Serie A 1938-39 - Bologna


Il Racconto


IL FILM: FERRARI Al BOX
L’avvio esibisce un protagonista nuovo: il Liguria, in testa sin dal primo turno, che si sbarazza dei compagni di viaggio e guida da solo alla sesta giornata; poi perde in casa col Bologna e a Roma con la Lazio e in vetta vanno Torino e Bologna. Il Liguria però si riprende e il 22 gennaio 1939 è campione d’inverno assieme al Bologna, coi granata a due punti e l’Ambrosiana a quattro. La coppia di testa si scinde e si riforma, ma dalla diciannovesima giornata (batosta per il Liguria sul campo dell’Ambrosiana) sono gli emiliani a guidare. Il loro vantaggio sale a tre punti alla ventunesima e a quattro nel turno successivo, mentre l’Ambrosiana esce di scena anche a causa del grave infortunio (frattura del perone il 6 marzo contro la Triestina) di Giovanni Ferrari. È la fuga buona. Il 30 aprile, vincendo a Roma sui giallorossi, il Bologna è Campione d’Italia con due turni di anticipo. Vincerà con 4 punti sul Torino e 5 sull’Ambrosiana.

I CAMPIONI: SULLA CRESTA DELL’ONTA
Ha un sapore amaro, il quinto scudetto del Bologna. Arpad Weisz è l’uomo cui il club rossoblu deve il ritorno ai fasti nazionali; è lui a comporre in estate il mosaico del nuovo progetto vincente e ad assemblare la squadra. Poi, ciò che era da tempo nell’aria comincia a diventare tragica realtà: in luglio il Giornale d’Italia ha pubblicato il “Manifesto della razza” e il 5 e il 7 settembre 1938 vengono emanati i primi decreti “per la difesa della razza” con cui il Regime comincia a porre gravi limitazioni alla libertà e ai diritti degli ebrei. 11 17 ottobre un trafiletto nelle pagine sportive dei quotidiani annuncia che "il dott. Felsner”, da poco allontanato dalla direzione tecnica del Milano (anche i rossoneri hanno subito l’italianizzazione del nome), probabilmente non andrà a Vienna, come precedentemente ipotizzato, ma «si dice che assuma la funzione di allenatore del Bologna, al posto di Weisz. Così Felsner, dopo essere stato al Bologna dal 1921 al 1930, vi ritorna dopo otto anni di assenza». In effetti Arpad Weisz è ebreo e dopo la partita con la Lazio del 16 ottobre è costretto a lasciare il Bologna nel silenzio generale sui motivi del clamoroso gesto. L’ignominia si compie: l’uomo dei grandi successi rossoblu di lì a poche settimane per sfuggire alla discriminazione emigra in Francia e subito dopo in Olanda, prima di entrare nel terrificante tunnel della deportazione, che lo condurrà alla morte a Birkenau assieme alla famiglia. Il Bologna intanto, come un pallone calciato senza pensieri, va a vincere lo scudetto. Una squadra di eccellente equilibrio, col nuovamente declinante Ceresoli o il successore designato Ferrari in porta, Pagotto e Ricci a presidiare l’area. Montesanto, Maini, Corsi e Marchese ad alternarsi nei ruoli di mediani esterni e Andreolo al centro; in avanti, gli inossidabili Sansone e Fedullo, con le formidabili ali Biavati e Reguzzoni in appoggio al nuovo attaccante venuto dall’Uruguay, Hector Puricelli, devastante macchina da gol.

