Serie A 1942-43 - Torino


Il Racconto


IL FILM: I DUELLANTI
Il Torino monopolizza il mercato, ingaggiando per un milione e 250mila lire (più Petron e Mezzadra) le mezzeali del Venezia, Loik e Mazzola, e per 400mila lire Pino Grezar, asso del la Triestina. La Juventus riprende Borei II dai granata e il 14 ottobre ottiene la firma di Giuseppe Meazza, lasciato libero dal Milano. Il Paese è affamato dalla guerra che sta volgendo al disastro: gli Stati Uniti sono entrati in campo, la spedizione italiana in Africa orientale si è risolta in una disfatta, quella in Russia diventerà una tragedia epocale, con l’inizio della ritirata a gennaio 1943. Nelle città si coltiva ogni quadrato di giardino per trame alimento, le trebbiatrici lavorano in piazza del Duomo a Milano. In questo arduo contesto, il 4 ottobre parte il terzo campionato di guerra. Il Livorno dopo tre turni è solo in testa, dopo sei ha già 4 punti sul Torino, che ne ha preso la scia e a dicembre raggiunge i rivali, travolti in casa dalla Juventus e poi sul campo del Genova. Il 10 gennaio le due capolista si dividono il titolo di campioni d’inverno, coi bianconeri a un punto e l’Ambrosiana-Inter a due. Il Torino perde la prima del ritorno in casa proprio contro i milanesi e il Livorno riprende fiato. Resta in vetta fino a quattro turni dalla fine, quando cade sul campo della Roma, consentendo il sorpasso ai granata. L'ultima giornata, il 25 aprile, il Livorno, secondo a un punto, vince 3-1 col Milano, mentre fino a quattro minuti dalla fine il Torino a Bari è fermo sullo 0-0, poi Mazzola segna ed è scudetto. In coda, retrocessione per il Liguria e qualche giorno dopo anche per il Bari, soccombente nel torneo di qualificazione con Triestina e Venezia.

I CAMPIONI: NASCE LA LEGGENDA
Da quando è succeduto a Giovan Battista Cuniberti come presidente del Torino, l’industriale torinese del cuoio Ferruccio Novo insegue l’obiettivo di riportare la squadra ai vertici. Con l’appoggio tecnico di Vittorio Pozzo (vecchio cuore granata), nel 1942 aggiunge tre tasselli-chiave al centrocampo: gli interni Loik e Mazzola e il metronomo Grezar.
II nuovo tecnico, l’ungherese Andreas Kutik, prova il “Sistema” di matrice britannica: a fine anno, dopo la sconfitta a Bergamo e il pari casalingo con la Lazio, accusato anche di eccessivo attaccamento alla... bottiglia, viene sostituito con la vecchia gloria Janni. Questi ritorna al “Metodo”, poi riprende il “Sistema" e non cambia più, con Bodoira in porta (dopo la fase iniziale di Cavalli), Piacentini e Ferrini terzini di fascia, Ellena stopper; a centrocampo, i mediani Gallea o Baldi e Grezar a formare il quadrilatero con gli interni Loik e Mazzola. In attacco, Menti e poi nel finale il giovane Ossola a destra, Ferraris II a sinistra e il rampante Gabetto, sottovalutato alla Juve, al centro. Lo scudetto, cui dopo poco più di un mese si aggiunge la Coppa Italia, pone le basi per la leggenda del “Grande Torino".

I RIVALI: L’AUMENTO DELL IVO
Alla guida del Livorno il presidente Bruno Baiocchi ha chiamato Ivo Fiorentini, reduce dal fiasco all’Ambrosiana-Inter, grande intenditore di pallone: romagnolo di Faenza, nel 1930 se ne andò in Uruguay in vista della Coppa del Mondo per segnalare al Bologna prima Fedullo e poi Sansone. Rientrato in Italia, ha fatto grande l’Atalanta. Il clima provinciale gli si addice. In Toscana chiede clementi di prospettiva, in linea con le limitate risorse del club, c poi imposta una squadra solida secondo il classico “Metodo”: Assirelli e poi Silingardi in porta. Del Bianco e Lovagnini (preso dallo Spezia) a presidiare l’area, Traversa, Capaccioli e Tori in mediana; in attacco, Stua e Zidarich, con l’alternativa Miniati (arrivato dal Brescia), interni, mentre Piana e Degano (ex Fiorentina) sono le ali e il centravanti è il ventenne Raccis, preso dal Prato in B. Fino all’ultimo turno il sogno di uno scudetto da outsider contro il Torino “sistemista’’ galvanizza la tifoseria, poi il gol di Mazzola a Bari a tre minuti dalla fine fa sfumare l’illusione.

