Serie A 1949-50 - Juventus


Il Racconto


IL FILM: AFFARI ESTERI
La strada del dopo-Superga è lastricata di nomi stranieri: sul solco dell’anno precedente, i club si scatenano nella caccia agli assi di oltreconfine - soprattutto nordeuropei, ma anche sudamericani - per compensare i vuoti del vivaio indigeno. L’Inter ci prova con l’argentino Basso e l’olandese Wilkes, la Juventus ingaggia un danese, Praest, e l’argentino Martino, il Genoa un trio di argentini capitanati dal fuoriclasse Boyé, il Milan compone un trio svedese aggiungendo a Nordahl i nobili centrocampisti Gren e Liedholm. Anche nel Torino, rifatto da capo a piedi, figurano stranieri: gli svedesi Bengts-son e Hjalmarsson e l’argentino Santos. La Juventus vince le prime cinque partite e prende lo steccato, inseguita dalla sorpresa Padova e poi dal Milan, che al giro di boa, il 26 dicembre, è distaccato di ben sei punti dai bianconeri campioni d’inverno. Il ritardo dei rossoneri, appaiati dai cugini dell’Inter, sale fino a 7 punti alla diciannovesima giornata, poi la Signora accusa una flessione: perde in casa con la Lazio e il 5 febbraio crolla sul proprio campo nello scontro diretto: il Milan si impone 7-1 portandosi a un solo punto dai rivali. La Juve si riprende vincendo a Trieste, resiste e poi riprende il largo alla ventiseiesima, quando il Milan cade sul campo della Lazio. Il 14 maggio, con due turni di anticipo, i bianconeri sono Campioni d’Italia. Chiuderanno con 5 punti sul Milan e ben 13 sull’lnter. In coda, il Venezia cede le armi con largo anticipo e sotto lo striscione d’arrivo viene affiancato nella caduta in B dal Bari, sconfitto in casa dall'Inter, mentre la Roma si salva.

I CAMPIONI: GIANNI RUGGENTE
La Juventus deve raccogliere il testimone cittadino del Grande Torino: questo il proposito di Gianni Agnelli, presidente bianconero, dopo la sciagura di Superga. Nasce così una campagna acquisti sontuosa: il portiere Viola e il terzino Bertuccelli, colonne della Lucchese, i mediani Mari dall’Atalanta e Piccinini dal Palermo, e davanti un nuovo asso danese, Karl Aage Praest, e un fuoriclasse argentino, Rinaldo Martino, dopo che l’ingaggio, praticamente concluso, di Alfredo Di Stefano è stato mandato in fumo dalla moglie del campione, attratta dalla prospettiva madrilena. Poiché la squadra gioca col Sistema, l’allenatore deve essere inglese: dopo la delusione dello scozzese Chalmers, Agnelli chiede un consiglio a Stanley Rous, segretario della Federazione britannica (nonché futuro presidente della Fifa) e questi gli consiglia Jesse Carver, che dopo un’esperienza da Ct dell’Olanda si è visto affidare proprio da Rous la Nazionale B, portata al successo nei primi incontri. Carver è un grande preparatore atletico e spreme i giocatori a fondo durante il ritiro estivo in vista della lunga durata del torneo (38 giornate). Al via presenta una squadra formidabile, con Viola in porta, Bertuccelli, Parola e Manente trio difensivo, Mari e Piccinini mediani, Martino e il micidiale John Hansen (affossatore dell’Italia alle Olimpiadi del 1948 e subito “rapito” in bianconero) interni, Muccinelli, Boniperti e Praest in attacco. Una squadra apparentemente sbilanciata in avanti (le due mezzeali sono cacciatori di gol, Muccinelli e Praest ali pure), ma saldamente ancorata all’equilibrio dalla forza dei due mediani e da una difesa d’acciaio, in cui Parola rimedia alla propria ridotta mobilità consigliando a Mari di arretrare, nelle fasi d’attacco avversario, dalla marcatura dell’interno a quella del centravanti, riservandosi un ruolo di libero ante litteram. In corrispondenza, scalano anche il generoso Martino e Muccinelli, in una anticipazione “camuffata” del Catenaccio che Carver asseconda saggiamente. La squadra parte a razzo, poi dopo il crollo di febbraio in casa col Milan gioca un calcio più utilitaristico e arcigno, arrivando in bellezza alla conquista dello scudetto, che mancava dai tempi del quinquennio.

