Serie A 1952-53 - Inter


Il Racconto


IL FILM: VIA COL CENTO
Il mercato è dominato da “mister 100 milioni”: pur di vincere la concorrenza dell’lnter, il comandante Achille Lauro, da poco anche sindaco di Napoli, compie una follia per vestire di azzurro il cannoniere dell’Atalanta, Hasse Jeppson, versando 75 milioni al club e 30 al giocatore per due anni, per un totale di 105 milioni, la cifra più alta mai spesa fino a quel momento per un calciatore: per la prima volta viene abbattuto il muro del suono dei cento milioni e da quel momento l’attaccante svedese non sfuggirà al soprannome... monetario. Mentre il Napoli ragiona in grande, in vista del campionato del ritorno alle 18 squadre le grandi si limitano invece a ritoccare i propri organici, avendoli già al massimo consentito quanto a stelle straniere. Messa a stecchetto da Alfredo Foni, l’Inter (che ha rinunciato al ventinovenne Wilkes, ceduto al Torino) prende il comando dopo l’“assaggio” iniziale della Roma, capolista nelle prime sette giornate grazie soprattutto agli exploit in zona gol di Cadetto Galli. La tallona la Juventus, che tuttavia il 7 dicembre perde clamorosamente in casa col Milan e il 4 gennaio lo scontro diretto coi nerazzurri a Milano, lasciando via libera agli avversari. La squadra di Foni il 18 gennaio è campione d’inverno con ben 6 punti sui “cugini” rossoneri e 7 sulla Vecchia Signora. Pur criticata per il suo modulo, la squadra nerazzurra è una schiacciasassi, che alla ventiduesima giornata tocca i nove punti di vantaggio sul Milan (10 sulla Juve) e il 3 maggio toma allo scudetto con tre turni di anticipo. Chiuderà con soli due punti sulla Juventus, avendo smobilitato nelle ultime tre partite, tutte perdute. In coda, cadono in B Como e Pro Patria, da tempo in difficoltà.

I CAMPIONI: A DOPPIA MANDATA
Passa alla storia, l'Inter 1952-53, per l’adozione ufficiale del Catenaccio, un modulo considerato disdicevole in quanto troppo difensivo e antispettacolare, tanto più se, come accade coi nerazzurri per la prima volta, a cadere nel “peccato” tattico è una grande. Il terzo posto dell'ultimo campionato non ha soddisfatto nessuno e per la rinascita il presidente Rinaldo Masseroni si affida ad Alfredo Foni, ex campione olimpico e mondiale da giocatore, reduce da un buon lavoro come tecnico alla Sampdoria, che gli è valso la nomina ad allenatore della rappresentativa italiana alle Olimpiadi di Helsinki. Quando arriva a Milano, vede e provvede. L’obiettivo che si pone è uno solo: abbandonare i ricami un po’ svagati e puntare sulla concretezza, soprattutto difensiva. Non chiede follie al mercato, anzi: via il lunatico Wilkes, dentro il lineare Mazza, interno del Legnano, e il mediano Nesti dalla Spai per potenziare il centrocampo, e il terzino Grava dal Torino. La squadra da anni è ballerina, esalta e mortifica, non trova equilibrio. In più, ha il problema del terzino destro, causa lentezza di Blason, che Grava tuttavia non risolve perché si infortuna subito. Così, poco soddisfatto dal ripiego Giacomazzi, Foni ripesca dopo sei giornate lo stesso Blason, ma lo fa giocare da “terzino di posizione”, il difensore del Metodo che spazzava l’area dietro il collega “volante”. Di conseguenza, l’ala destra Armano arretra sugli attacchi altrui a marcare l’ala sinistra avversaria. La piccola rivoluzione indigna i benpensanti, ma fa volare la squadra, che chiusa a doppia mandata in difesa (Ghezzi in porta, Giovannini stopper, Giacomazzi terzino sinistro oltre ai già visti Blason e Armano), a centrocampo fa lavorare i mediani Neri e Nesti e il lineare regista Mazza, davanti al quale Skoglund e Armano (impiegato nel doppio compito) inventano per le punte Lorenzi e Nyers. L’Inter torna allo scudetto dopo 13 anni e pazienza se lo fa segnando appena 46 reti (una in meno della Triestina quart’ultima), subendone in compenso appena 24.

