Serie A 1956-57 - Milan


Il Racconto


IL FILM: IL TITO NELL’OCCHIO
La Fiorentina ingaggia il paraguaiano Silvio Parodi, attaccante proveniente dal Vasco da Gama; la Juventus ufficializza l’acquisto del giovane svedese Hamrin e cede Praest alla Lazio; il Milan fa le cose in grande: importa Walter Gomez dal River Piate, poi deve rinunciare e lasciarlo al Palermo non essendo possibile dimostrarne le origini italiane e avendo già ingaggiato come straniero il veterano norvegese Bredesen dall’Udinese (Serie B); all’ultimo momento ripiega su un altro argentino, Tito Cucchiaroni, dal Boca Juniors, che ha comprovati avi italiani, ma potrà scendere in campo solo dopo un ritocco (ehm...) alla lettera della regola sugli stranieri; arrivano anche il centravanti Carletto Galli dalla Roma in cambio del vecchio Nordahl e il centromediano Zannier dall’Atalanta. Rafforzata dall’asso Ocwirk, regista austriaco, l’ambiziosa Sampdoria dell’armatore Alberto Ravano parte di slancio e resta prima fino all’ottava giornata, sia pure quasi sempre in coabitazione, poi viene sorpassata dal Milan, vincitore in casa della Juve dopo aver affondato la Fiorentina campione in carica sul suo campo. I rossoneri reggono al comando e ben presto prendono il volo, conquistando il 27 gennaio il titolo di campioni d’inverno con 4 punti sulla Fiorentina e 5 sull’Inter. Il distacco sui viola sale a 6 punti alla diciannovesima giornata e a 9 alla ventiquattresima, quando i rossoneri vincono di nuovo il confronto diretto e in pratica scuciono il tricolore dalle maglie gigliate.
Il 19 maggio il Milan è Campione d’Italia con tre turni di anticipo; chiuderà con 6 lunghezze sulla Fiorentina e 7 sulla Lazio. In coda, oltre al Palermo, staccato da tempo, sullo striscione del traguardo cade in B la Triestina, sconfitta in casa nello scontro diretto dall'Atalanta.

I CAMPIONI: IL GIPO D’ITALIA
Che straordinario ritorno allo scudetto, per il Milan! Apparentemente, alla squadra del presidente Andrea Rizzoli e del suo vice e braccio destro Mimmo Carrara va tutto storto nella prima stagione del dopo-Nordahl, a partire dagli intoppi della campagna acquisti, col rotondetto attaccante Gomez prima annunciato e poi lasciato giocoforza al Palermo e l'ingaggio tardivo di Cucchiaroni. Poi, le vicissitudini sanitarie: lo stesso Cucchiaroni, formidabile aletta tutta guizzi e invenzioni, si ammala di tifo per cinque lunghi mesi di assenza che ne riducono ulteriormente l’impiego, già ritardato per problemi regolamentari; nel finale di stagione Bergamaschi, Schiaffino e Bean, tre colonne della squadra, si ritrovano a letto con una “epatite virale itterigena” - la stessa itterizia che ha tenuto fuori due mesi Liedholm in autunno - che molto farà malignare sulle origini, da qualcuno apparentate all’epidemia dilagata tra i tedeschi occidentali all'indomani dell’inatteso successo ai Mondiali 1954 sull’Ungheria. Se nonostante una simile serie di contrattempi i rossoneri vincono alla grande, allora non è difficile individuare nel nuovo “manico”, il direttore tecnico Gipo Viani, il principale artefice del trionfo.
Non appena approdato a Milano nell’estate del 1956, l’omone di Nervesa della Battaglia lavora su due direzioni. La prima è il carattere: il suo gruppo ne dimostrerà a iosa, durante il torneo, dovendo superare tanti ostacoli imprevisti. La seconda è di ordine tattico. Reduce da tre brillanti stagioni alla guida del Bologna e poi da un brusco allontanamento a campionato in corso, Viani sa di non avere un reparto arretrato a prova di bomba, così decide di proteggerlo con una mossa a sorpresa: il vecchio saggio Liedholm mediano di protezione davanti alla difesa. In porta si alternano un Buffon un po’ in crisi e il nuovo arrivato Soldan dalla Triestina, entrambi senza grandi acuti; il terzino destro è il classic Maldini, sempre più sicuro, con l’alternativa Fontana, quell sinistro Beraldo, che si dà il cambio con Zagatti; al centro la colonna Zannier, eccellente acquisto dall’Atalanta. a centrocampo, Schiaffino arretra il proprio raggio d’azion limitando le incursioni offensive per dedicarsi solo alla regia coadiuvato da Liedholm, interdittore e geniale base di lancio sostenuto dal lavoro “sporco” dell’infaticabile Bergamasch In avanti, Bredesen interno di rifinitura, Mariani e Cucchiaroni estreme e al centro “testina d’oro” Galli, ex pupillo (Viani arrivato dalla Roma. Quando l’asso Cucchiaroni costretto a fermarsi, la risposta è una scelta coraggiosa: Bredsen all’ala in sostituzione dell’argentino, Galli arretrato a interno e al centro il giovane Gastone Bean, ventenne del vivaio appena tornato da un torrenziale apprendistato in C nel Piacenza. Un trionfo.

