Serie A 1947-48 - Torino


Il Racconto


IL FILM: IL TORNEO DA RECORD
Il Torino, già fortissimo, rimpolpa il parco rincalzi con alcuni giovani prospetti: il mediano Cuscela della Lucchese, il terzino Tomà dello Spezia (Serie B) e il primo straniero, il bomber rumeno Fabian, autore l’anno prima di 13 gol in 13 partite nel Carmen Bucarest, che a giugno diventa Steaua, la squadra dell’esercito. Il Napoli importa il primo giocatore di pelle scura del campionato: l’uruguaiano Roberto La Paz, subito ribattezzato dai tifosi entusiasti “El negrito”. Il 14 settembre 1947 prende il via il campionato più lungo della storia del girone unico: la riammissione della Triestina impone 42 giornate complessive con 21 squadre, una delle quali a rotazione riposa ogni domenica. La Juventus parte a scheggia, con quattro vittorie di fila e primato in classifica, poi perde dall’Inter a Milano e viene raggiunta da Torino e Inter. I nerazzurri cadono a casa Lazio e i granata sono in testa da soli. Vengono raggiunti dal Milan all’ottavo turno e sono proprio i rossoneri, che il 25 gennaio battono il Torino in uno scontro appassionante, a conquistare il titolo d’inverno l’8 febbraio 1948, con 2 punti sui rivali. Il distacco sale fino a quattro lunghezze, poi alla venticinquesima il Milan perde in casa del Genoa e il Toro avvia la rimonta: in due turni raggiunge il Diavolo, alla trentesima lo stacca e grazie a sei vittorie di fila (tra cui il 10-0 da record all’Alessandria il 2 maggio) porta il vantaggio a nove lunghezze. La macchina da gol granata è campione d’Italia con ben 5 giornate di anticipo. Chiuderà con 16 punti di vantaggio! In coda, pollice verso per il Vicenza, cui nel finale si aggiungono nella caduta in B Alessandria, Salernitana e Napoli, quest’ultimo poi anche retrocesso all’ultimo posto per illecito. Intanto, in aprile, il concorso Totocalcio, gestito dalla Sisal e diventato la grande passione degli italiani che vi affidano i propri sogni, è passato al Coni: la schedina del pallone diventa la fonte di finanziamento di tutto lo sport italiano.

I CAMPIONI: LA MACCHINA PERFETTA
Quello che surclassa ogni avversario è forse il Torino più forte di tutti i tempi. Una macchina perfetta, che dopo il rodaggio dell’andata macina gol e primati fino a chiudere con la difesa più impermeabile, l'attacco più prolifico (125 gol, una media superiore a 3 a partita!) e il distacco dalla seconda più alto di ogni epoca. Roberto Copernico, titolare di un negozio di camicie nel capoluogo piemontese, viene nominato Direttore tecnico dal presidente Ferruccio Novo, di cui è il braccio destro; è lui a guidare la squadra assieme al nuovo allenatore Mario Sperone. La formazione titolare, basata stabilmente sul “Sistema”, è sempre la stessa, ma le varianti - provocate soprattutto dagli infortuni - dimostrano che pure i rincalzi sono all’altezza: Bacigalupo in porta, protetto da Ballarin e Maroso, che causa ricorrente pubalgia colleziona meno presenze del suo sostituto, l’ottimo Tomà; Rigamonti chiude da stopper il reparto difensivo; a centrocampo, il solito quadrilatero, con Grezar e Castigliano (o Martelli, formidabile rincalzo che quasi appaia il titolare come numero di partite) mediani, Loik e Mazzola interni. In attacco, Menti all’ala destra, Gabetto centravanti e Ferraris II ala sinistra in avvio, poi sostituito da Ossola, mentre Fabian si rivela ottima alternativa nei tre ruoli, collezionando 9 reti in 15 partite. In tutto, per le quaranta gare del campionato -dal 14 settembre al 4 luglio - appena 15 giocatori impiegati. Ulteriore primato di una squadra che coniuga forza atletica, impeto agonistico e classe in una miscela cui manca un fronte internazionale per dimostrarsi probabilmente la più forte del mondo.

