Serie A 1953-54 - Inter


Il Racconto


IL FILM: INCREDIBILE MA VETO
Il “veto Andreotti” (sì, proprio lui, il futuro “divo Giulio”, all’epoca sottosegretario all’Interno) di fine maggio 1953 ha portato alla limitazione dell’ingaggio degli stranieri e anche per questo il mercato registra pochi grandi colpi. La Juventus importa l’interno argentino Ricagni in sostituzione di K.A. Hansen, il Milan cede Gren alla Fiorentina dandolo per “cotto” e lo sostituisce con Leschly Sòrensen dell’Atalanta. La Roma ingaggia un Campione del Mondo, la ventiseienne ala uruguaiana Alcides Ghiggia. E l’Inter... resta a guardare, dotandosi soltanto di tre rincalzi: il portiere Cavalli dalla Juventus e due giovani dalla C, il terzino Vincenzi dalla Reggiana e l’ala Zambaiti dal Vigevano. In effetti, ha ingaggiato anche il contesissimo francese Bonifaci, che però dovrà stare in quarantena un anno causa nuove norme. A Foni va bene così e in effetti la sua Inter riprende da dove aveva finito: in testa alla classifica, staccandosi solitaria dalla quinta giornata. A inseguirla, il Napoli trascinato dallo scatenato Jcppson, poi la Juventus, che al dodicesimo turno approfitta del capitombolo interno dei nerazzurri con l’Udinese per operare il sorpasso. La domenica dopo, nerazzurri vittoriosi a Novara, bianconeri battuti dal Milan a San Siro e gerarchie ristabilite. La situazione resta fluida, al punto che il 17 gennaio a dividersi il titolo di campione d’inverno sono in tre: oltre alle due contendenti, il terzo incomodo Fiorentina, guidata da Fulvio Bernardini. Il trio si spezza, poi si ricompone al ventiquattresimo turno; nel finale i viola cedono e il duello Inter-Juventus diventa appassionante. A tre giornate dalla fine la coppia si divide, perché l’inter pareggia a Palermo, mentre la Juventus perde a Bergamo e la notizia arriva nello spogl atoio nerazzurro sconsolato, portandovi un’immediata allegria. Quel punticino viene conservato fino all’ultimo e il 30 maggio 1954 l’Inter si conferma Campione d’Italia sul filo di lana. In coda, cinque squadre col fiato sospeso fino al traguardo, quando cade il Legnano, mentre per la seconda retrocessa occorre attendere gli spareggi: se la cavano Udinese e Spai, scende il Palermo. A fine stagione, nessuna appendice intemazionale per i club, essendo stata annullata l’edizione della Coppa Latina a causa del concomitante Mondiale in Svizzera.

I CAMPIONI: FONI IMPERIALE
L’Inter si ripete e questa volta Foni deve rinunciare almeno nominalmente al “Catenaccio”: gliene fa richiesta esplicita il presidente Masseroni in estate, stanco delle critiche che hanno dipinto come una sorta di “vergogna” per il calcio italiano il trionfo di una squadra impostata su una “gherminella” difensivista come l’arretramento di Blason e Armano. Il tecnico, tuttavia, non abiura le proprie convinzioni e conquista il bis praticamente con la stessa rosa, grazie a una sapiente gestione tattica del complesso, superando non poche difficoltà. Intanto, il rendimento calante di Giovannini, che lo induce, una volta accantonato Blason (giocherà una sola partita: d’altronde da terzino puro è ormai troppo lento), a ruotare i tre uomini di difesa aggiungendo a Giacomazzi (il più eclettico) e Padulazzi anche il giovane eccellente Vincenzi, un longilineo che arriverà presto in Nazionale. Poi le bizze di Nyers, in lotta con la società per motivi contrattuali e spesso fuori squadra, surrogato alla grande dalla disponibilità di Skoglund a giostrare pure da ala sinistra, ma anche da un più costante impiego di Armano in fase offensiva. Infine, la più agguerrita concorrenza rispetto all’anno precedente, che il tecnico debella da un lato con una magistrale disposizione tattica della mediana che consente a Neri e Nesti di eccellere nei rispettivi ruoli e offrire alla difesa una copertura piena e la citata maggiore libertà in avanti di Armano, dall’altro cambiando la preparazione estiva col risultato di avere nell’ultimo spicchio di torneo la squadra più fresca atleticamente, mentre un anno prima le ultime partite l’avevano vista in fase calante. Tutto questo spiega come mai Armano, che proprio bomber non è, risulti alla fine il capocannoniere (13 reti), e la squadra segni 21 gol in più rispetto all’anno precedente. Il resto lo fanno la stagione super di Ghezzi, la regolarità a centrocampo di Mazza e Fattori, che sostituisce Skoglund quando questi va all’ala, e il buon rendimento del giovane Brighenti, che ogni tanto dà il cambio al centro dell’attacco al discontinuo Lorenzi.