I RIVALI: COPPA DI VELENO
Puntava forte, la Fiorentina, sul bis-scudetto. Per questo il presidente Befani aveva tra l’altro tentato in estate un xiuovo “botto” oltreoceano, ingaggiando l’oriundo Silvio Parodi, ala paraguaiana proveniente dal Vasco da Gama e fratello maggiore di José, militante nel Genoa. In più, un fcaby attaccante, Rozzoni, brillante nel suo primo torneo di A. nell’Atalanta, e un promettente interno offensivo, il livornese Taccola, già un veterano tra C e B nonostante i soli 21 anni. Fulvio Bernardini partiva confermando l’undici dello scudetto, ma, al di là di un avvio non esaltante, inciampava subito in un grave intoppo: dopo la terza giornata, la partecipazione alla Coppa Grasshoppers portava il successo finale — vittoria sullo Schalke 04 per 7-2 (quattro reti di Rozzoni) — ma al prezzo di tre infortuni eccellenti: e se Chiappella se l’è cavata con due turni di campionato saltati, peggio è andata a Virgili (cinque partite di assenza) e soprattutto a Prini, perduto per quasi tutta la stagione (è tornato a giocare solo alla ventisettesima giornata). Da lì il rendimento viola ha preso a declinare, anche perché Parodi ha clamorosamente deluso e l’apporto di Rozzoni e Taccola si è rivelato ininfluente, mentre Montuori faceva registrare una flessione rispetto alle strepitose prestazioni nel torneo di esordio. Nonostante l'ottima stagione disputata da Orzan, pronto a raccogliere il testimone dell’anziano Rosetta al centro della difesa, nonché di Cervato, Segato, Gratton e Julinho, i viola hanno dovuto accontentarsi di reggere lo strascico al Milan e poi chiudere al secondo posto.

