Serie A 1945-46 - Torino


Il Racconto


IL PALLONE DELLA PACE
Il 29 aprile 1945 la resa incondizionata delle truppe tedesche in Italia vi chiude le ostilità dopo quasi cinque anni. Il giorno prima, Benito Mussolini è stato giustiziato da un gruppo partigiano a Giulino di Mezzegra, presso Dongo (provincia di Como). La grande tragedia si è compiuta. Resta un Paese in macerie stremato dalla fame e dalle privazioni. Nell’ultimo periodo - da luglio a novembre 1944 - la Federcalcio è stata retta da Fulvio Bernardini in veste di commissario. Nell’estate del 1945 gli succedono Ottorino Barassi, reggente della Figc romana, e Giovanni Mauro, commissario per l’Alta Italia, entrambi eletti dai rappresentanti delle società.
Il Paese è rimasto spezzato in due, sicché nel momento di riorganizzare il calcio occorre tener conto delle difficoltà di comunicazione tra il Nord e il Centro-Sud. Su proposta di Barassi, vengono pertanto allestiti due gironi. 11 campionato Alta Italia comprende 14 club di Serie A, quello del Centro-Sud 11 squadre, cinque di A e sei di B (Anconitana, Bari, Napoli, Palermo, Salernitana, Siena). li riferimento è al torneo 1942-43, con l’aggiunta delle “nuove” Andrea Doria e Sampierdarenese in quota alla massima divisione al posto del Liguria, all’epoca retrocesso. Al termine, le prime quattro classificate di entrambi i campionati daranno vita al girone finale per l’attribuzione del titolo tricolore. Non si prevedono retrocessioni. Nonostante l’inevitabile sproporzione dei valori tecnici, l’identico numero di finaliste garantisce l’unità del torneo, il primo ufficiale dopo due anni. Le sue statistiche, va soggiunto essendo tornato d’attualitàl’ar-gomento per via del computo dei gol di Piola, vanno escluse da quelle generali del campionato a girone unico, ma non certo in generale da quelle “ufficiali”, come vorrebbe una impropria tradizione, a meno di cancellare dall’albo d’oro (senza alcun fondamento) il relativo scudetto.

DOPO LA TEMPESTA
Si torna alla normalità e sul numero speciale de Il Calcio Illustrato, in uscita nell’ottobre del 1945, Massimo Della Pergola (giornalista “padre” del Totocalcio, cui arriderà una immediata fortuna) scrive: «Torna il calcio. Torna a noi, dopo la bufera che ha imperversato in tutto il mondo. Si riprende, e anche nel ritorno del campionato si può individuare un segno della ricostruzione alla quale tutti dobbiamo tendere con ogni forza. Il campionato riprende in un momento speciale, quando ancora fumano le molte macerie e dolgono le tante ferite dell’umanità. Nella sofferenza generale, nel buio lasciatoci in eredità da chi ci ha condotti alla rovina e nell’abisso, lo sport fa filtrare un raggio di luce. Oggi, più che mai, abbiamo bisogno anche di quel po’ di luce che lo sport emana, per distrarre il depresso spirito e per convincerci, una volta di più, che soltanto negli stadi gli uomini possono lottare».
E ancora: «Faticoso è stato il periodo di preparazione che pur ha trovato le società desiderose di non risparmiare lo sforzo per essere puntuali alla partenza. In molti casi c’era tutto da rifare: dal campo alla squadra, dall’attrezzatura tecnica a quella finanziaria. Eppure si è provveduto e i casi di assenza sono stati ridottissimi e limitati in ogni caso alle divisioni inferiori. La divisione tra Nord e Sud, scomparsa nel 1926, ha fatto la sua necessaria riapparizione, ma sarà di breve durata. Il torneo calcistico tornerà a essere unico e a carattere nazionale non appena le migliorate condizioni dei trasporti lo permetteranno. Per ora, è già molto che si possa cominciare. Nonostante l’aumento enorme dei prezzi, che rende carissima la semplice creazione di un guardaroba calcistico o la manutenzione d’uno stadio, nonostante le distruzioni che obbligano gli atleti a lunghi e faticosi viaggi da compiere con mezzi non sempre comodi, il campionato comincia con cronometrica puntualità».