IL TOP: LA MARCIA DELL’ELEFANTE
F.zio Loik non ha avuto un’infanzia facile, a Fiume, e forse per questo, una volta conquistato il benessere, ha tradito una fame arretrata: mai a rischio di farlo ingrassare, peraltro, vista l’abitudine di smaltire poi ogni volta i rari eccessi a tavola con autoin ditte razioni suppletive di allenamento. Perché un altro retaggio gli ha lasciato la povertà: la resistenza alla fatica. Ha cominciato a tirare calci nel Leonida, il club del Silurificio e del Cantiere di Fiume, il cui amministratore, Rudy Trontel, gli appiccicò il nomignolo di “elefante” per l’andatura dondolante e regolare. A 15 anni il ragazzo era titolare e a 17 la Fiumana lo acquistò per 50 lire. A fine torneo, il giornalista Emilio Colombo ne patrocinava il passaggio al Milan. dove Ezio comprese di poter vivere - e bene con il calcio. Nel 1940 lo ha preso il Venezia ed è scoccata la scintilla. Loik è piccolo e tozzo, con fasce muscolari poderose, e in campo sa fare tutto. Uomo di fatica, uomo di regia, uomo di incursioni offensive, ideale complemento dell’altro interno Mazzola. In questa sua prima stagione granata da interno sistemista fa filtro e segna, governa il gioco, protegge le avanzate del partner come questi lo copre quando è lui a cercare gloria in avanti, riassunta nei nove gol finali, frutto del suo tiro poderoso e preciso.

IL FLOP: GLI INTERNI DEL DESTINO
Sembrava in vertiginosa crescita, il Venezia. La Coppa Italia, poi il terzo posto a un soffio dallo scudetto. Un giorno in Laguna è arrivato Novo e si è portato via i gioielli Loik e Mazzola in cambio di tanti soldi più gli interni Mezzadra, argentino mandato dal Torino a maturare nel Bari in B (6 gol in 30 partite), e Petron, reduce in granata da 6 reti in 28 gare. Nell’estate del 1942 vengono ingaggiati anche alcuni prospetti, i mediani Arezzi, Camozzi, Di Franco e Linzi, gli attaccanti Campata, Degli Esposti, Monti e Oliviero, per dimostrare che non si vende soltanto. In realtà, il confermato Gian Battista Rebuffo non trova grandi alternative e in pratica schiera la formazione dell’ anno prima, con Mezzadra e Petron interni. Risultato: un crollo verticale, ben esemplificato dai due miseri punti colti nei primi sei turni. Alla fine, la salvezza arriva solo agli spareggi, soprattutto grazie alla compiacenza dell'Ambrosiana nell’ultimo turno regolare (per modo di dire) e c’è pure l’exploit in Coppa Italia, con l’approdo in finale, per una prevedibile batosta (0-4) col Torino fresco campione.
I sogni di gloria, invece, sono ormai evaporati.

IL GIALLO: TRAFFICI INTENSI
II finale di campionato è una sarabanda - in un’Italia affamata e bombardata, in cui ognuno cerca come può di sbarcare il lunario - all’insegna di torbidi traffici ed episodi clamorosi. Giovanni Ferrari, allenatore dell'Ambrosiana-lnter, caccia dal campo il proprio terzino Passalacqua al 32’ della ripresa dell’ultima partita, causa scarso impegno contro il Venezia, bisognoso della vittoria per puntare agli spareggi-salvezza. Quel giorno, la Juventus terza in classifica si fa battere in casa 2-6 dal pericolante Vicenza. Fioccano le denunce e l’8 luglio la Commissione di Controllo stanga: squalifica di tre mesi a Carlini del Bari, Ricci, Andreolo e Vanz del Bologna, Brunella e Mornese della Roma, per aver propalato notizie infondate o per omessa denuncia di tentativi di corruzione. Tutta la formazione della Juventus in campo nell’ultimo turno viene multata di una cifra pari allo stipendio di aprile, lo stesso accade a quelle del Bologna e dell’Ambrosiana. Infine, 5 mesi per l’"espulso” Passalacqua, ma anche una multa per Ferrari, che punendolo ha... favorito ulteriormente il Venezia. In buona parte, carta straccia: pochi giorni dopo, il 25 luglio cade il Fascismo e con i fatti del successivo 8 settembre la Serie A verrà sospesa.

