Serie A 1955-56 - Fiorentina


Il Racconto


IL FILM: DOMINIO PUBBLICO
Nel tentativo di ridurre le polemiche arbitrali, viene escogitato lo “scambio" degli arbitri con altre federazioni europee: si scoprirà che i direttori di gara stranieri non sono migliori dei nostri. Al mercato, la Lazio dà il via alla girandola svenandosi per l’accoppiata dell’Udinese Selmosson-Bettini: 120 milioni più Bredesen. La limitata e ambigua riapertura delle frontiere fa ripartire la caccia all’oriundo quasi sempre fasullo. L’Inter, passata da Masseroni al petroliere Angelo Moratti, ingaggia “Mobilia” Ferrario dalla Juventus e due attaccanti: l'argentino Oscar Massei e lo svizzero Vonlanthen, poi bloccato per tre mesi dall’interpretazione sulle nuove regole sugli stranieri. La squadra nerazzurra parte lancia in resta. Mantiene il primo posto in solitudine fino alla settima giornata, quando perde a Genova dalla Sampdoria e viene raggiunta dalla Fiorentina, che la domenica successiva stacca gli avversari, sconfitti in casa dalla Lazio. I viola di Fulvio Bernardini volano: il 29 gennaio sono campioni d’inverno con 5 punti sul Milan e 6 sul Torino. 11 vantaggio sui rossoneri sale a 9 punti alla ventiduesima giornata, a 11 alla ventisettesima, quando un secco 3-0 nel confronto diretto scuce il tricolore dalle maglie milaniste. Il 6 maggio la Fiorentina è campione con cinque giornate di anticipo: chiuderà con l’abissale distacco di 12 punti sul Milan e 14 su Inter e Lazio. In coda, l’exploit del Bologna, che nelle ultime quattordici giornate passa dalla zona retrocessione al quinto posto, condanna Novara e Pro Patria alla caduta in B.

I CAMPIONI: I PRIMATI DELLA CLASSE
II primo scudetto della Fiorentina è un capolavoro organizzativo, tecnico e tattico. Il presidente Enrico Befani, facoltoso industriale tessile di Prato, è salito al soglio viola nel 1952 con grandi ambizioni, che ha capito di poter assecondare dopo l’arrivo in panchina di Fulvio Bernardini nel gennaio 1953. Il “Dottore” (l’ex fuoriclasse azzurro è laureato in scienze Politiche) ha salvato la squadra, poi l’ha condotta in un torneo di avanguardia grazie a una difesa formidabile ; alla classe di Gunnar Gren, il “professore” con cui poi è ritrato in conflitto. Nell’estate del 1955 l’attempato svedese esce di scena e arrivano facce nuove. La prima appartiene a Julinho, scelto da Bernardini che dopo averlo visto giocare nel Brasile ai Mondiali 1954 ha annotato: «Un’ala può arrivare fino a Julinho. Non oltre». L’asso arriva, sia pure dopo un anno di trattative e vani tentativi di farlo passare per oriundo (trasformando il suo nome, Julio Botelho, in... Giulio Botelli). Nel contempo, Befani asseconda la segnalazoine dal Cile di un sacerdote, padre Volpi, su un argentino origini italiane, Miguel Angel Montuori, dell’Universitad Santiago, e vi investe ben 50 milioni. Ne esce una rosa ricca di qualità, da cui Bernardini estrae il meglio, a partire dalla ferrea copertura difensiva. Lancia in porta il giovane Sarti, davanti al quale i terzini sono Magnini e Cervato e il centromediano Rosetta, con Chiappella e Segato mediani e Gratton e Montuori interni. In attacco, l’ala d’attacco Julinho, il centravanti panzer Virgili e l’ala tornante Prini. Quando il sontuoso Cervato parte in avanscoperta. Rosetta “scala” a terzino sinistro, Magnini si posiziona al centro e Chiappella sulla destra (diagonale difensiva, si direbbe oggi); e quando gli avversari attaccano in forze, Prini arretra in mediana al posto di Chiappella, che si accentra a stopper consentendo a Rosetta di fungere da “spazzino” d’area. Meccanismi ben mimetizzati alle spalle di un attacco monstre: Montuori è regista avanzato e micidiale incursore, negli spazi da lui aperti assieme a Julinho si butta "Pecos Bill” Virgili, grezzo e potente sfondatore. Una macchina da primati per i campionati a 18 squadre: imbattibilità (33 giornate, infranta solo all’ultima, con la “vendetta” di Gren), maggior vantaggio sulla seconda, minor numero di sconfitte (una), minor numero di reti subite (20), maggior numero di punti in trasferta (24).

