Serie A 1941-42 - Roma


Il Racconto


IL FILM: FINALMENTE ROMA
Mercato boom: l’Ambrosiana-Inter cede in un colpo l’allenatore Peruchetti (che toma a giocare nella Juve), Sain, Setti, Olmi, Locateli i e Ferraris II, e per lo sproposito di mezzo milione di lire ingaggia il trio Pozzo-Bovoli-Cominelli dell’Atalanta rivelazione, voluto dall’allenatore Ivo Fiorenti-ni artefice della grande stagione della matricola bergamasca e appena approdato a Milano. Il Genova sborsa una cifra da capogiro, 360mila lire, per il giovane attaccante Memo Trevisan della Triestina. Mentre la guerra per gli italiani va a impantanarsi tragicamente tra le nevi russe e il deserto marmarico, il 26 ottobre 1941, in grave ritardo, parte il secondo campionato di guerra, con la gherminella dei giocatori militari prestati ai club delle città di ferma e impiegati sotto falso nome. La Roma prende lo steccato, ma dopo tre vittorie viene battuta sul campo del Genova e lascia spazio alla sorprendente Triestina dell’innovatore Mario Villini. I giuliani perdono a Bologna e là Roma alla sesta giornata torna in testa. Viene superata dal Venezia tre domeniche dopo; poi, coi lagunari alle calcagna, prosegue la sua marcia fino a conquistare il titolo d’inverno il 1° febbraio 1942. Alla quarta di ritorno, il Genova è ancora fatale ai giallorossi e Veneziae Torino si prendono la testa. I granata fanno da battistrada: alla ventiquattresima vengono raggiunti dalla Roma. La coppia si scinde a tre turni dalla fine, quando i granata strapazzano l’Atalanta (9-1!) mentre i giallorossi pareggiano nel derby. La domenica successiva, tuttavia, il Toro perde sul campo del Venezia e la Roma torna in testa, per vincere il suo primo scudetto all’ultimo turno, il 14 giugno 1942, con 3 punti sul Torino e quattro sul Venezia. In coda, il Modena cade alla penultima e sotto lo striscione gli fa compagnia il Napoli; salvo il Livorno, vincitore sul campo del Milano.

I CAMPIONI: COLPA D'ALFRED
La Roma raggiunge un traguardo storico: il suo prime scudetto è anche il primo di una squadra del Centro-Sud Una prodezza che nasce dalla sagacia dell’austriaco Altre: Schàffer, che in estate, coadiuvato mirabilmente dal direttori tecnico Eraldo Monzeglio e da quello sportivo Vincenzi Biancone, ha apportato pochi, mirati ritocchi per il salto di qualità: il terzino Andreoli dal Perugia, il centromedian Momese dal Novara e gli interni Cappellini dal Napoli e Di Pasquale dal Padova. Mentre la moda tattica va spostando verso il “Sistema", il tecnico preferisce restare ancorato al vecchio “Metodo", più consono alle caratteristiche dei suoi. Davanti alla bandiera Masetti (34 anni e non sentirli), Br, nella e Andreoli o Acerbi in area, il “carro armato” Donati, Mornese e Bonomi in mediana, Cappellini o Di Pasquale e Coscia interni, l’albanese Krieziu, gran velocista, e l’argentino Pantò ali, il giovane Amadei centravanti. Una macchina di grande regolarità, favorita dal contemporaneo improvviso declino delle due grandi. Ambrosiana-Intere Bologna, e abilc nell’approfittare del vuoto di potere.

I RIVALI: NOVO DI ZECCA
Ferruccio Novo, industriale del cuoio, innamorato del calcio e del Torino, nelle cui giovanili ha militato, è entrato nella dirigenza granata e nel 1939 ha assunto la presidenza del club. Non nasconde grandi ambizioni ed è abile ad appoggiarsi alla competenza di un vecchio cuore granata come il Ct della Nazionale, Vittorio Pozzo, per pescare talenti in giro per l’Italia. Nell’estate del 1941 avvia il suo capolavoro, innestando campioni come Romeo Menti, Gabetto - che arriva dalla Juventus assieme a Bodoira e Borei li (ben presto tutti i giocatori granata saranno dipendenti Fiat e dunque esentati dall’arruolamento in quanto impegnati in industria bellica) - e Ferraris II. Sotto la guida dell’austriaco Toni Cargnelli, davanti al portiere Bodoira presidiano l’area Piacentini e Ferrini, in mediana Cadario, Ellena (o Gallea) e Baldi; in attacco, Borei II arretrato a interno in coppia con Petron, e un trio formidabile: Menti e Ferraris II sulle fasce, Gabetto centravanti. La squadra resta in lizza per lo scudetto fino all’ultima giornata. Fatale è la sconfitta sul campo del Venezia a due turni dal termine: ma quel giorno, il 31 maggio 1942, Novo mette all’angolo i dirigenti neroverdi e con un’offerta favolosa acquista per la stagione successiva i due interni Loik e Mazzola, posando la prima pietra del Grande Torino.

