Serie A 1954-55 - Milan


Il Racconto


IL FILM: IL VELENO NELLA CODA
Mercato in tono minore per l'Inter campione, che risolve i dissidi con Nyers cedendolo alla Roma e può finalmente schierare l’atteso (presunto) asso Bonifaci dopo un anno di quarantena, e per la Juventus: la Signora lascia parecchi big (Bertuccelli alla Roma, John Hansen e Parola alla Lazio, Ricagni al Milan) e ingaggia dalla Roma il bizzoso Bronée, oltre a un gruppetto di giovani, tra cui il terzino Garzena dall'Alessandria e l’interno Colombo dal Monza. Il Milan fa il gran colpo acquistando l’uruguaiano Juan Alberto Schiaffino, Campione del Mondo quattro anni prima, quando fu protagonista del “Maracanago” a spese del Brasile, e fresco reduce dalla Coppa del Mondo in Svizzera, in cui ha confermato il proprio talento. Proprio il Milan parte a razzo, vincendo le prime sette gare e facendo il vuoto, mentre alle sue spalle le gerarchie stentano a definirsi. Il 30 gennaio, i rossoneri sono campioni d’inverno con 4 punti sul Bologna e 6 su Fiorentina e Roma. Il girone di ritorno si apre con la flessione della capolista, che perde a Trieste e poi in casa con la Sampdoria; l’outsider Bologna sembra poterne insidiare la corsa al titolo: allenato dal genio emergente di Gipo Viani, schiera una mediana formidabile (Pilmark-Ballacci-Jensen), ma deve scontare un rendimento casalingo altalenante, dovuto anche allo scarso gradimento del pubblico. I rossoblù si avvicinano a un punto, poi cadono tre volte di fila (con Roma, Novara e Udinese) e il Milan si stacca nuovamente, mentre una nuova sorpresa avanza prepotente: è l’Udinese, che va recuperando dopo un pessimo avvio e alla ventino-vesima giornata, battendo la capolista, l'avvicina a soli due punti, riaprendo la lotta per lo scudetto. I pareggi dei friulani con Pro Patria, Novara e Torino lasciano via libera agli avversari, che il 12 giugno sono Campioni d’Italia con un turno di anticipo. Il Milan chiude con 4 punti sull’Udinese e 7 sulla Roma, mentre in coda restano presto staccate Spal e Pro Patria, che finiscono agli ultimi due posti. Poi ci sarà l’estate rovente dei processi per illecito e tutto cambierà: proprio la super Udinese e il Catania finiranno in Serie B.