IL VUOTO SPINTO
Quanto alle forze in campo, va considerato un dato significativo: le perdite tra i calciatori già in attività risultano inferiori rispetto al primo conflitto, ma la grande strage ha provocato un vuoto generazionale di cui il calcio italiano pagherà le conseguenze negli anni a venire, sintetizzerà nelle sue memorie Vittorio Pozzo: «Quando la grande, inutile strage ebbe finalmente termine, e ognuno degli interessati fece ritorno a quella che era la base calcistica d’anteconflitto, e nel lavoro di ricostruzione si cercò di ricostituire le squadre, allora emerse in tutta la sua importanza il fenomeno dell’assenza materiale dei giovani. Per anni, non era più affluito sangue nuovo nel corpo. Nei quadri del grande esercito dei calciatori mancavano le leve di quattro, cinque stagioni. Un vuoto, che era un piccolo baratro, si presentava in fatto di disponibilità di elementi, a coloro che si accingevano all’opera di ricostruzione tecnica».
Cosi, il 14 ottobre 1945, con la prima giornata del campionato Alta Italia, l’agonismo rinasce sui campi di calcio. Commenta Bruno Roghi: «Un campionato è una piccola cosa, se lo si rapporta a tutto il complesso della vita sociale.
Ma è una piccola cosa che mobilita milioni di persone, e dona ad esse le domeniche dell’aria aperta e dell’ottimismo fecondo. È una piccola cosa che fa un gran bene».

IL FILM: MOLE P0SITI0N
Il campionato Alta Italia vede l’Inter (anzi, Internazionale, essendo il club nerazzurro tornato alla sua denominazione originale, come il Genoa e il Milan) dominare il girone d’andata, chiuso con un punto di vantaggio sul Torino e due sulla Juventus. I granata raggiungono gli avversari nella prima di ritorno, li staccano alla sedicesima e vengono di nuovo appaiati. L’inter si isola in testa a due turni dalla fine, poi perde lo scontro diretto e quello conclusivo in casa contro la Triestina, lasciando il primato agli avversari, con 3 punti di vantaggio; si qualificano per il girone finale anche la Juventus e il Milan, vincitore dello spareggio per il quarto posto col Brescia. Nel Centro-Sud, l’andata si chiude con Napoli, Roma e Bari in testa, nel ritorno i capitolini prendono il comando, seguiti dai partenopei. Napoli e Bari chiudono al comando, seguiti da Roma e Pro Livorno, ugualmente qualificati alla fase finale.
Il Torino vi domina all’inizio, poi trova un degno rivale nella Juventus, che raggiunge in testa i “cugini” al nono turno, li stacca al dodicesimo e ne viene raggiunta alla penultima giornata. Suspense totale nella città della Mole: il 28 luglio i bianconeri pareggiano a Napoli, mentre i granata strapazzando la Pro Livorno (9-1) si confermano campioni. Il divario tra le due Italie è fotografato impietosamente dalla classifica, nella quale le quattro rappresentanti del Centro-Sud occupano i posti dal quinto all’ottavo.

I CAMPIONI: MACCHINA AVANTI
Rispetto all’ultima versione “ufficiale” anteguerra, il Torino presenta cinque grandi novità: il portiere Bacigalupo, arrivato dal Genoa, i terzini Ballarin (dal Venezia) e Maroso (rientrato dal prestito all’Alessandria), i mediani Casigliano (dallo Spezia) e Rigamonti (dal Lecco). Un pokerissimo d’assi che completa al meglio il mosaico dello squadrone, schierato senz’altro dal tecnico Luigi Ferrerò secondo il Sistema, a costo di imbarcare acqua a catinelle nelle giornate di scarsa vena (vedi il 2-6 in casa dell’Inter). Ecco il magico undici: Bacigalupo in porta, Ballarin e Maroso terzini laterali, Rigamonti centrale, i mediani Castigliano e Grezar a costituire con gli interni Loik e Mazzola il quadrilatero di centrocampo e in attacco (dove manca Menti II, approdato alla Fiorentina) il raffinato Ossola e il guizzante Ferraris II esterni, con Gabetto centravanti. Una formidabile macchina da calcio irresistibile nelle giornate di vena, che vince il titolo realizzando ben 108 reti nelle 40 partite complessive della stagione e subendone appena 32.