IL TOP: L’ARTE DI VINCERE
L’8 ottobre 1956 Nils Liedholm compie 34 anni. E' all’ottava stagione italiana, del Milan è stato un alfiere formidabile fin dal primo giorno. Ha imparato il calcio nello Jarnvagsgatans, dove Adalfsjar, il tecnico, ne curava la resistenza fisica facendogli calciare a piedi nudi il pallone di cuoio fradicio di pioggia. La naturale eleganza lo ha fatto campione negli anni dello Sleipner e poi dell’IFK di Norrkòping; nel 1948 è stato l’ala sinistra del trionfo svedese alle Olimpiadi, quando Rudolf Rock, il selezionatore, ebbe a commentare: «Una squadra con undici Liedholm sarebbe imbattibile». In Patria Nils lavorava come ragioniere in uno studio fiscale e giocava dilettante. Il Milan lo ha fatto suo nel 1949 per 10 milioni di lire e ha avuto un fuoriclasse: dribbling secco, passaggio illuminante da artista del pallone, tiro da attaccante provetto, resistenza alla fatica da mediano. Un tale concentrato di classe ha innervato per anni l’attacco rossonero. Nel 1954 Guttman lo ha arretrato in mediana, ricavandone meraviglie così descritte da Bruno Roghi: «Liedholm lavora quale mediano laterale, dopo avere a lungo coperto il ruolo di attaccante interno. La dote peculiare del lungo e agile giocatore svedese non consiste soltanto nella raffinatezza del suo tocco di palla e nella precisione del suo passaggio. Sta soprattutto nella sua inclinazione naturale a veder chiaro e a fare luce nei grovigli delle azioni di gioco». Ora Gipo Viani gli propone una nuova variante: agire da mediano di protezione davanti alla difesa. Il risultato è una insuperabile diga in copertura e una geniale rampa di lancio per la manovra, ideale complemento in regia del lavoro di Schiaffino.

IL FLOP: QUA LA ZAMPA
Il Bologna ha sofferto, nell'ultima stagione, salvo chiudere alla grande dopo una fantastica rimonta dalla zona retrocessione seguita alla giubilazione di Viani. Scottato anche dalle contestazioni, il presidente Dall’Ara decide di potenziare la squadra, acquistando a peso d’oro un giovane difensore stella del torneo di Viareggio, Pavinato del Lanerossi Vicenza, per poi puntare su un asso sudamericano, essendosi liberato un posto da straniero per l’addio del grande Jensen. Affida l’incarico della scelta a Raffaele Sansone, tornato in Emilia dopo l’ultima infelice esperienza al Napoli e pronto a catapultarsi in Colombia quando gli giunge la segnalazione di un fuoriclasse argentino di 25 anni che colà impazza. Il cognome, Seghini, sembra fatto apposta per suggerire battute, tanto più che, visto dal vivo, l’attaccante non si può dire che svetti, misurando appena 1,60 di statura. Le dimensioni tuttavia passano in secondo piano quando comincia a palleggiare, dimostrandosi un tale virtuoso che Sansone ne resta impressionato e comunica al suo presidente in Italia, perplesso e forse già presago della feroce ironia popolare legata al cognome, che si tratta effettivamente di un campione. All’arrivo a Bologna, un cronista non privo di fantasia lo ribattezza “Zeguini”, immaginando il cognome frutto della pronuncia. Poi l’equivoco si chiarisce e Lo Sport manda un inviato con fotografo a “testare” il nuovo arrivato; l’impressione è eccellente: questo René Seghini sembra il seguito di Rinaldo Martino, fuoriclasse della Juventus per una breve ma straordinaria stagione (1949-50), soprannominato ai suoi tempi “Zampa di velluto”. L’allenatore Campatelli, però, è restio a mandarlo in campo. Quando finalmente il ragazzo esordisce a Firenze, i commenti sono lusinghieri: «Il nuovo interno sinistro felsineo» scrive II Calcio e il Ciclismo Illustrato «ha classe e numeri per farsi rispettare nel nostro torneo. La palla gli corre veloce tra i piedi, sa celermente servire il compagno e non disdegna di lasciar partire briscole verso la rete avversaria». Tuttavia bastano altre due partite per dare la stura alle ironie più crasse: quel cognome, scherniscono i tifosi rossoblù, è... onomatopeico. In effetti si tratta di giocatore troppo leggero per il campionato italiano e le sue dure lotte nelle aree di rigore. Il flop diventa clamoroso quando un giorno l’argentino non si presenta all’allenamento. Il tecnico Campatelli si precipita a casa sua e la trova vuota: complice la malinconia della moglie, non ambientatasi, Seghini quatto quatto ha tagliato la corda, tornandosene oltreoceano. Dall’Ara lo denuncia alla Fifa, ma intanto il danno è fatto e le contestazioni dei tifosi riprendono.