I RIVALI: BALON D’ORO
II Liguria è nato e morto, come denominazione, già una volta. Nel 1930 la Dominante, sorta tre anni prima per ordine politico dalla fusione delle sezioni calcio di Comunale Sam-pierdarenese e Andrea Dona, chiuse la sua magra esperienza unendosi alla Corniglianese: la nuova società si chiamò appunto Liguria, con maglia a strisce rossonere; ebbe vita breve: disputò il campionato 1930-31 in Serie B, si piazzò ultima e retrocesse in Prima divisione. A quel punto i gerarchi si rivolsero ai vecchi dirigenti della Sampierdarenese, che ne ottennero nel giro di un solo campionato il ritorno in B e il ripristino della vecchia denominazione. Due anni dopo, nel 1934, la squadra tornava in A. Otteneva tre risicate salvezze e poi, causa nuove pressioni, il presidente Nicola Mojo, capo del personale dell’Ansaldo, recuperava la denominazione Liguria, più consona a giustificare l’appoggio economico della grande acciaieria che da Sampierdarena si era estesa fino a Sestri e Comigliano. La squadra - maglia bianca con due strisce orizzontali, nera e rossa, sul petto - veniva affidata all’ex asso torinista Adolfo Baloncieri, che otteneva nel 1937-38 l’undicesimo posto. Alla sua seconda stagione, il leggendario “Balon” presenta una squadra rinfrescata: Profumo in porta, Bodini II e Piazza terzini, Callegari, Battistoni e Malatesta in mediana, Spivach o Tortarolo e Gabardo interni, Spinola e Peretti ali e Bollano o Zandali centravanti. Il Liguria chiude l’andata da campione d’inverno assieme al Bologna. Poi, la mancanza di uno sfondatore non consente ai genovesi di continuare fino in fondo a insidiale i felsinei.

IL TOP: IL LEADER È TORNATO
Se ne era andato anche lui, Atilio Demaria, già Campione del Mondo con l’Argentina (giocò la partita col Messico nella Coppa del Mondo del 1930) e poi con l’Italia (presenza contro la Spagna nei quarti), dal 1931 colonna dell’Ambrosiana. Interno di classe, attaccante col genio del centrocampista, raffinato tessitore della manovra, nell’anno della grande fuga per i timori di un’escalation bellica nel nostro Paese era tornato in patria, firmando per 1’Independiente. È vero, l’Ambrosiana ha vinto anche senza di lui, ma la sua mancanza si è sentita e con una robusta offerta economica il giocatore nell’estate del 1938 viene convinto a riattraversare l’oceano. Mossa azzeccata: sia pure con qualche puntata offensiva in meno, l’asso argentino si conferma leader, trascinando la squadra al terzo posto e alla conquista della Coppa Italia.

IL FLOP: LA RIVOLTA DEI PIEDI
Stagione amara per la Juventus, i cui segnali di rinascita si spengono subito. Il barone Mazzonis tiene la società a stecchetto, ma la “dieta” non giova alla classifica. Le ristrettezze provocano addirittura un “caso Rava”. Il terzino, che ha ancora lo stipendio da riserva (500 lire al mese), dopo l’affermazione in bianconero e la conquista del titolo mondiale chiede un sostanzioso ritocco e viene respinto con perdite; il suo atteggiamento in campo diventa a poco a poco irritante, tanto che nell’intervallo della partita col Modena del 5 febbraio lo stesso plenipotenziario Mazzonis lo invita energicamente a svegliarsi; il giocatore si toglie le scarpe e le porge al dirigente: «Giochi lei!». I compagni lo convincono a rientrare, ma non a cambiare atteggiamento. Il giorno dopo la Juventus lo esclude daU’attività e dallo stipendio e lo denuncia alla Federcalcio. Il giocatore tuttavia è una colonna della Nazionale e allora il presidente Vaccaro impone una soluzione di compromesso. Rava toma in campo il 19 marzo contro il Livorno, ma, complice un problema a un piede, giocherà una sola altra partita fino alla fine. E la Juventus, appesantita dal declino di Monti e dalla discontinuità di Gabetto, chiude a un malinconico ottavo posto.

