Serie A 1946-47 - Torino


Il Racconto


IL FILM: PIEMONTE PREMI
L’Italia cambia. Il 2 giugno 1946, con un referendum, il popolo ha deciso per la repubblica, chiudendo la lunga pagina della monarchia, ed eletto i membri della Costituente, deputati a scrivere la nuova carta costituzionale. Anche nel calcio si è tornati ufficialmente alla democrazia, con l’Assemblea generale della Figc, dal 14 al 16 maggio 1946. E stato eletto presidente Ottorino Barassi, numero uno anche dell’appena istituito Consiglio federale, e si è deciso che la Serie A sarà a 20 squadre a girone unico, mentre la B ne avrà tre. Quanto alla composizione del massimo torneo, si fa nuovamente riferimento all’edizione 1942-43: vengono dunque iscritte le 16 di quel torneo, più l’Alessandria, vincitrice del girone A del Campionato Alta Italia misto B-C 1945-46, nonché Modena, Brescia e Napoli, le prime tre classificate della Serie B 1942-43, anche se per regolamento solo le prime due avrebbero conquistato la promozione, mentre la Sampdoria neo costituita sostituisce il Liguria (dalla cui fusione con l’Andrea Dona è nata la nuova squadra, con maglia blucerchiata). Le norme perii trasferimento dei giocatori prevedono la riapertura delle frontiere: gli stranieri riprendono ad affluire nel nostro calcio.
Il Bologna è la sorpresa iniziale del campionato, mentre il Torino campione è attardato da un avvio lento. Gli emiliani, al comando solitario della classifica dalla quinta giornata, vengono raggiunti in testa dalla Juventus alla decima e anche dal Torino la domenica successiva. Poi è duello tutto torinese: i granata riprendono la testa, i bianconeri li raggiungono alla diciassettesima giornata e il 2 febbraio sono campioni d’inverno con un punto di vantaggio; terzo è il Modena, squadra rivelazione. Il Torino attua il sorpasso alla ventunesima, due domeniche dopo allarga a tre i punti di vantaggio e vince lo scudetto con tre turni di anticipo, chiudendo con distacchi clamorosi: 10 punti sulla Juve e 12 sul Modena. In coda, pollice verso per Brescia, Venezia e Triestina, quest’ultima poi ripescata per motivi "patriottici”.

I CAMPIONI: LA CORAZZATA
La campagna acquisti del Torino arricchisce un gruppo già fortissimo: dalla Fiorentina torna l’ala Romeo Menti II, strepitosa alternativa a Ossola (tanto da esordire in Nazionale facendo la riserva in granata), dal Brescia arriva Danilo Martelli, campione di eclettismo, dal Novara il terzino Francesco Rosetta, destinato a diventare uno dei migliori difensori italiani. Luigi Ferrero schiera Bacigalupo tra i pali. Ballarin e Maroso terzini esterni, Rigamonti stopper; poi i mediani Grezar e Castigliano e gli interni Loik e Mazzola a centrocampo e in attacco Ossola o Menti II e Ferraris II esterni ai lati del centravanti Gabetto. La squadra carbura a poco a poco, poi raggiunge una maturità di gioco travolgente, fino agli abissali distacchi della fine del campionato, testimonianza di una superiorità schiacciante su tutta la concorrenza. Un dato solo: 104 reti realizzate in 38 partite, quasi tre a gara, 21 in più della Juve seconda classificata, e appena 35 subite. Una squadra che è una corazzata.

I RIVALI: IL RITORNO DEGLI AGNELLI
Imponente il rinnovamento della Juventus nell’estate del 1946. Arrivano i primi due stranieri del dopoguerra, i cecoslovacchi Cestmir Vycpalek, interno di morbida classe (sopravvissuto a sette mesi di internamento a Dachau) c il dotato attaccante Julios Korostelev, peraltro aduso al ritmo cadenzato del calcio danubiano. Poi Mario Astoni, bomber che ha latto sfracelli in C nella Spai, e un paio di ragazzi da scintille: il centravanti Giampiero Boniperti e la minuscola ala Ermes Muccinelli. A guidare il gruppo viene chiamato dall’Argentina il grande ex Renato Cesarmi, che dimostra subito notevoli capacità. Schiera Sentimenti IV in porta, Vicich e Varglien terzini, Parola stopper, Depetrini e Locatelli mediani, Vycpalek e Candiani interni, Sentimenti III, Piola e Korostelev in attacco. L’airone Piola appare un po’ arrugginito e spesso retrocede a interno alternandosi a Vycpalek: il suo posto viene preso in prima linea dal sorprendente Astorri, che va in gol 17 volte, exploit che non avrà seguito. I bianconeri contrastano alla grande la marcia del Toro nella prima metà del torneo, prima che il ritmo granata diventi insostenibile. Svolta storica dopo la fine del campionato: il 22 luglio 1947, dopo le dimissioni di Piero Dusio, assume la presidenza del club Gianni Agnelli, figlio di Edoardo e nipote del senatore Giovanni, spentosi il 16 dicembre 1945.

