Serie A 1957-58 - Juventus


Il Racconto


IL FILM: É NATA UNA STELLA
Mercato pirotecnico: i grandi club saccheggiano l’Argentina vincitrice della Coppa America. I tre “angeli dalla faccia sporca”, i giovani assi che l’hanno guidata al successo, finiscono in Italia per cifre a sei zeri: Maschio al Bologna 90 milioni), Angelillo all'Inter (90), Sivori alla Juventus 180). Il Milan risponde con l’attaccante Grillo (70), pure lui argentino. Salta invece la cessione di Selmosson all’Inter: la rivolta del tifo laziale convince il presidente biancoceleste Siliato a fermarsi, restituendo a metà giugno Moratti i 115 milioni già ricevuti come anticipo. Il Napoli ne spende 100 per Di Giacomo e Novelli, prospetti d’attacco della Spai, e si propone in avvio di campionato come alternativa allo strapotere della Juventus, che prende lo seccato vincendo le prime sei partite. La Fiorentina dà il cambio agli azzurri al secondo posto all’undicesima giornata e tre domeniche dopo, vincendo lo scontro diretto, si porta a un solo punto dalla Signora. Subito dopo, tuttavia, i viola cadono sul campo del Milan, i bianconeri riprendono il passo e chiudono l’andata, nonostante la batosta all’Olimpico con la Roma (1-4), da campioni d’inverno con due punti su Napoli e Padova. Nel girone di ritorno, la supremazia della Juventus diventa inarrestabile, solo il sorprendente Padova di Nereo Rocco riesce a mantenere una distanza accettabile. Alla ventinovesima giornata si aggiunge il Napoli, che sul proprio campo riesce a battere i bianconeri in una girandola di gol, salvo poi pagare con una striscia negativa culminata nello 0-7 subito a Udine. Il 4 maggio, pareggiando in casa con i gigliati, la Juventus torna allo scudetto: è il primo club italiano a raggiungere dieci titoli nazionali, per celebrare i quali Umberto Agnelli ha chiesto di poter appuntare sulle maglie una stella d’oro a cinque punte. Il giorno prima, 3 maggio 1958, è stata ufficializzata la novità: d’ora in poi i club vincitori di 10 campionati di Serie A potranno fregiarsi del particolare distintivo. I bianconeri chiuderanno con 8 punti sulla Fiorentina e 9 sul Padova. In coda, si piazzano sugli ultimi due gradini Atalanta e Verona: i bergamaschi vengono poi retrocessi al 18° posto (quindi direttamente in B) in seguito al processo per il “caso Azzini” e dunque sono gli scaligeri, come da regolamento stagionale, a giocarsi la permanenza in uno spareggio contro la seconda classificata del torneo cadetto. Il 20 luglio 1958, a Bologna, il Bari batte 1-0 il Verona; quattro giorni dopo, a Roma, si ripete per 2-0, mandando i veneti in purgatorio.