I RIVALI: I RAGAZZI DEL ROSSETTO
Per il bis scudetto la Juventus arricchisce solo il parco rincalzi, acquistando il vecchio Carapellese (trent’anni) dal Torino, nella convinzione che la straripante ricchezza del gruppo dei titolari sia sufficiente. Sono tempi in cui si gioca aperto, gli uomini-gol della Signora garantiscono un nuovo campionato di vertice. In effetti, questo accade: la Juve gioca spesso bene, segna a valanga tanto da chiudere la stagione col massimo delle reti segnate (73), ma la discontinuità e una certa fragilità difensiva rendono meno irresistibile il suo impianto, complice qualche infortunio di troppo. Una questione di appagamento, forse, cui si aggiunge qualche scappatella non propriamente professionale, tanto che un duro editoriale su Tuttosport dal titolo “O scudetto o rossetto” bacchetta le eccessive frequentazioni dei night da parte di alcuni giocatori in vena di dolce vita. Così non basta disporre di Viola in porta, Bertuccelli e Manente terzini, Parola di nuovo centromediano titolare per i problemi fisici di Ferrano, Mari e Piccinini mediani, Karl Aage Hansen e John Hansen interni, Muccinelli, Boniperti e Praest in attacco, per vincere di nuovo; anche perché le rotazioni proposte dal tecnico Sarosi non sempre convincono: Boniperti spesso gioca interno destro, sostituito da Vivolo, Carapellese viene non di rado impiegato da ala destra al posto del titolare. Alla terzultima giornata, è comunque la Juve che, vinta la resistenza del Milan, batte l’ormai appagata lnter per piazzarsi alla fine seconda con pieno merito.

IL TOP: PRINCIPE E PIRATA
Capire chi sia Helge Bronée non è facile. Nato a Copenaghen il 28 marzo 1922, cresciuto nel Q.B. Copenaghen, è diventato professionista in Francia nel Nancy, si è rivelato in Nazionale e nel 1950 il principe Lanza di Trabia lo ha portato al Palermo, dove il ragazzo ha folleggiato e indispettito, complici i diktat di GipoViani: l’allenatore sceriffo, riconosciutane la classe sopraffina, ne ha preteso l’impiego prima come centravanti, poi come interno, ma anche, all'occorrenza, mediano o addirittura terzino, grazie alla classe superiore, disponibile a ogni divagazione tattica. Nelle giornate di vena, Bronée è risultato incontenibile, ma il suo carattere gli ha inimicato i compagni: troppo plateali le sue proteste di fronte agli errori degli “umili mortali” con cui gli toccava condividere il pane del suo principesco talento. Alla fine, una storia sentimentale non proprio regolare lo ha fatto emigrare alla Roma, dove intanto da un anno è arrivato il suo gran compare d’attacco in rosanero, Carletto Galli. Dalla Capitale, in compenso, se ne è appena andato proprio Viani, l’uomo che, lasciato il Palermo, ha riportato in A i giallorossi. Il successore, Mario Varglien, imposta la neopromossa col talento di Bronée a guidare il gruppo e gli esiti sono fastosi. Il danese è fuoriclasse immarcabile e riducendo al minimo le domeniche di luna storta diventa il miglior interno destro del campionato. Il suo dribbling “lento” ipnotizza qualunque avversario, la terrificante sventola rasoterra è la disperazione dei portieri. La Roma, perseguitata dalla sfortuna (il big difensivo Cardarelli perde l’intera stagione dopo aver contratto con la Nazionale la pleurite alle Olimpiadi di Helsinki, il neo acquisto Grosso si opera in avvio di appendicite) domina nelle prime giornmate, poi resta ai vertici e nonostante il 22 febbraio, proprio contro il Palermo, perda il cecchino Galli per frattura del perone, chiude al sesto posto. E ringrazia il suo scontroso principe danese.

