Serie A 1959-60 - Juventus


Il Racconto


IL FILM: IN BIANCO E NERO
Il mercato sposa l’austerità invocata dal presidente del Coniesti, e rinuncia ai grandi colpi. Al “top” si piazza la Juve, che ridisegna la difesa acquistando il terzino Sarti dalla Sampdoria (100 milioni) e il centromediano Cervato dalla Fiorentina (40), e a novembre aggiunge il conteso attaccante romanista Lojodice (40 per la comproprietà). Ed è proprio giallorossa la firma sotto l’unico costoso acquisterò, Pedro Manfredini, centravanti del Racing Avellaneda ingaggiato per 80 milioni. La stessa cifra la spende il Bologna per l’interno vicentino Campana, futuro sindacalista del pallone. Si parte ed è subito Juve: aperta la stagione vincendo la Coppa Italia, i bianconeri prendono lo steccato inseguiti dal Bologna, che all’ottava giornata, vincendo il confronto diretto, li raggiunge in testa alla classifica. Gli emiliani escono tuttavia subito dai giochi, incappando in tre sconfitte di fila. Si fanno avanti allora Fiorentina, Inter e Milan, che inseguono alternandosi e ricongiungendosi sulla seconda piazza. Il 24 gennaio 1960, la Juventus è campione d’inverno con un turno d’anticipo: al gir boa vanta 4 punti sul Milan, 5 sull’Inter e 6 sulla Fiorentina. Nel girone di ritorno la marcia della squadra di Cesarini prosegue fino al passo falso interno con l’Atalanta alla ventunesima. Fiorentina e Milan continuano l’inseguimento, che dal ventitreesimo turno vede i viola soli sulla piazza d’onore, tanto più quando vincono il 27 marzo lo scontro diretto in casa, portandosi a due sole lunghezze dalla capolista. Un paio di pareggi con Vicenza e Milan riallungano tuttavia il fossato, che raggiunge le 7 lunghezze alla ventinovesima giornata. Due domeniche dopo, la Juventus vince lo scudetto con tre turni di anticipo battendo proprio campioni uscenti rossoneri a Torino. Chiuderà con 8 punti sui viola e 11 sul Milan. In coda, presto staccato il Genoa, che poi si vedrà bastonare ulteriormente per illecito, scendono in B anche Alessandria e Palermo.

I CAMPIONI: SIGNORA DA VIAGGIO
La Juventus che straccia la concorrenza nasce da una serie di problemi estivi. Primo: compiacere l’estro capriccioso di Sivori, stropicciato da Brocic che ha perso il campionato e dunque ci rimette la panchina. Omar come successore desidera Renato Cesarini, grande ex, che lo ha svezzato nelle giovanili del River Piate. Detto e fatto: il “Cè” torna sulla tolda bianconera in veste di direttore tecnico, nonostante il precedente specifico (1946-1948) avesse lasciato più d’un dubbio sulla sua capacità di tenere in pugno la situazione; per questo viene affiancato da un allenatore “vero”, l’altro ex Carlo Parola, in veste di preparatore atletico, nella speranza che la coppia funzioni. Secondo: la tenuta difensiva. La Signora lo affronta puntando al mercato su un giovane, il terzino mancino Benito Sarti, cresciuto nel Padova ed esploso nella Sampdoria, e su un anziano, il trentenne Sergio Cervato, considerato ormai cotto dalla Fiorentina. Terzo: la collocazione di Nicolè. Appurato che l’appannamento di Charles era dovuto solo a problemi fisici e dunque tornando di diritto al gallese il ruolo di centravanti, il giovane talento padovano dovrebbe spostarsi all’ala, ma rivendica la propria vocazione a interno offensivo e inizialmente viene accontentato; sicché tocca al più esperto del quintetto d’attacco, Boniperti, emarginarsi dal cuore del gioco vestendo la maglia numero sette. Tutti questi vicoli che potrebbero rivelarsi ciechi confluiscono invece a costruire una Juve di perentoria efficacia. Cesarmi schiera in porta il rampante Vavassori più spesso rispetto a Mattrel; terzini, Garzena o il giovane classico Castano a destra e lo scattante Sarti a sinistra; al centro, Cervato, sorpresa stagionale: risolto un annoso problema a un piede, l’ex viola esibisce una tale qualità di rendimento da riconquistare la Nazionale, infilando pure sei reti, grazie soprattutto alla “castagna” sui calci piazzati. In mediana, Emoli e Colombo sono perfetti nel proteggere lo stesso Cervato e nell’appoggiare il gioco di centrocampo, cui offre un decisivo contributo la regia di un grande Boniperti: lasciata dopo i primi mesi la maglia numero sette a Nicolè, il suo magistero risulta decisivo per gli equilibri offensivi. In avanti, la classe del padovano e i guizzi di Stacchini sull’altra fascia completano il contorno alla coppia regina: accontentato in tutto, Sivori ricambia la dirigenza con un campionato “monstre”, in cui spadroneggia in zona gol sia direttamente (capocannoniere), sia aprendo varchi allo strapotere di Charles. Una Juve iperoffensiva, che approda al titolo soprattutto grazie al numero di gol segnati (92) e al rendimento in trasferta (10 partite vinte), che l’avvicina alle migliori versioni della sua storia.