I CAMPIONI: ERA SOLARE
II Milan avvia con un campionato accidentato ma bellissimo un’era nuova. Il 28 aprile 1954 si è dimesso per motivi di salute Umberto Trabattoni, il presidente della riscossa rossonera, che col trio Gre-No-Li aveva portato la squadra tra le grandi del calcio italiano. Ne ha preso il posto Andrea Rizzoli, figlio del grande editore Angelo, che ha accanto il cognato Mimmo Carraro, medico e grande intenditore di calcio. Le ambizioni si sposano con la disponibilità economica e ne nasce una sontuosa campagna di mercato, che vede approdare in rossonero due big stranieri, l’argentino Ricagni dalla Juventus (in dissidio con Boniperti) e l’uruguaiano “Pepe” Schiaffino dal Penarol, oltre a un gruppo di giovani talenti, tra cui spicca Cesare Maldini, ventiduenne superbo difensore della Triestina. In panchina viene confermato Bela Guttman, allenatore ungherese giramondo, che Busini aveva ingaggiato nell’autunno del 1953 per farsi sostituire sulla panchina rossonera e potersi dedicare all’esclusivo ruolo di direttore sportivo. All’epoca, Guttman vivacchiava alla guida di una squadra cipriota e arrivò a Milano pieno di entusiasmo, galvanizzato dalla prospettiva di rilanciarsi in un grande club: ha conquistato il terzo posto e nell’estate del 1954 lancia il suo progetto ambizioso, che parte dall’impostazione tatticamente spregiudicata della giovanile, per coltivarvi i talenti incettati sul mercato (daranno vita a quella che sarà chiamata la “piccola Hon-ved” in maglia rossonera). Quanto alla prima squadra, la sua grande intuizione è l’arretramento di Liedholm in mediana, per costruirvi con Schiaffino una diagonale di regia di superba classe, in una formazione votata al gioco offensivo. Buffon in porta gioca una buona (ma non eccezionale) stagione, Silvestri e Zagatti coprono bene le fasce, con l’ottima alternativa Beraldo, mentre al centro della retroguardia l’infortunio di Tognon dà subito spazio al giovane svettante Maldini, che conferma classe superiore, pur con la tendenza a qualche svarione per eccesso di sicurezza. A centrocampo, il faticatore Bergamaschi assiste Liedholm in mediana, mentre Schiaffino è l’interno di regia e Ricagni quello incursore, abile a scambiarsi con l’ala Sòrensen, eccellente tornante, nelle fughe sulla destra; l’attacco è completato dai guizzi di Frignani, la migliore estrema del campionato, più efficace a creare spazi, peraltro, che a concludere, e dal solito monumentale Nordahl, a 33 anni ancora formidabile macchina da gol. La squadra vola, poi sconta un primo stop a dicembre. A febbraio, le due sconfitte consecutive contro Triestina e Sampdoria (nel periodo della lunga squalifica di Schiaffino per incaute dichiarazioni) inducono i vertici societari a licenziare Guttman, sostituendolo con Ettore Puricelli, ex testina d’oro, allenatore delle riserve. Questi si mantiene sulla linea del predecessore, ridando carica a una squadra che conclude trionfalmente un grande campionato tornando allo scudetto.

I RIVALI: FUORI I SECONDI
Cronaca di una stagione folle, meravigliosa e poi brutalmente spietata. Estate 1954: l’Udinese, scossa da una mini-crisi dirigenziale dopo essersi salvata agli spareggi, si lascia tentare al mercato e sana il bilancio vendendo a man bassa: se ne vanno ben otto titolari e pure alcuni giovani sulla rampa di lancio come Orzan. La squadra viene rifatta: dalla Roma arrivano gli attaccanti Perissinotto e Bettini e il terzino Azimonti, dal Bologna l’ala La Forgia, dalla Fiorentina il mediano Magli più altri comprimari. All’estero viene pescato un... idraulico svedese, Ame Selmosson, che gioca dilettante nel Jònkòping, consigliato dal confermato allenatore Bigogno: il ragazzo resta in sospeso qualche tempo (assieme a Bonifaci dell’Inter. Jensen della Triestina e Spikofski del Catania), poi il braccio di ferro viene vinto e la deroga al “veto” antistranieri concessa. Bigogno deve costruire'una squadra dal nulla e l’avvio di campionato è disastroso, con tre sconfitte di fila, sei nelle prime undici giornate. Poi il gruppo, complici le modifiche del tecnico alla formazione titolare e l’arrivo a novembre del centromediano Pinardi - concesso graziosamente dalla Juventus - prende a decollare: Romano in porla, Azimonti e Dell’Innocenti terzini di fascia, Pinardi (imbattibile nel gioco aereo) terzino centrale; a centrocampo, fl tosto Sniderò e il ringiovanito Magli a supporto di due mezzeali strepitose: Menegotti, eccellente equilibratore nelle due fasi, e il biondo Selmosson, regista e risolutore sopraffino; in attacco, gli esterni Castaldo o Perissinotto a destra e La Forgia a sinistra, arretrati da Bigogno per uno schieramento più prudente, e l’ottimo Bettini, esploso come cannoniere grazie anche all’appoggio dello svedese. Dalla dodicesima giornata la squadra non perde più, arriva a contendere lo scudetto al Milan e infine si “accontenta” di un fantastico secondo posto. Ame Selmosson, soprannominato “Raggio di luna”, è il leader riconosciuto della squadra, oltre che il secondo marcatore (con 14 reti): una rivelazione assoluta del campionato, simbolo di una sorta di miracolo sportivo. Subito dopo la fine del torneo, la festa di un città intera si trasforma però bruscamente nel dramma sportivo della retrocessione in serie B, causa un illecito di due anni prima. Una beffa terribile.

