Serie A 1958-59 - Milan


Il Racconto


IL FILM: POVERI MA RIBELLI
Mercato con parecchi botti. Complici le nuove restrizioni sugli stranieri, un unico asso viene pescato all’estero: il fresco Campione del Mondo José Altafini, diciannovenne ingaggiato dal Milan durante la rassegna iridata, per 140 milioni, con annessa qualifica di “oriundo”. Il record lo stabilisce l'Inter del petroliere Moratti, che acquista dalla Sampdoria il centravanti sudafricano Firmani per 155 milioni (e vi aggiunge il giovane centromediano Guarneri dal Como per 45). Fa più rumore tuttavia il passaggio di Arne Selmosson, detto “Raggio di luna”, dalla Lazio alla Roma: il 10 luglio 1958, i tifosi biancocelesti scendono in strada cercando di impedire l’“affronto”, come accaduto l’estate precedente; questa volta però, pressato dall’incubo del fallimento, il presidente Siliato non recede e per 135 milioni l’asso svedese passa ai giallorossi. La Juventus cede alla Fiorentina Hamrin, tornato dal Padova, per 110 milioni e potenzia il parco rincalzi con il veterano Palmer del Legnano. L’Inter sacrifica il “kamikaze” Ghezzi, al Genoa per 30 milioni. Il Milan parte a razzo, poi cade a Vicenza e passa in testa la Fiorentina; lo scontro diretto della decima giornata dà ragione ai rossoneri, che tornano a guidare la classifica, sempre peraltro coi viola a soffiar loro sul collo. Il 25 gennaio gli uomini di Viani sono campioni d’inverno con un punto sulla Fiorentina, tre sull'Inter e quattro sulla Juventus. Nel girone di ritorno, la Viola prima appaia i rivali, poi torna a inseguirli da vicino e al ventitreesimo turno ricostituisce la coppia di testa, con lnter e Juventus ormai a 6 punti. I toscani staccano i rossoneri due domeniche dopo, quindi perdono di nuovo lo scontro diretto ( 1-3 a Firenze) e infine si ritrovano ancora a pari punti. Poi, inatteso, il crollo: alla ventinovesima i gigliati cadono in casa con la Spal e due domeniche dopo perdono pure a Udine. È il via libera ai rossoneri, che con un turno di anticipo il 2 giugno tornano al tricolore, il settimo della loro storia. Chiuderanno con 3 punti sui viola e 6 sulla Juventus. In coda, crisi nera per Triestina e Talmone Torino, che retrocedono in B.