I RIVALI: QUANDO C’ERA LUIS
Per riportare lo scudetto sulle maglie dell’etema seconda Fiorentina, Enrico Befani punta sul giovane allenatore del Reai Madrid, Luis Canàglia, quarantaduenne ex centrocampista argentino che dalla panchina ha già vinto il titolo in Francia col Nizza e poi appunto in Spagna con le “merengues”. Si tratta di un tecnico innovatore, che ha in testa il modulo 4-2-4 trionfatore col Brasile ai Mondiali in Svezia l’anno precedente. Il mercato ruota sulla controversa cessione del “big” Cervato, considerato bollito da Befani e appetito dalla Juventus, che viene accontentata e dimostrerà di avere avuto ragione. In entrata, solo rincalzi: il terzino Malatrasi dalla Spal, il mediano Rimbaldo dalla Triestina, l’interno Azzali dal Palermo, il centravanti Fantini, 18 reti in C nel Mantova. Quanto al buco nel cuore della difesa, l’idea del nuovo allenatore è riempirlo con l’accentramento del giovane terzino destro Robotti; gli altalenanti esiti ne consigliano tuttavia ben presto l’alternanza con l’acerbo Malatrasi e poi il ritorno alle origini. Carniglia in linea di principio - cioè al netto di alcuni cervellotici esperimenti tattici - disegna una Fiorentina con Sarti in porta, protetto da una linea di quattro difensori: Castelletti, Robotti o Malatrasi, Orzan e l’arretrato Segato; a centrocampo, Chiappella e Gratton; in attacco, Lojacono trequartista pronto a inserirsi al centro negli spazi aperti da Montuori, il cui contributo soprattutto in zona gol è ridotto nel girone d’andata da persistenti problemi a un ginocchio; sulle ali, Hamrin, inarrestabile sotto rete, e l’alterno Petris. Le prime delusioni in campionato portano poi a un ripensamento, col ripristino di Chiappella e Segato nei ruoli originari, ed è evidente che, al di là degli entusiasmi iniziali, i continui cambiamenti di ruolo non giovano a garantire al gruppo una fisionomia tattica precisa. Tanto che il momento migliore coincide con l’avvio del girone di ritorno, quando la momentanea indisponibilità del tecnico porta sulla plancia di comando in coppia l’allenatore in seconda Ferrerò e il direttore sportivo Giachetti, che rispolverano il vecchio modulo. Dopodiché, si torna alla solita girandola e Befani comincia a pensare che il problema sia proprio lui, l’“hidalgo” della panchina, tanto affascinante a (Tabulatore quanto contraddittoria guida della squadra. A conti fatti, la Fiorentina 1959-60 rivela una discreta tenuta difensiva a dispetto di una capacità offensiva ridotta, frutto anche dei problemi a centrocampo: proprio sul numero dei gol fatti (che scende dalla stagione precedente da 95 a 68) si gioca la distanza dalla Juve, procurando il quarto secondo posto di fila. La maledizione continua.