I RIVALI: L’ULTIMA DELL’AVVOCATO
La Juventus volta pagina. Aria nuova, basta con la dolce vita tollerata da un “manico” forse troppo tenero. In panchina a sostituire Sarosi arriva Aldo Olivieri, ex Campione del Mondo da giocatore (1938), col fiore all’occhiello da tecnico di aver condotto qualche anno prima (dal 1948 al 1950) l’Udinese dalla C alla A in due stagioni. Porta con sé il diciannovenne interno Montico e il portiere di rincalzo Angelini. La rosa viene rivoltata come un calzino: via quasi tutto il centrocampo titolare (Mari e K..A. Hansen alla Sampdoria, Piccinini al Milan), via il centravanti Vivolo (alla Lazio) e il vecchio Carapellese (al Genoa). I nuovi mediani sono Gimona (dal Palermo) e Oppezzo (dalla Sampdoria), il nuovo interno è l’argentino Eduardo Ricagni, pelatina da ragioniere e senso del gol da micidiale opportunista proveniente dall’Huracan. La nuova Juve prevede Viola in porta, Bertuccelli, Ferrario e Manente in estrema difesa, Oppezzo (talora sostituito dall’antico ma ancora valido Parola) e Gimona mediani. Ricagni o Montico e John Hansen interni, Muccinelli, Boniperti e Praest in attacco. È una Juve solida, a volte pure brillante, una sola volta inguardabile (0-6 a Milano con l’Inter), ma lacerata da contrasti interni, soprattutto quello che divide Ricagni, considerato un opportunista poco propenso a correre, e John Hansen, in flessione di efficienza. La lunga indisponibilità di Corradi, il rendimento alterno dei mediani Oppezzo e Gimona, le incertezze di Ferrario, reduce da un intervento chirurgico, fanno il resto. Anche a livello dirigenziale emergono problemi, essendo ormai Gianni Agnelli (che si sposa il 19 novembre 1953 con Marella Caracciolo) assorbito da altri impegni, il primo dei quali come vicepresidente della Fiat. Il secondo posto a un solo punto dall’Inter fa svanire il sogno del decimo scudetto e segna il passaggio di un’epoca. Il grande Parola lascia il calcio, Agnelli lascerà la presidenza bianconera alla vigilia della nuova stagione, il 18 settembre 1954.

IL TOP: SALDO IN ALTO
Campionato da incorniciare per la “roccia” Omero Tognon, centromediano di formidabile tempra, successore di Parola in Nazionale. Nato a Padova il 3 marzo 1924, faceva il tornitore meccanico e nel tempo libero giocava a calcio, interno nel Bassanello e poi in C, al Rovigo: neanche il tempo di crescere un po' e scattava la sospensione bellica, tipo la guerra ha fatto parte di una selezione di giocatori dovani e il Milan ha preceduto il Padova acquistandone il crtellino dal Rovigo. A ventun anni, a Milano, viene imposto come mediano destro, difensore laterale del Metodo. Il passaggio al Sistema lo consacra centromediano. In un anno è già titolare, non perde una partita per tre tornei (fila e Novo lo chiama in Nazionale. In questa stagione fa (nuovo il pieno. Scrive di lui Bruno Roghi: «Il repertorio del suo gioco è completo. L’attaccante scaltro non ha vita allorché entra nella zona d’influenza di Tognon. Non ce debba temere i colpi sleali del suo antagonista. Come tutti gli atleti veramente forti e bravi, Tognon è cavalleresco, i suoi falli possono essere falli di mole gladiatoria, non falli crivanti dall’animo maligno. Ha l’occhio limpido e le mani pulite. E se fa male (se, cioè, in uno scontro è l’altro ad atre la peggio), ciò meno deriva dal proposito di Tognon danneggiare l’avversario che dall’impulso naturale della macchina atletica che natura ha fornito al suo temperamento di lottatore. C’è rispondenza, lungo la profondità dello smembramento del Milan, tra Tognon terzo terzino e Nordahl entravano. Nordahl è la testa,Tognon è l’affusto dell’ariete. Sno i due punti di forza sui quali il Milan delle giornate di massima vena trova il suo assestamento, il suo equilibrio e il suo indirizzo. L’uno e l’altro fanno Milan perché col loro gioco, diverso ma convergente, ne scolpiscono la figura, ne sviano la fisionomia».