I RIVALI: I FRENI DEL DIAVOLO
C’era il sentore che al Milan non sarebbe riuscito il bis tricolore, da quando in estate se ne è andato Leschly Jòrgen Sorensen, prezioso equilibratore del gioco d’attacco, eccellente realizzatore ed efficace spalla di Nordahl, sostituito da un poderoso interno, Giorgio Dal Monte, arrivato dal Genoa con più modeste credenziali. Le altre novità hanno riguardato l'ala Amos Mariani dalla Fiorentina e il centromediano Ganzer dalla Triestina per una difesa che ha perso l’anziano Silvestri, ceduto al Verona. Il confermato allenatore Puricelli disegna un Milan con Buffon in porta, Maldini o Beraldo e Zagatti terzini, Pedroni nuovo centromediano in sostituzione di Tognon, bloccato da ormai cronici problemi fisici; a centrocampo, Liedholm e Bergamaschi mediani. Ricagni (con l’alternativa Mariani) e Schiaffino interni. In attacco, lo stesso Mariani o Dal Monte a destra, Nordahl al centro e Frignani o Valli a sinistra. Ne ricava una squadra discontinua, solo a tratti capace di ripetere le prodezze del precedente torneo: la difesa è debole al centro. Ricagni perde colpi, Nordahl risente del peso anagrafico, accentuato dalla mancanza di partner all’altezza. Il secondo posto finale è il premio a una squadra ancora forte, mai tuttavia capace di contrastare davvero la marcia della Fiorentina.

IL TOP: L’ALA DELLA FANTASIA
Julio Botelho, detto Julinho, guarda il mondo con aria mesta: la faccia da Buster Keaton con timidi bagffetti e gli occhi come due fessure di diffidenza ne fanno all'apparenza l’esatto opposto del divo del pallone. È quando il mondo guarda lui che il miracolo si compie, perché il suo fisico asciutto e longilineo si trasforma in una fontana di prodezze a getto continuo. Nato a San Paolo, è cresciuto nel Palmeiras come interno e si è rivelato nella Portuguesa, diventando l’ala destra più forte del Brasile. Fulvio Bernardini lo ha ammirato ai Mondiali del 1954 e poi ne ha parlato col suo presidente, Enrico Befani: «Con Julinho possiamo vincere lo scudetto», sissignore, nonostante l’ambizione tricolore al di fuori della tratta Torino-Milano nel dopoguerra suoni come una sorta di chimera per ingenui. Portarlo in Italia non è stato facile, impossibile addirittura farlo passare come “oriundo”, virandone il cognome in... Botelli. Lungo e secco (1,80 per 77 chili), mentre le ali di solito sono peperini guizzanti, quando scende in campo non ce n’è per nessuno: dribbling ubriacante, cross perfetti o maligne conclusioni dalla linea di fondo, la sua luce illumina subito il gioco d’attacco rendendolo imprevedibile. Subisce le randellate dei difensori senza fare una piega (in Brasile è stato premiato da un referendum tra gli arbitri come atleta di esemplare correttezza), ingaggia esaltanti duelli sulla fascia senza mai perdere di vista le ragioni della squadra. Il suo scatto da fermo brucia gli avversari quanto le finte di corpo, autentica dannazione per i difensori assieme al coraggio fisico nei corpo a corpo e all’abilità nello spostarsi di continuo - al centro e a sinistra - facendo così impazzire le marcature individuali del “Sistema”. Uno splendido individualista al costante servizio dei compagni: il grezzo Virgili straripa in area di rigore, il sontuoso Montuori gli offre una sponda adeguata, il gioco della Fiorentina diventa una musica inarrivabile per ogni avversario. Per i tifosi viola è una festa continua, anche se la sua carriera in Italia sarà breve e accidentata: in pena per le condizioni precarie del padre, dopo due anni tornerà in Patria, salvo cedere poi al richiamo del club viola, che lascerà definitivamente a 29 anni, nel 1958, per continuare la lunga carriera ancora nel Palmeiras.