IL TOP: CUOR DI LEONE
Giacomo Losi è piccolo e compatto. A guardarlo, sembra l’antitesi fisica del centromediano classico, l’uomo che torreggia in area innanzitutto per statura. Poi, osservandolo in campo, si comprende perché a 24 anni primeggi nel ruolo fino a meritare la Nazionale: semplicemente, il ragazzo nato a Soncino, in provincia di Cremona, il 10 settembre 1935 possiede la rapidità e il tempismo dei grandi difensori. Per la sua prima prova in azzurro, contro la Spagna a Barcellona il 13 marzo 1960, Viani lo piazza terzino destro, affidandogli l’attaccante avversario più temuto dopo sua maestà Di Stefano: Gento, l’ala che i tifosi del Reai hanno soprannominato “palla di fuoco” per la bruciante rapidità e che alla fine commenterà sconsolato: «Mai visto un terzino cosi veloce!». E dire che i primi passi veri nel mondo del pallone Losi li ha compiuti da interno offensivo, quando a 14 anni lavorava in un laboratorio di sartoria come apprendista e a tempo perso segnava a ripetizione nel Soncino (16 reti in 13 partite), fino a meritare l’approdo alla Cremonese, in Serie C, per 100mila lire. Un giorno il terzino destro della prima squadra, Bodini, figlio dell’allenatore, fu appiedato da un infortunio e suo padre scelse come sostituto tra i giovani grigiorossi proprio l’attaccante Losi, arretrandolo in terza linea. La splendida prova del ragazzino ne provocò il definitivo cambio di ruolo e la promozione tra i titolari. A diciannove anni l’apprendista manager Carlo Montanari lo segnalò alla Roma, che per 7 milioni ingaggiò il talento lombardo. Quando l’allenatore Carver si accorse di lui, cioè solo nel finale di quel campionato 1954-55, Losi debuttò in A (contro l'Inter), per non muoversi più. Superato qualche problema fisico, la sua sesta stagione capitolina ne decreta la consacrazione: scatto e personalità gli consentono di giocare in ogni molo difensivo, l’irriducibile generosità agonistica gli varrà l’appellativo di “core de Roma”, uno dei più amati capitani della storia giallorossa.