IL GIALLO: SENZA PAROLE
Il 18 settembre 1956, in margine all’intervento del giudice sportivo sulla prima giornata di campionato, che punisce un folto gruppo di giocatori per proteste nei confronti degli arbitri, la Lega Calcio emette un singolare comunicato in cui richiama una vecchia disposizione federale (di epoca fascista) ancora formalmente in vigore, secondo cui «è fatto divieto a tutti i tesserati di rilasciare dichiarazioni dopo la disputa delle partite». Le prime esternazioni “a caldo” di giocatori in polemica con gli arbitri hanno fatto presagire un clima poco sereno e nel tentativo di raffreddare gli animi qualcuno ha avuto la bella pensata di rispolverare una norma ormai sepolta tra i cimeli del passato. Inevitabile che le polemiche sorgano subito violente: la libertà d’espressione esiste o negli stadi si è rimasti al vecchio regime? Qualcuno chiede che la norma venga espressamente abolita, nel rispetto della giovane Costituzione repubblicana.
Stretto da più parti, il presidente federale Ottorino Barassi cerca di sedare la rivolta minacciando un intervento diretto con una circolare a tutte le società professionistiche. Così, pochi giorni dopo, il 2 ottobre, la Lega, per evitare di essere clamorosamente sbugiardata, innesta la retromarcia, con un nuovo peraltro singolare comunicato: «Con riferimento al noto disposto del Consiglio federale, la presidenza della Lega Nazionale, a seguito di chiarimenti ottenuti dalla presidenza federale, è stata in grado di precisare quanto segue alle società di calcio: a) il divieto di concedere interviste da parte di tesserati devesi intendere limitato alla proibizione di fare dichiarazioni critiche e irriguardose verso dirigenti federali o sociali, verso arbitri e giocatori avversari nonché per tutto quanto possa essere giudicato dalla Lega come sconveniente; b) tali infrazioni disciplinari saranno punite dalla Lega con multa o squalifica a seconda della gravità». Insomma, libertà sì, ma... condizionata, visto che, come spiega l’ultimo paragrafo, la Lega si riserva di punire non solo le espressioni irriguardose, ma anche ciò che a suo arbitrio possa essere giudicato “sconveniente”.

LA RIVELAZIONE: NORDAHLINO SFONDA
Bella storia, quella di Gastone Bean, nato rii agosto 1936 a San Canzian d’Isonzo, in provincia di Gorizia. Con 26 reti in 30 partite nel campionato Promozione, a 15 anni si segnalava da centravanti come la stellina della squadra locale, tanto da suscitare l’interesse dell’Udinese, il cui allenatore, Vecchiet, si accordava in merito col collega goriziano. Per far diventare bianconero il nuovo prodigio mancava giusto la firma, che tuttavia non arrivò: un giovedì capitò che il Milan fosse in ritiro proprio a San Canzian e che Puricelli andasse a dare un’occhiata alla squadra locale, restando folgorato dalla classe del baby attaccante, autore di quattro reti; il tecnico rossonero invitava seduta stante il ragazzo a Milano e qui Bean diventava milanista. Immediato il successo nei campionati della giovanile: con 38 gol nella prima stagione e 48 nella seconda il ragazzino si meritava un curioso soprannome, che lo apparentava al “big” furoreg-giante in prima squadra: “Nordahlino”. Nel novembre 1955 il diciannovenne fenomeno veniva spedito in provincia, al Piacenza in Serie C, a farsi le ossa, ed era subito boom: re della classifica cannonieri con 23 reti in 21 partite. Tornava dunque alla base ed eccoci al torneo 1956-57: alla quinta giornata Viani lo fa esordire a Padova e poi, nonostante la sconfitta, lo conferma la domenica dopo, affidandogli la maglia dell’infortunato centravanti Galli. “Nordahlino” sfonda subito, tanto che Galli, al rientro, arretra a interno. E a fine stagione, sotto lo scudetto rossonero brillano i 17 gol in 25 partite del ragazzo di San Canzian, che il 26 maggio, appena ventenne, esordisce in Nazionale. Abile nel dribbling, ricco di fantasia, Bean esprime una istintiva predisposizione al tiro a rete da ogni posizione. E pazienza se in seguito la sua vena realizzativa andrà rapidamente scemando, fino a trasformarlo in un ottimo tornante dalla lunga carriera, proseguita, dopo quattro stagioni al Milan e un secondo scudetto, nel Genoa, nel Napoli e nella Spai, e chiusa in D nel Bellaria Igea Marina a 36 anni.
LA SARACINESCA: L’ISTITUZIONE

