Serie A 1940-41 - Bologna


Il Racconto


IL FILM: LA VIA EMILIANA
In un clima vagamente irreale, mentre al Brennero si incontrano Mussolini e Hitler e lo sport vede ridotti i propri spazi nelle cronache invase dalla guerra, il 6 ottobre 1940 parte il campionato del XIX anno dell’era fascista. Per la prima volta da tempo immemore il torneo comincia senza Meazza, ristabilitosi dopo l’operazione ma rimasto senza squadra. La Fiorentina è la sensazione delle prime giornate, noi all’ottavo turno il Bologna, vincendo a Novara, approfitta del naufragio viola in casa del Torino (2-6) per isolarsi in testa. Vi resiste, la squadra rossobiù, affiancata per un paio di turni dall'Ambrosiana, fino al titolo di campione d’inverno il 19 gennaio 1941 con 2 punti sui nerazzurri e 4 su Juventus e Torino. La sconfitta del Bologna sul campo del Venezia tiene aperta la sfida fino alla venticinquesima giornata, quando allo scontro diretto in terra emiliana l’Ambrosiana arriva con due sole lunghezze di ritardo. I padroni di casa vincono 5-0 mettendo un’ipoteca sullo scudetto. Conquistano il titolo i1 27 aprile, con un turno di anticipo. Chiuderanno con 4 punti sull’Ambrosiana e 5 su Milano (tra le cui file ha debuttato il 12 gennaio 1941 Meazza, ceduto a titolo gratuito dai “cugini" per «giovare alle migliori affermazioni calcistiche cittadine») e Fiorentina. In coda il Bari scende in B già a tre giornate dalla fine. Gli fa compagnia nella volata finale il Novara, scampa la Lazio per miglior quoziente reti.

I CAMPIONI: FERRARI ANCORA IN POLE
Il Bologna colpisce ancora nonostante un mercato in tono minore. Il tentativo di pescare un nuovo asso in Uruguay fallisce. Ugo Tortora mette piede sul campo e viene bocciato: F8 settembre gioca interno sinistro in amichevole con la Lazio, nella ripresa viene sostituito da Corsi, il Bologna perde 0-7 e il sudamericano non verrà mai impiegato in gare ufficiali. L’unica vera novità è l’acquisto a prezzo di saldo del trentatreenne Giovanni Ferrari, considerato finito dall’Ambrosiana. Felsner costruisce una squadra regolare, con Pietro Ferrari in porta, Pagotto c poi Fiorini (una volta rimessosi dall’infortunio che lo ha bloccato per quasi tutta l’andata) con Ricci in area, Maini o Pagotto, Andreolo e Marchese in mediana; in attacco, Giovanni Ferrari o il faticatore Andreoli come partner di Sansone alle spalle del trio Biavati-Puricelli-Reguzzoni, macchina da gol oliatissima. Nelle ultime partite un infortunio toglie di mezzo anche il perno Andreolo, surrogato dalla meteora Arturo Boniforti, eppure il rendimento complessivo resta elevato. L’abilità di Felsner, affiancato da Gyula Lelovich in veste di direttore tecnico, è evidente proprio nel dosaggio degli uomini, da cui riesce a spremere il meglio di un ciclo al canto del cigno. Nei giorni del trionfo, i tifosi rispolverano un vecchio inno del tempo dei pionieri: «È il Bologna lo squadrone / che tremare il mondo fa».

I RIVALI: FALLA AL CENTRO
L’Ambrosiana-Inter al mercato ha cambiato in pratica solo il portiere, acquistando Sain dal Novara. Per il resto ha arricchito il parco riserve e ha dato il benservito agli assi Meazza e Ferrari. Il nuovo allenatore Peruchetti davanti a Sain (o Caimo) piazza Buonocore e Poli o Setti; in mediana, Locatelli, Olmi e Campatelli, impasto di tecnica, stile e concretezza; in attacco, il vecchio Demaria interno con Candiani, le due formidabili ali Frossi e Ferraris II e al centro Guarnieri, che non si ripete in zona gol, con il toscano Barsanti come alternativa. La vena degli esterni trascina l’attacco, ma il 9 febbraio nel derby Frossi si procura una lacerazione alla gamba sinistra con interessamento del tendine e finisce anzitempo la stagione. Lo sostituisce Rebuzzi e non è la stessa cosa. Il crollo sul campo del Bologna fa sfumare definitivamente il sogno tricolore.

