Serie A 1948-49 - Torino


Il Racconto


IL FILM: DALLA FESTA ALLA TRAGEDIA
Si toma alle venti squadre. Il Torino rinnova il parco rincalzi acquistando all’estero (l’attaccante friulano Grava dal Roubaix. il francese Bongiomi dal Racing Parigi e l’interno cecoslovacco Schubert dal Bratislava) e reclutando nuovi giovani (il terzino Operto dal Casale, il mediano Fadini dalla Gallaratese, il portiere Gandolfi di ritorno dalla Carrarese, l’ala Giuliano dalla Pro Vercelli). La concorrenza punta forte sugli assi stranieri, saccheggiando tra l’altro la Danimarca che ha piegato l’Italia alle Olimpiadi. La Juventus si accaparra John Hansen e Plocger, oltre all'inglese Jordan, l’Inter prende l’apolide di origine ungherese Nyerse il cecoslovacco Wellisch, il Milan punta sull’islandese Gudmundsson, sull’irlandese Sloan e, a gennaio, sullo svedese Nordahl. L’avvio del campionato è all’insegna della sorprendente Lucchese, che dopo tre turni di comando solitario della classifica crolla sul campo della Sampdoria e viene sorpassata dal solito Torino.
I granata innestano la presa diretta e il 6 gennaio 1949 sono campioni d’invemo con due punti sul Genoa e tre su Inter e Lucchese. Nel girone di ritomo sono proprio i nerazzurri a proporre la sfida ai campioni, prima assieme alle due genovesi, poi in solitario. Ma non è cosa. I granata raggiungono un vantaggio massimo di 6 punti e arrivano al rush finale con quattro lunghezze sui nerazzurri. Il 4 maggio 1949, l’aereo che riporta in Italia la squadra da Lisbona, dove ha giocato un’amichevole, si schianta sul terrapieno della basilica di Superga, vicino a Torino, e si disintegra. Non ci sono superstiti. Nella commozione di un intero Paese, il 6 maggio la Federcalcio decide di assegnare lo scudetto al Torino, comunque Finisca il campionato. Le restanti quattro partite vengono giocate dalla squadra ragazzi, cui per rispetto gli avversari oppongono i propri pari età. Non si festeggia, il 5 giugno 1949, quando il campionato si chiude con l’Inter seconda a 5 lunghezze. In coda, retrocessione per Modena e Livorno.

I CAMPIONI: LEGGENDA GRANATA
I campioni del Turino sono ancora sulla breccia. Bacigalupo in porta, Ballarin e Maroso o Operto, causa frequenti infortuni del titolare, difensori esterni, Rigamonti stopper; a centrocampo, Casigliano e Grezar mediani con Martelli formidabile rincalzo tuttofare, Mazzola e Loik interni; in attacco, Menti e Ossola sulle fasce, Gabetto centravanti. L’andamento è meno trionfale dell’ultima stagione, soprattutto per l’avvento di alcuni fuoriclasse stranieri che rafforzano la concorrenza. Ma il Toro sta preparando i ricambi e la sua potenza resta intatta, confermata dalla sicurezza con cui l'erma l’avanzata dcll’Inter nel finale. Il 4 maggio 1949, quando la notizia dello schianto, dopo le prime incontrollate voci, si propaga nel capoluogo piemontese e poi in tutta Italia, cordoglio, incredulità e dolore uniscono l’intero Paese: il Grande Torino, la squadra che ha accompagnato con le sue gesta il duro riscatto di un intero popolo dalla tragedia della guerra, d’ora in poi esisterà solo e per sempre nella leggenda.