I CAMPIONI: LA SIGNORA DEL TENENTE
II nuovo corso della Juventus è arrivato per gradi: il fratello minore di Gianni Agnelli, il tenente Umberto - all’epoca ancora impegnato nel servizio militare - nel novembre 1955 ha assunto la reggenza del club e poi la carica di commissario straordinario. Il 27 giugno 1956, al termine de stagione agonistica, veniva acclamato nuovo presidente bianconero. Giovanissimo (21 anni e mezzo), si circonda di dirigenti fidati, il primo dei quali, tuttavia, gli veniva mancare quasi subito, per l’infarto fulminante che il 14 agosto portava via Giampiero Combi sulla strada per Alassio, tempo di assorbire la perdita e ambientarsi nel nuovo ruolo ristrutturando i quadri societari, ed ecco nell’estate 1957 giovane esponente della famiglia sbancare il mercato con tre colpi: il gigantesco centravanti gallese John Charles dal Leeds United, segnalato da Gigi Peronace, per 105 milioni; l’interno Omar Sivori dal River Piate, pupillo di Renato Cesarini, per 180 («il giocatore più caro del mondo» secondo il Calcio e Ciclismo Illustrato) e il diciassettenne Bruno Nicolè, prodigio del Padova, per 70 più il prestito Hamrin, straniero in eccedenza. Le operazioni di rafforimento si completano con i ritorni del trentenne stopper Mobilia” Ferrario dalla Triestina e del giovane portiere Mattrel dall’Anconitana. La panchina viene affidata a Ljubisa Brocic, tecnico che sull’onda della moda jugoslava accesasi in Italia dopo il tonfo della Nazionale a Zagabria è proposto alla Juventus scrivendo dall’Olanda, sede del suo ultimo impegno professionale. Agnelli lo ha chiamato Torino, lo ha conosciuto, ne ha apprezzato la misura e lo a ingaggiato. Il resto lo fa la batosta incassata a Bologna in precampionato: un bruciante 1-6, dimostrazione che non basta un attacco atomico per decollare. Si concretizza allora la mossa chiave: Boniperti arretra a interno di centrocampo, disponibile in fase difensiva a dar manforte al mediano Colombo, cosi da consentire all’altro mediano, moli, di proteggere il poco mobile stopper Ferrario. Nasce una Juve non impeccabile in difesa ma micidiale in fase conclusiva: il baby Mattrel in porta, Corradi e Garzena marcatori esterni, Ferrario centrale; a centrocampo, Emoli e Colombo mediani di copertura, Boniperti sontuoso regista offensivo; in attacco, Charles a dominare nel gioco aereo negli spazi creati dall’irrefrenabile Sivori, con i giovani Nicolè e Stacchini (titolare dopo l’infortunio di Stivanello) sulle corsie esterne. Lo scudetto con largo distacco premia una squadra votata al gioco offensivo.

RIVALI: DIVISIONE PANZER
Il Padova nell’estate del 1957 è un club quasi allo sbando. L’allenatore Nereo Rocco, giovane tecnico rampante arrivato nella primavera del 1954 in tempo per salvare la squadra dalla C e poi capace di riportarla subito in A e qui salvarla alla grande due volte, è impelagato in un processo per illecito, da cui ricaverà 6 mesi di squalifica assieme al difensore Zanon. Il presidente artefice della rinascita, Bruno Poilazzi, ha dovuto cedere per esigenze di bilancio i “pezzi” migliori (il centravanti Bonistalli all’Atalanta, il difensore Sarti alla Sampdoria e Nicolè alla Juve) e le conseguenti contestazioni dei tifosi lo inducono a rassegnare le dimissioni. È settembre e tutto sembra precipitare. Dal mercato sono arrivati solo il decaduto centravanti Brighenti, dalla Triestina, e il fragile Hamrin, prestito dalla Juventus, dunque il ritorno in B è sicuro, secondo una diffusa opinione. Non la condivide Nereo Rocco, che si scrolla di dosso la “monata” (sua definizione) che l’ha portato alla squalifica e mette insieme i pezzi del mosaico. In difesa, Pin in porta e quattro “panzer”: i mastini Blason, Scagnellato e Moro, protetti dallo “spazzatutto” Azzini. A centrocampo, i mediani Mari e Pison più il tornante Boscolo a far diga. In avanti, l’argentino Rosa a pilotare il gioco e i due “rottamati” Brighenti e Hamrin ad assaltare i fortini altrui. Un Catenaccio in piena regola capace pure di dare spettacolo, che ben presto entusiasma i tifosi biancoscudati, accoppiando a una difesa impenetrabile il contropiede micidiale dei satanassi offensivi, rivitalizzati dalla cura del tecnico. Poilazzi si rimangia le dimissioni, il Padova viaggia quasi ad altezza Juve e alla fine coglie un terzo posto da record. Lo scudetto dei poveri.