IL TOP: CICLO VINCENTE
Carlo Reguzzoni è stato ciclista agli albori della sua attività sportiva, poi le fughe ha preferito inscenarle sulla fascia, preferibilmente sinistra, del campo di calcio. Ed è diventato campione, il prototipo della grande ala di punta: scatto bruciante, dribbling vincente, velocità, abilità nel cross arcuato e violento come nel tiro a rete. È diventato campione nella Pro Patria, il Bologna nel 1930 è riuscito a ingaggiarlo quando già stava andando al Milan, grazie all’intervento diretto di Felsner, che lo ha convinto intercettandolo alla stazione di Busto Arsizio. Costato una cifra enorme (80mila lire), ha ripagato realizzando valanghe di gol, decisive per conquistare tre scudetti, due Coppe europee e il Torneo dell’Esposizione. Il suo quarto titolo tricolore lo vede in forma smagliante, in intesa perfetta con Puricelli (come ai bei tempi con Schiavio), tanto da realizzare 17 reti, record personale dopo le 18 dell’esordio nel suo primo campionato in rossoblu. Unico rimpianto: la Nazionale l’ha appena assaggiata, chiuso prima da Orsi e poi dal regolarista Colaussi, che Pozzo gli ha preferito. Avrà una carriera interminabile, che chiuderà solo a 40 anni.

IL FLOP: REMO CONTRO
E pensare che il nuovo presidente della Lazio, Remo Zenobi, puntava forte a inserirsi nella lotta per il titolo! In estate, per appoggiare degnamente il centravanti Campione del Mondo (Piola), fa incetta di giovani promettenti: il portiere Gradella dal Verona, i terzini Romagnoli dal Napoli e Brandi dal Potenza, le ali Zironi dal Modena e Puccinelli, un grano di pepe dal dribbling ubriacante, dal Pontedera. Il confermato Geza Kertesz mette Gradella tra i pali, Romagnoli e Monza terzini, Gualtieri, Ramella e Baldo in mediana, Pisa e Flamini intemi, Zironi, Piola e Vetturino in attacco. L’avvio è disastroso e dopo sei turni il tecnico viene sostituito da Ferenc Molnar, che esordisce cogliendo il primo successo, a spese della Triestina. Ma non è stagione. Nel finale Zenobi cambia nuovamente il manico, affidandosi a Dino Canestri: a sette turni dalla fine, la doppietta del sanguinante Piola (ferito alla testa, ha voluto restare in campo) che piega la Roma nel derby regala ossigeno e morale: sotto lo striscione del traguardo sarà il quoziente reti più favorevole rispetto al Novara a regalare la salvezza.

IL GIALLO: LA GUERRA NEL PALLONE
Si può giocare a calcio in tempo di guerra? Nel primo conflitto mondiale il campionato fu sospeso e poi, col perdurare delle ostilità ben oltre le rosee speranze iniziali, sostituito dalla Coppa Federale. Questa volta l’idea di sospendere l’attività la suggeriscono le difficoltà logistiche, che cominciano a trasformare le trasferte in avventure. La proposta viene tuttavia bocciata dall’alto: è lo stesso capo del Governo, Benito Mussolini, a proclamare: «Il calcio serve al morale della gente!», dunque l’attività deve continuare. Il pallone è considerato ingrediente indispensabile per addolcire l’agra vita quotidiana: ogni giorno alle 13 nei locali pubblici si ascolta in piedi il bollettino di guerra trasmesso dalla radio (pochissimi privati ne posseggono una), che presto, mancando le attese notizie di grandi conquiste, sconforterà il Paese con le sue reticenze; i bombardamenti, dal cielo e dal mare, portano tutti in prima linea. La mattina di domenica 9 febbraio 1941 una formazione navale inglese prende di mira Genova, con tragiche conseguenze per la popolazione e inevitabili riflessi sulla giornata di campionato; quel pomeriggio la Juventus, alloggiala a Rapallo, arriva in città solo all’ultimo momento dopo aver lasciato il pranzo a metà e i giocatori si cambiano lungo il tragitto, per non subire la sconfitta a tavolino; mentre a Torino l’arbitro genovese Ciamberlini viene atteso invano e la partita tra i granata e il Bologna viene rinviata. Il giorno dopo La Stampa osserva: «L'Italia non intende interrompere l’attività sportiva e questa vuol essere prova di calma, di fiducia, di fermezza. Ma è evidente che le disposizioni che vanno bene per una attività in tempo di pace, possono non addirsi in tempo di guerra». I generi di prima necessità presto scarseggiano, i giornali hanno poche pagine, allo sport sono dedicate alcune colonne soprattutto il lunedì; il campionato comincia a essere una sorta di paradosso in un Paese che ha visto di colpo precipitare le già non floride condizioni di vita.