IL FLOP: LA SCONFITTA DI ANNIBALE
Il problema del Napoli 1958-59, finito settimo dopo tanti squilli di tromba, è stato l’indisciplina, che ha congiurato coi troppi infortuni a tarpare le ali della squadra, sulla carta fortissima. Cosi almeno la pensa il patron, il tirannico comandante Lauro. Prima conseguenza: pollice verso per il giovane allenatore Amadei. ex collega dei giocatori e dunque privo su di loro del necessario ascendente, che viene retrocesso a osservatore, mentre la panchina passa ad Annibaie Frossi. Quest’ultimo è noto come “il dottor Sottile” per via della laurea e soprattutto delle elucubrazioni tattiche, ma il gran capo da lui pretende soprattutto che imponga nuovo rigore. Seconda conseguenza: poiché il censo tecnico della rosa non era in discussione, al mercato è sufficiente arricchirla di qualche rincalzo: il portiere Cuman dall’Alessandria, il terzino Schiavone dalla Sanremese (via Brescia) e l’ala Rambone dal Catanzaro. Al resto deve pensare il nuovo “manico”, magari restituendo Del Vecchio a una posizione tattica meno interferente con quella di Vinicio e poi rivitalizzando quest’ultimo, protagonista di un campionato negativo ben oltre i problemi del “doppio centravanti” voluto da Amadei. La stagione prende il via e in men che non si dica succede il patatrac: dopo due gare vinte in Coppa Italia (4-0 alla Sambenedettese e 1-0 al Bari), le prime quattro di campionato tutte perdute (con Spai, Fiorentina, Genoa e Milan) fanno sprofondare la squadra in una crisi imbarazzante. Il primo a pagare è il tecnico, che viene messo alla porta. In realtà, tutti hanno sbagliato: Frossi a Firmare il contratto senza alcuna garanzia per i rinforzi richiesti; Lauro a ingaggiare un allenatore “parafulmine” per risparmiare sul mercato; i commentatori a inserire il Napoli nella fascia alta del torneo. A rimettere le cose a posto viene richiamato - neanche a dirlo - lo stesso Amadei, che toma a calarsi nell’ambiente avvelenato del torneo precedente, con i “clan” contrapposti dei veterani Comaschi e Pesaola e una situazione tecnica precaria. Il “nuovo” Napoli prevede Bugatti in porta, Comaschi e il giovane Mistone terzini, entrambi con l’alternativa Schiavone, Greco centromediano protetto da Posio, con l’altro mediano Beltrandi e l’interno Pesaola a fare gioco; Di Giacomo è il trequartista alle spalle del trio d’attacco Vitali-Vinicio-Del Vecchio. Una mini-serie positiva risolleva l’ambiente, culminando nel clamoroso successo sulla Juventus del 6 dicembre 1959, in occasione dell’inaugurazione del nuovo stadio San Paolo a Fuorigrotta. Poi, toma il rosario dei risultati grami, perché la squadra è sbilanciata e paga la perdurante crisi di Vinicio (7 reti in totale). La salvezza viene raggiunta solo alla penultima giornata: nonostante gli incassi da record (mezzo miliardo di lire) garantiti dalla capienza del nuovo impianto, i sogni di gloria di Lauro restano chiusi nel cassetto.

IL GIALLO: GIÙ IL CAPPELLO
Un altro brutto pasticcio con protagonista Gino Cappello, l’ex campione del Bologna e della Nazionale. Il botto scoppia in aprile, pochi giorni dopo che il Genoa si è giocato le ultime carte-salvezza sul campo dell’Atalanta: passata in vantaggio con Barison, la squadra rossoblù ha perso di misura a causa di un discusso rigore per fallo di Baveni su Nova. È il patron bergamasco Luigi Tentorio a dar fuoco alle polveri, denunciando un tentativo di combine: alla vigilia della gara, racconta, il terzino Cattozzo gli aveva rivelato di essere stato avvicinato da Cappello, suo ex compagno di squadra, con la proposta di vendere la partita per un milione. Interrogato, Cappello si trincera dietro un “no” su tutta la linea: mai stato a Bergamo, mai fatte proposte. Lo smentiscono il portiere dello stabile di Bergamo dove risiede il terzino e persino un barbiere delle vicinanze, concordi nel testimoniare che l’ex campione azzurro quel 14 aprile ha chiesto loro notizie di Cattozzo dopo aver suonato invano al suo appartamento. Quanto al Genoa, il suo presidente, Fausto Gadolla, si difende producendo una dichiarazione giurata dei membri del dimissionario consiglio direttivo del club che negano ogni addebito: decisamente poco di fronte alla presunzione di colpevolezza che le norme regolamentari gli addossano, in base al principio del “cui prodest?”. È evidente infatti che se qualcuno ha mandato Cappello, non può che essere stato il club potenziale beneficiario dell’operazione. La Commissione giudicante in giugno non usa la mano leggera: Cappello, che attorno ai 40 anni calca ancora i campi verdi (in Quarta serie, nelle file del Tranvieri Bologna), viene squalificato a vita; il Genoa penalizzato di... 28 punti, cioè i 18 conquistati sul campo e 10 ulteriori da scontare nel torneo successivo di B (altrimenti, essendo già retrocesso, la sanzione non avrebbe effetti pratici); Tentorio sospeso 3 mesi per aver ritardato la denuncia. In sede di appello, la Caf ridurrà a 7 punti la penalizzazione “a seguire” del Genoa.

