Serie A 1950-51 - Milan


Il Racconto


IL FILM: BENVENUTI DAL NORD
Impazza il mercato degli assi nordici: l’Inter importa il fantasista svedese Skoglund, la Juventus si potenzia col collaudato Karl Aage Hansen, che ha folleggiato nell’Atalanta, la Roma ingaggia Knut Nordahl, difensore, fratello minore di Gunnar.
È però il Milan a partire forte, vincendo le prime sei partite e isolandosi in testa, inseguito da Juventus e Inter, che poi passano a condurre alla decima giornata, quando i rossoneri perdono il derby. L’Inter resta subito sola, allunga fino a tre punti sul Milan e il 14 gennaio è campione d’inverno con un punto sui “cugini” e due sulla Juventus. Quarto è il sorprendente Como, a 8 lunghezze. Decisiva è la ventunesima giornata: la capolista perde proprio sul campo dei lariani, la Juventus pareggia a Trieste e il Milan, vincendo in casa con la Sampdoria, opera il sorpasso portandosi solitario al comando. È la fuga buona. Nei giro di alcune settimane, la Juventus perde terreno e resta solo l’Inter a contendere lo scudetto ai rossoneri, che vincendo lo scontro diretto il 25 marzo allargano a 5 punti il distacco. Dalla trentaquattresima, il Milan accusa una flessione: pareggia con Pro Patria, Atalanta, Fiorentina e alla penultima perde addirittura in casa con la Lazio, quando però l’annuncio della contemporanea caduta dell’Inter sul campo del Torino ufficializza il sospiratissimo scudetto dopo 43 anni di digiuno. 1 rossoneri chiuderanno con un solo punto sullTnter. In coda, retrocessione per Genoa e Roma, nobili decadute.

I CAMPIONI: IL CARNEVALE DI TRIO
L’industriale Umberto Trabattoni è stato presidente del Seregno: poi, convinto dal genero Toni Busini, già campione del Bologna e del Milan, ha deciso di comprare il club rossonero: ne è diventato commissario straordinario nel 1940 per poi assumere la presidenza dopo la guerra. Lavorando in simbiosi con lo stesso Busini (nominato direttore tecnico), ha visto impennare le proprie ambizioni nel 1949, con lo strepitoso girone di ritorno di Nordahl. L’ingaggio degli altri due svedesi ha prodotto un attacco favoloso, a dispetto di una difesa traballante. Nell’estate del 1950, l’occhio lungo di Busini punta tutto sul ventinovenne Arturo Silvestri, solido terzino del Modena, oltre che sull’ala Renosto del Venezia. Quanto al portiere, è il tecnico, il confermato Czeizler, a gettare nella mischia il ventenne Lorenzo Buffon, arrivato l’anno prima dal Portogruaro, ottenendone la sicurezza capace di blindare il reparto: davanti a lui, i terzini Silvestri e Foglia, poi Bonomi e la quercia Tognon come stopper; il quadrilatero di centrocampo è costituito da Annovazzi e De Grandi (dopo l’arretramento dello stesso Bonomi) e dai sontuosi interni Gren e Liedholm; in attacco, due buone ali, Burini o Santagostino a destra e Renosto a sinistra, fungono da serventi al pezzo per il travolgente Gunnar Nordahl. E il Milan del Gre-No-Li, l’irresistibile trio svedese che porta, nonostante la flessione conclusiva, il massimo dei gol segnati (107) e il minimo di quelli subiti (39).

I RIVALI: IL MURO DEL RIMPIANTO
Alla fine non si dà pace, il presidente dell’Inter Rinaldo Mas-seroni, perché alla penultima giornata, convinti che in casa il Milan si sbarazzasse facilmente della Lazio, i suoi ragazzi a Torino non hanno premuto sull’acceleratore, onde evitare il “sacrilegio” di spingere verso la retrocessione la povera squadra granata due anni dopo Superga; così hanno finito col perdere 1-2, regalando il titolo ai “cugini” nonostante la caduta di questi ultimi. Succeduto al “generale Po”, il mitico Ferdinando Pozzani, Masseroni insegue vanamente lo scudetto da otto anni. Nell’estate del 1950 punta forte su Skoglund, il fantasista della Svezia che ai Mondiali ha affondato l’Italia: il suo nome è Lennart, ma tutti lo chiamano Nacka, dal quartiere di Stoccolma in cui è nato venf anni prima. E biondo come una pannocchia di grano e col pallone fa ciò che vuole: finte ubriacanti. colpi di tacco sensazionali. una girandola di invenzioni che entusiasmano subito il pubblico. Peccato che le sue notti siano subito popolate soprattutto dalla “snaps”, la grappa svedese, nel segno di un malessere esistenziale da cui non si libererà mai. L’allenatore Aldo Olivieri schiera il giovane Soldan in porta (con l’alternativa Franzosi, a lungo assente), Blason e Giacomazzi o Paduiazzi terzini, Giovannini stopper; Miglioli o Pozzi in mediana in coppia con Achilli, il discontinuo ma fatato Wilkes e Skoglund interni e in avanti Armano, Lorenzi e Nyers. L’attacco è micidiale, con i tre di prima linea tutti oltre le 20 reti e un bottino finale di 107 gol che eguaglia quello del Milan. Non fosse stato per quella penultima giornata...