LA RIVELAZIONE: GRASSO CHE CALA
Valentino Mazzola ha 21 anni c già una storia alle spalle; milanese di Cassano d’Adda, ha fatto l’operaio nel Linificio del suo paese divertendosi nelle ore libere a correre a perdifiato dietro a un pallone. Conquistato un paio di scarpe bullonate dopo un anno di rinuncia alla mancia domenicale del padre (cui versava l’intero stipendio), è stato notato da Mario Mapclli, presidente del Tresoldi Cassano, e si c rivelato centromediano infaticabile. Poi la fabbrica ha chiuso, il ragazzo è rimato disoccupato e si è arruolato volontario in Marina, ma quasi subito, grazie al calcio, ha trovato impiego nell’Alfa Romeo, militando nella squadra aziendale, impegnata in Serie C. Dopo qualche mese è partito militare. Imbarcato sull’incrociatore Compienza. l’impossibilità di allenarsi lo ha portato a ingrassare fino a novanta chili, un’esagerazione per la sua piccola statura. Finito l’addestramento e tornato sulla terraferma, ha ripreso col pallone e un provino lo ha portato al Venezia. Dopo un anno da riserva, nell’estate del 1940 il tecnico Giuseppe Girani decide di impiegarlo mezzala in coppia col nuovo acquisto Loik, arrivato dal Milano. Il tandem fa faville. Mazzola è infaticabile, sembra il seguito di Giovanni Ferrari per la capacità di tenere i fili del gioco, trascinare la squadra, proporsi in fase offensiva.

LA SARACINESCA: VARCHI DI TRIONFO
Luigi Griffanti, milanese di Turbigo, è cresciuto nelle giovanili dell’Ambrosiana-Inter, si è fatto le ossa a Vigevano in Serie B e nel 1938, a soli 21 anni, è approdato alla Fiorentina, con cui ha svettato tra i protagonisti della promozione in A e poi della conquista della Coppa Italia. Ora ha 23 anni e nonostante i varchi aperti in area dal nuovo schieramento tattico impostato dal confermato tecnico Giuseppe Galluzzi secondo il Sistema inglese (con tre soli difensori), si conferma tra i più continui e affidabili portieri del campionato.

IL SUPERBOMBER: TESTA DI PRECETTO
Hector Puricelli fa il bis a distanza di due anni, trascinando il Bologna a un nuovo scudetto. Fisicamente prestante, l’asso uruguaiano a 24 anni tocca la maturità agonistica, andando a segno 22 volte in 27 partite, grazie soprattutto alla straordinaria capacità nel gioco aereo, che gli consente di restare “in sospensione” per colpire il pallone quando l’avversario sta già scendendo, attratte dalla forza di gravità. Il tempismo naturale lo porta a deviare i cross, soprattutto quelli pennellati dalla destra da Biavaiti, spizzando la palla per velenose traiettorie che sono la dannazione dei portieri. Non vanta piedi raffinati o palleggio elegante e per questo il pubblico bolognese, abituato ormai da anni a piatti prelibati, non lo ama alla follia. Anche Vittorio Pozzo non ne è entusiasta: approfittando della sua condizione di “oriundo" lo ha provato in Nazionale, ne ha ricavato un gol (contro la Svizzera nel novembre 1939), ma poi lo ha cancellato dalla propria lista.



Foto Story

Il Bologna vinse il sesto scudetto della sua storia


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