IL TOP: BABY GOL
Amedeo Amadei ha stabilito il primato di più giovane esordiente della Serie A: a 15 anni e 284 giorni, il 2 maggio 1937 contro la Fiorentina. Lavora nel forno di famiglia e per questo è soprannominato “il fomaretto di Frascati”, sua città natale. Dopo il precoce debutto in giallorosso, si è fatto le ossa a 17 anni nell’Atalanta in B (33 partite e 4 reti), è tornato all’ovile e alla prima stagione da titolare, nel campionato 1940-41, ha segnato 18 gol, partendo da ala sinistra e poi giocando da centravanti, dopo il fallimento di Provvidente, bidone argentino soprannominato “Provolone” dalla spietata ironia dei tifosi.
Il pubblico però non ama il ragazzino e critica apertamente la scelta di Schàffer di farne nuovamente il centravanti titolare senza aver cercato sul mercato un interprete testuale del ruolo. A tratti, quell’ala fuori posizione sembra indisponente e apatica e piòvono fischi. Eppure il baby si trova invariabilmente al posto giusto quando c’è da infilare il pallone in rete, come ha dimostratocon la tripletta nel primo turno contro il Napoli. A poco a poco, i fatti si dimostrano più forti dei preconcetti e il pubblico finisce col convincersi che Amadei è l’uomo giusto per la Roma corsara, che alla fine conquista lo scudetto e ringrazia i 18 gol del suo ventenne fenomeno d’attacco.

IL FLOP: GIÙ IL SIPARIO
Il ciclo del Bologna si chiude al l’improvviso. In estate escono tre colonne il tuttofare Maini va a chiudere la carriera a Ferrara, Cors e Giovanni Ferrari diventano giocatori-allenatori rispettivamente alla Vis Pesaro e alla Juventus. Sul fronte acquisti, inattacco si registrano l’arrivo di Arcari IV dal Milano e il ritorno dell’ormai cotto Busoni dall’Ascoli. In difesa, Malagoli calla Reggiana, il baby Marchi dalla Pro Calcio e Zerbini dal Ravenna. Ragazzi promettenti, costretti a entrare subito in scena causa forfait del terzino Ricci (finisce sotto i ferri e giocherà una sola partita) e di Andreol o, a lungo assente per infortirò. La difesa tiene, grazie al portiere Ferrari e ai terzini Fiorini e Pagotto, la mediana è discreta a sinistra con Marchese, ma né a destra, dove si alternano Andreoli e Malagoli, nè al centro, dove il baby Marcili fatica, trasuda sicurezza. In attacco, Arcari IV si alterna con Nardi come partner del vecchio Sansone, e i rifornimenti latitano per il trio-meraviglia costituito da Biavati, Puricelli e Reguzzoni. Le sette sconfitte nei primi dieci turni precipitano la squadra in piena zona retrocessione, poi l’esperienza di Felsner riesce a tenere in piedi la baracca e la crescita di Arcari promette un ottime finale, ma l’attaccante si infortuna gravemente in aprile durale un allenamento della Nazionale e sparisce di scena. Il Bologna deve accontentarsi del settimo posto finale, dopodiché mago austriaco ritorna in patria Lo “squadrone” non c’è più.

