Serie A 1951-52 - Juventus


Il Racconto


IL FILM: NOIA CHI MOLLA
Il gran colpo al mercato lo fa l’Atalanta, che acquista il centravanti svedese Jeppson, mentre Inter, Juventus e Milan si limitano al piccolo cabotaggio. Esauritosi l’exploit iniziale del Como, il vertice diventa un affare per grandi, Dopo sei giornate, Juventus e Milan sono appaiate in testa alla classifica e vi restano, con un breve intervallo, fino alla tredicesima giornata, quando i rossoneri perdono a Bergamo e la Signora prende il largo. Il 2 dicembre il campionato celebra una grande novità: da quella domenica è prevista una panchina a bordo campo per gli allenatori. Il 27 gennaio i bianconeri sono campioni d’inverno con 4 punti su Inter e Milan. Il torneo è sciapo. Nel ritorno ci prova l’Inter, che arriva fino a due punti dalla vetta, poi scivola e lascia spazio ai “cugini”, che alla ventinovesima giornata sono a 5 punti dalla capolista. Lo scontro diretto della trentaduesima decide i giochi: la Juventus vince 3-1 e vola via. Conquista lo scudetto il 1° giugno, con tre turni di anticipo. Chiuderà con 7 punti sul Milan e 11 sull’lnter. In coda, presto spacciato il Legnano, il Bologna si salva all’ultimo turno, mentre il Padova retrocede e Triestina e Lucchese vanno agli spareggi: gli alabardati passano e vincono pure la sfida col Brescia, secondo classificato in B, prevista dal regolamento causa riduzione della Serie A a 18 squadre.

I CAMPIONI: JESSE LINGUA LUNGA
La Juventus vive un’estate tormentata: pochi giorni prima del ritiro estivo (previsto per il 21 agosto 1951), in una intervista alla Gazzetta dello Sport, l’allenatore Jesse Carver, da tempo in rotta con la squadra, spara a zero sul suo club, che non gli dà ascolto: aveva chiesto la cessione dei danesi (gli assi John e Karl Hansen e Praest) e l'acquisto dell’interista Lorenzi, invece gli hanno preso il terzino Corradi che lui manco sa chi sia; d’altronde, spiega, solo il presidente Gianni Agnelli c dalla sua parte, ma è sempre in viaggio, mentre gli altri dirigenti gli remano contro. Dalla sua vacanza a Cap d’Antibes, Agnelli risponde con una battuta: «Avevo raccomandato al Mister di non imparare l’italiano, purtroppo in un anno ha fatto troppi progressi nella nostra lingua...». Ovviamente al suo ritorno dall’Inghilterra il tecnico viene cortesemente invitato a farsi da parte. Lo sostituisce ad interim la coppia di “grandi ex” Combi-Bertolini, in attesa del nuovo allenatore. La scelta cade su Giorgio Sarosi, che però potrà arrivare dagli Stati Uniti solo a dicembre. Il lavoro collettivo produce una squadra solida, con Viola in porta, Bertuccelli, sposso infortunato, o il prezioso Corradi e Manente terzini, il poderoso Ferrario a raccogliere dopo l’avvio il testimone del grande Parola come centromediano in una difesa sposso protetta dall’arretramento di Mari davanti al portiere; a centrocampo, il citato Mari e Piccinini mediani, Karl Hansen e John Hansen brillanti interni, in attacco il guizzante Muccinelli, pronto a rinculare a tornante surrogando gli arretramenti di Mari, e il devastante Praest sulle ali, con Boniperti centravanti di costruzione e conclusione. Un complesso dalla continuità di rendimento decisiva, rispetto alla scarsa compotitività delle rivali Inter e Milan.

I RIVALI: TIRO A SOGNO
Continua a vederlo a portata di mano, lo scudetto, eppure l’Inter del presidente Masseroni non riesce a coglierlo. Disponendo di un attacco imbottito di prolifici assi, nell’estate del 1951 punta i propri gettoni di mercato soprattutto su difesa e centrocampo, ingaggiando tre gioielli della B: dal Modena il giovane portiere rivelazione Ghezzi e il collaudato mediano Neri; dal Venezia, il raffinato Broccini, interno dal gol facile (ne ha segnati 20). A guidare le operazioni, la strana coppia formata daH'immancabile inglese di questi tempi sistemisti, il direttore tecnico Charles Davies, e dall’allenatore Aldo Olivieri. In porta, Puccioni, poi sempre più spesso il rampante Ghezzi; Blason e Padulazzi sono i terzini, Giovannini lo stopper; Fattori e Neri gli ottimi mediani, Wilkes e Skoglund i discontinui interni, entrambi con l’alternativa Broccini, mentre in attacco il regolare Armano e il micidiale Nyers giocano ai lati di Lorenzi, centravanti al veleno. Dopo un buon girone d’andata, la squadra va alla caccia della Juve, l’avvicina fino a due punti, arriverà a batterla neH’ormai inutile scontro diretto del 1° giugno, troppo tardi anche per consentire almeno la conquista del secondo posto, appannaggio dei “cugini” rossoneri. Un’lnter capace di ogni prodezza in attacco, ma troppo scoperta in difesa per riuscire a trasformare il tricolore da sogno a realtà.