LA RIVELAZIONE: IL BAMBINO D’ORO
Su II Calcio e Ciclismo Illustrato del 19 novembre 1959, l’ex fuoriclasse Viri Rosetta scrive: «È nato per giocare al calcio. Questo lo spontaneo giudizio di qualsiasi osservatore nel vedere all’opera Gianni Rivera, il sedicenne attaccante alessandrino». Il baby talento ha visto la luce a Valle San Bartolomeo, a pochi chilometri da Alessandria, è alto 1,75 e pesa appena 64 chili: «È un longilineo» prosegue «e tale resterà, probabilmente, anche dopo lo sviluppo, che sta compiendo molto rapidamente. Deve “farsi” un torace, deve sviluppare la sua muscolatura, deve - in una parola - raggiungere l’equilibrio atletico. In linea tecnica è già molto avanti, anche se è evidente che gioca un calcio d’istinto. Devo aggiungere, però, che si tratta di un geniale istinto, perché quasi sempre tutto quello che fa è ben fatto». Rivera è precocissimo: ha debuttato nell’Alessandria il 2 aprile 1959, a 15 anni, contro l’AIK, e pochi giorni dopo ha assaggiato la Serie A, giocando la penultima gara del campionato, in casa contro l’inter il 2 giugno 1959. In questa stagione è già titolare, disputa 25 partite e segna i suoi primi gol: ben 6. Spesso viene impiegato da centravanti, altre volte da trequartista. Sul suo nome nascono le prime diatribe, relative all’impiego nella Nazionale giovanile, quella dei P.O. (probabili olimpici) che Gipo Viani e l’allenatore Canestri vanno allestendo per le Olimpiadi. Canestri lo pretende sempre in squadra sostenendo di avere “creato” Rivera con le sue convocazioni; ma il presidente alessandrino, Amedeo Ruggiero, decide nel finale di campionato di non concedere più il gioiellino, essendo suo dovere, anche per normativa federale, schierare la miglior formazione possibile. Va a finire che l’Alessandria retrocede ugualmente e che Rivera sarà il fiore all’occhiello dell’ottimo quarto posto degli azzurrini nel torneo di Roma, con 3 reti in 5 partite. E a quel punto sarà anche facile scoprire che in realtà l’asso del futuro è già accasato da un pezzo: grazie a una sollecita “soffiata” del giocatore-allenatore dei “grigi”, Franco Pedroni, ex milanista, Viani ha assicurato il ragazzino al club rossonero nell’estate del 1959 per la cifra monstre di 130 milioni, lasciandolo ancora un anno alla casa base.