I RIVALI: TANTO DI CAPPELLI
Dopo l’ultima fallimentare stagione (dodicesimo posto), Rinaldo Masseroni, presidente dell’lnter. cambia tutto, a partire dalla guida tecnica: assume Giulio Cappelli come direttore tecnico e l’inglese John David Astley come allenatore e rilancia al mercato, ingaggiando tre attaccanti nuovi di zecca: Nyers dallo Stade Français, Amadei dalla Roma e il giovane Armano, ala rivelazione dell’Alessandria. Arriva anche il centromediano Giovannini dalla Lucchese oltre ad alcuni comprimari. La squadra viene impostata in difesa con Franzosi in porta. Guaita o Pangaro sulla fascia destra, Gariboldi o Pian su quella sinistra, Giovannini stopper; a centrocampo, Fattori e Achilli in mediana, Lorenzi e Campatelli interni; in attacco, Armano e Nyers esterni, Amadei centravanti. La squadra si rivela una macchina da gol: nessuno riuscirà a eguagliare le 85 reti realizzate e anche la difesa regge alla grande (seconda solo a quella del Toro). Il 30 aprile, nello scontro diretto, i nerazzurri arrivano a contendere il titolo al Grande Torino e alla fine il distacco sarà contenuto, a riprova di un valore tecnico generale assoluto.

IL TOP: ATTRAZIONE ANTERIORE
Juan Carlos Verdeal è nato in Argentina, a Puerto Madrin, da bambino ha giocato nell’Huracan Commodoro e nell'E-studiantes, poi è andato in Brasile a cercare fortuna e l'ha trovata nella Fluminense, per poi emigrare in Venezuela, nel Dos Caminos di Caracas. Un giorno del 1946 è stato segnalato al Genoa, che lo ha chiamato in Italia per un provino. Lui si è presentato, ha tirato fuori da una borsa le sue scarpe bullonate, le ha calzate e ha cominciato a suonare il pallone come uno strumento musicale, facendo sgranare tanto d’occhi all’allenatore Garbutt e al consigliere tecnico, il grande ex De Prà, che subito ha chiamato la sede: preparate il contratto, questo è un campione. Un fuoriclasse: tocco felpato, assist rasoterra geniali, fughe irresistibili sulla fascia sinistra, gol a catinelle. E lui, il “cervello” avanzato del Genoa, a contendere in questa stagione a Valentino Mazzola la palma di migliore interno sinistro del campionato. La gente affolla lo stadio per vederlo. A Genova ha aperto un negozio di pelletteria e nella primavera del 1949 gli nasce la prima figlia. Però la gente mormora: si parla di qualche bizza di troppo, un paio di assenze per problemi fisici fanno nascere chiacchiere allarmanti. Così a fine stagione il Genoa annuncia per quella successiva un trio di argentini: Boyé, Aballay e Alarcon; Verdeal, che ha già 31 anni ed è bloccato da un infortunio, si ritrova fuori dai giochi dopo tre anni fantastici sotto la lanterna. Starà fermo un anno, poi, ottenuta la cittadinanza del nostro Paese ma fallito il tentativo del Genoa di tesserarlo come italiano per il rifiuto della Federcalcio, se ne andrà in Francia a continuare la sua vita di campione giramondo.

IL FLOP: CROLLO DI SISTEMA
Il Modena dei miracoli frana all’improvviso. Dopo il terzo posto da record e il quinto nella stagione successiva, la crisi arriva inattesa. Il club fallisce il mercato, acquistando dal Seregno l’ala Canali, che si rivelerà una clamorosa delusione, e altri comprimari: Diotallevi dalla Cremonese e poi Fantuzzi, Gozzi, Magnanini e Sazzi dalle squadre minori della provincia. Il gruppo è logoro, l'allenatore Mazzoni dopo i primi rovesci corre ai ripari passando dalla sesta giornata al Sistema, la tattica imperante. Vince con la Samp, poi la caduta riprende. Verrà affiancato e poi sostituito da Bepi Girani, in coppia con Ottavio Barbieri in veste di supervisore, senza tuttavia che i risultati cambino. La struttura è fragile: Corazza in porta, Silvestri e Braglia difensori esterni, Neri stopper; lo spremuto Malinvemi e Diotallevi mediani. Sentimenti V c Mcnegotti o Bertoni II interni; Romani, Pernigo e G.B. Fabbri in attacco, il secondo peggiore del torneo. La bella favola dei canarini finisce malinconicamente con la retrocessione in Serie B.

