Serie A 1935-36 - Bologna


Il Racconto


IL FILM: SERENO INVARIABILE
Mercato frizzante: Giovanni Ferrari passa dalla Juventus all’Ambrosiana, il Bologna pesca in Uruguay il centromediano Andreolo, la Roma si assicura i terzini mondiali Monzeglio(dal Bologna) e Allemandi (dall'Ambrosiana) e il bomber alessandrino Cattaneo, il Napoli vince con 250mila lire l’asta per il centravanti livornese Busoni. Il presidente federale, generale Vaccaro, alla vigilia ammonisce: «Occorre che la stampa dia l’ostracismo, con decisa severità, ai campanilismi, ai divismi e alle cronache di vita privata degli atleti, dando cronache serene degli avvenimenti, in modo da evitare gli strascichi di polemiche che fanno, di solito, ad essi appendice». Il Bologna parte forte, sette vittorie nelle prime otto giornate. Perde la prima gara a fine anno, in casa col Bari, e subito dopo cade a Palermo, facendosi raggiungere da Torino e Juventus. Sono i bianconeri ad aggiudicarsi in volata il titolo d’inverno. Sembra una corsa a tre e infatti a sette dalla fine eccole di nuovo insieme, Torino, Juventus e Bologna, seguite a 3 punti dalla Roma. Poi, la svolta: i campioni crollano di schianto, perdendo tre partite su quattro, e restano Torino e Bologna, con la Roma ormai vicinissima. I petroniani alla ventiseiesima vincono lo scontro diretto e attuano il sorpasso, il Torino crolla a Milano con l’Ambrosiana e la Roma avvicina il Bologna a un punto a due turni dalla fine. I rossoblù battono Palermo e Triestina e tornano allo scudetto, con un punto sulla Roma e due sul Torino. In coda, partita aperta fino all’ultimo: sotto lo striscione del traguardo, pollice verso per Palermo e Brescia.

I CAMPIONI: POCHI MA BUONI
Renato Dall’Ara, patron del Bologna, dopo l’Europa vuole conquistare l’Italia. A gennaio aveva ingaggiato come allenatore il geniale Arpad Weisz, perdona Fedullo, fuggitosene all'improvviso a primavera senza permesso per rivedere il padre morente, e invia oltreoceano il preparatore Filippo Pascucci, perché riporti a casa la pecorella smarrita e vi aggiunga un nuovo centromediano. Ce n’è uno sulla rampa di lancio nella Nazionale uruguaiana: Michele Andreolo; affare fatto. Monzeglio, non più indispensabile, va alla Roma, dove lo chiama l’amicizia con la famiglia Mussolini. Nasce un nuovo formidabile squadrone, con Gianni in porta, il giovane straripante Fiorini e Gasperi a presidiare l’area, Montesanto e Corsi sulle fasce, Andreolo al centro della difesa e prima catapulta del gioco; in avanti, la ricostituita coppia Sansone-Fedullo e il trio d’attacco Maini-Schiavio-Reguzzoni. Il Bologna corre un campionato di testa all’insegna della regolarità, vincendo alla fine con soli 14 elementi: un record che racconta qualità e tenuta del gruppo.

I RIVALI: LA GIUSTA DIREZIONE
Il Torino si è appena salvato all’ultimo tuffo, spedendo in B il Livorno, e subito le gerarchie fasciste impongono al club una nuova “Direzione” che lo risani finanziariamente e tecnicamente. Il 10 giugno 1935 viene nominato presidente Giovanni Battista Cuniberti. Confermato l’allenatore austriaco Toni Cargneili, i nuovi innesti sono tre: il giovane Ellena, di ritorno dalla Vigevanesi, Galli dall’Ambrosiana e Sudati dal Foggia. Nasce una squadra boom, pur non impermeabile in difesa. In porta Maina o Bosia; Zanello o Brunella e Ferrini terzini; Prato, il veterano Janni o il giovane Allasio ed Ellena in mediana; Baldi e Buscaglia interni, Bo o Sudati all’ala destra, Silano sull’altro lato e al centro Galli o lo stesso Bo. L’attacco, pur privo di uno sfondatore, segna a raffica e trascina la squadra nella lotta per il titolo, che sfuma causa sconfitte negli scontri diretti con Bologna e Ambrosiana.

IL TOP: DISCHETTO PROIBITO
Michele Andreolo era nella rosa dell’Uruguay vincitore a gennaio 1935 deH’edizione straordinaria ristretta della Coppa America. Nel Nacional la sua affermazione ha costretto l’asso Faccio ad avanzare a interno per lasciargli il posto-chiave del modulo, al centro della mediana. Piccolo e tozzo, in testa ha una specie di calamita che gli consente di eccellere sui palloni alti, è abile nella marcatura grazie ad aggressività e tempismo e sa condurre il gioco e pure concludere direttamente, grazie a un tiro potente con cui si favoleggia che in patria abbia spezzato più d’un palo.
Quando viene contattato dall’emissario del Bologna, si imbarca senza contratto, convinto com’è delle proprie doti. In effetti sfonda subito, trascinando il Bologna al titolo e conquistando Vittorio Pozzo - alla ricerca di un successore di Monti in Nazionale -, che cosi lo descriverà: «Era forte, deciso ed energico nel giuoco di testa e negli interventi difensivi in genere. E, senza avanzare gran che dalla posizione prudenziale che teneva, arrivava a servire le ali con traversoni bassi od a mezza altezza, di rara potenza: trenta, quaranta, cinquanta metri». Amante della vita brillante e del gentil sesso, ha un solo debole in campo, il calcio di rigore: «Quando mi trovo testa a testa col portiere» confessa «mi cedono le gambe. Ho coraggio, ma al momento del tiro provo una sensazione di impotenza».