IL FLOP: PUPPANTI ALLO SBARAGLIO
Si fa presto a dire “campionato di transizione”. La Juventus nell’estate del 1955 viene di nuovo rinnovata da cima a fondo. Dopo l’uscita dal club di Gianni Agnelli il 18 settembre 1954, sono stati tre dirigenti a occuparsi della Signora: i presidenti Enrico Craveri, Nino Cravetto e Marcello Giustiniani, che hanno lasciato andare un bel po’ di big con risultati mediocri. Il torneo ’54-55, chiuso al settimo posto, ha rivelato precise lacune tecniche e pure un clima poco sereno, vedi la minaccia di non scendere in campo alla vigilia della partita d’andata contro l’Inter causa mancata corresponsione di un premio promesso, sciopero poi scongiurato grazie all’intervento di Giampiero Combi, così come quello successivo prima del match col Milan, evitato da un momentaneo ritorno dello stesso Gianni Agnelli, preoccupato dalla piega degli eventi. Così, mano a un nuovo gran repulisti, che parte dalla panchina, da dove Olivieri viene scalzato da Sandro Puppo. cui tocca ripartire letteralmente da capo. Se ne vanno altri reduci dell’ultima grande Juve: Muccinelli alla Lazio, Ferrario all’inter. Manente al Vicenza; e arriva un gruppo di giovani, cui dovrebbero far da chioccia due nuovi “big” stranieri: l'interno argentino Juan Vairo e l’ala brasiliana Leonardo Colella. Le prime sette partite producono cinque pari e due sconfitte: è il segno di una stagione condannata alla mediocrità. I due sudamericani non brillano, i giovani sono troppo acerbi (molti di loro peraltro col tempo diventeranno campioni) e vengono soprannominati ironicamente “i puppanti” perché il tecnico non riesce a trarre da loro un efficace gioco collettivo. La squadra veleggia stancamente a suon di nulla di fatto nella zona centrale della classifica. Qualcosa però si muove: poiché è evidente che senza gli Agnelli la Juventus zoppica, il giovanissimo fratello di Gianni, Umberto, ventun anni appena compiuti, viene convinto ad assumere, l’8 novembre 1955, la reggenza del club. È il primo passo verso una nuova presidenza della Famiglia, mentre Gianni Agnelli, ottenuta una segreta segnalazione, provvede direttamente ad acquistare un ragazzino svedese, Kurt Hamrin, per poco meno di nove milioni e mezzo di lire. A fine torneo la Juve di Puppo, dopo aver stazionato a lungo poco sopra la zona retrocessione, si piazza al nono posto, con appena 7 punti in più del Novara che cade in B.