I RIVALI: IL MOMENTO DEL BIGOGNO
Umberto Trabattoni, già commissario straordinario prima della guerra, ha assunto la presidenza del Milan con rinnovate ambizioni, affidandone la gestione al genio di Toni Busini, Direttore tecnico che nell’estate del 1946 sostituisce l’allenatore Baloncieri con Giuseppe Bigogno e attua una giudiziosa campagna di mercato; grazie soprattutto agli ingaggi di Burini (Palmanova), Degano e Raccis (Livorno), Gratton (Monfalcone) e Piccardi (Fiorentina), la squadra viene rivoluzionata. Fedele al “Sistema", che è ormai la tattica più diffusa nel campionato, il tecnico propone Rossetti in porta, Gratton e Piccanli terzini, Toppan o Foglia stopper; a centrocampo, Bonomi e Tognon mediani, Annovazzi e Raccis o Burini interni. In attacco, ai formidabili Puricelli e Carapellese si aggiunge sulla fascia destra la qualità di Degano. La squadra propone un ottimo calcio e domina la prima metà del torneo, ma nel girone di ritorno cede di schianto all’approssimarsi della primavera. Bigogno impiega 19 giocatori, i rincalzi non si dimostrano all’altezza dei titolari e il gruppo chiude sfiancato a una distanza siderale dal Torino, che pure aveva battuto nello scontro diretto del girone d'andata.

IL TOP: ESTERNO D’ESTRO
Fu campione assoluto. Romeo Menti, la quintessenza della grande ala d’attacco. Forte fisicamente, rapido, guizzante nel palleggio, rotondo nel cross, micidiale nelle conversioni a rete, cecchino sui calci piazzati. Era nato a Vicenza il 5 settembre 1919, nel Vicenza era cresciuto fino a infilare 21 reti in Serie C a 19 anni, guadagnandosi l’ingaggio della Fiorentina, allora in Serie B: di Firenze e della squadra si innamorò a vita, trascinando i compagni all’immediata promozione, poi nelle due stagioni successive conquistando la Coppa Italia e quindi proponendosi con 18 gol in 29 partite come uno dei massimi bomber esterni del campionato. A quel punto - 1941 - su di lui piombò Novo, portandolo in granata. Quando il gioco del Toro divenne la poderosa macchina di Loik e Mazzola, l’ala veneta imparò anche a spremersi in fase difensiva sulla fascia, diventando fuoriclasse assoluto. Durante la guerra giocò a Milano, dopodiché tornò all’amata Viola, da cui il Torino lo riprese nel 1946 per fame la riserva del funambolico Ossola. Pozzo lo stimava a tal punto da farlo debuttare in azzurro nell’aprile del 1947, trascurando invece il compagno. Nel campionato successivo Menti era titolare inamovibile e disputava un torneo strepitoso, col record personale di reti in granata (16). Ormai colonna dello squadrone, ne avrebbe condiviso la tragica sorte l’anno dopo: quando, salito sul colle di Superga per lo straziante compito del riconoscimento dei caduti, Vittorio Pozzo lo avrebbe individuato per primo, grazie al distintivo della Fiorentina che ancora portava sulla giacca. A lui sono intitolati gli stadi di Vicenza e Castellammare di Stabia.