IL TOP: SALE E PEPE
Juan Alberto Schiaffino è stato il regista avanzato dell'Uruguay Campione del Mondo a sorpresa nel 1950. Nato a Montevideoil 28 luglio 1925, ha seguito le orme del fratello Raul, centravanti e cannoniere del Penarol, con cui ha vinto cinque titoli nazionali, e della Celeste. Quando il Milan lo porta via, il maggior quotidiano della Capitale titola: «Irreparabile, se ne è andato il dio del calcio». Soprannominato da ragazzo “Pepe” per la sua vivacità, conta 29 anni quando sbarca in Italia assieme alla moglie. In campo, sembra eternamente giovane, per la dote peculiare che mette al servizio della raffinata classe: la semplicità. La sua mente “vede” prima degli altri, così ogni suo passaggio, ogni intuizione sembrano elementari e sono invece la via più diretta per portare la squadra al gol. In questo è un fenomeno, che Bruno Roghi racconta così: «L’uruguaiano sa tutto quanto un giocoliere deve sapere, e in primo luogo la tecnica raffinata del trattamento ambidestro di palla, ma ha tratto dal naturale talento il privilegio raro di inserire le sue doti di solista del gioco nel tessuto della squadra, nel ritmo della partita». Il pepe gli è rimasto non solo nelle perentorie conclusioni a rete (15 centri in 27 partite all’esordio), ma anche nei comportamenti in campo, che soprattutto per la lingua in libertà con gli arbitri gli costano parecchi turni di squalifica. Resta comunque un fuoriclasse straordinario, che in asse con Liedholm produce il miglior gioco del campionato, E pazienza se le origini liguri dei nonni ne fanno anche un formidabile avaro: «Lei è il meno adatto a protestare» risponderà un giorno il presidente Rizzoli a una sua lamentela economica, «se fosse il presidente del Milan, dipingerebbe la pelle dei giocatori di rosso e di nero per risparmiare le magliette la domenica!».

IL FLOP: LA GRANDE ILLUSIONE
Doveva essere l’anno della Lazio, che al mercato ha fatto incetta di vecchi draghi: in difesa l’interista Giovannini e lo juventino Parola, più Sassi II del Legnano. In attacco, addirittura John Hansen, formidabile airone danese della Signora. Nonostante i 300 milioni di passivo, il presidente Costantino Tessariolo ha puntato forte sul salto di qualità in zona scudetto, potendo già contare su attaccanti quotati come l’ex milanista Burini e l’ex juventino Vivolo. Federico Allasio parte con De Fazio in porta, Antonazzi e Sentimenti V terzini, Giovannini stopper; Fuin e Sassi mediani, Bredesen e John Hansen interni, Burini, Vivolo e Puccinelli di punta. Già dal secondo turno inserisce Parola, prima interno (!), poi mediano destro. Come andar di notte: dopo sei giornate, la Lazio è ultima con appena 3 punti. Il tecnico viene cacciato e sostituito con l’inglese George Raynor, già selezionatore della Svezia, ingaggiato grazie all’appoggio della Juventus. Il conte Mario Vaselli, dirigente di opposizione, assume anche Roberto Copernico, direttore tecnico del Torino (e già braccio di destro di Novo anche in Nazionale), che Tessariolo tuttavia rifiuta di ricevere. Si procede così, con due... comandanti sia in società che in panchina, e la situazione migliora giusto quel poco necessario per evitare la retrocessione. La Lazio chiude al dodicesimo posto, Raynor toma alla Juventus, dove verrà messo in un angolo: si rifarà nel 1958, pilotando la Svezia dei “nonni” terribili al secondo posto mondiale.