IL TOP: PRAEST E BENE
Il gol che Karl Aage Praest confeziona all’Inter come regalo della Befana 1952, ripreso da una troupe cinematografica, verrà proiettato nei cinegiornali (che precedono i film nelle sale: la televisione in Italia non c’è ancora) come pezzo d’alta scuola: su lancio di K.A. Hansen, l’ala scatta poco oltre la metà campo, si beve in velocità gli statici Blason e Giovannini, poi sferra un potente destro che si incastra sotto la traversa di Ghezzi. In questa stagione segna meno del solito, la freccia danese, ma è l’ala sinistra più forte del campionato, decisiva nello scudetto della Juve per la qualità del suo gioco, i cross perfetti che fruttano grappoli di gol al capocannoniere John Hansen, i cambi di fascia con Muccinelli, la fantasia e pure la forza fisica da guastatore praticamente immarcabile. Praest compie trent’anni il 26 febbraio, in patria ha giocato nel Boldklub e nel Frem ed era il centravanti della Nazionale che travolse l’Italia alle Olimpiadi 1948.

IL FLOP: JOSÉ QUESTA CRISI
Il Torino deve rinascere: Ferruccio Novo rincorre questo sogno dalla tragica sera di Superga. Il suo prodigarsi non ha prodotto fratti, così nell’estate del 1951 decide di rilanciare, rivoltando la squadra come un calzino. A partire dagli stranieri: via Rosen, Ploeger e pure il bravo Santos. Tn Argentina gli hanno segnalato José Florio, 41 reti in 90 partite tra Lanus e San Lorenzo, un bomber travolgente, cui affianca il brasiliano Yeso Amalfi, che pare abbia incantato (pur non segnando molto) nell’Olympique Nizza, da cui toma in granata l’interno svedese Hjalmarsson. Assieme ai tre, approdano sotto la Mole dieci nuovi italiani, per un grappo inedito che il direttore tecnico Copernico e l’allenatore Sperone provano invano a far funzionare. La difesa risulta un colabrodo, col fiasco dei portieri Buttarelli e Dalla Fontana, cui dà il cambio l’anziano Romano arrivato dal Como. Nella porta granata piovono gol a catinelle e in attacco Florio (10 reti) e il tecnico ma statico Amalfi deludono, assieme all’opaco Hjalmarsson. Dopo 28 giornate, Novo sostituisce Sperone con Oberdan Ussello, che alla fine conquista una risicata salvezza. Tutto da rifare, una volta di più.

IL GIALLO: I DENTI DEL GIUDIZIO
Un pomeriggio di ordinaria follia, botte in campo e fuori e un arbitro che ci rimette otto denti. Succede nella pacifica Legnano, il 3 febbraio 1952, in un ambiente evidentemente esacerbato dall’andamento della squadra, fanalino di coda della classifica con 8 punti. Quel giorno arriva il Bologna, che è terzultimo e hai punti in più: o si vince o è finita. I tifosi vengono caricati a dovere, con tanto di coccarde regalate prima del via («Cuore ai giocatori, fede al pubblico») e l’invito dell’altoparlante a battersi in uno coi giocatori per la salvezza. In una simile bolgia inciampa l’arbitro Bruno Tassini di Verona, che fatica a tenere a bada il gioco duro, nega due rigori al Legnano e a tre minuti dalla fine, sul 2-2, ne concede uno al Bologna per plateale fallo di Asti su Gritti. Circondato dai giocatori e poi dal e pubblico che tracima in campo, riceve un violento ceffone in pieno volto e a quel punto sospende la partita, uscito indenne dallo stadio, si trova alla stazione di Milano e mentre attende il treno per Verona viene raggiunto da alcuni teppisti di Legnano che completano il lavoro mandandolo all’ospedale. Il Bologna vincerà 2-0 a tavolino, il campo lilla subirà una squalifica fino al 31 dicembre, poi ridotta al 31 luglio. Per il povero Tassini, il bilancio è di otto denti in meno.