IL GIALLO: SCANDALO AL SOLE
Il caso esplode su denuncia del portiere della Triestina, Antonio Tricarico: pochi giorni prima dell'ultima di campionato, è stato avvicinato da Raffaello Niccolai, attaccante del Pistoia (Prima divisione) ed ex alabardato, che gli ha offerto una somma in denaro per essere arrendevole nel match contro la Juventus, così da favorire la salvezza del Livorno. Per la prima volta, in caso di parità di punteggio, in questo campionato si fa ricorso al quoziente reti e la squadra giuliana alla vigilia della chiusura ha un solo punto di vantaggio sullo stesso Livorno (impegnato col Genova in trasferta) e sulla Lucchese (che attende il Liguria). Finisce che la Triestina pareggia con la Juve e si salva, mentre le due toscane scivolano tra i cadetti. Il giudizio sportivo è drastico: squalifica a vita per Niccolai, Livorno assolto per mancanza di prove di un collegamento diretto con la proposta indecente, Lucchese e Triestina multate «per aver dato pubblicità al fatto» (sic).

LA RIVELAZIONE: CENTRO DI QUESTI GIORNI
Poco reclamizzato rispetto agli assi sudamericani che da qualche tempo monopolizzano il ruolo di centromediano. Giovarmi Battistoni a 29 anni si scopre campione. Una lunga gavetta lo ha portato nel 1932 dal San Giovanni Lupatoto, squadra del suo paese natale, al Padova, con cui si è affermato in A, per poi restare “chiuso” da Faccio nell’Ambrosiana e rifarsi una verginità nel Bari. Nel 1936 è approdato nella Sampierdarenese, poi Liguria, e in questa stagione, senza problemi fisici, giganteggia per continuità di rendimento, tanto che Vittorio Pozzo lo farà esordire a luglio in Nazionale come rimpiazzo del grande Andreolo.

LA SARACINESCA: BALLO LATERALE
Aldo Olivieri è stato forse il miglior portiere alla Coppa del Mondo: il suo miracoloso intervento sul gigante Brynhildsen nel match d’esordio con la Norvegia ha salvato l’Italia e il suo successivo cammino iridato. Il Torino lo ha acquistato dalla Lucchese e gli esiti sono subito strepitosi, tanto che soprattutto alla difesa imperforabile la squadra granata deve il proprio eccellente campionato, chiuso al secondo posto. Il gatto magico veronese ha un’inesauribile voglia di imparare: per migliorare, confesserà un giorno, va a spiare, nelle scuole di ballo, i passi piccoli che non fanno perdere l’equilibrio «e ti sposti che quasi non te ne accorgi».

I SUPERBOMBER: TESTA E CARTA VELINA
Poltrona di capocannoniere per due. La grande novità è Héctor Puricelli. Viene dall’Uruguay, il suo cognome accostato a quello della madre (Seña) offre un suono promettente, grazie alla pronuncia spagnola: Puricelli segna. E in effetti si tratta di un ragazzone col gol nel sangue. Si è affermato nel Central Español di Montevideo, non ha classe raffinata, ma fa straordinariamente bene il suo mestiere, soprattutto grazie al micidiale colpo di testa: elevazione stratosferica e diabolico tempismo nel deviare i cross di Biavati gli meritano il soprannome di “Testina d’oro”.
Per Aldo Boffi. ventunenne attaccante del Seregno (Prima divisione), sono andati all’asta nel 1936 Milan e Napoli. L’hanno spuntata i rossoneri, che hanno tenuto duro nonostante le voci sull’anemia, possibile origine del fisico del ragazzo, sottile come carta velina. Boffi ha patito il salto di categoria in avvio, tanto da essere accantonalo e poi ripescato solo grazie a un infortunio del sostituto, Zandali. La sua ascesa da quel momento è stata prepotente, Vittorio Pozzo lo (il debuttare in azzurro nel novembre 1938 contro la Svizzera.



Foto Story

I felsinei salutano romanamente le autorità fasciste dopo la conquista dello scudetto


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