caos, mentre in campo i nerazzurri, che stanno dominando, protestano per la situazione non regolamentare e dopo mezz’ora di gioco il direttore di gara assieme ai giocatori ospiti ripara negli spogliatoi. Partita sospesa, tutti a casa. L’Inter presenta reclamo, il 24 aprile la Commissione Giudicante lo accoglie, concedendo lo 0-2 a tavolino. La Juve interpone appello, eccependo l’avvocato Chiosano chi» c’è stato «straripamento», non l’«invasione che influisce sul gioco» prevista dal regolamento. La Caf decide in grave ritardo, il 3 giugno, alla vigilia dell’ultimo turno, quando Juve e Inter sono entrambe a pari punti in testa alla classifica: annulla la vittoria nerazzurra e impone la ripetizione del match. 11 giorno dopo l’inter cade a Catania e la Juve, pareggiando col Bari, vince matematicamente lo scudetto. Per protesta, il presidente Angelo Moratti il 10 giugno nella gara-bis, ormai platonica, a Torino manda in campo la squadra ragazzi (verrà blandamente punito con 1 milione di multa), con un capitano di nome Sandrino Mazzola, figlio di Valentino, che segna su rigore l’unico gol nerazzurro. Finisce 9-1 tra polemiche di fuoco, che indurranno Agnelli a lasciare la presidenza federale.
Il rovente finale di stagione si concede pure un illecito. 30 maggio 1961, il pericolante Bari vince a Roma sul campo dell’ormai spacciata Lazio. Qualche giorno prima, tuttavia, i vertici della Lazio hanno denunciato un tentativo di corruzione: il mediano biancorosso Tagnin il 24 maggio ha telefonato al suo ex compagno di squadra in biancoceleste, Prini, offrendo denaro per ’comprare” il successo dei pugliesi. Una denuncia però è partita anche dal Bari: sarebbe stato il terzino laziale Lo Buono a... offrirsi di favorire la sconfitta dei propri colori in cambio del passaggio in biancorosso per la stagione successiva. Il giudizio sportivo manderà assolto Lo Buono per comportamento “superficiale”, ma non illecito; guai invece per Tagnin, condannato a due anni e mezzo, poi ridotti in appello a uno, e il Bari, che, già retrocesso agli spareggi, si ritroverà con una penalizzazione (dieci punti, poi ridotti a sei) nel successivo campionato cadetto.

LA RIVELAZIONE: UNA LETTERA DI TROPPO
Per rnesi, il cognome di Giovanni Trapattoni è stato storpiato - aggiungendo una “p” - dalle cronache, a cominciare da quel le sulla frizzante rappresentativa azzurra alle Olimpiadi, in cui figurava appunto come “Trappattoni". Proprio sulla scena romana il biondino, cresciuto nel Milan, si è distinto al punto da indurre Gipo Viani a tenerlo in rossonero per promuoverlo gradualmente in prima squadra anziché mandarlo a maturare in provincia come programmato. Il ragazzo è nato a usano Milanino, hinterland milanese, il 17 marzo 1939, e a imparato la felice fatica del calcio sui campetti vicino a casa, giocando ore e ore con gli amici fino al calare del uio. Come approda tra i grandi, sfonda: marcatore grintoso e inesauribile, tampona la mezzapunta o l’attaccante avversario senza mai mollare l’osso ed è pronto pure a correre per aiutare ì compagni. Gli brilla negli occhi chiari la generosa disponibilità all’impegno, sempre e comunque, pure in amichevole. Va a finire che il 10 dicembre 1960 arriva l'esordio nella Nazionale maggiore contro l’Austria a Napoli. Quella sera, nonostante la sconfitta, il ragazzo merita elogi e approfitta timidamente delle prime attenzion dei cronisti per reclamare: «Mi chiamo Trapattoni: una “p” due “t”». Diventerà una colonna del Milan, un pilastro dell, Nazionale e in futuro un allenatore leggendario, collezionisi di successi in Italia e in Europa. Conosciuto semplicemente come “Trap”, un monosillabo garanzia di calcio vero.