IL FLOP: BUSTOCCHI PER PIANGERE
La Pro Patria è protagonista nel finale di una caduta verticale vertiginosa. L’allenatore Cesare Pellegatta deve fare i conti in avvio con un bilancio economico precario. Al mercato se ne vanno La Rosa (Triestina), Santos (libero dopo l’infortunio) e Turbeky. mentre anche il trentatreenne Barsanti ha abbandonato dopo una pesante squalifica (fino al 20 settembre 1953). In entrata, il solo interno Ciccarelli dalla Triestina, e poi, al mercato di riparazione, il centrocampista Svend Jörgen Hansen dall’Atalanta. In avvio di campionato, la squadra ha stupito positivamente per freschezza, poi ha cominciato a perdere colpi. Nel ritorno, le certezze si sono sfaldate e i bustocchi hanno preso a scendere pericolosamente in classifica, fino all’avvitamento finale: complici espulsioni e squalifiche (l’ala Höfling è mancata cinque volte nelle ultime sei partite, il campo è stato squalificato per un turno e sul neutro di Seregno il 3 maggio è stato perso il decisivo confronto diretto col Novara, che ha rimontato da 0-2 a 3-2), il morale è sceso sotto i tacchi. Dopo il successo alla ventesima sulla Lazio, la squadra di Busto Arsizio non riesce più a vincere e le sette sconfitte nelle ultime sette partite la affondano all’ultimo posto per una retrocessione imprevista.

IL GIALLO: COMPROMISSORIA STORICA
D’estate i tornei di calcio tra bar impazzano. A Bologna Gino Cappello, mezzala nazionale, viene ingaggiato dal bar Otello e nonostante il mancato permesso del suo presidente Dall’Ara scende in campo per il “Palio calcistico petroniano”. La sera del 5 luglio 1952 nella sfida col Bar San Mamolo succede di tutto: l'arbitro Palmieri nega un paio di rigori e finisce accerchiato dai giocatori del bar Otello, fino a cadere e farsi male a una caviglia. Il giorno dopo ostenta una vistosa ingessatura, si parla di frattura, anche se per qualcuno si tratta di una semplice distorsione. Fatto sta che il direttore di gara fa rapporto e accusa senza mezzi termini proprio Cappello, il giocatore più famoso, di aggressione. Il giudice sportivo, regolamento alla mano, ordina il ritiro della tessera: squalifica a vita. Una sentenza capitale. Succede uno sconquasso, perché il Bologna è danneggiato senza colpa - e anzi Dall’Ara appioppa una multa al giocatore, sceso in campo senza permesso - e il campione nega ogni addebito, assicurando di avere urtato solo accidentalmente l’arbitro. Il 6 settembre 1952 in appello la Caf conferma la squalifica e dunque il Bologna deve rinunciare al suo giocatore più rappresentativo per tutta la stagione. Intanto però Cappello si è rivolto al magistrato ordinario e in Pretura il processo cambia connotati: Palmieri vacilla e il campione viene riabilitato, venendo «assolto per non aver commesso il fatto». E adesso? La Federazione ordina un supplemento di indagine e per salvare capra e cavoli il 7 febbraio 1953 la squalifica dell’asso bolognese viene ridotta a un anno, mentre Palmieri finisce nei guai per i suoi atteggiamenti davanti ai «differenti organi giudicanti». Cappello tornerà a giocare dal campionato successivo, ma il suo caso passa alla storia: su sollecitazione della Federazione, il governo predispone il provvedimento che darà vita a un caposaldo del calcio moderno, la "clausola compromissoria", che comporta per i tesserati l'obbligo di sottostare in esclusiva alla giustizia sportiva, pena la radiazione.