I RIVALI: DUE CON
La Juventus si arricchisce di due Campioni del Mondo per tornare ai vertici: il mediano Locatelli, acquistato dal Brescia, e il centravanti Piola, che non ha trovato l’accordo economico con la Lazio. La allena Angelo Mattea, che dispone Sentimenti IV in porta, Varglien II e Rava terzini, il formidabile Parola centromediano, Depetrini e Locatelli mediani. Borei II o l’eclettico Magni (giocherà in carriera in tutti gli undici ruoli del calcio) e Coscia interni, Sentimenti III, Piola e Spadavecchia o Coni nel trio d’attacco. La squadra veleggia nelle posizioni di immediato rincalzo alla vetta nel torneo iniziale, poi nella seconda parte del girone finale contende lo scudetto al Torino fino al pareggio nell’ultimo turno sul campo del Napoli.

IL TOP: L’ASSO NELLE MANICHE
Scegliamo lui, Valentino Mazzola, come simbolo del successo del Torino che getta un ponte con i campionati anteguerra. È il più forte giocatore italiano, ormai vicino a una rigogliosa maturità che ne sublima la completezza. Uomo ovunque, interno d'assalto, leader. Quando in partita si tira su le maniche, è il segnale che la squadra deve lanciarsi in avanti, abbandonando ogni calcolo. Lui più d’ogni altro personifica lo spirito granata, spronando il pubblico ammassato nel piccolo stadio Filadelfia ad affiancare gli atleti nella riscossa di un Paese piegato ma pronto a risorgere. Con la sua grandezza, i muscoli spropositati, lo spirito indomabile, la grinta del capitano cui i compagni guardano nel momento della tempesta, Valentino Mazzola è il degno simbolo del calcio italiano che rinasce dalla catastrofe della guerra.

IL FLOP: TOSCANI BASTONATI
Se il Torino riprende dopo la parentesi bellica là dove aveva chiuso, cioè in testa, pressoché opposto destino tocca ai rivali dell'ultimo campionato ufficiale prima della sospensione. Tornata alla denominazione originale, la Pro Livorno è in gran parte la stessa, ma la magica chimica del 1942-43 è scomparsa. La squadra si qualifica al girone finale grazie al quarto posto, poi crolla fino all’umiliante 1-9 in casa dei granata all’ultimo turno. Ben poco è servito il cambio di allenatore, con il defenestramento di Enrico Carpitelli e il ritorno di Ivo Fiorentini, il “mago” del secondo posto. L’attacco patisce il crollo nel girone finale di Raccis e Piana, a centrocampo il trentenne Stua denuncia un fatale logorio. Una stagione no.

IL GIALLO: LA STORIA DEL CALCIONE
È il clima di pacificazione generale del dopoguerra (nel calcio, ché altrove si vanno invece regolando sanguinosamente conti vecchi e nuovi) a portare alla soluzione il giallo che prima della sospensione bellica ha minacciato di stroncare la camera ad Amedeo Amadei, fresco campione della Roma. Si tratta del “calcione” rifilato al guardalinee Massironi durante la burrascosa semifinale di Coppa Italia del 23 maggio 1943 a Torino. Nel giudizio sportivo che ne era seguito, il giudice aveva squalificato a vita Amadei. espulso in quanto indicato dal guardalinee come l’autore dell’aggressione fisica. In realtà, il giovane attaccante giallorosso, una delle più fulgide promesse del calcio italiano, era riuscito a convincere il magistrato di non essere l’autore del gesto, ma era stato ugualmente condannato in quanto rifiutatosi di fare il nome del colpevole. Amadei aveva poi confidato di non essersela sentita di denunciare il sospettato numero uno, il compagno Andreoli, non essendo certo della sua colpevolezza. Un atto di lealtà premiato dall’amnistia generale decretata dal Coni con la ripresa dell’attività agonistica. Ora casualmente va a posto anche l’ultimo tassello: il 27 gennaio 1946, dopo il pareggio per 2-2 sul campo del Pescara, i giocatori della Roma al ristorante incontrano l’arbitro Pizziolo e i protagonisti della lontana rissa in campo si abbracciano rievocando l’episodio. A quel punto l’attaccante Vittorio Dagianti decide di togliersi un peso dalla coscienza: «Il calcione al guardalinee» confessa «lui io a tirarlo». Non c’è posto per le recriminazioni: un brindisi generale chiude definitivamente l’increscioso episodio.