IL TOP: PROFESSORE DI RUOLO
Quando arriva al Milan nell’estate del 1949 dall’IFK. Gòteborg, Gunnar Gren va per i 29 anni, ma in campo sembra un ragazzino, segna subito 18 reti giocando da interno e incantando per la classe sublime. Il suo compagno Nils Liedholm un giorno lo rievocherà così: «Era il Maradona degli anni Cinquanta, al pallone faceva fare qualsiasi acrobazia, poteva decidere da solo e risolvere qualsiasi partita». Non c’è bisogno di aggiungere altro, se non che il soprannome di "Professore" ne esprime appieno il magistero di regista capace di inventare gol in proprio e per i compagni (memorabili i suoi assist di tacco). Gren è fuoriclasse completo e la vicinanza dello stesso Liedholm, dall’identica lingua tecnica, lo esalta fino a memorabili esiti spettacolari. Per il pubblico è una festa, per il Milan è finalmente scudetto. Gren sarà il primo del “trio” a lasciare i colori rossoneri per qualche incomprensione di troppo (nel 1953), ma la sua longevità ne proietterà a lungo la classe nella storia del calcio: secondo ai Mondiali del 1958, giocherà fino a 56 anni da intramontabile virtuoso della sfera di cuoio.

IL FLOP: VINO DANNATO
Dopo i fasti di Verdeal e quello, effimero, di Boyé, dopo le delusioni di Aballay e Alarcon, il Genoa decide di abbandonare il Sudamerica e di puntare al Nord, contribuendo al saccheggio della Svezia che ha affondato l’Italia al Mondiale. Oltre all’ottima ala sinistra Nilsson (che però annegherà presto la vita professionale nell’amore per il vino italiano), arrivano anche il discreto interno d’attacco Mellberg e la mezzala Tapper, dalla lentezza disarmante. Lo scambio con la Sampdoria, che ha visto arrivare il declinante bomber Baldini in cambio del forte mediano Bergamo, non dà i frutti sperati e presto l’allenatore. Manlio Bacigalupo - fratello del portiere torinista perito a Superga - si trova in difficoltà. Tanto più che a fine dicembre una frattura a un braccio toglie di mezzo il giovane portiere Gualazzi, rivelazione del torneo precedente. Dopo otto giornate, il terzultimo posto suggerisce la richiesta di soccorso a Milano, sponda Inter, da cui arrivano il direttore tecnico Cappelli e due giovani riserve, l’interno Invernizzi e l’ala De Prati. Cappelli entra subito in dissidio con Bacigalupo e restare a galla diventa un problema. Eppure all’ultima giornata c’è proprio l’Inter in casa: battendo i nerazzurri, che ormai hanno perso lo scudetto, il Genoa andrebbe allo spareggio col Padova. Come andare di notte: si scatenano Wilkes e Skoglund, che con cinque reti affondano le ultime speranze rossoblu, forse (diranno i maligni) stizziti per non essere stati avvertiti dai compagni del tacito patto di “non belligeranza”.

IL GIALLO: I VIZI DEI LUPI
Tira aria pesante, in casa della Roma. La squadra si è salvata per un soffio, nell’ultimo campionato, tra pesanti sospetti: addirittura la partita contro l’avversario diretto Novara, vinta grazie anche alla direzione dell’arbitro Pera, è stata in un primo tempo annullata dalla Federazione e poi convalidata a fine torneo per essersi rivelato ininfluente il risultato. Così in avvio di stagione è forte il sentore che alcuni arbitri vogliano farla pagare al club giallorosso per vendicare il buon nome della categoria. La situazione dirigenziale è confusa e cangiante, con onorevoli che si alternano sul ponte di comando. Dopo 15 giornate l’allenatore Baloncieri, considerato troppo “molle”, viene sostituito da Serantoni, ma anche questi cade dopo l’inopinata sconfitta interna del 29 aprile 1951 con la diretta rivale Lucchese. All’indomani, la società emette però anche un duro comunicato in cui, causa «accertamenti condotti sulla vita privata», vengono sospesi i giocatori Tontodonati, Lucchesi, Gambini e Contin e ammoniti Zecca e Merlin. Sui giornali appaiono ricostruzioni piccanti e soprattutto una soffiata: il vicecommissario giallorosso Baldassarre avrebbe scoperto che nell’intervallo della partita Serantoni ha somministrato medicinali sospetti ai giocatori. Si chiede l’intervento della Federcalcio per l’annullamento della partita, la stessa Roma viene accusata di avere montato proprio a questo fine il “caso”. Serantoni, appena licenziato e sostituito con la vecchia gloria Masetti, risponde con un duro comunicato, minacciando querela civile e penale. A quel punto la Roma fa un passo indietro e spiega di avere punito comportamenti di vita privata «non gravi né infamanti, ma censurabili specialmente tenendo conto delle difficoltà della squadra». Sulla vicenda cala il silenzio. I “lupi” giallorossi finiscono in B e nessuno avrà più voglia di fare chiarezza sull’accaduto.