IL GIALLO: SCHIAFFINO ALLA RAGIONE
Sono tanti i casi legati alle ingarbugliatissime norme sugli stranieri che vengono emesse in questi anni e continuamente cambiate. Emblematico quello relativo al Milan e a Schiaffino. Nell’estate del 1953, dopo il flop dell’Italia contro l’Ungheria in occasione dell’inaugurazione dell’Olimpico di Roma, vennero emanate regole restrittive, che per la stagione 1955-56 prevedevano che «il numero dei giuocatori provenienti da federazione estera» dovesse tassativamente ridursi a uno per club, con relative eccezioni: non rientravano infatti i “fuori quota”, cioè gli stranieri già tesserati per società italiane per cinque anni consecutivi, a condizione tuttavia che restassero legati al club di appartenenza del 1952-53, e quelli italianizzati per aver giocato come oriundi in Nazionale. Il Milan fresco di scudetto potrebbe dunque confermare tutti i propri stranieri a una condizione: che Schiaffino venisse considerato oriundo e dunque italiano, avendo giocato nella Nazionale azzurra. Lo ha fatto per una sola partita, grazie a uno specifico nulla osta, poi è stato messo da parte per osservare la “quarantena” (tre anni) imposta dalle regole della Fifa. La Federazione, in imbarazzo per l’eccezionaiità della vicenda, prova a cavarsela con un pasticcio: negando cioè il riconoscimento in quanto Schiaffino avrebbe giocato in Nazionale una “amichevole, dunque non una gara ufficiale”. Un autogol clamoroso: le amichevoli delle rappresentative sono riconosciute come ufficiali dalla federazione mondiale.
Risultato: mentre l’argentino Ricagni, impiegato in azzurro tre volte, viene considerato “oriundo”, il “Pepe” che ha ugualmente giocato in Nazionale resta straniero a tutti gli effetti ed è dunque ovviamente suo l’unico posto consentito per il campionato 1955-56. Liedholm e Nordahl sono “fuori quota” grazie alla lunga milizia, ma non ha scampo Leschly Jòrgen Sòrenscn, non rientrante in tale categoria poiché nel ’52-53 era tesserato per l’Atalanta. Per lui dunque non c’è più posto nel Milan e nell’estate del 1955 si consuma l’addio. Il fortissimo danese, giocatore straordinario per classe e rendimento e amatissimo anche per l’inappuntabile professionalità, non ha problemi: lascia l’Italia, a 33 anni abbandona volentieri il calcio e toma in Patria. Dopo qualche settimana, ormai fuori tempo massimo per farlo tornare, la limitazione dei cinque anni nello stesso club verrà eliminata. Al Milan non resta che sostituire il campione danese con un italiano (Dal Monte) di ben più modesto valore e la possibilità di difendere il titolo nel campionato 1955-56 ne risulta menomata. Ebbene: il Milan durante la stagione torna alla carica e ai primi di giugno 1956 il suo ricorso sulla posizione di Schiaffino viene accolto dal Consiglio federale. L’uruguaiano diventa “oriundo” e il caso è risolto, ma con un anno di ritardo e con forte pregiudizio della situazione del Milan nel torneo precedente. E se vi siete un po’ persi in questo guazzabuglio di norme, avete tutte le ragioni: a metà anni Cinquanta il caos regna sovrano.

LA RIVELAZIONE: BUONA SOSTANZA
La grande scuola dei difensori italiani produce un nuovo campione, Gaudenzio Bernasconi. Nato a Ponte San Pietro, in provincia di Bergamo, l’8 agosto 1932, ha tirato i primi calci nella Vita Nova, la squadra del suo paese, in Serie C. Nel corso di un torneo estivo, un osservatore dell’Atalanta si è appuntato il suo nome e il club bergamasco lo ha ingaggiato nel 1952, scoprendo un eccellente tappabuchi difensivo: terzino destro e sinistro, ma soprattutto centromediano, il ruolo in cui il ragazzo ha dimostrato di potersi fare rapidamente strada. Ha indossato la maglia della Nazionale giovanile e nel torneo 1953-54 era già titolare, tanto che a fine stagione la Sampdoria lo acquistava per la ragguardevole cifra di 70 milioni: uno sproposito, per un difensore. Soldi ben spesi. Il ragazzone bergamasco è diventato rapidamente un idolo della tifoseria blucerchiata e ora, a soli 23 anni, è il miglior centromediano del campionato, tanto da meritare l’esordio nella Nazionale maggiore, nell’amichevole col Brasile dell’aprile 1956, e la partecipazione alla successiva tournée sudamericana. Bernasconi è un formidabile mastino d’area, asciutto e pulito negli interventi, una mignatta di gran rendimento. Scrive Bruno Roghi: «La sua tecnica non brilla per invenzioni virtuosistiche. Bernasconi sta alla sostanza, non alle apparenze del gioco. Perciò tende d’istinto a giocare più per la squadra che per sé, più per il risultato che per la platea. In questo senso la sua tecnica è stringata e asciutta: un periodo ordinato e organico senza aggettivi svolazzanti che spesso avvolgono il poco arrosto nel molto fumo del discorso sportivo». Per molti anni, Bernasconi sarà uno dei più continui e affidabili difensori della massima serie, un mito della storia blucerchiata.