LA RIVELAZIONE: L’ALA DELLA LIBERTÀ
Gino Armano è un’ala tipica dell’epoca: fughe e serpentine sulla fascia, cross calibrati, qualche gol. Cresciuto nel fertile vivaio alessandrino, nel 1949 dopo due ottimi campionati di A in maglia grigia è passato all'Inter. Non aveva neanche 21 anni, ma si inserì subito, realizzando 10 reti e poi restando una colonna della squadra. Con Foni, fa il salto di qualità: non diventa un fuoriclasse (non giocherà mai in Nazionale), ma l’abnegazione e la duttilità gli consentono di diventare una trave portante del Catenaccio, la prima ala tornante del calcio italiano. Sulle azioni d’attacco avversarie, Blason arretra davanti al portiere e sulla fascia destra tocca a lui trasformarsi da attaccante in difensore per non sguarnire su quel lato la terza linea. Mica facile; bisogna capire quando è il caso di sganciarsi in avanti e quando invece restar pronti a rinculare, saper difendere ma anche non dimenticare le fughe e i cross in appoggio all’attacco; per un lavoro del genere sono indispensabili polmoni, forza fisica e tecnica sopra la media. Armano ha tutto questo e forse non assaggerà mai la maglia azzurra proprio per i pregiudizi che il “chiavistello” (questo il primo nome italiano del Catenaccio) suscita nella critica. Ma è un campione e sotto lo scudetto c’è la sua firma bene in chiaro.

LA SARACINESCA: PRESA DIRETTA
Lorenzo Buffon è un gigante: gran fisico, volto da attore, doti da predestinato. Nato a Maiano, in provincia di.Udine, il 19 dicembre 1929, è diventato portiere sui campetti di casa, si è rivelato tra i dilettanti nel Portogruaro a diciott’anni e subito lo ha preso il Milan. Era il 1949: davanti a lui c’erano Bardel-li, Milanese e Rossetti. Beh, dopo un po’ di partite Czeizler lo gettò nella mischia e da quel momento il titolare è stato lui. Un ragazzone col professionismo nel sangue («Quando ero ragazzo» rivelerà «mi allenavo tenendo le biglie in tasca anche al cinema. Le stringevo continuamente per fare presa. La presa è importante, il pallone deve entrarti nella mano»).
In questo campionato, nonostante i nuovi exploit del laziale Sentimenti IV, è lui il miglior guardiano della Serie A. Un gigante in tutti i sensi, per istinto del piazzamento, capacità di volare e di “coprire” la porta in ogni circostanza. Titolare della Nazionale giovanile e poi di quella B, ci si aspetta da un momento al l’altro la promozione tra i grandi, che invece arriverà solo nel novembre 1958, tre anni dopo la significativa scelta come portiere del Resto d’Europa per una partita contro la Gran Bretagna. Il suo matrimonio con Edy Campagnoli, affascinante valletta di “Lascia o raddoppia?”, popolare programma televisivo di Mike Bongiomo, alimenterà le cronache rosa. II figlio di suo cugino, Gianluigi, sarà uno dei più grandi portieri di ogni epoca.

IL SUPERBOMBER: PERICOLO PUBBLICO
Ha avuto solo una stagione di pausa, Gunnar Nordahl. poi si riprende il trono dei cannonieri, grazie a uno strapotere che non accenna a declinare, nonostante a dicembre 1952 compia 31 anni. Quando viene lanciato oltre la metà campo, se ha un minimo di spazio diventa devastante: avanza rapido con passi stretti, ondeggiando con finte di corpo che sbilanciano i difensori, entra in area e da lì tuona verso la porta con tale potenza e precisione che un giorno un portiere, il patavino Pin, dopo essere stato sfiorato da uno di questi proiettili finito sul palo, commenterà a fine partita: «L’ho scampata bella: meno male che non mi ha preso!». L’anno del terzo sigillo come re dei cannonieri lo vede una volta di più primeggiare grazie alla forza d’urto, ma anche al senso tattico che lo guida sulle piste del gol. Il suo furore in area ha qualcosa di mitico, in linea d’altronde con le sue origini. Il padre era operaio, discendente da una stirpe di fabbri valloni emigrata oltre il Circolo polare artico e forgiata a ogni crudezza della natura, ed ebbe otto figli: cinque maschi e tre femmine. Il gioco del calcio fu subito la passione dei maschi, che lo impararono nelle giovanili dell’ Hòmefors, in una squadra detta dei “diavoli”. Quando si dice la predestinazione.



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I nerazzurri tornati alla vittoria dopo tredici anni


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