IL TOP: L’ESCLUSO ECCELLENTE
A 17 anni, Franco Ossola faceva già il fenomeno nel Varese, in Serie C. A fine stagione, nell’estate del 1939, Antonio Janni lo portava al Torino: un baby campione con piedi brasiliani, un attaccante tutto finte e finezze cui mancava solo di irrobustirsi fisicamente per fare la differenza anche in Serie A. La sua vicenda in granata è singolare: già alla seconda stagione, con 14 reti in 22 partite, il ragazzino si librava tra i migliori della squadra, eppure non sarebbe bastato nei campionati successivi per avere il posto assicurato, perché con due fenomeni come Menti II e Ferraris II alle ali era quasi impossibile giocare sempre. In più, Franco Ossola resterà l’unico dei campionissimi granata a mancare la convocazione in Nazionale: troppo “frillo” per Pozzo, che pure aveva amato il cesellatore Cesarmi? Mah, difficile spiegare perché per il Ct, vecchio cuore granata, ci sia sempre stata una preclusione per il funambolo varesino, tanto abile nelle giocate raffinate quanto spietato goleador di rapina. In questo campionato, il suo superbo finale è tra gli ingredienti del volo inarrestabile della squadra che la porta a un distacco abissale nei confronti degli avversari.

IL FLOP: PACCO PERBACCO
Si riaprono le frontiere ed ecco pronti i campioni. Venghino, signori, venghino. Un tale Tilgher, millantandosi talent scout argentino, convince il presidente dell’Inter, Rinaldo Masseroni, a concludere l’affare del secolo: cinque stelle sudamericane, in blocco, a prezzo ragionevole. I presunti assi arrivano a Genova in piroscafo e a vederli, alla stazione di Milano, tanno un po’ pena: l’aspetto un po’ sciupato, le facce smunte da fame arretrata. Sono gli interni argentini Elmo Bovio, proveniente dal Penarol, e Alberto Paolo Cerioni, dal Nacional Montevideo; e tre uruguaiani: Luis Alberto Pedemonte, difensore, dal Liverpool Montevideo, Tomas Luis Volpi, ala, dal Wanderers Montevideo, e Bibiano Zapirain, ala pure lui, dal Nacional. Un quintetto di bidoni, basta poco per accorgersene. Bovio porla il basco e si allena con la sigaretta in bocca; Cerioni ha buon tocco, ma è lento e pauroso; Volpi non è né carne né pesce; Pedemonte, un gigante, eccelle soprattutto a tavola; solo Zapirain si rivela calciatore, capace persino qualche volta di andare a rete. Morale: il trio Bovio-Cerioni-Volpi ai primi di febbraio una notte scappa da Milano per tornare oltreoceano. Pedemonte se ne andrà a fine stagione, mentre Zapirain resterà e con 11 reti la stagione successiva si confermerà l’unico discreto del monumentale “pacco” rifilato al club nerazzurro.

IL GIALLO: ALABARDA SPECIALE
La Triestina totalizza solo 18 punti e retrocede in B. Anzi, no. Cosa accade? “La bella vagabonda” del campionato, come la definisce Bruno Roghi, vive un torneo da incubo. Trieste e tutta la Venezia Giulia sono occupate dalle truppe alleate e da quelle della Jugoslavia, che vorrebbe annettersi il territorio, tanto che, subito dopo la guerra, ha creato pure una nuova squadra: l’Amatori Ponziana, impegnata nel campionato jugoslavo per sostenere un’alternativa all italianità della città anche in campo calcistico. Quando parte la Serie A, la Triestina prova invano a vivere una parvenza di normalità: il GMA (governo militare alleato) non vuole guai e per prevenire incidenti comincia a vietare le partite degli alabardati, che prima ottengono l’inversione del campo - con risultati catastrofici sul piano della classifica - e poi trovano ospitalità a Udine. Nel primo turno a Torino un arbitraggio scandaloso ha sottratto ai giuliani la vittoria clamorosa contro i granata e per gli incidenti accaduti Blason, pilastro della difesa, è stato squalificato prima a vita e poi per tutto il girone d'andata. Per farla breve: a fine torneo l’alabarda si ritrova ultima, con destinazione cadetta. Trieste però è nel cuore di tutti gli italiani e il 29 luglio 1947, in occasione dell assemblea nazionale della Federazione, la perorazione per il suo ripescaggio trova terreno favorevole, tanto che la relativa mozione ottiene l’unanimità dei consensi, compresi quelli delle altre due condannate alla B, Venezia e Brescia. Così si decide che «in considerazione delle particolari difficoltà che ha dovuto superare la Triestina per cause indipendenti dalla propria volontà e soprattutto tenendo conto del valore morale e simbolico che la squadra di Trieste ha per tutti gli sportivi italiani» gli alabardati vengono “ripescati” in Serie A, con allargamento a 21 squadre del campionato successivo.