I RIVALI: INTERNI DI LUSSO
Il Milan sta salendo verso i vertici. Il presidente Umberto Trabattoni e il direttore tecnico Toni Busini nella stagione precedente hanno sbagliato gli stranieri, gli interni Sloan e Gudmundsson, ma a gennaio, grazie anche alla Juventus, hanno ottenuto un centravanti capace di surclassare il declinante Puricelli: Gunnar Nordahl. Nell’estate del 1949 i due dirigenti concedono il tecnico Bigogno e l’ala Carapellese (in disaccordo col club) al Torino e ingaggiano l’ex tecnico di Nordahl al Norrköping: si chiama Lajos Czeizler, è un ungherese giramondo già passato per l’Italia una ventina d’anni prima senza lasciare tracce significative (dal 1927 al 1935, Udinese, Faenza, giovanili della Lazio e Casale). Con lui, dalla Svezia, arrivano i due nuovi interni: Nils Liedholm dallo stesso Norrköping e Gunnar Gren dall’IFK Göteborg. Nasce il Milan del “trio svedese”, che prevede in porta Bardelli in alternanza con Lorenzo Buffon, ventenne prelevato dal Portogruaro, Belloni o De Gregori e Foglia terzini, il poderoso Tognon centromediano, Annovazzi e Bonomi mediani, Gren e Liedholm mezzeali, Burini e Candiani o Rinaldi ali, Nordahl centravanti. Una squadra capace di tutto, in positivo (il 7-1 rifilato alla Juve a domicilio) e in negativo (da 4-1 a 5-6 nel derby d’andata); regina dei gol realizzati (118 contro i 100 della Juventus campione), ma ancora discontinua e soprattutto incapace nel rush finale di reggere la freschezza atletica degli avversari bianconeri dopo averli avvicinati fino a un solo punto.

IL TOP: LA ROVESCIATA DELLA MEDAGLIA
Carlo Parola è il più grande difensore italiano: nel 1947 è stato il centromediano del Resto del Mondo, la rappresentativa che ha incontrato la Gran Bretagna a Glasgow. In questo campionato un classico del suo repertorio - la plastica rovesciata a liberare l’area - viene immortalato il 15 gennaio 1950 a Firenze da un fotografo fortunato (stava risalendo la scaletta degli spogliatoi dopo essere corso alla toilette) con una tale perfezione da diventare qualche lustro dopo il simbolo delle raccolte “Calciatori” della Panini. Parola ha perso il padre in tenera età, presto si è trasferito da Torino a Cuneo e dopo le scuole elementari ha trovato lavoro come operaio alla Fiat. Giocando una sera nella squadra del dopolavoro, fu notato da un dirigente, Sandro Zambelli, e subito ingaggiato dalla Juventus. Aveva diciott’anni, era interno o attaccante, ma nelle giovanili venne subito arretrato in difesa, dove presto prese a giganteggiare. Maestro di stile, prototipo della scuola difensiva italiana, ama il tackle pulito e le avanzate in stile Metodo, negate dall’interpretazione sistemista, nella quale rifulge comunque la sua sontuosa classe di campione. Una certa predisposizione agii infortuni muscolari ne ha ridotto la carriera in Nazionale, contribuendo con la lunga sosta bellica a limitarne a 10 le presenze, ma resta uno dei grandissimi del calcio italiano di ogni epoca. Lo scudetto, a lungo negato dallo strapotere del Grande Torino, ne premia una stagione ad altissimo livello.

IL FLOP: GIÙ DI TONI
Il Bologna ha chiuso l’ultimo torneo al quinto posto e la vecchia volpe Toni Cargnelli, l’allenatore, ha garantito al presidente Dall’Ara: un paio di acquisti mirati e il passaggio al Sistema il modulo tattico ormai imperante, saranno sufficienti per puntare ai vertici. Il debutto, in casa con l’Atalanta, è da brividi: il difensore Ballacci viene mandato a seguire a uomo il centravanti Cergoli, da provetto stopper sistemista, c lui esegue, col risultato di lasciarsi alle spalle un pauroso vuoto, in cui si inseriscono gli interni Karl Hansen e Sòrensen, che in due vanno in gol cinque volte per il 2-6 finale. Cargnelli prova poi a rimediare, restituendo Ballacci alla fascia sinistra e impiegando Mezzadri al centro della difesa, ma la squadra continua a zoppicare: non ha gli uomini adatti e in più ha sbagliato straniero, visto che “Faele” Sansone, braccio destro del presidente, ha pescato in Uruguay un connazionale di gran classe, l’interno José Garcia, presentato come un fenomeno ma poi bloccato dal mancato ambientamento fino a restare ai margini. Dopo cinque partite e due soli punti, Dall’Ara, per la prima volta contestato dal pubblico, silura Cargnelli e ingaggia un tecnico inglese, secondo moda diffusa, per avere almeno un esperto della tattica nata oltremanica. Arriva Edmund Crawford, che pone la condizione dell’ingaggio di un mediano di ruolo e ottiene un campione, il nazionale danese Ivan Jensen; poi lancia in porta il giovane Boccardi c avanza in attacco il virgulto Cervellati, riuscendo alla fine a scongiurare la prima retro-cessione della storia del club.