IL FLOP: IL CALCIO DEL MULATTO
Non giova, al Napoli, la vacanza in patria degli ex bolognesi Andreolo e Sansone, rispettivamente colonna in campo e allenatore del club partenopeo, nell’estate del 1947. In Uruguay i due visionano talenti, ne scremano cinque e ne ingaggiano alla fine tre, su incarico del presidente Pasquale Russo. Sono il terzino Candales, il centromediano Cerilla e l’attaccante mulatto La Paz, un lungagnone virtuoso di cui il pubblico si innamora alle prime prove invocandolo in campo. Purtroppo i primi due si rivelano bidoni autentici e il terzo un esile giocoliere subito impegnato più sul fronte delle conquiste femminili che su quello dell’allenamento. Ne nasce una stagione disgraziata per la squadra azzurra: dopo cinque giornate, la panchina passa ad Attila Sailustro e da quella successiva a Giovanni Vecchina, poi dalla diciassettesima ci prova Arnaldo, il secondo dei fratelli Sentimenti. Niente da fare. La terzultima partita è decisiva: il Napoli perde a Milano dall’Inter e l’arbitro Bonivento viene assediato negli spogliatoi per l’annullamento di un gol di La Paz e le espulsioni di Barbieri e del tecnico partenopeo. Dopodiché emerge il gran biscotto della partita vinta due domeniche prima sul campo del Bologna, illecito che porta alla platonica retrocessione all’ultimo posto, dopo che quella in B è già stata “conquistata” sul campo.

IL GIALLO: REGALO DI NOZZE
Una brutta storia di “ex”, parenti e affini, esplode dopo il sorprendente successo dell’inguaiatissimo Napoli (quart’ultimo) sul campo del Bologna (sesto) il 6 giugno 1948, grazie a un gol allo scadere di Krieziu. L’inchiesta sul match, avviata in un generale clima torbido (si parla di partite comprate e vendute a tappeto lungo tutta la penisola), appura che tre settimane prima il centrocampista azzurro Ganelli ha incontrato il suo collega di ruolo rossoblu Arcari IY in procinto di sposarne una sorella della moglie, e come regalo ha chiesto una mano per la salvezza della propria squadra in occasione dell’imminente confronto di campionato. La faccenda si è poi trasferita ai piani alti, per la precisione a Giuseppe Muscariello, commissario straordinario del Napoli, e a Paolo “Pippone” Innocenti, dirigente operativo partenopeo nonché ex giocatore del Bologna. Il processo si chiude rapidamente dopo la fine del campionato: e se per il Napoli ormai retrocesso la condanna all’ultimo posto è puramente formale, non altrettanto si può dire per Muscariello e Innocenti, inibiti a vita (ma il primo verrà poi riqualificato) così come Ganelli; con lievi squalifiche se la cavano Arcari IV (3 mesi), Barbieri, Cappello eTaiti (2 mesi).

LA RIVELAZIONE: ALABARDA SPAZIALE
Storico boom per la ripescata Triestina, che si piazza addirittura seconda, in felice compagnia, alle spalle del Grande Torino. Il merito è soprattutto di una... battuta del presidente Leo Brunner: a tutti è sembrata tale l’offerta della panchina per la stagione successiva, durante la festa per la A ritrovata, a Nereo Rocco, grande ex dell’alabarda impegnato al momento come giocatore-allenatore in C con la Libertas Trieste. Rocco, il cui principale impegno è ormai la gestione della macelleria di famiglia, ha accettato con una risata e si è messo a lavorare con la supervisione di un allenatore “vero”, Bepi Girani. Sembrava una specie di esperimento goliardico, invece il nuovo tecnico appena calatosi nella parte ha preso a divertirsi. Il presidente al mercato gli ha procurato il centravanti Ispiro, mestierante della Lazio, due “ex” un po’ attempati, Tosolini e Trevisan, e poco altro e dunque tutti considerano la sua squadra una aspirante cenerentola: così, studiando tattica e avversari, è un vero gusto mettere nel sacco gli squadroni. Ricordando le proprie esperienze nel Padova in B a fine carriera, Rocco propone un undici copertissimo in difesa che fa storcere il naso agli esteti, ma risulta quasi imperforabile. Con Striuli in porta, il terzino destro Blason a spazzare l’area da libero ante litteram, il mediano Zorzin e il terzino sinistro Radio a presidiare le fasce da perfetti “mastini”, il centromediano Sessa sul centravanti, il mediano Giannini con l’interno Trevisan davanti alla difesa, l’altra mezzala Tosolini alle spalle dei tre attaccanti Rossetti, Ispiro e Begni, la Triestina segna pochissimo rispetto alla concorrenza (51 reti), ma coglie tanti pareggi e alla fine guadagna la palma di rivelazione del torneo.