IL GIALLO: MORTE NEL POMERIGGIO
Il destino gioca il suo asso il 27 febbraio 1949, sul campo di Marassi. Quel pomeriggio si affrontano Italia e Portogallo e nell’occasione il capitano degli ospiti, Francisco Ferreira, ha modo di socializzare con l’omologo azzurro, Valentino Mazzola, che conosce da tempo, fino a chiedergli un grande favore: avendo trent’anni, la sua carriera si avvia al tramonto, sicché, per prepanasi un futuro meno incerto, ha in animo nelle ultime stagioni di organizzare assieme al club alcune amichevoli di “homenaje” (omaggio) con incasso a proprio favore: il 3 maggio successivo ne è in programma una a livello internazionale, il Benfica ha già preso contatti col Bologna, ma se il Torino accettasse, grazie alla sua fama di squadra più forte del continente l’incasso sarebbe sicuro. Mazzola acconsente e ne parla a fine partita con Ferruccio Novo, commissario tecnico azzurro e fresco ex presidente granata, avendo da inizio anno lasciato la gestione del club ad Arnaldo Agnisetta. Novo, grande ammiratore di Ferreira, non nega la propria approvazione, ponendo tuttavia una condizione: che per quella data il quinto scudetto sia in cassaforte. Il 27 marzo Ferreira vola a Madrid dove l’Italia affronta la Spagna e con Mazzola e Novo definisce tutti i dettagli del match. Detto e fatto: sabato 30 aprile nell’anticipo del campionato i granata fermano sul nulla di fatto l’inter a Milano, mantenendo 4 punti di vantaggio a quattro turni dal termine. Novo è costretto a restare a casa per i postumi di una broncopolmonite. Per il resto, partono tutti i giocatori tranne il giovane Toma, infortunato a un ginocchio, e il portiere di riserva Gandolfi, su insistenza di Aldo Ballarin che ha ottenuto un viaggio premio per il fratello Dino, terzo estremo difensore; con loro, i dirigenti e tre giornalisti: Luigi Cavallero de La Stampa, Renato Casalbore diTuttosport e Renato Tosatti (padre di Giorgio, futuro giornalista) de La Gazzetta del Popolo.
Il 3 maggio, all’Estadio Nacional davanti a 40mila spettatori, il Benfica vince 4-3. Il giorno dopo alle 9.52 il trimotore Fiat G212 con la comitiva granata decolla da Lisbona. Dopo una sosta tecnica a Barcellona, alle 13.15 si punta sull’Italia. Il pilota, Pierluigi Meroni, chiede e ottiene di atterrare a Torino anziché a Milano Malpensa e i motivi resteranno avvolti nel mistero: si parlerà della volontà dei giocatori di aggirare la dogana (qualche tempo prima, di ritorno dalla trasferta di Trieste, i finanzieri avevano bloccato il pullman della squadra per sequestrare un ingente carico di sigarette e Gabetto era stato pure fermato); e pure del timore di Mazzola, sposatosi da qualche giorno in seconde nozze a Vienna (paese che riconosce la sentenza di annullamento del suo primo matrimonio emessa in Romania), di subire un arresto per bigamia, essendo originario della Lombardia. La destinazione è l’aeroporto Aeritalia, di proprietà della Fiat, in uso al Ministero dei trasporti in attesa del completamento dello scalo di Caselle. L’arrivo è previsto attorno alle 17. Quando il velivolo raggiunge il cielo del capoluogo piemontese, il tempo è pessimo, piove a dirotto da giorni. Di solito, venendo da Savona, la rotta prevede l’aggiramento della Basilica di Superga (il colle è alto 675 metri), ma Meroni è costretto a scendere di quota per volare a vista e quando la vede in lontananza decide di passarvi sopra; poi le nuvole coprono tutto e quando vi si apre uno squarcio il pilota si trova di fronte il terrapieno e non ha il tempo di cabrare. L’aereo si schianta. Muoiono tutti; 18 giocatori, il generai manager Egri Erbstein, l’allenatore Leslie Lievesley, il massaggiatore Ottavio Cortina, il direttore generale Arnaldo Agnisetta, gli accompagnatori Ippolito Civalleri e Andrea Bonaiuti, oltre ai quattro membri dell’equipaggio: il pilota Pier Luigi Meroni, il suo secondo, Cesare Biancardi, il capo marconista Antonio Pangrazzi e il motorista Celeste D’inca.