IL TOP: ASSO DA TRIBUNA
Omar Sivori era l’interno sinistro del trio offensivo dell’Argentina, ma solo per numero di maglia, la mitica “10”: la classe era tale che tutti - il diabolico Omar, posato Maschio, il vellutato Angelillo - erano capaci di inserirsi in avanti e concludere come di pennellare calci per i compagni. Se la Juve ha scelto il piccolo e tarchiato mancino del River Piate, è perché in più sfodera la “picardia criolla”, l’astuzia diabolica che fa del campione un vincente. Omar è nato a San Nicolas de los Arroyos, ha testa grande (lo chiameranno “el cabezon”) e gambe corte e toste, è arrivato giovanissimo nel vivaio del River e qui si è formato al fianco di fuoriclasse come Labruna e Loustai Renato Cesarmi, che ha intravisto nei suoi giochi di prt stigio qualcosa del proprio passato di irrefrenabile estros della sfera di cuoio, lo ha preso sotto la propria ala protettiva. Il ragazzino ha sfondato in fretta, con la sfacciataggine dei predestinati: dribbla in un fazzoletto, poi torna indietro e dribbla ancora, nelle fughe fa rimbalzare il pallone sulle gambe del marcatore per lanciarsi in un eterodosso “dai vai”; le sue finte sembrano sberleffi irridenti. Ha esordito nella Seleccion a 19 anni, il 22 gennaio 1956, segnand un gol al Perù in Coppa America, e vi ha già collezionato 19 partite e 9 reti, che tuttavia non avranno seguito, anche per la successiva naturalizzazione in veste di “oriundo”. La sua cessione dorata entra nella storia del River: con quei 10 milioni di pesos, il club bonaerense potrà completare il suo stadio “Monumentai”, aggiungendovi la tribuna mancanti quella prospiciente il Rio de La Piata. In Italia, l’intesa con John Charles, agli antipodi in tutto (dalla statura al carattere), sgorga immediata: Omar scarta i difensori aprendo voragini nelle difese, il Gigante vi piomba rapace, facendo centro. La Juventus vince il decimo scudetto, per Gianni Agnelli l’inarrivabile Omar diventerà “un vizio”.

IL FLOP: IL GRAN BERNARDO
La “moda” jugoslava che attraversa il calcio italiano c’entra solo indirettamente con l’arrivo di Bernard Vukas a Bologna. È vero che tutto nasce proprio da lì, visto che Renato Dall’Ara, presidentissimo del Bologna subissato di contestazioni, decide di provare a risalire la montagna tricolore ricorrendo pure lui a un tecnico d’oltre Adriatico, Ljubisa Bencic; e che, volendo apparecchiargli un desco adeguato, ingaggia, oltre a Humberto Maschio, uno dei tre “angeli” dell’Argentina campeon, anche l’interno dell’Hajduk (80 milioni sull’unghia), che il nuovo allenatore apprezza e conosce come pochi. Il dato di fatto però è che Vukas è un fuoriclasse patentato. Non è più di primo pelo, avendo compiuto trent’anni il primo maggio 1957, ma il figurone rimediato nel 6-1 rifilato dalla Jugoslavia all’Italia e i tre gol schiaffati in faccia a John Charles, stopper della selezione del Resto d’Europa, ne hanno messo eloquentemente in vetrina le doti. Tanto che Sport Illustrato, in fase di presentazione, lo inserisce tra le stelle più attese del torneo: «È l’anima del Bologna il biondino di Spalato che umiliò i britannici». Quando a fine agosto la squadra emiliana in amichevole rifila alla Juve lo stesso 6-1 riservato dai piavi alla Nazionale, è giocoforza per i tifosi rossoblu cominciare a sognare. Il guaio è che nel capoluogo emiliano anche all’asso jugoslavo - faccia da attore e sorriso che conquista - sembra di sognare: tra night, ristoranti alla moda e belle ragazze, si ritrova nel paese di Bengodi. Ovviamente poi in campo le risorse atletiche pagano dazio alla frenetica vita notturna. Né gli agevola il rendimento la timidezza di Maschio, che invece fatica ad ambientarsi al di qua dell’Oceano e in maglia rossoblu sembra un pesce fuor d’acqua. Così va a finire che il Bologna dei supposti campioni cola subito a picco ritrovandosi terz'ultimo dopo nove giornate. Bencic viene silurato e la panchina, dopo un breve interregno di Sansone passa all’ungherese Gyorgy Sarosi. La cura quantomeni allontana lo spauracchio retrocessione, producendo un sesto posto finale che comunque significa addio ai sogni di gloria. A Vukas verrà concessa la prova d’appello, ma dopo due stagioni fallimentari (45 presenze e appena due gol, per lui che all’Hajduk era arrivato anche a 20 in una stagione, nel 1954-55) verrà rispedito in Patria.