IL FLOP: BIZZA AL TAGLIO
La Roma 1953-54 punta in alto, sissignore magari pure allo scudetto. Ora c’è un nuovo stadio da 90mila spettatori, l’Olimpico inaugurato di fresco, per dar fiato alle ambizioni di una squadra che - già forte l’anno precedente - si potenzia ulteriormente: il presidente Sacerdoti non bada a spese ingaggiando il portiere Moro dalla Sampdoria, il terzino Renzo Venturi dalla Fiorentina, il mediano Celio dal Milan, ma soprattutto il Campione del Mondo Ghiggia: l’arrivo di quest’ultimo provoca polemiche, visto che viene fatto passare per oriundo - e non sembra proprio pacifica l’ascendenza italiana dell’ala uruguaiana - così da aggirare il veto Andreotti. In difesa toma Cardarelli, finalmente guarito dalla pleurite contratta alle Olimpiadi di Helsinki, e il tecnico Varglien manda in campo la sua corazzata: Moro tra i pali, Renzo Venturi e Cardarelli terzini, Grosso centromediano; Celio e Arcadio Venturi mediani, Pandolfi-ni e Bronée interni, Ghiggia, Galli e Renosto di punta. Un concentrato di nazionali. Dopo il fragoroso debutto (4-0 al Genoa), cominciano i problemi. La squadra non decolla e il 25 ottobre, dopo il quarto pareggio di fila, negli spogliatoi dell’Olimpico il bizzoso Bronée, geloso della popolarità di Ghiggia e abituato a rimproverare i compagni per il loro rendimento, se la prende a muso duro con Arcadio Venturi. Questi risponde gettandogli contro ima scarpa, che tuttavia sfiora un dirigente, Sandro Campilli (figlio di Pietro, ministro democristiano alla Cassa per il Mezzogiorno), il quale allora richiama all’ordine il danese, ricevendone una brusca replica e la cacciata fuori dalla porta. Il giorno dopo il club sospende il giocatore decidendone la cessione per fine stagione, poi provvede al licenziamento di Varglien, cui Bronée (da alcuni cronisti soprannominato “il generale”) aveva preso la mano. In sostituzione arriva Jesse Carver, “il pizzardone di Cardiff” (definizione di Gianni Brera) allontanato dalla Juve due anni prima. La musica cambierà poco: tra qualche errore del solito “matto” Moro e il grave infortunio di Galli nel derby di ritorno (frattura della seconda vertebra lombare) finirà con un sesto posto del tutto deludente, a dispetto dei 400 milioni di lire di incasso garantiti dal nuovo stadio.

IL GIALLO: IL RIGORE O LA VITA
Succede alla penultima giornata del girone d'andata: il Napoli batte il Genoa 3-2 al termine di una partita rissosa e violenta grazie a un rigore trasformato al novantesimo da Amadei e si conferma al quarto posto alla pari del Milan, a un passo dalla lotta per lo scudetto. Qualche giorno dopo, il club viene deferito al giudice sportivo e il motivo è clamoroso: nel suo referto, l’arbitro - il giovane Raoul Righi di Milano - ha scritto di avere ritenuto chiusa la partita all’87’ e di avere decretato il penalty per inesistente carica sul napoletano Vinyei solo «per motivi di ordine pubblico». La casistica dell’epoca prevede da tempo questa scappatoia e in effetti il direttore di gara era stato sballottato dai giocatori del Napoli dopo il 2-2 del Genoa siglato in fuorigioco da Corrente. Il tribunale sportivo si divide e alla fine di una tormentata discussione concede il successo per 2-0 agli ospiti, in pratica tarpando le ali ai sogni di gloria del Napoli. Per l’arbitro Righi, l’ammonimento a ricorrere a un simile espediente solo in caso di condizioni eccezionali, cioè quando in gioco ci sia la sua stessa incolumità.