IL FLOP: IL TESTAMENTO DI MITO
La Juventus ha perso via via i pezzi migliori: in estate, malato e sfiduciato, Cesarmi è tornato in patria. Giovanni Ferrari si è accasato all’Ambrosiana dopo il rifiuto dell’aumento contrattuale da parte del club, in austerity dopo la scomparsa di Edoardo Agnelli. Il vecchio Caligaris è andato al Brescia. Le forze fresche sono il fratello maggiore di “Farfallino”, Borei I, buon mestierante del l’attacco, il diciottenne Umberto Menti, promessa del Vicenza, e il declinante centravanti Prendalo dalla Fiorentina. L’incarico di farne una squadra per il sesto titolo tocca a Virginio Rosetta, in veste di giocatore-allenatore. Mette insieme un buon gruppo, con Valinasso in porta, Rosetta e Foni terzini, Depetrini con Monti e Varglien I in mediana, Serantoni, Varglien II e Borei I ad alternarsi nei due ruoli di interno, Cason o Prendato e Menti estreme, Borei II centravanti. Ma a quest’ultimo, a novembre in allenamento, cede un ginocchio e il suo campionato finisce. Viene sostituito dal giovane Gabetto, che conferma la bontà del vivaio, ma non basta. Il sogno del sesto scudetto svapora a primavera, quando la squadra crolla di schianto, per poi accontentarsi del quinto posto.

IL GIALLO: ADDIO ALLE ARMI
Il timore della guerra ha già spinto Orsi qualche mese prima a riprendere la via di casa, sicché il 19 settembre 1935, tre giorni prima dell’avvio del campionato, in occasione della visita di leva, i tre “oriundi” della Roma, Guaita, Scopelli e Stagnare, non sono tranquilli. Escono dalla caserma di via Paolina arruolati bersaglieri, mentre montano le voci su una possibile spedizione militare italiana in Etiopia, e si confidano col direttore sportivo giallorosso Vincenzo Biancone che li ha accompagnati. Questi spiega che si tratta solo di una “formalità” e per rassicurarli li accompagna al consolato argentino, a ottenere tutte le delucidazioni del caso, poi dà loro appuntamento al campo Testaccio per l'allenamento. Non li vedrà più. A sera un tifoso telefona in sede raccontando che i tre sono stati visti caricare mogli e bagagli su un’auto di grossa cilindrata allontanatasi di fretta. Il presidente Vittorio Scialoja, che il giorno prima ha accettato la richiesta di ingaggio “stellare” di Guaita (10 rnila lire al mese), pensa a uno scherzo. Non lo è. Si scoprirà che i tre hanno passato in auto il confine con la Francia e da li si sono imbarcati per il Sudamerica. Vengono bollati come “traditori” della (seconda) patria, mentre la Roma, la più forte degli ultimi anni, senza di loro arriva a un solo punto dallo scudetto: la fuga è costata cara.

LA RIVELAZIONE: IL GIOVANE ADULTO
A 21 anni, Gino Colaussi è già un veterano: gioca titolare nella Triestina in Serie A da quando ne aveva 16 e la precoce maturità ne fa il trascinatore della squadra che gioca un campionato d’elite chiudendo al sesto posto. È lui la migliore ala sinistra italiana, Vittorio Pozzo lo veste d’azzurro e un giorno racconterà: «Partito Orsi, era arrivato Colaussi: non aveva né la classe sopraffina, né la sottile furbizia del suo predecessore. Ma possedeva una bella punta di velocità e in area di rigore diventava calmo e freddo come un pezzo di ghiaccio: non perdonava, non sparava giù alla cieca, deponeva invece con grande precisione la palla nell’angolo della rete dove il portiere non poteva arrivare. Sotto quest’aspetto, come Meazza. come Piola. era quello che gli inglesi chiamano un “matchwinner”, un vincitore di incontri. E, come tutti i veri triestini, era un grande entusiasta della causa».

LA SARACINESCA: L’INDISTRUTTIBILE
Chiude in bellezza la carriera, Mario Gianni, vincendo a 33 anni il suo secondo scudetto da portiere meno battuto del campionato (21 reti in 30 partite) dopo Masetti della Roma e con un primato significativo: raggiunge le 172 gare consecutive in A, oltre quattro anni sempre in campo, dal 26 aprile 1931 al 10 maggio 1936. Per allungare il primato gli chiedono di continuare, ma lui è irremovibile. Lascia ancora al massimo, dopo una stagione da incorniciare, al culmine di una straordinaria carriera, con l’unico limite di avere trovato sulla propria strada due assi come De Prà e Combi che ne hanno limitato la parabola azzurra a sole sei presenze.

IL SUPERBOMBER: IL GOL NEL SANGUE
Dopo sei anni, Giuseppe Meazza toma in vetta alla classifica cannonieri con 25 reti in 29 partite. A 26 anni ancora da compiere, con un titolo mondiale già in bacheca, la maturità lo rende irresisibile. I tecnici raccomandano ai propri giocatori: quando ha la palla al piede, non l’attaccate, altrimenti vi scarta come paletti. Dribbling felpato, tiro al fulmicotone, classe sublime: il “Balilla” è il più grande giocatore italiano, vero e proprio eroe popolare, che l’esperienza in Nazionale ha arricchito nel bagaglio tattico. Ora che Ferrari è suo compagno anche in nerazzurro, la coppia funziona alla grande, anche se nell’Ambrosiana continua a essere centravanti, ottimamente servito dalle ali sudamericane Porta e Devincenzi.



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I felsinei al loro terzo scudetto


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