I CAMPIONI: I GOL VENUTI DAL BRASILE
II Milan è reduce da una stagione turbolenta, tanto chi più d’uno ha chiesto la testa di Viani, considerata peraltro invece... ben salda dal presidente Andrea Rizzoli e dal suo fido braccio destro Carraro. Così, di concerto col diretti interessato, viene escogitata una nuova formula: Viani direttore sportivo, in realtà anche tecnico, visto che oltre che di mercato (ne diventerà ben presto il re) si occupa delal supervisione della squadra, con il giovane Luigi Bonizzoni in veste di allenatore. Se questi si dichiara offensivista cor vinto e sistemista puro, il suo “tutore” è pronto a limare concetto con un’idea geniale a proposito del giocatore pi discusso in estate: Nils Liedholm. Il dubbio non riguardava certo le sue qualità tecniche, quanto invece la sua volontà di allungare ulteriormente la carriera in Italia, visto che in patria, dopo aver trascinato da superbo regista la Svezia alla finale mondiale, gli era stato offerto il posto da Ct. Tornato dalle vacanze, Liddas ha deciso di partire per la preparazione e poi di accettare eventualmente il nuovo contratto a condizione di sentirsi a fine ritiro ancora atleticamente all’altezza. La risposta è stata positiva e Viani decide di rettificarne il ruolo, da mediano a libero davanti ai marcatori della difesa. Tamponatore e regista arretrato, in sostanza, in combutta con Schiaffino o col giovane Occhetta (mediano ingaggiato dal Marzotto) quando l’uruguaiano avanza a surrogare l’assente Grillo. In fondo, gli uomini chiave restano quelli dell’ultimo scudetto, perché lo scaltro Gipo, a dispetto di chi invocava la rivoluzione, al mercato si è limitato a svecchiare, lasciando partire Zannier, Bergamaschi, Mariani e Cucchiaroni e consigliando a Rizzoli un unico investimento, su un centravanti cui destinare il testimone di Nordahl, visto che Bean si va trasformando in ala o trequartista e Galli è ormai un interno. Folgorato assieme al suo presidente la sera del primo giugno a San Siro da una fantastica rete in rovesciata del centravanti del Brasile, tale “Mazzola”, contro l’Inter, ne ha concluso l’acquisto dal Palmeiras per 30 milioni di cruzeiros.
Il ragazzo ha 19 anni appena e si chiama in realtà José Altafini, dovendo il soprannome a una (vaga) somiglianza con Valentino Mazzola, conosciuto anche in Sudamerica dai tempi di una fortunata tournée del Grande Torino. Ecco dunque il nuovo Milan: Buffon in porta. Fontana e Zagatti terzini, Maldini stopper; in mediana, Liedholm e Schiaffino, più avanti gli interni Galli e Grillo e in attacco il giovane Danova, eccellente prodotto del vivaio, a dispensare guizzi e gol dalla destra, Altafini al centro e Bean a sinistra. Una squadra di grande equilibrio e continuità, in cui Liedholm gioca ad altissimo livello e Altafini si rivela un centravanti di fisico e tecnica superiori, ideale terminale offensivo.

I RIVALI: IL TERZO SECONDO
Diventa l’eterna seconda, la Fiorentina, al terze consecutivo posto d’onore dopo lo scudetto 1956. Enrico Befani, per tornare a vincere, ha fatto la rivoluzione: nuovi i terzini, Robotti preso dal Genoa, e Castelletti, giovane del Torino rivelatosi nel Vigevano; nuovo lo stopper, spostandosi al centro della difesa il terzino Cervato; tutto nuovo l’attacco: via Julinho ormai rapito dalla “saudade”, Prini e Bizzarri che hanno fatto il proprio tempo, e pure Virgili, in crisi a soli 23 anni e ceduto al Torino da cui arriva l’ala Petris, stella della Triestina La “chicca” è rappresentata però da Kur Hamrin, pagato caro alla Juventus per fa dimenticare l’ala brasiliana. Novità anche il panchina: resta Luigi Ferrero come allenatore, mentre il ruolo di direttore tecnico passa, da Bernardini (ingaggiato dalla Lazio) a Lajos Czeizler, reduce dalla collaborazione con Gaynor alla guida della Svezia seconda al Mondiale. Il progetto è chiaro: Sarti in porta, Robotti e Castelletti terzini Cervato stopper, con Chiappeila e Segato mediani; a centrocampo, l’uomo ovunque Gratton (campione di sfortuna nella stagione precedente) e il classico Montuori, mentre in attacco si prospetta una formula con due ali di punta, Hamrin e Petris, e l’argentino Lojacono - atteso alla rinascita dopo i contrasti con Bernardini - centravanti arretrato. Ne esce un complesso formidabile nell’undici di base, col torrenziale Montuori a colmare il vuoto al centro dell’attacco, ma carente nei rincalzi e dunque soggetto a logorio, soprattutto psicologico, quando nelle ultime partite vengono a mancare lue capisaldi come Chiappella e lo stesso Montuori. Nel finale di stagione, la doppia sconfitta con Milan e Spal risulta fatale alle ambizioni fondatissime di scudetto: Befani licenzia Czeizler affidando i pieni poteri a Ferrero, ma non basta. Alla fine, è di nuovo secondo posto, col platonico)primato delle reti realizzate (95).