LA SARACINESCA: COSTRUITO SULLA SABBIA
Ha appena 23 anni, Valerio Bacigalupo, eppure quando Vittorio Pozzo, nel dicembre del 1947 contro la Cecoslovacchia, lo fa debuttare in Nazionale, lo giudica «il più positivo e regolare dei nostri portieri». Il mestiere, d’altronde, il ragazzo se lo è trovato in casa: è il più giovane di una nidiata di undici figli, di cui otto maschi, cinque calciatori, il terzo dei quali, Manlio, più vecchio di 17 anni, è stato grande guardiano del Genoa. Grazie ai suoi insegnamenti e agli allenamenti sulla sabbia nello stabilimento balneare di famiglia sulla spiaggia di Vado Ligure, Valerio vanta riflessi prodigiosi e caviglie d’acciaio che fanno scattare le sue gambe come molle. Nasce calcisticamente nel Vado, comincia tra i dilettanti nella Cairese e a 18 anni si fa notare come titolare nel Savona in B, stagione 1942-43. Dopo la guerra passa al Torino e in granata i tecnici ne limano la tecnica sino a fame un grande estremo difensore. L’ultimo dello squadrone granata a esordire in azzurro, uno dei più giovani a perire nella sciagura di Superga, a soli 25 anni.

IL SUPERBOMBER: I GOL DELLA BANDIERA
Per il suo ventesimo compleanno, Giampiero Boniperti si regala il titolo di capocannoniere della Serie A: e poco importa che quel giorno, il 4 luglio 1948, la sua Juve, ormai con la testa alle vacanze dopo l’interminabile campionato, le buschi pesantemente in casa dalla Pro Patria. Ciò che conta è che è nata una stella, una delle più brillanti della storia. Perché il ragazzo nato in campagna, a Barengo in provincia di Novara, e segnalatosi sul campetto del collegio De Filippi di Arona e poi nei tornei estivi col Barengo, è un fuoriclasse. L’ha scovato un amico di famiglia, il dottor Perrone, che lo ha segnalato alla Juve, dove Farfallino Borei ne ha subito intuito le doti del campione. Il ragazzo possiede naturale eleganza di palleggio, la “castagna” del bomber, ma anche l’assist carezzato per il compagno; vede il gioco da interno e lo finalizza da centravanti, in pratica può giocare in tutti i ruoli di attacco. E ha pure l’apparenza che inganna: mimetizza la tempra dell’agonista sotto lineamenti da attore e capelli biondi morbidamente ondulati che hanno suggerito al “veleno” di Benito Lorenzi un maligno soprannome: Marisa («Eravamo nello spogliatoio in Nazionale» ricorderà il centravanti toscano, «Giampiero aveva appena vent’anni, era bellino, biondo, poco peloso, quasi efebico. “Che fisico da Marisetta” gli dissi ridendo. Poi siamo diventati grandi amici»). Il nuovo superbomber del torneo è un leader naturale che solo con la maglia azzurra non riuscirà ad avere un rapporto compiutamente felice, sballottato dal ruolo di attaccante puro a quello di interno e persino di ala. Diventerà la bandiera della Juventus - 444 presenze e 178 gol in quindici campionati, cinque scudetti e due Coppe Italia - prima di diventare dirigente e poi presidente del club bianconero, nel periodo più vincente della sua storia.



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Il Grande Torino campione d'Italia


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