LA RIVELAZIONE: PISTA DA SBALLO
Lo chiamano Mike, ma il suo nome è Istvan Mayer, un ragazzone ungherese arrivato nel 1947 a Bologna in fuga dall’Ungheria comunista e dal Ferencvaros. Ai tifosi emiliani è piaciuto subito per l’irruenza, ma da centravanti ha segnato poco, appena sei gol. In questa stagione l’avvento del nuovo tecnico, l’austriaco Toni Cargnelli, gli cambia la vita, spostandolo all’ala destra. Qui le sue fughe trascinanti si concludono con un poderoso “shoot” di destro che raramente dà scampo ai portieri. Quando “Mike” parte, il pubblico si scalda; quando sta per sferrare il tiro, la gente urla: «Pista!» e questo diventa il suo soprannome. Segna 21 reti in 28 partite, è la migliore ala destra del campionato e gli unici dubbi riguardano l’età: ufficialmente è nato a Budapest 25 anni prima, ma forse le primavere sono qualcuna di più. Tanto che non ripeterà più un simile exploit di gol che trascina il Bologna al quinto posto in classifica.

LA SARACINESCA: A QUALCUNO PIACE CALMO
Angelo “Nane” Franzosi tocca la maturità (27 anni) ed è un gran bel, vedere: voli da saltimbanco tra i pali, uscite in sicurezza. È il miglior portiere stagionale, tanto che viene scelto lui, nella prima partita azzurra due settimane dopo Superga, come numero uno della Nazionale della difficile ricostruzione. Non giocherà peraltro più in azzurro, frenato dal carattere, talmente apprensivo da valergli il soprannome “Camomilla”, affibbiatogli dai compagni per via delle bevande calmanti con cui suole placare l’ansia delle vigilie agonistiche. Cresciuto in una squadretta di Milano, la Diaz, entrò ragazzino nelle giovanili dell’lnter e qui venne cresciuto da Peruchetti e Zamberletti fino ai sontuosi esiti subito esibiti all’esordio, nel dicembre 1941 aBologna,che gli meritarono l’immediata promozione a titolare.

IL SUPERBOMBER: IL GOL È UNO ZINGARO
Istvan Nyers è apolide: nato in Francia (a Merlebach, nella Lorena) da genitori ungheresi, poi cresciuto a Budapest, dove si è rivelato buon mediano destro nella III K.T.V, finché un giorno il tecnico lo ha provato in allenamento in sostituzione dell’ala sinistra, fuori per malattia, facendogli calzare la sola scarpa sinistra per abituarlo al piede meno praticato; quando è sceso in campo, ha segnato tre reti e ha cambiato ruolo. Ha giocato in Jugoslavia, nel Subotica, poi nell’Ujpest e infine, da vero zingaro del pallone, è scappato dal regime comunista rifugiandosi a Praga nel Victoria Zizkov e da qui in Francia, allo Stade Français con Helenio Herrera. Ha Z 5 anni, nel campionato transalpino lo ha scovato il direttore sportivo dell’lnter, Giulio Cappelli, grande talent scout. Qualcuno teme il bidone, poi il ragazzo va in campo e lo scetticismo diventa entusiasmo. Al debutto contro la Sampdoria infila tre reti e diventa un idolo. Proverbiali le sue rimesse laterali, con gittata fino a quaranta metri: il 14 novembre, a Busto Arsizio, da metà campo pesca in area Lorenzi, che di testa batte Visco, portando in vantaggio i nerazzurri. A Milano fa la bella vita, in campo semina gli avversari con dribbling rapido e nervoso e poi lascia partire formidabili cannonate. Con 26 reti in 36 partite all’esordio in Italia è il re dei cannonieri. Realizzerà 133 gol in sei stagioni di Inter, conquistando due scudetti.



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Il Torino proclamato campione d'Italia postumo nel 1949, dopo la tragedia di Superga.


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