LA RIVELAZIONE: IN NOME DEL PEPE RE
Tra i propri assi, il grande Torino avrebbe potuto avere anche lui, Riccardo Carapellese, visto che quel granello di pepe si era trasferito prestissimo in Piemonte da Cerignola, in provincia di Foggia, e col suo dribbling fulminante era approdato nelle giovanili granata. Ma i tecnici non avevano creduto in lui, e nel 1941, all’età di 19 anni, dovette ricominciare da capo, a La Spezia in Serie B. Dopo la guerra, il Como e il Novara nella Coppa Alta Italia, con risultati discreti e niente più. Nell’estate del 1946 lo ha preso il Milan e sono scoppiati i fuochi d’artificio: il ragazzo ha l’argento vivo addosso, semina gli avversari come birilli e fulmina i portieri, 20 reti in 36 partite dicono che in Italia c’è un nuovo, grande attaccante esterno. Il suo caratterino è facile a infiammarsi, proprio come il suo palleggio che sembra una sequenza dì lampi d’ira e sornione sterzate di quiete. Il Milan, tornato in zona nobile, ringrazia, e sia pure con qualche ritardo lo farà pure Vittorio Pozzo.

LA SARACINESCA: GRAN RISERVA
Non passa precisamente per un fenomeno, il ventiquattrenne Ivano Corghi, portiere del Modena arrivato in Emilia nell’estate del 1946 dal Palermo, eppure è lui il meno battuto della Serie A: appena 24 reti incassate in 36 presenze. Fa parte del gruppetto di splendidi interpreti pescati in estate tra serie minori (Remondini, Romani) e retrovie di A (Cassani e Del Medico dall’Atalanta, Zecca dal Torino) dal neo presidente Adolfo Orsi in pieno accordo col confermato allenatore Alfredo Mazzoni, scottato dai due belgi presi in prova - Gillaux e Thirifays - e sonoramente bocciati. I canarini volano soprattutto grazie a una difesa d’acciaio, in cui il piccolo Corghi si libra come un ballerino nonostante la partenza da riserva. Mazzoni infatti gli preferisce in avvio il giovane Corazza, arrivato dal Riccione, poi dopo due partite cambia idea e se il nuovo guardiano non è sempre perfetto quanto a fondamentali, l’agilità e la reattività da saltimbanco ne fanno un imbattibile baluardo. Purtroppo la sua vita felice verrà incrinata da un serio infortunio nella seconda stagione in Emilia.

IL SUPERBOMBER: L’UOMO Da SEGRETO
Chi abbia ancora dubbi sulla dimensione di fuoriclasse a tutto tondo di Valentino Mazzola viene servito: da interno di centrocampo, il trascinatore granata si concede il lusso di vincere a mani basse la classifica cannonieri, rifilando distacchi abissali ad attaccanti patentati come Puricelli, il compagno Gabetto, l’emergente doriano Baldini. Il fatto è che l’asso di Cassano d’Adda nelle giornate di piena è inarrestabile, una furia che tracima in area di rigore, dove il suo tiro al tritolo e le conclusioni in acrobazia istigate dalla formidabile elevazione ne fanno un’arma letale. Dicedi lui la quercia Rigamonti, perno centrale della difesa: «La forza del Toro? Non è un segreto: è Valentino Mazzola. Quando lui si mette a urlare vinciamo qualsiasi partita, anche se manca un minuto alla fine, lo sono un brocco e mi arrangio come posso; ma di Mazzola ce n’è uno solo e forse non ce ne sarà un altro neppure in cento anni». Peccato che in Nazionale l’incanto si inceppi, forse per un’ insospettabile scoizetta di emozione che annacqua i 1 cocktail del campione impedendogli di brillare a tutto tondo come in maglia granata.



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Una formazione dei granata campioni


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