IL GIALLO: LA LEGGE DELLA EX
L'Appiani di Padova assomiglia in questa stagione a un fortino: i biancoscudati vi vincono 13 partite e ne pareggiano tre. Una sola squadra passa, e pure vincendo largo: la pericolante Atalanta, affamata di punti, nel finale di torneo, il 30 narzo 1958. Un bel 3-0 che sa tanto di brodo ristoratore, ma anche di sorpresa assoluta. La diretta rivale Sampdoria non ci sta e sei giorni dopo denuncia: la partita è stata venduta.
Parte l’inchiesta, che ruota attorno a una “supertestimone”, l’indossatrice Silveria Marchesini, ex fidanzata del roccioso centromediano patavino Giovanni Azzini. Il suo racconto è prodigo di dettagli: il lunedì precedente la partita, presso un distributore di benzina di Brescia, in via Piave, si sono incontrati Bepi Casari, ex portiere delle due squadre (Padova e Atalanta), e Gegio Gaggiotti, leggendario faccendiere del pallone che un giorno in un’intervista a Indro Montanelli ha illustrato con orgoglio il proprio curriculum: «In carriera ho comprato 64 partite. Un capolavoro, signori miei; anzi, una serie di capolavori». I due hanno raggiunto Azzini al ristorante “Tre Camini”, poco lontano, e qui, tra una portata e l’altra, hanno combinato l’affare, onorato poi sul campo col vistoso punteggio. Partono gli interrogatori, ma mentre dopo i primi dinieghi Casari e Gaggiotti ammettono la rimpatriata tra amici (e nulla Azzini respinge ogni accusa, rimandandola alla mittente: è solo una vendetta, sostiene, della sua “ex”, ferita dall'addio. Prima del giudizio sportivo, si aggiunge una voce: quella del benzinaio di via Piave, Pietro Torosani, che conferma la compravendita, sulla base della quale asserisce di avere poi giocato in combutta con lo stesso Gaggiotti due giorni dopo una schedina col “2” fisso su Padova-Atalanta. Il processo non dà scampo agli accusati. A fine giugno l’Atalanta viene retrocessa all’ultimo posto e condannata alla B diretta, mentre il Verona (la Samp nel frattempo si è defilata, essendosi salvata sul campo) passa penultimo guadagnando il diritto alla speranza, poi soffocata dalla vittoria del Bari nello spareggio. La vera mazzata tocca ad Azzini, squalificato a vita; il difensore non si dà pace: l’anno dopo, raccolti nuovi elementi, otterrà la riapertura dell’inchiesta e finalmente due anni e mezzo più tardi, il 3 novembre 1959, avrà parziale soddisfazione: Atalanta (nel frattempo tornata in A) assolta «per non aver commesso il fatto» e riduzione a due anni della sua squalifica, nel quadro di una sentenza contraddittoria. Azzini tornerà in campo dall’estate del 1960.

LA RIVELAZIONE: A VOLO D’UCCELLINO
Per essere nella vita un giovane operaio di zincografia, in campo Kurt Hamrin non se la cavava affatto male: alto un soldo di cacio, dribblava gli avversari saltellando imprendibile di qua e di là per poi sparare in porta tiri secchi come frustate. Cosi pensò Sandro Puppo, allenatore della Juventus, osservando in Svezia il ragazzo impegnato sul campo: la prima volta era rimasto deluso, ma Gianni Agnelli, che aveva ricevuto una segnalazione entusiasta, gli aveva suggerito una seconda visione e non aveva sbagliato. Era la fine del 1955, per una cifra irrisoria (15mila dollari, neanche 9 milioni e mezzo di lire) lo scricciolo ventunenne che nell’AlK Solna, il club in cui era entrato a cinque anni, vantava uno “score” di 62 partite con 54 reti segnate, diventava bianconero. Qualche mese per ambientarsi nel nuovo Paese e nella nuova condizione di professionista, e nel 1956 esordiva nella Juve. L’impatto col nostro calcio non era dei migliori: certo, 8 reti in 23 gare non erano da buttar via, ma il ragazzino appariva troppo leggero per gli spietati mastini d’area del Bel Paese e a soffrirne era la sua integrità: aveva, dissero, “le caviglie di vetro”. Così, sia pure a malincuore, Umberto Agnelli nell’estate del 1957, dovendo liberare un posto per uno straniero, lo cede in prestito al Padova. Qui regna Nereo Rocco, che ama i “panzer” della difesa ma non difetta certo nel capire i campioni: osserva l’“uccellino” (diventerà il soprannome del ragazzo) svedese e decide di accoppiarlo in avanti a un robusto centravanti d’area, il torello Brighenti. Come accendere uno zolfanello in una polveriera: uno apre gli spazi, l’altro irride i massicci difensori col suo palleggio stretto a braccia larghe (come ali) per mantenere l’equilibrio, poi infila i portieri con mira infallibile. Alla fine sono 20 reti in 30 partite, che significano terzo posto da record per la squadra veneta. In estate, l’ex zincografo conquisterà con la Svezia il secondo posto ai Mondiali e verrà ceduto per oltre 110 milioni alla Fiorentina, con cui segnerà 150 reti in 289 partite.