IL GIALLO: DUCE E OMBRA
Al sodo: il Regime allungò la sua mano affinché lo scudetto baciasse i colli fatali di Roma? La voce maligna è circolata a lungo, corroborata secondo qualcuno dalla presenza nello staff tecnico di Eraldo Monzeglio, amico di famiglia del Duce nonché istitutore di tennis dei suoi figli. Addirittura, in uno sproloquio dettato da un momento di difficoltà personale, Helenio Herrera, allenatore della Roma fresco di mancato rinnovo da parte del club per la stagione successiva, il 7 aprile del 1971 rispolvererà il luogo comune: «Il tifoso romano non vince lo scudetto dal ’42, con Mussolini, perché era Mussolini allora l’allenatore!» Si tratta di una stupidaggine bella e buona. Intanto, Mussolini. Il Duce non ama il calcio, apprezzandone unicamente il prestigio intemazionale assicurato all’Italia dai successi della Nazionale e il ruolo di narcotico per le miserie quotidiane. E ha in più in quell’anno preoccupazioni ben più gravi. Colpito com’è di fresco sul piano personale (il figlio Bruno è tragicamente perito il 7 agosto 1941 precipitando in un volo di prova col suo aereo quadrimotore da bombardamento nei pressi dell’aeroporto di S. Giusto di Pisa), sta vedendo infrangersi giorno dopo giorno il sogno del rapido successo che l’ha convinto a impegnare l’Italia nel conflitto. A giugno sono partiti i primi convogli dell’armata italiana destinata alla disfatta in Russia, mentre si fanno più stretti i rapporti tra Roosevelt e Churchill, premessa dell’ingresso statunitense in guerra. Immaginare che più o meno esplicitamente dia ordine di favorire la Roma nella corsa allo scudetto suona tragicamente assurdo. Quanto a Monzeglio, dura solo un girone la sua presenza sul ponte di comando tecnico dei giallorossi, interrotta dalla partenza per il fronte: quando l’allenatore, ben guardandosi dall’approfittare dell’amicizia altolocata al massimo livello per risparmiarsela, veste di grigioverde come un qualsiasi cittadino.

LA RIVELAZIONE: L’UOMO OVUNQUE
Giuseppe Grezar ha 23 anni ed è ormai una colonna della Triestina, nel cui vivaio è cresciuto e in cui ha esordito nell'ottobre 1937 a 18 anni. Quando, in occasione della partita di Livorno, per ovviare alla fragilità difensiva della squadra, il tecnico Mario Villini sperimenta il “Mezzo Sistema”, Grezar è interno sinistro, ma con compiti soprattutto difensivi, in coppia con De Filippis: la raggiunta maturità lo rivela campione, uno straordinario equilibratore, capace di tenere insieme il reparto arretrato e quello offensivo grazie all’abilità in interdizione e nel rilancio. Taciturno e schivo fuori dal campo, sul prato Grezar è instancabile, forte di testa ed efficace negli inserimenti offensivi. La Triestina chiude il torneo al settimo posto e ringrazia il suo faro, destinato a perire col Torino nella tragedia di Superga e al quale un giorno sarà intitolato lo stadio di Valmaura.

LA SARACINESCA: TUTTO QUANTO FA SPETTACOLO
È ancora in giallorosso, Guido Masetti, giunto alla dodicesima stagione nella Roma più forte che mai. L’esperienza ne ha levigato certi eccessi del repertorio, le piccole follie che Pozzo non ha mai gradito, pur apprezzando l’abilità tra i pali di un campione altrettanto bravo a “fare spogliatoio”. Un uomo chiave nella finale mondiale del 1938, pur... non avendola giocata, come avrebbe scritto nelle sue memorie lo stesso Ct: «La sera prima della gara, dopo il consuetudinario “rapporto”, avevamo sguinzagliato Masetti. Bisognava distrarre i giuocatori, non lasciarli pensare troppo all’avvenimento di cui erano protagonisti, farli dormire sonni tranquilli. E Masetti aveva superato se stesso, sfoderando tutto il suo repertorio di barzellette, imitazioni e scherzi. Addormentandosi, i giuocatori ridevano ancora. Si andava bene». L’anno dello scudetto lo vede leader della difesa, che con 21 reti in 30 partite è largamente la meno battuta del torneo.

IL SUPERBOMBER: IN GINOCCHIO DA RE
Terzo titolo di capocannoniere per Aldo Boffi, esile e formidabile bomber che vola oltre la mediocrità del suo Milano, piazzatosi poco sopra la zona salvezza. Con 22 reti in 26 partite si conferma il più prolifico attaccante italiano, superando assi come Amadei e Piola. Da tempo stringe i denti per il dolore a un ginocchio e questo è in effetti il torneo del suo canto del cigno agli alti livelli. Operato al menisco nel novembre del 1942, salterà quasi tutta la stagione successiva, prima dello stop bellico. Vivrà una seconda giovinezza in Serie B al Seregno, a 31 anni, riprendendo a segnare a raffica.



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La Roma per la prima volta campione d'Italia


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