IL GIALLO: MONDO BOYÉ
Alcune voci, nelle settimane di fine 1949, avevano messo in allarme i dirigenti del Genoa. Per questo il segretario del club, commendator Falcone, quando ha saputo che il 23 gennaio 1950, all’indomani della partita di Roma coi giallorossi, il bomber argentino Boyé ha intenzione di accompagnare all’aeroporto di Ciampino la madre diretta in patria causa disaccordo con la nuora, ha provato a sondarne gli umori: «Vedendo partire l’aereo non sarai preda di una crisi di nostalgia?». L’altro ha sorriso: «Figuriamoci, io in Italia ci sto benissimo e a Genova ci tomo subito, anche perché mia moglie resta qui». Ok, permesso accordato. Tornato a Genova in serata. Falcone prega comunque un amico romano di controllare e la mattina dopo viene a sapere che tra i prenotati del volo KLM per Rio de Janeiro risulta lo stesso Boyé. Il presidente genoano Poggi presenta una denuncia all’autorità giudiziaria, che si dichiara incompetente ad agire non esistendo fattispecie di reato, mentre due dirigenti, Danovaro e Tosi, accorrono a Roma: raggiunto il campione all’aeroporto mentre sta per imbarcarsi con madre e moglie, cercano invano di dissuaderlo. La “fuga” è compiuta, il Genoa perde il suo fuoriclasse.
Facciamo un passo indietro. Mario Boyé, 27 anni, in patria è soprannominato “El Atomico” per la potenza del tiro. Ala destra, ha vinto con l’Argentina tre Coppe America (1945, 1946 e 1947) e due campionati col Boca Juniors (1943 e 1944); il Genoa in estate lo ha portato in Italia in un “pacco” che prevedeva anche due compagni di squadra: il bidone Aballay, centravanti, e il mediocre trequartista Alarcon. Dopo un breve ambientamento, Boyé ha preso a cannoneggiare i portieri: quando se ne va, ha segnato 12 dei 27 gol rossoblu e ha messo lo zampino in quasi tutti gli altri. In famiglia, però, ha grane a non finire: la moglie Elsa rimpiange la “movida” di Buenos Aires («En Italia me muero» esagera) e non sopporta la coabitazione con la suocera; lui per rasserenare il clima ha tardato a presentarsi in ritiro a Nervi sotto Natale, buscando una multa di 25mila lire che lo ha assai irritato. Contro la Roma ha lottato senza quartiere, senza riuscire a impedire la secca sconfitta (0-3), e il giorno dopo si è presentato a Ciampino con madre e moglie cariche di bauli dopo un mini-trasloco dalla casa di Genova effettuato in gran segreto.
Il Genoa fa intervenire il grande ex, Guillermo Stabile, allenatore del Racing Avellaneda, che convince i propri dirigenti a ingaggiare Boyé. facendogli annullare il ricco contratto già firmato coi “Millonarios” di Bogotá. Il Genoa rientra di parte dei 40 milioni spesi per il suo acquisto e l'“Atomico” riprende a giocare in patria evitando la squalifica internazionale già richiesta alla Fifa dal presidente Poggi.

LA RIVELAZIONE: NOSTALGIA CANAGLIA
Rinaldo Fioramonte Martino è un fuoriclasse argentino. Interno sinistro nato il 6 ottobre 1921 a Santa Fe, ha fatto le fortune del San Lorenzo, con cui ha vinto il titolo nel 1946 e ha totalizzato 142 reti in 223 partite, e della sua Nazionale (15 gol in 20 presenze e conquista delle Coppe America 1945 c 1946). Quello del successo in finale contro l’Uruguay nel 1946 è passato alla storia come "il gol d’America”: tre avversari superati in slalom, finta di passaggio e tiro liffato a scavalcare Roque Maspoli, portiere futuro Campione del Mondo. Centrocampista completo. Martino possiede visione di gioco, piede di velluto nel passaggio e di pietra nel tiro, dribbling vincente e pure la generosità atletica per non negarsi a compiti di ripiegamento. In questo campionato segna 18 gol in 33 partite e incanta per la raffinatezza del gioco, tanto che Novo lo fa esordire in Nazionale come oriundo, grazie alla nazionalità del padre, nativo di Castrovillari, e ai tre anni trascorsi dall'ultima presenza nella rappresentativa del suo Paese. La Fifa però interviene, precisando che i tre anni di “quarantena” previsti dalle norme intemazionali riguardano invece la residenza nella nuova Nazione. Così la presenza in azzurro, a Londra contro l’Inghilterra, resterà unica. Vinto lo scudetto, infatti, l’asso argentino cede alla nostalgia della moglie e accetta l’offerta del Boca Juniors, che promette lo stesso ingaggio italiano. «El errar mas grande de mi vida» (l’errore più grande della mia vita), lo definirà un giorno. Infatti il Boca dopo qualche settimana lo cederà per far cassa al Nacional di Montevideo. Vincerà due titoli, nel 1950 e nel 1952, ma niente per lui sarà più come a Torino, dove è stato un divo assoluto.