Piace al gentil sesso, Roberto Lovati, volto da attore, fisico statuario, ma piace soprattutto ai tifosi: lombardo di Cusano Milanino, ha cominciato nel Gerii in Promozione, ha proseguito nel Monsummano in C e per quattro stagioni nel Pisa in B, per affermarsi definitivamente tra i cadetti nel Monza sotto la guida di Frossi. Due fantastici campionati e nell’estate del 1954 lo ha acquistato la Lazio, per cederlo subito in prestito al Torino. Dopo un anno in granata, ancora col mentore Frossi in panchina, è approdato sotto il cupolone e si è capito subito che si trattava dell’ideale erede di Sentimenti IV, anche se l’esperimento di gioco a zona tentato da Carver gli ha causato qualche giornata no (vedi i sei gol presi a Novara).
Lungo e scattante, plastico nelle prese alte e in uscita alle soglie dei 30 anni diventa definitivamente un beniamino dei tifosi biancocelesti disputando un magistrale campionato, in cui contende a Bugatti la palma di miglior portiere del toneo. Esordisce in Nazionale dopo aver partecipato alla tournée azzurra in Sudamerica da vice di Viola, ma non è fortunato: dopo il positivo debutto a Roma contro l’irlanda del Nord, Foni lo conferma nel successivo impegno di Zagabria qui le sei reti subite contro la Jugoslavia gli costeranno definitivamente la maglia azzurra. Diventerà invece un’istitu;one nella Lazio, con cui vincerà la Coppa Italia nel ’58.

IL SUPERBOMBER: L’UOMO DERBY
Nella tarda primavera del 1955 arrivava in Italia un bastimento carico di stelle. Il Botafogo, afflitto dai conti in rosso, era in Europa a sciorinare il suo campionario, venti partite in un mese tra Spagna, Francia, Belgio e Italia. Già, Ma, il paradiso degli assi di fuorivia. L’amichevole a Torin con una mista di Juve e Toro del 29 giugno scatenava gli amatori: il Napoli si buttava su Vinicio, la Roma ingaggiava sbito Dino Da Costa, interno di gran fisico e stoccata pronta. Alla prima stagione, ha infilato 12 reti in 34 partite, in quest sua seconda conquista il trono dei cannonieri con 22 gol in 33 gare, lo specchio di un campione autentico, che possiede classe per inventare la conclusione in porta in ogni istante dell’azione d’attacco, con giochi di prestigio che mandano in visibilio i tifosi. Diventerà una icona del club giallorosso, passando alla storia come l’uomo del derby, con 13 reti in carriera alla Lazio nella stracittadina (9 in campionato 4 in Coppa Italia). Un brasiliano molto europeo, dalla lunga non sempre fortunata carriera: smetterà dì segnare a raffica quasi all’improvviso, a 28 anni, e diventerà comunque un interno di lusso nella Fiorentina, nell’Atalanta e nella Juventus, prima di scendere di categoria a fine corsa (un’ottima B nel Verona, una comparsata nell’Ascoli in C).



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La rosa rossonera scudettata


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