LA RIVELAZIONE: IL TIRO D’ITALIA
Guglielmo Gabetto, ovvero, il grande enigma. Nasce nella Juve e vi esplode giovanissimo, una specie di nuovo Borei II, con 20 gol in 22 partite a 19 anni e un seguito di eccellenti bottini in zona gol, anche se mai più così esplosivi. Eppure nel 1941, a soli 25 anni, viene considerato “spremuto” dalla casa madre e ceduto (assieme proprio all’acciaccato Borei-lino) ai cugini granata. Sull’altra sponda Gabetto è subito leader del reparto offensivo. Scrive Ettore Berrà: «Appena si apre uno spiraglio, parte il tiro. Questo è per Gabetto il vertice dell’azione, è l’essenza del suo gioco e della sua personalità. Egli ne fa un numero da spettacolo. Non è mai una cosa banale, un momento qualunque dell’azione. Si direbbe che Gabetto ignori il tocco leggero, la deviazione accorta che fa ruzzolare la palla in rete, la sfumatura che inganna l’avversario. Il tiro è sempre pieno, effettuato con tutta la potenza dei mezzi, e tutto il gioco suo è in funzione di esso. Egli vi si abbandona con voluttà, è il suo numero, la sua risorsa più bella. La spaccata è estremamente tesa, egli sfrutta al massimo la potenza della leva, la palla che proietta nella rete è quasi sempre un bolide». Con la Juve ha totalizzato 85 gol in 164 partite, in granata ne realizzerà 102 in 193 presenze e in Nazionale 5 in 6.

LA SARACINESCA: IL RE LEO
Ha appena 21 anni, Leonardo Costagliela, pugliese di Taranto, nato attaccante nella Tarantina, diventato portiere nella Pro Italia di Taranto in C e infine affermatosi nel Bari. Sembra avventuroso considerare miglior portiere del campionato l’estremo difensore di una delle due squadre retrocesse, ma il ragazzo dimostra qualità assolute. Bravo coi piedi per i suoi precedenti fuori dai pali, ha colpo d’occhio, scatto felino e coraggio nelle uscite. Arriverà tardi in Nazionale, solo a 32 anni, dopo essersi affermato come grande campione nella Fiorentina, ma anche per sfortuna: convocato da Pozzo per la ripresa azzurra dopo la guerra, a Zurigo l'11 novembre 1945, causa difficoltà nei trasporti nel Paese prostrato dagli anni bellici non riuscirà a raggiungere da Bari il ritiro di Milano.

IL SUPERBOMBER: IL PIÙ GRANDE
Silvio Piola è il più grande attaccante italiano di ogni tempo. Lo dicono le cifre: 290 reti in 543 partite di Serie A, 30 in 34 in Nazionale. Eppure ha vinto poco: il titolo mondiale in azzurro e due classifiche cannonieri in Serie A. Il destino che nel 1933 lo ha portato alla Lazio alleviandogli il pendolarismo tra la caserma e la partita gli ha negato soddisfazioni a livello di club. Eppure è stato grande, grandissimo, non solo per le capacità in acrobazia: centravanti classico, con piedi eccellenti e un senso del gol che lo porterà fino ai quarant’anni a imporsi come realizzatore. Cinque stagioni nella Pro Vercelli, in cui è calcisticamente nato, nove nella Lazio, due nella Juventus e sette nel Novara rappresentano l’infinito di una carriera straordinaria, tutta sulle rotte di una qualità assoluta.



Foto Story

I granata campioni d'Italia, primo successo dell'epopea del Grande Torino.


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