IL TOP: PIAZZALE MIGUEL ANGEL
Qualcuno, nell’estate del 1955, aveva storto il naso, per quella segnalazione di padre Volpi, assecondata dal presidente Befani con una “fiche” da 50 milioni: insomma, Miguel Angel Montuori poteva anche aver spopolato nell’Universitad Catolica di Santiago, ma restava pur sempre un argentino che per avere successo aveva dovuto emigrare in un Paese calcisticamente meno evoluto. Il sacerdote tifoso, in realtà, aveva visto giusto: non appena giunto all’ombra di piazzale Michelangelo, il campione con la faccia da indio ha incantato per qualità, spirito di servizio, senso del gol. Nato a Santa Fè da genitori italiani il 24 settembre 1932, cominciò nel Racing Avellaneda ove tuttavia, al momento del gran salto, si trovò la strada sbarrata da un quintetto l’attacco da Nazionale, capitanato da Ruben Bravo e Manuel Blanco. Così fu dato in prestito alla Universitad Catolica e qui, a seguito di una tournée in Sudamerica, si guadagnò la stima dei suoi dirigenti, che sborsarono una cospicua cifra per riscattarlo. A fine stagione, con all’attivo 14 gol in 26 partite di campionato, approdava in viola e al primo colpo a squadra allenata da Fulvio Bernardini conquistava lo scudetto. In questa stagione, la sua quarta in Toscana, l’asso argentino si supera: fallito l’esperimento di Lojacono “punta di lancio” (“falso nove”, si direbbe oggi), Ferrero ha chiesto a lui di avanzare il proprio raggio d’azione, giocando da centravanti. Pur prediligendo il ruolo di interno, Montuori ha obbedito, scaricando 22 volte il pallone nelle reti avversarie, in 27 presenze condite da intuizioni geniali, dribbling ubriacanti, conclusioni perentorie. La Fiorentina sfiora lo scudetto e forse non lo centra proprio per via dell’infortunio al ginocchio che toglie di mezzo il fuoriclasse negli ultimi due mesi del torneo. Per Montuori, in zona gol, sarà il canto del cigno. Le sue medie si abbasseranno col ritorno a centrocampo, poi nel marzo 1961, durante un’amichevole di allenamento col Perugia, una pallonata tra tempia e orecchio gli troncherà la carriera, provocando problemi al nervo ottico e al cervello, con annesso calvario di interventi chirurgici mai del tutto risolutivi.