LA SARACINESCA: ROMANZO ROSANERO
Roberto Anzolin ha cominciato presto a parare, nel Marzotto di Valdagno, dove giocava praticamente in famiglia, visto che il padre era impiegato nell’azienda tessile. Il Marzotto giocava in B e lui, secco come un chiodo, ad appena 18 anni era già titolare. Tre stagioni a guardia dei pali e nell’estate del 1959, quando radio-mercato lo dava già al Milan, se lo è accaparrato il Palermo, che ha offerto 5 milioni in più: 40 in tutto. In un campionato dominato dai veterani Sarti e Bugatti, nonché dal poderoso ritorno di Buffon nel Genoa (dove è approdato a ottobre nel clamoroso scambio che ha portato l’ex interista Ghezzi al Milan), la sorpresa è rappresentata da questo ragazzo di 21 anni, considerato a sorpresa il miglior portiere del torneo; per lo meno fino alla disgraziata partita casalinga contro la Fiorentina dei primi di aprile, uno 0-4 figlio anche delle sue incertezze. In rosanero lo ha voluto Cestmir Vycpalek, il pubblico ne fa ben presto un idolo, per la sicurezza della presa e i voli di chi sembra non aver paura di nulla. Esce poco dai pali, si fida del proprio piazzamento, infonde sicurezza ai compagni senza bisogno di gridare. E dire che in estate la faccenda non è stata indolore, come ricorderà molto tempo dopo: «Per un veneto di vent’anni andare in Sicilia nel 1959 non era uno scherzo. Partii con mio padre. Piansi in treno da Padova a Roma, dove un dirigente del Palermo venne a prenderci con un’Aprilia da corsa che ci portò a Napoli. Viaggiava come un matto, lo pregai: “Piano, ho una carriera davanti...”. Sbarcato a Palermo, mi portarono a mangiare la pasta con le melanzane a Mondello. Non l’avevo mai assaggiata. Mia moglie me la fa ancora adesso. Vivevo allo stadio, nelle stanze che avevano ricavato per gli scapoli vicino alla tribuna della Favorita. Ero in stanza con Carpanesi: Toros mi faceva da fratello maggiore, mi portava al mare e a Messa». Il 13 marzo 1960 arriva la prima maglia azzurra, quella numero uno dell’Under 23, la Nazionale B del tempo, che con assi come gli “oriundi” Angelillo e Altarini supera 3-0 la Spagna proprio a Palermo. Dopo un’altra stagione super in B, chiusa con la promozione, Anzolin passerà alla Juventus.

IL SUPERBOMBER: L’EGO DELLA BILANCIA
Omar Sivori è capriccioso, talora addirittura isterico in campo, probabilmente viziato dal suo club che gli consente tutto. Però dategli corda e vi farà vincere. Il campionato 1959-60 l’asso argentino lo vuole tutto per sé. Ispirato dall’arrivo di Renato Cesarini, il “10” bianconero vive una stagione di assoluta padronanza della squadra e del torneo. Inventa, dribbla, si fa beffe di tutto e tutti, apre spazi, invita e alla fine è spesso lui a toccare direttamente in gol. Ne segna 28 in 31 partite e tanti dei 23 di Charles sono propiziati dal suo “altruismo egoista”, quella bizzarra figura psicologico-tecnica che cosi bene spiega Maurizio Barendson: «La regola dice che tenere troppo la palla è un difetto. L’eccezione che conferma la regola si chiama Sivori. Dietro l’eccesso di palleggio e dietro i compiaciuti rallentamenti di gioco, si nasconde in effetti una capacità di calcolo, più che di ragionamento, fredda, sorniona, addirittura millimetrica. Sivori pensa in termini di eleganza e di virtuosismo cosi come Liedholm pensa in termini di sobrietà. L’uno è figlio del barocco, l’altro del gotico. Anche il primo quindi è un vero cervello, un cervello che ha in sé la misura del tempo e dello spazio come in nessun calciatore oggi al mondo. Lasciate che la preparazione sia lunga, elaborata, estenuante, vi dice Sivori. Ciò che conta è la rapidità con cui si passa da questa fase a quella dell’esecuzione. L’importante è sorprendere». Dunque pure lo sberleffo all’avversario è funzionale al diabolico disegno dell’asso argentino: che rallenta e velocizza i tempi di gioco secondo i suoi insondabili umori. Anche l’altra sua mania, i calzettoni “alla cacaiola”, cioè arrotolati in basso, che secondo Viani dovrà abbandonare in azzurro per proteggersi coi parastinchi come tutti gli altri, ha una sua logica. Omar confida di trovarsi benissimo cosi per tre motivi: non soffre impacci nei movimenti; ogni avversario, anche il più duro, ci pensa un attimo prima di spianare i bulloni sugli stinchi nudi, e quell’attimo basta al campione per passare oltre; infine, le gambe scoperte sono un invito agli arbitri a... proteggerle: vedendo scalciarle, quale direttore di gara non si sentirebbe spinto a intervenire immediatamente? Anche questo è il diabolico calcio secondo Omar.



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La Juventus campione d'ItaliaLa Juventus campione d'Italia


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