IL GIALLO: BUSTOCCHI PER PIANGERE
Il campionato si chiude in un clima reso torbido da una serie di inchieste che il Grande Inquisitore del pallone, il conte Alberto Rognoni, presidente della Commissione’ di Controllo, conduce da qualche mese nell’intento di fare pulizia su un malcostume diffuso. Parecchi i filoni di indagine. Il primo: due ambigui personaggi, Naldo Panciroli e Antonio Di Cunzio, sono al centro di un giro di tentate compravendite di partite; Panciroli addirittura ha rivolto un paio di esplicite offerte direttamente al presidente milanista Rizzoli, che lo ha messo alla porta senza peraltro denunciare il tentativo e per questo verrà deplorato. Il secondo: un arbitro romano, Ugo Scaramella, ha ricevuto ingenti somme di denaro per aiutare il Catania e in questo caso l’illecito si è consumato, tanto che il direttore di gara viene radiato e la squadra etnea retrocessa in Serie B. Il terzo è il caso più clamoroso: durante una indagine emerge un dialogo tra giocatori di Lazio e Pro Patria facente riferimento a un episodio di due anni prima, quando un dirigente dell’Udinese corruppe (distribuendo due milioni di lire) alcuni giocatori della stessa ProPatria nell'intervallo della partita, l’ultima di campionato, che i bustocchi stavano vincendo 2-0 a Udine e finirono col perdere 2-3 per favorire la corsa alla salvezza dei friulani; in base agli altri risultati, l’Udinese sarebbe rimasta ugualmente in Serie A, ma il fatto resta. Non essendoci prescrizione, si celebra il processo sportivo e la cosa più grave è che si chiude con l’incredibile condanna della squadra friulana - che ha concluso al secondo posto e i cui giocatori nulla c’entrano con l’accaduto di due anni prima - alla caduta in B; mentre a beneficiarne è proprio la Pro Patria, che si salva e viene assolta in quanto nel caso di due anni prima è accertata solo la responsabilità di singoli suoi giocatori. Un bel pasticcio (giusto all’indomani della premiazione in Comune della squadra con tutti gli onori!) che la gente di Udine cerca di contrastare con manifestazioni di piazza, del tutto inutili. L’Udinese del miracolo finisce amaramente tra i cadetti.

LA RIVELAZIONE: RAGGIO DI LUNA
Chi è Arne Selmosson? Un biondo attaccante svedese di 23 anni che Giuseppe Bigogno, allenatore dell’Udinese, ha caldamente raccomandato al proprio presidente. Nessun altro lo conosce, quando arriva in Italia. Si sa che è cresciuto nella squadra di Sil, la sua città natale, e si è rivelato da dilettante nello Jònkoping mentre lavorava da idraulico, fino ad arrivare alla Nazionale. Bigogno lo ha visto per l’appunto con la maglia della Svezia segnare un gol al Belgio e il presidente Dino Bruseschi ha accettato di offrire al ragazzo un lauto ingaggio per farlo arrivare in Italia. Dopo gli intoppi legati al “veto Andreotti” (sancito una settimana dopo la firma del suo contratto), diventa titolare a tutti gli effetti e conquista subito i tifosi, dai quali riceve il poetico appellativo di “Raggio di luna”. Schierato interno in coppia con Menegotti, sciorina arte pura, mentre il partner è il suo perfetto alter ego quanto ad atletismo e grinta. L’armonia dei movimenti, la leggerezza della corsa e perfino del tiro, che si dimostra tuttavia subito micidiale grazie alla precisione balistica, la qualità del passaggio e la morbidezza efficacissima del dribbling contribuiscono a confermare nell'interno scandinavo una delle inattese meraviglie del campionato. Scrive Bruno Roghi: «La felicità di realizzazione, sì frequente nella giocata di Selmosson, è il dono prezioso dell’intuito. Giocatore di manovra, infatti, si può diventare con l’esperienza e la tenacia, ma marcatore si nasce. La marcatura è un’azione preceduta da una riflessione pressoché simultanea, ed è in questa simultaneità di decisione e di esecuzione che sta l’accento circonflesso dello stile e dell’abilità di Selmosson, l’uomo per il quale la partita, anche se negativa nel punteggio fino all’ottantanovesimo minuto, può essere sempre risolta al traguardo».