IL FLOP: OGGI SPONSOR
La maledizione del Torino tocca il suo culmine. Una maledizione rappresentata dall'irripetibile passato, stroncato nel tragico pomeriggio di Superga. Da quel giorno - 4 maggio 1949 - niente è più stato come prima, eppure Ferruccio Novo per anni ha cercato di non arrendersi al destino, inseguendo a suon di milioni la riedizione del mito. L’artefice del Grande Torino si è arreso, lasciando la presidenza, solo nel 1955, quando le avvisaglie della crisi si facevano concrete. Indebitato fino al collo (260 milioni), ora il club granata è arrivato a cercare la via della salvezza finanziaria nella sponsorizzazione: il 12 aprile 1958 il presidente Mario Rubatto ha firmato un contratto triennale con la ditta dolciaria Venchi Unica, proprietaria del marchio Talmone, che a partire dalla stagione successiva assicura al club 55 milioni all’anno (se in Serie A: 30 in caso di B, 15 di C), più fornitura di materiale tecnico e trofei per le giovanili; in cambio, mutano sia la denominazione della squadra, che diventa Talmone Torino, sia le maglie, che restano granata, ma con una “T” sul petto.
L’unico precedente nel calcio italiano riguardava il lanificio Rossi, che tuttavia nel 1953 aveva abbinato il proprio nome al Vicenza, squadra di Serie B, solo dopo avere in pratica acquistato il club. Ai tifosi sconcertati, il presidente granata ha opposto un indiscutibile stato di necessità, aggiungendo che l’industria ha garantito piena autonomia al club, oltre alla facoltà di recedere dopo il primo anno. Anche lo stadio cambia: verrà abbandonato il piccolo “Filadelfia” per giocare al Comunale. Inevitabile a quel punto rinnovare la rosa, cui al mercato sono stati rifatti i connotati. La panchina tocca a un ex, Federico Allasio, fresco di promozione in A alla guida del Bari, che dopo i primi approcci di precampionato richiama Ganzer, destinato al Padova, e Bonifaci, tornato in Francia a cercarsi un ingaggio. Al via il suo Torino presenta Vieri o Rigamonti in porta, Grava o Tarabbia e Farina o Cancian terzini, Bearzot centromediano protetto da Ganzer, l’altro mediano Bonifaci in regia, con Armano e Marchi interni. Arce trequartista e Virgili e Crippa o Bertoloni di punta. Una squadra con tanti, troppi titolari, che parte col botto (6-1 all’Alessandria), poi prende a perdere quota fino a vivere di stenti. Il 27 novembre 1958 il presidente Rubatto rassegna le dimissioni, respinte dall’assemblea. A fine anno, Allasio viene silurato e sostituito come allenatore-giocatore da Quinto Bertoloni, senza benefici. Il 9 gennaio 1959 assume la guida della società come reggente Napoleone Leumann, nel quadro di una crisi che si risolverà solo il 4 agosto, con la nomina a presidente di Luigi Morando, a capo di una finanziaria di salvataggio. Intanto la squadra, affidata da febbraio a Imre Senkey (direttore tecnico) e Giacinto Ellena (allenatore), avrà chiuso all’ultimo posto assieme alla Triestina, retrocedendo per la prima volta nella sua storia in Serie B.

IL GIALLO: CAF CHE ABBAIA
La gestione commissariale della Federcalcio, affidata in estate a Bruno Zauli, vecchio dirigente proveniente dallo sport dilettantistico, fa acqua da tutte le parti. Dopo la ribellione generale dell’ottobre 1958 all’incauta abolizione indiscriminata del vincolo per i giovani calciatori sotto i 18 anni, un altro caso scuote il mondo del pallone. Il 4 gennaio, gravi incidenti si sono verificati durante Roma-Alessandria, finita 1-1 e poi data vinta agli ospiti poiché l’arbitro Guarnaschelli è stato colpito con un pugno da un invasore, pur avendo poi condotto in porto la gara. La Caf ha motivato il contrastato verdetto, aggravato da due turni di squalifica al campo di casa, in base al principio che la menomazione di una delle parti pregiudica il regolare andamento della partita. Il 26 aprile succede qualcosa di simile a Torino, dove i granata giocano per la salvezza e il Milan per lo scudetto. Dopo il gol del 2-3 siglato in sospetto fuorigioco da Altafini e convalidato dal giovane arbitro francese Groppi, scoppia una rissa in campo: Bonifaci e Schiaffino si picchiano di santa ragione, altri si aggiungono e alla fine Fontana e Galli restano esanimi al suolo. Dopo un’interruzione di otto minuti, Groppi fa riprendere il gioco; il Torino pareggia con Ganzer al 48’ e poi, dopo soli 4 minuti di recupero, l’arbitro fischia la fine. Il Milan chiede la vittoria a tavolino sulla base del precedente dell’Olimpico, avendo dovuto giocare la parte finale della gara in chiaro stato di apprensione per la propria incolumità fisica, come a suo tempo l’arbitro Guarnaschelli. Capita però che quello stesso 26 aprile l’incauto Zauli abbia sciolto la Caf per rinfrescare i quadri federali, con seguito di vibrate polemiche. Così, quando il rinnovato organo di secondo grado affronta la questione, decide in modo inverso rispetto al precedente specifico, essendo rimasti in carica solo i tre membri a suo tempo contrari. La questione è di mero principio: causa lungaggini legate alla modifica della Commissione, la decisione giunge fuori tempo massimo, l'11 luglio, quando ormai il Milan ha vinto lo scudetto e il Torino è retrocesso, e dunque il rigetto del reclamo rossonero non ha conseguenze pratiche. Il presidente Andrea Rizzoli, tuttavia, prende cappello per quella che qualifica come "una buffonata” e rassegna le dimissioni. Molti colleghi solidarizzano: la gestione commissariale non può proseguire oltre. Pochi giorni dopo, il 9 agosto, Umberto Agnelli verrà nominato presidente della Federcalcio.