LA SARACINESCA: ORO MASSICCIO
Giovanni Viola giocava ala sinistra nella squadra del paese, San Benigno Canavese, ma un giorno venne arretrato in porta e da lì non si mosse più. Passato al Volpiano, poteva andare al Torino, nelle cui giovanili giocava il fratello Carlo, invece è finito alla Juventus e vi ha esordito a 19 anni, il 10 febbraio 1946 contro l’Atalanta, una domenica in cui “Cochi” Sentimenti, avendo un polso ammaccato, era avanzato a giocare ala destra. A fine stagione, il baby lasciava la Signora per farsi le ossa: due anni in B, Carrarese e Como, sempre titolare, e una stagione brillantissima in A, alla Lucchese, ne maturavano il ritorno alla casa madre nell’estate del 1949. Portiere muscolare, dal fisico massiccio e dalla presa ferrea (il suo soprannome è “Tenaglia”), a 23 anni non teme la maglia da titolare e diventa punto di forza della difesa a gioco lungo fondamentale per il ritorno della Signora allo scudetto. Ha voce per comandare il reparto, con Bertuccelli, Parola e Manente si intende alla perfezione ed è coraggioso nelle uscite alte grazie alla elevazione che ne compensa la statura non eccelsa.

IL SUPERBOMBER: L’UOMO CANNONE
Doveva essere juventino, Gunnar Nordahl, monumentale centravanti della Nazionale svedese, capocannoniere alle Olimpiadi 1948. Lo aveva praticamente già acquistato Gianni Agnelli, quando è accaduto il “fattaccio Ploeger”. Alla fine del 1948 a John Hansen, da poco arrivato alla Juventus, i dirigenti bianconeri chiedono se non sia il caso, per migliorare il rendimento della squadra, di accelerare le pratiche per ingaggiare subito anche il centravanti. Hansen consiglia invece un altro suo compagno di squadra alle Olimpiadi, l’interno Johannes Ploeger. Questi sta giustappunto arrivando in Italia, ma per firmare col Milan. Alla stazione di Domodossola, Hansen, accompagnato dal dirigente bianconero Remo Giordanetti, intercetta l’amico e durante il viaggio verso Milano lo convince (30 milioni di ingaggio) a passare alla Juve. Così, alla stazione centrale del capoluogo lombardo, il segretario milanista Giannotti vede Ploeger scivolare via e ci resta di sasso. Una scorrettezza bella e buona, si lamenta. Saputa la cosa, Agnelli decide di riparare mettendo a disposizione del presidente rossonero Trabattoni l’opzione bianconera su Nordahl, per l’acquisto del quale anticipa addirittura a nome del Milan le corone svedesi per il primo versamento dei 53 milioni di lire del costo del giocatore. Mentre Ploeger sarà un modesto comprimario, Nordahl si rivela subito il fenomeno capace di proiettare il Milan ai vertici a suon di gol. Nato a Hòmefors il 19 dicembre 1921, ha giocato nell’IF, la squadra del suo paese, in terza categoria, poi ha raggiunto quella massima e vi ha giocato quattro stagioni nel Degerfors e cinque nel Norrkòping, realizzando caterve di reti grazie alla qualità tecnica sposata a un fisico impressionante: 1,80 di statura per 95 chili di muscoli allo stato puro. Arrivato in Italia il 22 gennaio 1949, ha debuttato nel Milan segnando 16 gol in 15 partite e ora il suo primo campionato intero lo vede primeggiare tra i cannonieri con 35 gol in 37 presenze. Una forza della natura.



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I bianconeri di nuovo campioni d'Italia dopo quindici anni d'attesa


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