LA RIVELAZIONE: PROFESSORE IN CATTEDRA
La Fiorentina è la grande sorpresa del campionato. Alla sua seconda stagione da presidente, il giovane Enrico Befani decide di fare il salto di qualità. A gennaio 1953, a salvare una situazione fattasi complicata, aveva chiamato Fulvio Bernardini, impegnato col Vicenza in B e pronto a rispondere alla chiamata (all’epoca per gli allenatori esisteva questa libertà di rescindere contratti e accasarsi altrove a stagione in corso, pur se tra inevitabili polemiche). Un’intuizione rivelatasi geniale, tanto che in estate il patron si fa guidare dal tecnico in sede di mercato. Disponendo già della miglior difesa e mediana del campionato (vengono trapiantate in blocco in Nazionale), Bernardini vuole qualità nel gioco e allora ecco Gunnar Gren, attempato ma ancora formidabile “professore”, in rotta col Milan. Poi l’ala uruguaiana Vidal, Campione del Mondo accolto a Firenze da un bagno di folla. E l’interno rivelazione del Como, Gratton, più il bomber Bacci, 18 gol nel Bologna. Ed ecco la Viola nuova di zecca: Costagliola in porta, Magnini, Rosetta e Cervato trio difensivo protetto da Chiappella e Segato; Gren e Gratton a far gioco, Mariani e Vidal ali con Bacci centravanti. La squadra fila alla grande, si inserisce in avvio nella lotta per il titolo grazie a una difesa monstre (con Costagliola a 32 anni su livelli super) e a un gioco che strappa applausi. Peccato che l’attacco, pur brillante nella manovra, si riveli sterile rispetto alla diretta concorrenza e peccato pure che la scarsa disponibilità di ricambi (appena 16 i giocatori impiegati) provochi un cedimento atletico nel finale di stagione, chiusa comunque a un meritatissimo terzo posto, alla pari col Milan.

LA SARACINESCA: IL DOMINATORE DELL’AREA
Ancora molto giovane (23 anni), Giorgio Ghezzi vive la stagione della consacrazione, esibendosi come una stella, risultando il miglior numero uno del campionato e giocando un ruolo decisivo nel bis tricolore della Beneamata. Lo chiameranno “kamikaze” per quel modo di uscire spavaldo sui piedi dell’avversario («uscite “slittate” sui gomiti come su due pattini miracolosi» scriverà Gianni Brera). E in effetti il ragazzo di Cesenatico è diventato portiere, quando era alto un soldo di cacio, proprio per la necessità di usare più le braccia che i piedi, onde non consumare troppo le scarpe. A Rimini in Serie C ha fatto pratica, a Modena in B è arrivato nel 1949, a 19 anni, conquistando subito il posto da titolare. Due stagioni da canarino ed eccolo a Milano a bruciare le tappe: gioca una mezza stagione, poi arriva Foni nel 1952 e lo promuove titolare ignorando le critiche che vogliono il ragazzo “debole” sul lato sinistro e fin troppo temerario nell’uscire lasciando aperta la porta ai venti avversari. Ghezzi vince subito lo scudetto e l’anno successivo, mancandogli
10 “spazzino” Blason davanti, è lui a fùngere da libero ante litteram, con l’innato tempismo nel gettarsi là dove il pericolo incombe. In aprile esordisce in Nazionale, ma non vi avrà vita felice, causa partecipazione al fiasco mondiale. Avrà invece carriera straordinariamente lunga, chiusa a 35 anni sull’altra sponda di Milano, nel 1965, dopo aver vinto in rossonero uno scudetto e una Coppa dei Campioni.

IL SUPERBOMBER: IL GLADIATORE
Le classifiche di rendimento non hanno dubbi: il miglior centravanti del campionato è Hasse Jeppson, protagonista di una superba stagione nel Napoli. Il titolo di miglior cannoniere, però, per la quarta volta va a Gunnar Nordahl, il pompierone che pur comincia a patire il logorio degli anni. Come spiega bene Bruno Roghi: «Le dure esperienze vissute e le copiose botte ricevute nel corso di cento e cento partite di battaglia hanno logicamente temperato, a trentatré anni, i generosi bollori del nostro gladiatore: che di quando in quando sonnecchia, d’accordo, e allora la gente dice che ha perduto lo scatto, o è giù di corda, o è avvilito, o pensa alla famiglia. C’è, insomma, un Nordahl minore, il che è naturalissimo, logico e umano. Ma basta un niente - un’imprevista svolta di partita, il grido di uno spettatore, lo sgambetto subdolo di un avversario - per risvegliarlo di colpo. Affossa il capo tra le spalle, inarca la schiena, diverge i gomiti, solleva e articola le ginocchia a trotto di cavallo, e la pugna è sua. Sono i frangenti di partita che ti danno la sensazione di un Nordahl nobilmente inferocito come lo schiavo che ha spezzato le catene, e fa armi dei ceppi spezzati».



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I nerazzurri campioni d'Italia


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