LA SARACINESCA: RIGORI DI LOGICA
Non è spettacolare, Luciano Panetti, estremo baluardo romanista. Neppure vanta un’indole un po’ folle, come vulgata vorrebbe per i portieri che piacciono ai tifosi. Fisico longilineo (1,83 per 79 chili), agile e guizzante, la sua tecnica ne riflette il carattere scontroso, asciutta e priva di fronzoli fino a far scrivere a Bruno Roghi: «C’è in lui una “positività” che rifugge dalla teatralità. Certe sue parate hanno il pregio di comprimere la loro intrinseca difficoltà eccezionale nelle misure di un’operazione semplice e naturale». Forse per questo sfiora più volte la Nazionale, nel lungo arco della sua carriera, senza mai riuscire a toccarla. Marchigiano di Porto Recanati (vi è nato il 13 luglio 1929), ha imparato il mestiere nella squadra della sua città quando il padre era prigioniero in Germania e poi nella Jesina, in C. Tre stagioni al Modena, in Serie B, ne hanno certificato il valore e nel 1955 per 26 milioni è approdato alla Roma, col compito di far dimenticare le sublimi mattane di Moro, portiere talora sciagurato, ma strappa-applausi come pochi. C’è riuscito grazie alla costante applicazione e soprattutto a una prodezza insolita: parando tutti e cinque i rigori tiratigli contro in quel torneo, il che gli ha fatto superare anche qualche giornata-no. Nella seconda stagione ha vinto il dualismo con Tessari e in questa la sua continuità di rendimento gli fa contendere all’azzurro Bugatti il titolo di miglior numero uno del campionato. L’unico cruccio resta la Nazionale: quattro convocazioni e nemmeno un minuto giocato.

IL SUPERBOMBER: PASSI DA GIGANTE
Che avventura, quella di John Charles, superfusto gallese nato a Swansea il 27 dicembre del 1931! Da ragazzo ha lavorato in miniera, poi il calcio gli ha offerto una vita migliore e lui si è impegnato a ringraziare la sorte: a 17 armi, firmato il primo contratto da professionista col Leeds United, nella pensione in cui viveva si esercitava a colpire di testa nel corridoio, lanciando una pallina da tennis; poi, nel sotterraneo dello stadio, si era fatto legare al soffitto un pallone con una corda sempre più corta, per migliorare l’elevazione; e durante il servizio militare aveva praticato la boxe, potenziando ulteriormente i muscoli del collo, fondamentali per “incornare” la sfera di cuoio. Proprio le straripanti doti fisiche ne hanno suggerito l’impiego iniziale da mediano, poi nel 1951 il tecnico Frank Buckley ha avuto l’idea di trasferire quella forza d’urto in attacco, con esiti dirompenti, anche se saltuariamente il gigante di Swansea è tornato a prodursi da pilone centrale della difesa. In otto stagioni al Leeds, ha collezionato 150 reti in 297 partite di campionato e un eloquente soprannome: “The King”, il re. Il suo impatto sul campionato italiano è devastante: alto 1,87 per 90 chili di muscoli, diventa subito il “gigante buono” grazie alla correttezza (memorabile lo stop in una fuga verso il gol per soccorrere il doriano Bernasconi, caduto nel tentativo di fermarlo), ma soprattutto un risolutore inarrestabile. Di testa le prende tutte e molte le schiaccia in rete grazie alla potenza che il collo riesce a dare al colpo, di solito impresso di taglio per centrare l’obiettivo; i piedi sono tutt’altro che ineducati e le combinazioni con i giochi di prestigio nello stretto di Sivori producono in area di rigore duetti micidiali ed entusiasmanti. Alla fine conta 28 gol in 34 partite (appena due su rigore, contro Milan e Roma): per la prima volta un atleta di scuola britannica è il re dei cannonieri.



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La Juventus che conquistò la prima stella


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