LA RIVELAZIONE: POLVERE DI STELLA
Tutto accade a ritmo vorticoso per Bruno Nicolè, talento purissimo nato a Padova il 24 febbraio 1940, approdato poco più che bambino alle giovanili del Padova dall’oratorio della Sacra Famiglia e presto esploso fino all’esordio in Serie A a 16 anni in una combattuta vittoria sull’Inter. Rosetta lo segnalò per tempo alla Juve, che tuttavia considerò i 12 milioni richiesti un eccesso. Pochi mesi dopo, ne sborsava 70 per ingaggiare il ragazzo prodigio nel frattempo lanciato da Rocco. Rapido, abile nel palleggio, dotato di un tiro secco e preciso, Nicolè è centravanti nato. Peccato che alla Juventus il ruolo sia occupato da un campione ingombrante (in tutti li sensi) come Charles. Capita tuttavia che, dopo lo scudetto vinto un po’ da interno e un po’ da ala destra, in avvio del [suo secondo torneo il ridotto rendimento del titolare (causa una flebite mal curata) gli assegni stabilmente la maglia preferita. Il boom è immediato: il ragazzo prende a segnare a raffica, tanto che Gipo Viani decide di buttarlo nella mischia [azzurra il 9 novembre 1958, a Colombes, in amichevole con la Francia. Risultato: l’Italia pareggia 2-2 grazie alle due reti del nuovo prodigio appena diciottenne. E nata una stella e anche se poi Charles nella seconda parte del campionato si riprende il suo posto e al ragazzo toccheranno impieghi da ala o da interno, è inevitabile gridare al campione, che a fine stagione vanta la bella media di 13 reti in 21 partite. Peccato che si tratti di un fuoco di paglia: travolta dal successo, la stella di Nicolè a 21 anni (con all’attivo già tre scudetti e due Coppe Italia) comincerà a offuscarsi, fino al precoce declino e all’abbandono del calcio a 27 anni per una più tranquilla carriera di insegnante di educazione fisica.