LA RIVELAZIONE: PER AMOR DI DITO
Sergio Cervato, veneto di Carmignano del Brenta, si rivelò a 19 anni come terzino in Serie B nelle file del Bolzano, cui era arrivato quell’anno dopo una stagione in C nel Tombolo. Era l’estate del 1948, la Sampdoria lo chiamò per un provino, ma lo scartò perché... gli mancava un dito della mano destra, causa un incidente di qualche tempo prima con una falce mentre era al lavoro nei campi. Saputolo, l’allenatore della Fiorentina, Luigi Ferrero, chiamò il ragazzo e lo ingaggiò seduta stante. Subito titolare in viola, alla sua seconda stagione Cervato si rivela campione a tutto tondo, un nuovo grande terzino sinistro cui in Nazionale viene affidata la pesante eredità del grande Maroso, prematuramente scomparso a Superga. Il gioiello viola possiede repertorio completo: abile nella marcatura, sapiente nel passaggio, la sua “castagna” mancina è micidiale sui calci piazzati e le sortite in avanscoperta ne fanno un terzino fluidificante ante litteram, splendido esemplare della scuola italiana dei difensori.

LA SARACINESCA: LA CATAPULTA UMANA
Giuseppe “Bepi” Casari è grande, grosso e agile, per questo tino a vent’anni ha giocato sia a calcio, nelle giovanili dell’Atalanta, che a pallacanestro. Nel 1942-43 è stato inserito in prima squadra e si è dedicato solo al pallone. Nel dopoguerra, cinque stagioni da titolare in maglia nerazzurra ne hanno illustrato le doti, tanto che Pozzo lo ha voluto come estremo difensore dell'Italia sfortunata protagonista ai Giochi olimpici del 1948. Nell’estate del 1950, dopo essere stato il terzo portiere azzurro ai Mondiali, passa al Napoli e in questo campionato dà spettacolo: voli d’angelo, presa ferrea, uscite a catapulta che impauriscono gli attaccanti avversari ma anche i difensori compagni di squadra. A 28 anni la piena maturità agonistica ne fa il miglior portiere della Serie A, che nell’aprile 1951 si riprende la maglia da titolare in Nazionale per l’amichevole col Portogallo.

IL SUPERBOMBER: GLI SLANCI DEL POMPIERE
Gunnar Nordahl si ripete e non potrebbe essere altrimenti. Il suo strapotere fisico e tecnico lo rende il terrore delle aree di rigore, un ciclope capace di scrollarsi di dosso anche i difensori più coriacei. Tra i suoi soprannomi c’è quello di “Pompiere”, dovuto al mestiere in patria e risalente a quando il Norrkoping, per convincerlo a passare tra le proprie fila lasciando il Degerfors (dove aveva realizzato 58 gol in 77 partite), gli dovette assicurare un lavoro, visto che il calcio rimaneva un divertimento da dilettante. Come tale ha trascinato la Svezia al titolo olimpico del 1948 giocando assieme ai fratelli Bertil e Knut, entrambi difensori. La forza fisica si sposa con la qualità dei piedi, piccoli e sensibili, e con il senso tattico. Scriverà Bruno Roghi: «Nordahl non ricorre a sottili astuzie per entrare di soppiatto nei pollai delle aree di rigore. Entra di slancio e di fùria, costi quel che costi, l’importante è agguantare la preda. Tre su cinque gol di Nordahl sono effettivamente gol agguantati. Li sente e li vuole con uno spirito di determinazione e con un’aggressività leale e spavalda che incarnano le prerogative spiccanti del suo stile di “guastatore” delle verdi arene».



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Il Milan di nuovo campione d'Italia dopo quarantaquattro anni d'attesa


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