LA RIVELAZIONE: MILIONI IN RETE
I conti, Hans Jeppson li sa certamente fare: è lui il più pagato della folta colonia svedese in Italia. Per accettare la corte dell’Atalanta, ottiene 31 milioni e 200mila lire di ingaggio e uno stipendio mensile di 180mila lire. D’altronde il calcio italiano ha faticato non poco per farlo suo. Nato a Kungsbacka il 10 maggio 1925, si è segnalato subito come campione di tennis, figurando tra i primi dieci di Svezia. Anche nel calcio, però, era bravo, tanto da prendere il posto di Gunnar Nordahl in Nazionale dopo la partenza del “Pompiere” verso l’Italia e in tale veste castigare proprio gli Azzurri, scacciandoli dal Mondiale 1950 con una doppietta. Il nostro campionato ha poi fatto incetta dei giocatori di quella rappresentativa, ma lui ha resistito, temendo di compromettere, col passaggio al professionismo, il proprio futuro con la racchetta. Poi è andato a Londra a perfezionare il proprio inglese, ha firmato per il Charlton e ha segnato 9 gol in 11 partite diventando una stella. Allora l’Italia è tornata alla carica: lui al Legnano ha detto no, poi l’Atalanta ha giocato pesante ottenendone finalmente il consenso per quei famosi 31 milioni e rotti, grazie anche al nuovo ordinamento del Ciò, il Comitato olimpico intemazionale, che consente di diventare professionista come calciatore restando dilettante in veste di tennista. Ed eccolo in campo: faccia e fisico da attore, centravanti puro, una meraviglia, 22 gol in 27 partite, viene votato a fine campionato come il miglior straniero del torneo. Forte coi piedi, strepitoso di testa, un senso del gol da fuoriclasse.

LA SARACINESCA: L’ORGIA DEL PORTIERE
Che storia, la storia di Bepi Moro! Una girandola di voli, di vette e di abissi, una piccola grande giostra di follia, perché i portieri, quelli di vocazione, sono tutti inatti, secondo un detto antico quanto il calcio. Giuseppe Moro, nato a Carbonera in provincia di Treviso il 16 gennaio 1921, crebbe portiere, lunatico e fantastico, nel Treviso e dopo la guerra, archiviata la lunga gavetta nel club veneto (con una parentesi pure ad Alessandria), ebbe la prima chance in A con la Fiorentina nel 1947-48, e se la giocò sulle montagne russe, alternando prodezze spettacolari a errori marchiani. Per Luigi Ferrero, l’allenatore viola, il portiere affidabile è quello che para il parabile. Dunque, via Moro e ponti d’oro al regolarista Costagliola dal Bari. Su Moro arrivò Novo, che volle affidargli l’eredità di Bacigalupo nel Torino, pagandolo una ciffa (54 milioni) e poi portandolo anche in Nazionale. Dopo una stagione di alti e bassi, il ragazzo venne spedito alla Lucchese per 10 milioni e là giocò alla grande, fino a ingolosire la ricca Sampdoria, che nell’estate del 1951 ha scommesso su di lui. Ed eccolo in forma smagliante, idolo dei tifosi, capace di parare i rigori ipnotizzando il tiratore e volare a sventare tiri impossibili. Il miglior portiere del campionato, tanto da riprendersi la maglia azzurra.

IL SUPERBOMBER: IL GOL IN TESTA
Non ci fosse stato Gunnar Nordahl, quante classifiche marcatori avrebbe vinto John Hansen? Invece gli capita solo in questo campionato, 30 reti in 37 partite, raggiungendo in bianconero la eloquente media di 93 in 131. Nato a Copenaghen il 24 luglio del 1924, ha giocato a calcio da dilettante, nel Frem, segnando valanghe di reti e lavorando come contabile in una fabbrica di birra (la Carlsberg). Il 5 agosto 1948, con la maglia della Nazionale danese, ha realizzato quattro gol all’Italia alle Olimpiadi sul campo di Highbuiy, segnando il destino di Pozzo e il proprio. Perche poi il Torino ha provato a ingaggiarlo. Il presidente del Frem, Bernhard Langvold, direttore di una grande ditta di vini, si è ritrovato a Canelli presso la Riccadonna e qui un dirigente del Torino lo ha avvicinato chiedendogli il costo di un campione danese: «Uno come John Hansen?» è stata la risposta. «Proprio nulla, i giocatori non sono vincolati ai loro club dilettantistici». Così Langvold ha interpellato il ragazzo perché fissasse una cifra per trasferirsi al Torino. Proprio in quei giorni, però, il responsabile Fiat di Copenaghen ha raggiunto John, offrendogli su incarico di Gianni Agnelli 12 milioni di ingaggio e 83mila lire mensili, oltre ai premi partita. Era il 18 novembre 1948, il ragazzo firmava seduta stante. Lì per lì alla Juve non si sono entusiasmati: lungo e sottile, piantato al centro dell’area, è sembrato un po’ spaesato, anche se ha cominciato subito a infilare gol. Poi ci ha preso gusto, ha rivelato piedi sapienti e l’intesa con Boniperti è sgorgata felice: entrambi capaci di aprire spazi come di infilarsi in area, entrambi uomini assist ma anche risolutori. E con i cross di Muccinelli e Praest, il colpo di testa di John risulta micidiale.



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La Juventus vincitrice dello scudetto


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