LA SARACINESCA: È QUI LA TESTA?
Nella grande stagione di Panetti e Buffon, già trattati su queste colonne, è doveroso uno spazio per Antonio Pin, gran portiere del Padova di Nereo Rocco, tra i più continui interpreti del ruolo. Nato a Fossalta di Piave il 3 ottobre 1928, fu il fratello di “Sandokan” Silvestri a portarlo giovanissimo al calcio, sottraendolo all’atletica: poiché Pin eccelleva nei 100 e 400, venne subito assegnato all’ala destra. Un giorno però, stizzito dalla pochezza del portiere, gli ingiunse di fargli posto e da quel momento, pur non gradendo mai del tutto il ruolo, divenne estremo difensore. Dopo il Fossalta in Prima divisione, due stagioni alla Luparense e una clamorosa occasione mancata: lo voleva il Grande Torino, quindici giorni in prova ne stavano decidendo il destino, quando un infortunio di gioco a un polso mandò a monte l’affare, salvandolo dalla tragedia di Superga. Giocò tre campionati in C alla Mestrina e nel 1952 gli giunse l’offerta dell’lnter, il cui allenatore in uscita, Olivieri, lo convinse a seguirlo invece all’Udinese. Scelta azzeccata: anziché fare la riserva a Ghezzi, Pin conquistò subito la maglia da titolare in A e a fine stagione veniva ingaggiato dalla Sampdoria. Nel 1956, complice la salute della moglie, insofferente al clima marino, si trasferiva al Padova. Ed eccolo nelle vesti di estremo baluardo del Catenaccio targato Rocco. Un mestiere ad alto rischio, per gente di carattere: «Solo se non sbagli mai sei bravo» si sfoga. «Come si fa a non sbagliare? E quanta tensione! Me lo devono ancora spiegare, perché uno che non prende un solo pallone per tutta la partita, alla fine pesa un chilo di meno!». Pin è tutt’altro che un colosso (1,72 per 72 chili), ma ha uno scatto prodigioso, ha imparato a uscire velocissimo per anticipare gli attaccanti e il colpo d’occhio gli procura parecchie convocazioni in Nazionale, senza mai peraltro la soddisfazione dell’esordio. E quando di fronte c’è un perticone come Charles, ecco l’astuzia: «La prima volta che giocammo a Torino mi fece due gol di testa: ci voleva la scala per arrivare fin dove saliva lui. Pensa e ripensa, ho trovato un modo: ho detto a Blason e Scagnellato di proteggermi, al resto avrei pensato io. Così, quando c’era un corner e vedevo che la palla arrivava alta, io non facevo altro che andare, con le mani, a “marcare” la testa di Charles, solo a quello pensavo, al resto dovevano pensare gli altri. Charles non ci ha fatto più gol»

IL SUPERBOMBER: MISTER ELEGANZA
Dei tre “angeles de la cara sucia”, gli angeli dalla faccia sporca che hanno trascinato l’Argentina alla conquista della Coppa America 1957 (per poi lasciarla nuda al Mondiale 1958 causa trasferimento in massa in Italia), Antonio Valentin Angelillo era il più elegante. Tocco felpato, abilità nel passaggio da interno, tiro pronto e preciso da centravanti, il suo ruolo. Era pure il più giovane, tanto che il 28 giugno 1957, all’arrivo in Italia, non aveva ancora compiuto vent’anni. La sua carriera era stata fulminante: nato a Buenos Aires il 13 settembre 1937, rivelatosi a 17 anni nel Racing Avellaneda con 3 reti in 9 partite, nel 1956 passava al Boca Juniors, realizzandovi 16 gol in 34 gare e incantando pure nella Selección, con 12 reti in 13 partite! Un fenomeno. Eppure, l’ambientamento a Milano non è stato facile. Tanto più che i genitori, dopo i primi mesi con lui, se ne sono tornati a casa, vinli dalla nostalgia, lasciandolo solo. La timidezza in campo ha fatto il resto e un giorno un giornale milanese se ne è uscito col titolo-shock («Angelillo è un bidone») e qualcuno è arrivato a mettere in dubbio, più o meno per scherzo, la sua vera identità, visto che a Ginevra, dove ha fatto scalo il suo viaggio da Baires verso Milano in estate, sono stati smarriti i suoi bagagli con i documenti. Poi, qualcosa è cambiato: i compagni Masiero e Fongaro lo hanno portato a vivere nella loro pensione, “adottandolo” per fargli passare la malinconia, superata poi del tutto con il legame sentimentale stretto con Ilya Lopez, nome d’arte di una dolce ballerina dal meno suggestivo nome di Attilia Tirone. A quel punto, al tocco morbido e al dribbling secco hanno cominciato a seguire anche i gol. In questo torneo, il ragazzo con i baffetti alla Errol Flynn (celebre seduttore del cinema anni Cinquanta) sfonda letteralmente, infilando 33 reti in 33 partite. Al titolo di capocannoniere si aggiunge il nuovo record di gol nei campionati a girone unico a 18 squadre, soffiato a Borei II, che nel 1933-34 si fermò a 32.



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La foto celebrativa dei rossoneri scudettati


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