LA SARACINESCA: LEZIONI DI VOLO
Quando Ottavio Bugatti arrivò a Napoli in modo un po’ vistoso, nell’estate del 1953 (il comandante Lauro lo aveva pagato 55 milioni, una cifra per un portiere), il suo nuovo allenatore, Eraldo Monzeglio, non gliele mandò a dire: era quello il modo di presentarsi, su una rombante fuoriserie, con a bordo, aggiunsero i soliti beninformati, pure una ricca fornitura di bottiglie ad alta gradazione alcolica? Il ragazzo andava per i 25 anni e veniva da una lunga gavetta. Milanese di Lentate sul Seveso, dalla Vis Nova di Giussano nel 1948 era passato al Seregno, con cui due anni dopo aveva conquistato la B e le attenzioni di Paolo Mazza, gran cacciatore di talenti della Spai. L’esordio in A, il debutto in Nazionale alle Olimpiadi di Helsinki. Il ragazzo ci sapeva fare e soprattutto volava come un acrobata, roba da strappare applausi. A Napoli ha rubato subito il posto al “monumento” Casari e in questa stagione è il miglior guardiano della A, in certe partite la sua abilità sui tiri “impossibili” ha qualcosa di magico. Scrive Bruno Roghi: «La valentia di Bugatti consiste massimamente nella sua capacità di rendere possibili le cose impossibili. Vi sono tiri che escludono le parate comuni e, per la loro direzione e veemenza, assolvono a priori il portiere che non riesce ad abbrancare o a ributtare la palla. Ebbene: sono queste le parate che Bugatti predilige. Il “sempre più difficile” dell’acrobata della rete è l’esercizio che s’addice alle sue molle e al suo estro. È spesso capace di fare d’una sua parata l’episodio più memorabile di un’intera partita». Vincerà il premio Combi nel 1957 e conquisterà al tramonto della carriera due scudetti come portiere in seconda della grande lnter di Herrera.

IL SUPERBOMBER: UN UOMO CHIAMATO LEGGENDA
Gunnar Nordahl veleggia a fine campionato verso i 34 anni, eppure continua a primeggiare e anche nella straordinaria longevità consiste il suo mito di campione da leggenda, ancora capace di guidare il Milan allo scudetto infilando 26 reti che lo consacrano primatista assoluto e forse ineguagliabile, con cinque classifiche cannonieri vinte in Serie A. La sua stagione è straordinaria soprattutto in quanto sono evidenti i segni dell’avanzare dell’età, nella ridotta mobilità, nell’appannata velocità e in alcuni vistosi cali di forma, eppure ciò non gli impedisce di fare ancora la differenza, dall’alto di una tenacia e di un fiuto del gol coniugati a meraviglia. La sua carriera, oltretutto, è tutf altro che conclusa: segnerà ancora 23 reti (in 32 partite), piazzandosi secondo tra i bomber dietro Pivatelli, poi nel 1956 lascerà l’amato Milan per due stagioni alla Roma, con cui chiuderà da massimo realizzatore di tutti i tempi della Serie A, con 225 reti in 291 partite. All’Italia resterà per sempre legata la sua vicenda umana e professionale. Nel nostro Paese tornerà spesso a carriera conclusa, a trovare l’amico Liedholm e il suo Milan. E in Italia morirà, portato via da un infarto durante una vacanza ad Alghero, il 15 settembre 1995.



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Il Milan vincitore del suo 5º titolo italiano


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