LA RIVELAZIONE: LA MONETA NEL TASCHINO
Virgilio Maroso ha da poco compiuto vent’anni quando comincia il campionato: è nato a Crosara di Marostica, in provincia di Vicenza, il 26 giugno 1925; il padre, di origini svizzere, si è trasferito a Torino per lavorare come operaio alla Riva. Lo stesso Virgilio, finita la scuola dell’obbligo, ha cominciato a sudare in un’officina, occupando il tempo libero a tirar calci nel vicino campo di via Fossalta, “casa” delle squadre della Fiat. Qui l’allenatore Moncalvo lo ha notato e invitato a iscriversi al club e gli ha allungato anche i primi... guadagni pallonari con una ricorrente scommessa: due lire in regalo se il baby virtuoso riusciva a colpire di testa il pallone dieci volte senza farlo cadere a terra. Maroso arrivava anche a trenta ed entusiasmava il tecnico lanciando in aria una moneta, colpendola col tallone e facendola finire nel taschino della giacca. Un giorno lo ha visto un emissario del Torino, che ha scucito 100 lire per aggregarlo alle giovanili granata. Il campionato di guerra il ragazzo lo ha giocato nell’Alessandria in prestito, ora torna all’ovile ed è subito titolare. Un’ala di vocazione arretrata a terzino destro. Di lui scriverà Giglio Panza: «Recitava la parte del terzino con il comportamento di un artista. Palleggiatore raffinato, dalla coordinazione naturale, elegante e potente, portato a inserirsi nell’azione offensiva con la disinvoltura dell’attaccante di classe. L'allenatore non dovette insegnargli nulla, solo inculcargli la mentalità del difensore. A parer mio è stato, con Valentino Mazzola, il più grande del Grande Torino».

LA SARACINESCA: FRATELLO D’ITALIA
Lucidio è il quarto di cinque fratelli tutti calciatori c per questo passa alla storia come Sentimenti IV, portiere come Arnaldo, il secondo. Un ruolo non proprio amato in avvio di carriera, mancandogli il fisico del numero uno e vantando per converso un tiro a rete da attaccante provetto. Sia come sia, gli tocca finire in porta ed è lì che si afferma nelle giovanili dei Modena (è nato nella provincia emiliana, a Bomporto, il 1° luglio 1920). A 19 anni è titolare in A.
La Juventus lo acquista nel 1941, all’indomani dello strepitoso campionato con cui il ragazzo ha trascinato i “canarini” al pronto ritorno nella massima serie, ma lo lascia ancora una stagione in Emilia a maturare. L’anno dopo Lucidio veste il bianconero e si rivela campione anche di eclettismo: nel campionato di guerra gioca alcune partite da ala destra e segna cinque gol, grazie anche all’infallibilità dal dischetto del rigore. In questo torneo si conferma: memorabili gli interventi in volo, grazie all’elevazione garantitagli dalle gambe esplosive, e le respinte di pugno nelle mischie da calcio d’angolo; sa usare bene i piedi, le sue rimesse in gioco sono rilanci preziosi per gli attaccanti. Nel campionato Alta Italia gioca due partite da ala destra, sostituito in porta dal giovane Viola, per problemi a un polso e per supplire alla carenza di uomini offensivi e realizza una rete su rigore. Nel girone finale incassa appena 8 reti in 14 partite. A lui («Il più grande portiere che io abbia visto giocare nella Juventus» dirà un giorno Gianni Agnelli), Vittorio Pozzo affida la porta della Nazionale alla ripresa dell’attività azzurra.

IL SUPERBOMBER: IN MEDIANO STAT VIRTUS
Stupisce solo fino a un certo punto che sul trono dei bomber nel girone finale si ritrovi un mediano. Eusebio Pastigliano, infatti, vanta origini di attaccante: come tale ha cominciato nel vivaio della Pro Vercelli, con cui poi ha debuttato da interno (18 reti in 28 gare tra il 1939 e il 1941) e attaccante c stato nello Spezia, ancora in Serie B (25 gol in 66 partite tra il 1941 e il 1943). Durante la guerra ha giocato nella Biellese e nel Vigevano, poi Novo lo ha portato in granata arretrandolo in mediana per sfruttarne la tempra di agonista in coppia col metronomo Grezar. Il ragazzo ripaga con prestazioni superbe, esaltandosi nelle incursioni a rete. Nel girone finale infila 13 centri in 15 partite, confermandosi campione. Il 27 marzo 1949, in occasione della partita della Nazionale a Madrid, verrà definito “il miglior mediano sistemista d’Europa”, pur essendo al momento la scena dominata dal leggendario inglese Billy Wright. Pochi giorni dopo, cadrà a Superga.



Foto Story

Il Grande Torino campione d'Italia nel 1946


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