LA SARACINESCA: L’UOMO DI GHIACCIO
È una stagione positiva, per i nostri portieri: strepitosi in particolare lo juventino Viola e l’interista Ghezzi. La grande novità tuttavia la incarna il giovane Giuliano Sarti, senza dubbio l'estremo difensore dell’anno, lanciato un po’ a sorpresa come titolare da Fulvio Bernardini. La sua è una vocazione istintiva, sbocciata sui campetti della provincia emiliana e approdata al professionismo grazie a una serie di casualità. Bolognese di Castel d’Argile (vi è nato il 2 ottobre 1933), si divertiva col fisico secco a volare da un palo all’altro con gli amici nel tempo lasciato libero dal lavoro, venditore ambulante di frutta. Un giorno, su un campo ferrarese, l’infortunio del portiere ne suggerì la convocazione per tamponare l’emergenza: andò cosi bene che il ragazzo, subito confermato, divenne il migliore della zona, eccellendo nella Bondenese in Promozione. Il Bologna lo chiamò per un provino: bocciato. Poi, nell’estate del 1954, Sarti accompagnò due compagni di squadra a un provino cui li aveva convocati la Fiorentina e, dato che c’era. Bernardini chiese anche a lui di mettersi alla prova. Fu un colpo di fulmine: per 7 milioni il ventenne virgulto indossò la maglia gigliata e fu subito promosso vice del grande Costagliola. Questi, a 34 anni, a fine stagione ha deciso di lasciare. Dal Milan è arrivato il più giovane dei fratelli Toros, promettente elemento già sperimentato in B nel Fanfùlla. Bernardini sceglie però Sarti e ne viene ripagato da un eccellente torneo, anche per lo stile in qualche modo rivoluzionario. In anticipo sui tempi, ama giocare coi piedi, si annoia tra i pali ed esce spesso al limite dell’area ad appoggiare il gioco dei difensori, come una sorta di “libero” aggiunto. Non concede nulla allo spettacolo. Il suo scatto felino si accoppia a un temperamento di ghiaccio e all’istintivo senso del piazzamento: sa volare, ma preferisce appostarsi dove intuisce che il pallone arriverà e forse per questa antispettacolarità la sua carriera in Nazionale sarà molto tardiva, legata soprattutto agli anni Sessanta, quando sarà il guardiano della Grande Inter di Helenio Herrera.

IL SUPERBOMBER: CENTRO STORICO
Gino Pivatelli è a sorpresa il nuovo re dei cannonieri. Ha appena 22 anni e già una storia lunga alle spalle: cresciuto nel Cerea, a quindici anni è approdato alle giovanili dell’Inter, ma qui la scarsa stima dell’allenatore Cappelli lo ha convinto a tornare sui propri passi. Due anni dopo era al Verona, in B, per l’esordio tra i professionisti, dopodiché ha bruciato le tappe: titolare a diciotto anni, a diciannove ha realizzato 15 reti tra i cadetti e Gipo Viani lo ha portato al Bologna, tra i grandi. Sono tempi duri, per il calcio italiano, alla disperata ricerca di mezzeali che ne rinnovino il sangue ad alto livello. Così i piedi morbidi del ragazzo e la sua classe naturale, accoppiata al senso del gol, hanno indotto i tecnici a farne un interno. In tale ruolo ha giocato nel Bologna al debutto in A, ma già nella stagione successiva ha alternato la maglia numero 8 alla 9, la sua preferita, e quando, in questa stagione, finalmente si vede riconosciuto il ruolo di vocazione, eccolo esplodere a livelli altissimi: con 29 gol in 30 partite è il nuovo re dei cannonieri, ben 6 più del mostro sacro Nordahl, come dire una patente di campione. Il ragazzo ha già toccato la Nazionale, da spettatore ai Mondiali in Svizzera e poi da interno (subito in gol!) nel successo di Stoccarda sulla Germania Campione del Mondo nel marzo 1955. L’exploit resterà senza seguito, anche se il nuovo asso manterrà eccellenti medie realizzative durante il resto della carriera.



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La Fiorentina per la prima volta campione d'Italia


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