LA SARACINESCA: AZZURRO TENEBRA
Stagione dolce e crudele, per Giuseppe Vavassori, portieri della Juventus, che vi vive lo spartiacque della carriera Nato a Rivoli (Torino) il 29 giugno 1934, ha imparato i stare in porta nell’oratorio dei Salesiani della sua città e qui un giorno lo hanno scoperto Alberto Fasano e Bené Gola per conto della Juventus. Dopo due secondi posti al Torneo di Viareggio, a vent’anni è andato a farsi le ossa in C, alla Carrarese, e se l’è cavata così bene che al ritorno alla casa madre era già il “secondo” di Viola e ha pure assaggiato la Serie A. Quando sembrava giunto il suo momento, il baby prodigio Mattrel lo ha relegato dietro le quinte; lui però ha tenuto duro, così, dopo due campionati a mezzo servizio col rivale, ecco finalmente la maglia da titolare. Il ragazzo ha le idee chiare: «Per fare il portiere» spiega «occorrono tre doti essenziali: riflessi, agilità, tranquillità.
Io credo di possedere in misura ottimale le prime due, mentre per la tranquillità penso di non essere sempre sufficiente. Sono qualità che dovrebbero essere innate, perché non si possono apprendere da alcun maestro». Parole profetiche. “Vava” para e para bene, tanto che conquisterà il suo secondo consecutivo scudetto, ma prima conquista anche la maglia azzurra, quasi per caso: la sera del 21 maggio 1961 viene chiamato in tutta fretta a sostituire come secondo di Lorenzo Buffon l’altro “emergente” del ruolo, il romanista Fabio Cudicini, costretto a lasciare per infortunio la Nazionale in vista del match con l’Inghilterra. All’Olimpico la partita si mette bene, ma al decimo della ripresa, sul 2-1 per gli azzurri, Buffon si scontra con Haynes fratturandosi il setto nasale. Essendo un’amichevole, la sostituzione è consentita. Tocca a “Vava”, che al 77’, tentando di rimandare di piede un innocuo tiro di Hitchens, si fa passare tra le gambe il pallone che finisce in rete: 2-2. A quattro minuti dalla fine, quando Greaves entra in area e lo sfida, l’emozione soffoca ancora il portierone, che sbaglia il piazzamento (troppo vicino al palo), concedendo al giovane fuoriclasse inglese il gol della vittoria. Fine dell’avventura in azzurro e, sull’onda delle polemiche per il disgraziato pomeriggio romano, anche di quella juventina. Nonostante il gran campionato giocato, Vavassori verrà ceduto al Catania. Qui si confermerà tra i migliori numeri uno del calcio italiano.

IL SUPERBOMBER: DAI GOL AL MILIONE
Sergio Brighenti ha mangiato pane e calcio fin da piccolo: lo zio materno Mabelli lo ha cresciuto nel Notti e poi nelle giovanili del Modena, mentre in prima squadra il fratello maggiore Renato era bomber titolare. Così in gialloblù ha bruciato le tappe: a vent’anni aveva già in carniere 19 gol in 52 partite di B e un biglietto per Milano, sponda Inter. In nerazzurro ha vinto due scudetti da rincalzo spesso decisivo, come attestano i 20 gol segnati in 36 presenze, non sufficienti tuttavia a redimere il suo gioco scarno, quasi grezzo, tutto al servizio della conclusione in porta, poco gradito ai palati fini della “Scala” del pallone. Così a 23 anni si è ritrovato alla Triestina, ancora in A ma a un piano molto meno nobile, col pane duro della salvezza da sgranocchiare e occasioni da gol col contagocce. Due campionati di bottini grami (13 reti in 54 gare) gli sono valsi l’etichetta di “bruciato” e a quel punto lo ha raccolto Nereo Rocco e lo ha ricostruito nel suo Padova, mettendogli a fianco i voli de’“uccellino” Hamrin. Il torello modenese è finalmente esploso, fino al fantastico esordio in azzurro, con il gol che a Wembley ha avviato la rimonta italiana. In tre anni nella città del Santo, Brighenti ha segnato 50 reti in 96 partite, meritandosi le attenzioni della Sampdoria dell’armatore Ravano, che nell’estate del 1960 ha sborsato 80 milioni per vestirlo di blucerchiato. Il ragazzo si conferma un animale da gol e con 27 centri in 33 presenze si incorona re dei bomber. E pazienza se Omar Sivori vince l’ambito premio “Caltex” perché, pur avendo segnato un gol in meno, vanta una media reti superiore, drogata peraltro dalle sei rifilate al baby nerazzurro Annibaie nella discussa ripetizione della partita con l'Inter. Per questo Umberto Agnelli, presidente bianconero, invia a Leone Boccali, presidente del premio sponsorizzato dall’azienda petrolifera, un assegno dello stesso valore (un milione di lire) per il bomber blucerchiato.



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